Frasiarzianti's Blog

Le frasi più belle tratte dai libri letti

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Gli zii di Sicilia – Leonardo Sciascia

“A me pareva fosse bello che anche l’avvocato Dagnino stesse a gridare contento, che urlasse “Viva la repubblica stellata” come altra volta, dal terrazzo della stazione, aveva gridato “duce, per te la vita.”

“Si – disse – ritorno, quando non ho voglia di lavorare ritorno, è bello qui quando non si lavora.”

“Sapevo che la quarantanovesima stella sarebbe stata la Sicilia, la bandiera americana ne ha quarantotto, con la Sicilia quarantanove, verso di diventare americani c’era.”

“L’America ci veste – diceva mia madre. Veramente tutto il paese era vestito di roba americana, tutto il paese viveva con i soccorsi dei parenti d’America, non c’era famiglia nel paese che non contasse su un parente in America. In un angolo della piazza era persino fiorita la bancarella di un cambiavalute, per un dollaro arrivava a pagare novecento lire, mio padre non cambiava aspettando che andasse più su.”

“Chi prima non pensa in ultimo sospira.”

“Ma se i comunisti vincessero, i soldi del popolo americano non verrebbero più in Italia.”

“A me pesa dare il voto a De Gasperi, ma che mi metto a disperdere il voto? tanto, partito d’ordine è.”

“Solo le voci dei cocchieri che incontrandosi si gridavano saluti e insulti, lo schiocco della frusta e il rotolio delle carrozze: il velo dell’alba, l’alba di una città pigra in cui l’odore di frittura che di giorno la circonda come un’aureola ancora stringe nella brezza del mattino, il velo dell’alba era sulle case di Palermo silenziose. La via Maqueda, poi il corso Vittorio Emanuele; entrammo nel porto già pieno di voci.”

“Così per Palermo girammo cinque o sei giorni, vedo il nostro gruppo per le strade di Palermo come fissato in una fotografia per troppo sole offuscata: mia zia che taglia la strada come la prora di un motoscafo, mia madre stanca e silenziosa, mio padre un pò animato da quella vacanza; e il marito di mia zia che cammina come un sonnambulo, il ragazzo sempre ingrugnato, mia cugina che cominciava a fare amicizia con me e continuamente andava facendomi confronti tra quello che vedeva e quello che c’era in America.”

“Mia zia pareva ci si divertisse, ad ogni visitatore offriva come un’istantanea del parente d’America: un gruppo familiare in florida salute s’inquadrava su uno sfondo in cui facevano spicco simbolici elementi del benessere economico di cui godeva.”

“La delusione di mia zia aveva due facce; noi parenti non eravamo morti di fame come dall’America ci immaginava; il paese non era migliorato come sperava.”

“Lupi vecchi sentono il vento da dove mena e mettono vela: sempre dritti in piedi vogliono cascare.”

“Calogero giudicò gli americani di prima informativa, gente che dava ragione al primo venuto.”

“Chiamavano zii tutti gli uomini che portavano giustizia o vendetta, l’eroe e il capomafia, l’idea di giustizia sempre splende nella decantazione di vendicativi pensieri.”

“Più indietro i miei ricordi non vanno; forse attraverso sensazioni, un profumo un sapore un motivo di canto, riesco a cogliere ricordi più lontani, ma capace di fermarli non sono”

“La spina che non ti punge  morbida come seta.”

“Pepè tacque e restò appoggiato al parapetto con gli persi che squagliavano di lacrime.
Così ancora, dopo tanti anni, lo vedo.”

“Sento rimorso per essermi sottratto all’arresto: ma la galera mi fa paura, sono vecchio e stanco. E scrivere mi pare un modo di trovare consolazione e riposo; un modo di ritrovarmi, al di fuori delle contraddizioni della vita, finalmente in un destino di verità.”

“Voglio aggiungere, in merito all’amministrazione della giustizia, che il cittadino su cui il braccio della polizia si abbatteva, aveva ben poche probabilità di poter dimostrare la propria innocenza; e se davanti al giudice ci riusciva, se il giudice (cui l’imputato era affidato per un giudizio che doveva scaturire da coscienza più che da legge) lo mandava assolto, doveva ancora e sempre fare i conti con la polizia, che a discrezione poteva trattenerlo in carcere, anche per molti anni; perciò l’arresto era temuto più della morte e così, in strofe di lamento, ne canta il popolo contadino.”

“Il paese pareva deserto, vibrava dell’affannoso suono del mare come una cassa di chitarra, di notte quel suono mi svegliava portandomi paurosi pensieri.”

“…mi ha insegnato a trar compagnia e fede dalla natura dai libri e dai miei pensieri stessi.”

“E’ questo il danno, che la Chiesa resta.”

“Datemi il vino, come Dio comanda: ché il vino è la bevanda degli angeli.”

“Leggevo tanti libri allora, negli angoli più remoti del giardino mi rifugiavo a leggere; e per la passione che avevo a leggere libri e a ripensarli, diventavo distratto e stranito; e mio padre cominciò a credere che le letture mi intossicassero, mi faceva prediche piene di sentenze e proverbi – meglio un asino vivo che un dottore morto; l’asino zoppo gode la sua via, la meglio gioventù alla Vicaria – e quest’ultimo proverbio, di conio recente, alludeva ai sentimenti di odio che in me nascevano contro il Borbone: ché la meglio gioventù siciliana di quei sentimenti viveva, e le palermitane carceri della Vicaria buona parte di quella gioventù ingoiavano.”

“I tempi impercettibilmente mutavano, allora non me ne accorgevo, ché il tempo me lo vedevo davanti come un macigno e avrei voluto spingerlo a spallate e precipitarmici dietro: ma ora, guardando al passato, vedo come il tempo, nei dieci anni dal 50 al 60, operasse a mutare il sentimento degli uomini, il volto stesso delle cose.”

“…da parte degli amici di Marsala a noi di Castro portava la notizia dell’avvenuto sbarco di Garibaldi. Già era calata la sera quando la notizia ci giunse, in piazza gridammo “viva Garibaldi, viva la libertà” raccogliemmo gente e facemmo discorsi. Sentivo di amare tutto il mondo, la gioia mi invadeva fino al pianto.”

“…avevo creduto le battaglie si facessero così come i soldati marciano per le strade, col comandante in testa: e invece una battaglia non era che confusa morte, uomini in disordine lanciati contro altri uomini che in eguale disordine resistono e poi cedono.
La sera scese gelida, fitta di stelle, sui morti di Calatafimi.”

“Vedete – continuò Nievo – questo è un popolo che conosce solo gli estremi: ci sono i siciliani come Carini, e ci sono i siciliani come… come questo barone, insomma.”

“Perché – disse Nievo – io credo nei siciliani che parlano poco, nei siciliani che non si agitano, nei siciliani che si rodono dentro e soffrono; i poveri che ci salutano con un gesto stanco, come da una lontananza di secoli; e il colonnello Carini sempre così silenzioso e lontano, impastato di malinconia e di noia ma ad ogni momento pronto all’azione: un uomo che pare non abbia molte speranze, eppure è il cuore stesso della speranza, la silenziosa fragile speranza dei siciliani migliori… una speranza, vorrei dire, che teme se stessa, che ha paura delle parole ed ha invece vicina e familiare la morte… Questo popolo ha bisogno di essere conosciuto ed amato in ciò che tace, nelle parole che nutre nel cuore e non dice…”

“Per me, ne ero certo, l’ora di salire al cielo non era ancora venuta; e se mai, meglio sarebbe stato scendere nella terra, dove umida si attacca alle barbe delle radici.”

“Credo che il vino gli avesse messo gran voglia di parlare, di confidarsi per sfogo…”

“Ora, seduti sui gradini di quella chiesa che era in tutto uguale a quella del mio paese, avvitando tra le dita sigarette sgorbie, sentivo un gran bisogno di parlare e parlare, come un ubriaco: di me del mio paese di mia moglie, e della zolfara in cui avevo lavorato, e della fuga, dalla zolfara, nel fuoco della Spagna.”

“Seduto sulla scalinata di quella chiesa, ho capito tante cose della Spagna e dell’Italia, del mondo intero e degli uomini nel mondo.”

“Credevo in Dio andavo a messa e rispettavo il fascio.”

“Io partii col cuore in pace: la zolfara mi faceva paura, al confronto la guerra in Spagna mi pareva una scampagnata.”

“E che idea andare a piantare una città capitale nel bel mezzo della Castiglia. Che in mezzo a quel deserto ci fosse una grande e bella città sembrava incredibile, era solo un allucinato pensiero, sorgeva come nell’assetato l’immagine dell’acqua che sgorga. Ma c’era, Madrid: di notte riverberava rosso nel cielo per gli incendi che i nostri aeroplani andavano ad attaccare; solo a momenti pensavo che in quella città c’erano bambini e vecchi, donne che urlavano pena, e case in cui migliaia e migliaia di persone abitavano.”

“…la campagna mi fiatava malinconia: così era quando uscivo dalla bocca della zolfara e mi veniva incontro odore di terra e di sole, e mi cresceva voglia di mettermi a fare il contadino.”

“L’amore dovrebbe invece nascere dalla serena scoperta che insieme, un uomo e una donna, stanno bene per affrontare la pena, soprattutto la pena, della vita: insieme per la vita, e nella conoscenza del dolore, e per aiutarci in questa conoscenza; e insieme nel piacere, che è un momento,m e ci lascia col nostro cuore nudo, ad intenderci meglio nel cuore.”

“Io credo nel mistero delle parole, e che le parole possano diventare vita, destino; così come diventano bellezza.”

“Tante persone studiano, fanno l’università, diventano buoni medici ingegneri avvocati, diventano funzionari deputati ministri, a queste persone io vorrei chiedere – sapete che cosa è stata la guerra di Spagna? Che cosa è stata veramente? Se non lo sapete, non capirete mai quel che sotto i vostri occhi oggi accade, non capirete mai niente del fascismo del comunismo della religione dell’uomo, niente di niente capirete mai: perché tutti gli errori e le speranze del mondo si sono concentrati in quella guerra; come una lente concentra i raggi del sole e dà il fuoco, così la Spagna di tutte le speranze e gli errori del mondo si accese: e di quel fuoco oggi crepita il mondo.”

“…e poi c’era il vino, quel momento di verità che dà il vino prima del bicchiere che ci ubriaca.”

“E’ bella la campagna in autunno, il frullo delle pernici che s’alza improvviso, la leggera nebbia da cui traspare bruna ed azzurra la terra. L’Aragona è terra di colline, la nebbia vi si impiglia, tra nebbia e sole diventano più belle; ma non che sia una terra davvero bella, che subito e a tutti appare bella: è bella in un modo particolare, bisogna esser nati in una terra come quella per riconoscerne la bellezza ed amarla.”

“Quando per mesi una guerra ristagna negli stessi luoghi, anche se il rischio si riduce alle pallottole sperse e agli scontri di pattuglie, la nausea della guerra, di quel che nella guerra c’è di veramente nauseante, te la senti in gola come quando il medico ti caccia in bocca uno strumento e ti provoca il vomito: la terra sembra andare in decomposizione, con un suo odore di uova marce e di urina; come se trincee e camminamenti l’uomo li incidesse nella carne ammalata della terra, in un putrescente tumore. In realtà, quell’odore di morte non è della terra: e dell’uomo che vi fa la sua tana, dell’uomo che torna ad essere selvatico animale e scava la sua tana; e come ogni altro selvaggio animale vi stinge il suo odore. In questo senso, credo per l’uomo non ci sia niente di più degradante della guerra di trincea: costretto a vivere nel proprio selvaggio odore, a ingoiare il cibo mentre la terra esala fiato di vomito e di feci, a bere avaramente acqua che pare raccolta goccia a goccia da uno scolo bavoso di abbeveratoio.”

“I borghesi spagnuoli, i buoni borghesi che vanno a messa, ammazzavano a migliaia i contadini per il fatto che erano contadini, soltanto per questo: e il mondo chiudeva gli occhi per non vedere; ma il primo prete che cadde sotto i colpi degli anarchici, la prima chiesa data alle fiamme, fecero balzare di orrore il mondo e segnarono il destino della Repubblica. In fondo, ammazzare un prete perché è un prete è cosa più giusta che ammazzare un contadino perché è un contadino; un prete è soldato della sua fede, un contadino è soltanto contadino. Ma il mondo non vuol saperne.”

“Una guerra civile non è stupida come una guerra fra nazioni, gli italiani in guerra contro gli inglesi o i tedeschi contro i russi, ed io zolfataro siciliano ammazzo il minatore inglese e il contadino russo spara sul contadino tedesco; una guerra civile è un fatto più logico, un uomo si mette a sparare per le persone e per le cose che ama, e per le cose che vuole, e contro le persone che odia: e nessuno sbaglia a scegliere da quale parte stare, solo quelli che si mettono a gridare pace sbagliano. E credo che Mussolini, tra tutte le sue colpe, quella di aver portato migliaia di italiani poveri a combattere contro gli spagnuoli poveri non gli sarà perdonata.”

“Gesù Cristo – diceva – nasce in una stalla come questa: vengono i furbi e intorno alla stalla mettono colonne d’oro, e un tetto d’oro sopra, fanno una chiesa; e poi a lato alla chiesa costruiscono i loro palazzi, una città fanno, la città dei furbi.”

“La guerra di Spagna mi ha insegnato a non credere ai giornalisti, è un mestiere che somiglia a quello dei sensali, una pietraia te la fanno diventare giardino e un cavallo da macello come fosse quello di Astolfo.”

“La guerra di Spagna per me era finita: la neve il vento e il sole della Spagna, i giorni della trincea e gli assalti alle trincee alle masserie ai villini, le battaglie della carretera di Francia e quelle dell’Ebro, l’angosciosa visione dei prigionieri, le donne dei fucilati, nere di vesti e con gli occhi appassiti, e quelle dei grandi alberghi e le prostitute: tutte queste cose erano finite per me.”

“La guerra mi aveva segnato di condanna nel corpo. Ma quando un uomo ha capito di essere immagine di dignità, potete anche ridurlo come un ceppo, straziarlo da ogni parte: e sarà sempre la più grande cosa di Dio. Quando truppe nuove arrivano su un fronte e vengono gettate nella battaglia, generali e giornalisti dicono “hanno avuto il loro battesimo del fuoco” una delle tante frasi solenni e stupide che è d’uso gettare sulla bestialità delle guerre: ma dalla guerra di Spagna, dal fuoco di quella guerra, a me pare di avere avuto davvero un battesimo: un segno di liberazione nel cuore; di conoscenza; di giustizia.”

“…e io venivo da un mondo in cui il cuore dell’uomo era come la pietra della montagna, e la luce mangiava la faccia dei morti: e scoprivo che l’uomo, col suo cuore vivo, per la pace del suo cuore, può legare in armonia pietra e luce, ogni cosa alzare ed ordinare al di sopra di se stesso.”

“Non riesco a capire perché il quel momento, il piacere di uccidere sia sorto in me con tanta violenza e lucidità insieme; la guerra è terribile soprattutto per questo: ché ad un momento a noi stessi ci rivela assassini, il piacere di uccidere violento come il desiderio di possedere una donna.”

“Questo della religione mi dà fastidio: che la gente vi porti la sua coscienza come una coltre sporca al lavatoio, e pulita di nuovo se la stenda sul proprio sonno.”

“E mi sentivo come un acrobata che si libra sul filo, guarda il mondo in una gioia di volo e poi lo rovescia, si rovescia, e vede sotto di sé la morte, un filo lo sospende su un vortice di teste umane e luci, il tamburo che rulla la morte.

“anche il libro è una cosa, lo si può mettere su un tavolo e guardarlo soltanto, magari per tener su un tavolino zoppo lo si può usare o per sbatterlo in testa a qualcuno: ma se lo apri e leggi diventa un mondo; e perché ogni cosa non si dovrebbe aprire e leggere ed essere un mondo?”

“Forse è di tutti i reduci scottarsi all’indifferenza degli altri e chiudersi in sé…”

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Todo Modo – Leonardo Sciascia

“Credevo di aver ripercorso, a rebours, tutta una catena di causalità; e di essere riapprodato, uomo solo, all’infinità possibilità musicale di certi momenti dell’infanzia, dell’adolescenza: quando nell’estate, in campagna, lungamente mi appartavo in un luogo, che mi fingevo remoto e inaccessibile, di alberi e d’acqua; e tutta la vita, il breve passato e il lunghissimo avvenire, musicalmente si fondevano, e infinitamente, alla libertà del presente.”

“…ed ero solo. Nessuna inquietudine, nessuna apprensione. Tranne quelle, oscure e irreprimibili, che ho sempre avute, del vivere e per il vivere; e vi si innestavano e diramavano l’inquietudine e l’apprensione per l’atto di libertà che dovevo pur fare…”

“L’eremo è luogo di solitudine; e non di quella solitudine oggettiva, di natura, che meglio di scopre e più si apprezza quando si è in compagnia: un bel posto solitario, come si suol dire; ma di quella solitudine che ne ha specchiato altra umana e si è intrisa di sentimento, di meditazione, magari di follia.”

“Guardo troppo spesso la televisione, perchè possa dirmi completamente immune della lebbra dell’imbecillità… Troppo spesso: e finirò, se già non ci sono finito, col contagiarmene… Perché, me ne confesso, la contemplazione dell’imbecillità è il mio vizio, il mio peccato…”

“Don Gaetano si risedette e, cominciando da me, versò il vino a tutti, lodandolo da intenditore, ma con quelle parole francesi che ora usano i non intenditori.”

“…ognuno a dire la sua senza minimamente far conto di quella degli altri…”

“Ma ad esser sincero, non mi importa poi molto della fama oltre la morte.”

“Ma le cose, dentro di noi, sono sempre maledettamente complicate; e tanto più inganniamo noi stessi, o tentiamo, quanto più evidente e immediato si prospetta il disinganno.”

“Non assistevo a una messa da almeno un quarto di secolo (e scrivere un quarto di secolo invece che venticinque anni s’appartiene alla mia civetteria d’invecchiare). E poichè era la prima volta che la sentivo in italiano, mi abbandonai a riflessioni sulla Chiesa, la sua storia, il suo destino. E cioè il suo passato splendore, il suo squallido presente, la sua inevitabile fine.”

“Non vivevo che ingannandomi, e facendomi ingannare.”

“…poichè quel che da valore a un quadro è la firma, appunto come ad un assegno.”

“A questo nome, Buttafuoco, si collega sempre, nella realtà come nella fantasia, qualcosa che ha ache fare col male, o almeno con l’imbroglio…”

“Già – io dissi – non si è mai dato il caso di un papa che per età, per arteriosclerosi, cominci a sragionare. Voglio dire: non si è mai saputo.
Non si è mai dato, appunto – disse il cardinale.
Non si è mai saputo – ribadii.
Le cose che non si sanno, non sono – disse don Gaetano.”

“E veniva facile pensare alla dantesca bolgia dei ladri.”

“Cominciai a sentirmi in disagio. Ho sempre evitato, accuratamente, l’incontro sia coi vecchi compagni di scuola sia con le donne amate nella giovinezza. L’incontro, dico, a distanza di anni.”

“Anche lui, dico, come: ha fatto un certo effetto anche a me, questo vino… E si sa: dove c’è prete c’è buona cantina.”

“Ecco che lei torna alle parole che decidono, alle parole che dividono: migliore, peggiore; giusto, ingiusto; bianco, nero. E tutto invece non  che una caduta, una lunga caduta, come nei sogni.”

“Come disse Orazio, promissio boni viri est obligatio…”

“Una volpe: e si è finalmente imbattuto in un lupo.”

“Era sì un ladro, uno che, in altri tempi, avrei rubricato mille volte per malversazione e peculato, per corruzione, per tutti quei reati che i legislatori hanno constatato o previsto in rapporto all’amministrazione del denaro pubblico; ma per la morale corrente, per la prassi oggi in uso, era considerato strenuamente onesto: e soltanto perchè pochissimo, o addirittura nulla, rubava per sè.”

“Il corrotto non può provocare rovina sul corruttore senza restare sepolto dalle stesse macerie.”

“Nessuno – disse don Gaetano con esasperata fermezza. E fissò Scalambri d’uno sguardo che lentamente, come un obiettivo, si restringeva a diventare, da spento che sembrava, acuto e rapido; e al mutamento dello sguardo si accompagnava un movimento della mano destra, a somiglianza della zampa di un gatto nel giuoco di tirar fuori le unghie e di ritrarle.”

“Ho pensato, ecco: siamo a tavola a spezzare lo stesso pane e a bere lo stesso vino; ma lui non dimentica di essere inquisitore e giudice come io non dimentico di essere prete… Che terribili missioni, le nostre! Terribili e necessarie: e direi che sono terribili nella misura in cui sono necessarie, e necessarie nella misura in cui sono terribili… Siamo i morti che seppelliamo altri morti… Dio mio!”

“Ma come mi spaventa l’essere prete, di più mi spaventerebbe l’essere giudice… le parole di Cristo sono tremende: “Non giudicate, affinché non siate giudicati”. Non proibisce il giudicare, ma lo pone in diretto e inevitabile rapporto con l’essere giudicati.”

“E possiamo anche fare a meno dell’adolescenza e della giovinezza: ma un uomo è quale i primi dieci anni di vita lo hanno fatto;: e nulla sappiamo di lui se nulla sappiamo di questi suoi dieci anni… naturalmente, la vita di Gesù non ha niente a che fare con la nostra: di lui ci bastano gli anni folgoranti, gli anni testimoniati; ma io sono stato sempre affascinato dai suoi anni oscuri, e sempre mi hanno dato alla fantasia.”

“C’è una netta demarcazione, per costoro, tra le donne da sposare e far prolificare e le donne con cui peccare: queste bisogna che emanino il senso del peccato a prima vista, a primo odore…”

“Nessuno merita di essere lodato per la sua bontà se non ha la forza di essere cattivo.”

“Pensi: la scienza… L’abbiamo combattuta tanto! E infine, che scruti la cellula, l’atomo, il cielo stellato; che ne carpisca qualche segreto; che divida, che faccia esplodere, che mandi l’uomo a passeggiare sulla luna: che fa se non moltiplicare lo spavento che Pascal sentiva di fronte all’universo?”

“Non c’è fuga, da Dio; non è possibile. L’esodo da Dio è una marcia verso Dio.”

“…il volto gli prese un’espressione di fragilità e lontananza da farmi pensare ad uno che fosse invecchiato in prigione e ricordasse che una volta aveva tentato di evadere.

“E forse si possono oggi riscrivere tutti i libri che sono stati scritti; e altro anzi non si fa, riaprendoli con chiavi false, grimaldelli e, mi consenta un doppio senso banale ma pertinente, piedi di porco. Tutti, tranne Candide.”

“Lei, mi scusi, non sa di che cosa è capace la gente casa e chiesa, la gente col libro da messa in mano, la gente che dice di amare il prossimo suo come se stessa.”

“Si fece silenzio: come tra gente educata che scopre nella compagnia un maleducato.”

“E sentivo quelli davanti a me chiedersi a respiro mozzo se don Gaetano era stato ucciso o era morto di morte naturale. Come se la morte, e don Gaetano avrebbe dovuto insegnarglielo, non fosse sempre e comunque naturale.”

“Io lo dico sempre, caro commissario, sempre: il movente, bisogna trovare, il movente…”

La scomparsa di Majorana – Leonardo Sciascia

“La scienza, come la poesia, si sa che sta ad un passo dalla follia: e il giovane professore quel passo lo aveva fatto, buttandosi in mare o nel Vesuvio o scegliendo un più elucubrato genere di morte.”

“Il colloquio trovò, sotto la penna del segretario di Sua Eccellenza, sintesi ed esito. Sintesi mirabile, come in tutti i carteggi della nostra polizia: dove quel che a noi può sembrare – a filo di grammatica, di sintassi, di logica – fuori di regola o di coerenza, è invece linguaggio che allude o indica o prescrive.”

“Il cittadino che nulla ha mai fatto contro le leggi né da altri ha subito dei torti per cui invocarle; il cittadino che vive come se la polizia soltanto esistesse per degli atti amministrativi come il rilascio del passaporto o del portodarme (per la caccia), se i casi della vita improvvisamente lo portano ad avervi a che fare, ad averne bisogno per quel che istituzionalmente è, un senso di sgomento lo prende, di impazienza, di furore in cui la convinzione si radica che la sicurezza pubblica, per quel tanto che se ne gode, più poggia sulla poca e sporadica tendenza a delinquere degli uomini che sull’impegno l’efficienza e l’acume di essa polizia.”

“Mi ci riesce impossibile immaginare che il dramma di un uomo intelligente, la sua volontà di scomparire, le sue ragioni, possano aver avuto altro riflesso, negli occhiali di un commissario di polizia, negli occhiali dello stesso Bocchini, che quello del dissenno, della pazzia.”

“Si sente in queste poche righe come una costrizione, una forzatura: il dover rispondere alle premure e sollecitazioni degli amici, il dover fare quel che gli altri facevano o quel che gli altri da lui si aspettavano, e insomma il dover adattarsi di un uomo inadatto.”

“Come tutti i siciliani “buoni”, come tutti i siciliani migliori, Majorana non era portato a far gruppo, a stabilire solidarietà e a stabilirvisi (sono i siciliani peggiori quelli che hanno il genio del gruppo, della cosca).”

“In quanto agli scacchi, Majorana ne era, fin da bambino, campione: a sette anni scacchista lo troviamo nella cronaca di un giornale catanese.”

“Heisenberg viveva il problema della fisica, la sua ricerca di fisico, dentro un vasto e drammatico contesto di pensiero. Era, per dirla banalmente, un filosofo.”

“Chi, sia pure sommariamente (come noi: tanto per mettere le mani avanti), conosce la storia dell’atomica, della bomba atomica, è in grado di fare questa semplice e penosa constatazione: che si comportarono liberamente, cioè da uomini liberi, gli scienziati che per condizioni oggettive non lo erano; e si comportarono da schiavi, e furono schiavi, coloro che invece godevano di una oggettiva condizione di libertà. Furono liberi coloro che la fecero. Schiavi coloro che la fecero.”

“…gli schiavi ne ebbero preoccupazione, paura, angoscia; mentre i liberi senza alcuna remora, e persino con punte di allegria, la proposero, vi lavorarono, la misero a punto e, senza porre condizioni o chiedere impegni, la consegnarono ai politici e ai militari. E che gli schiavi l’avrebbero consegnata a Hitler, a un dittatore di fredda e atroce follia, mentre i liberi la consegnarono a Truman, uomo di “senso comune” che rappresentava il “senso comune” della democrazia americana, non fa differenza: dal momento che Hitler avrebbe deciso esattamente come Truman decise, e cioè di fare esplodere le bombe disponibili su città accuratamente, scientificamente scelte fra quelle raggiungibili di un paese nemico; città della cui totale distruzione si era potuto fare calcolo.”

“Ma Heisenberg non solo non aveva avviato il progetto della bomba atomica (lasciamo stare se poteva o no arrivare a farla: progettarla sicuramente poteva), ma aveva passato gli anni della guerra nella dolorosa apprensione che gli altri, dall’altra parte, stessero per farla. Non infondata apprensione, purtroppo.”

“Comunque, in un mondo più umano, più attento e più giusto nella scelta dei suoi valori, dei suoi miti, la figura di Heisenberg più dovrebbe e nobilmente aver spicco di altre che nel campo della fisica nucleare operarono negli stessi suoi anni – più di coloro che la bomba la fecero, la consegnarono, con esultanza accolsero la notizia degli effetti e soltanto dopo (ma non tutti) ne ebbero smarrimento e rimorso.”

“Quando si lascia andare a un giudizio, è di generica ammirazione per la Germania, per la sua efficienza.”

“Ettore Majorana era religioso. Il suo è stato un dramma religioso, e diremmo pascaliano. E che abbia precorso lo sgomento religioso cui vedremo arrivare la scienza, se già non c’è arrivata, è la ragione per cui stiamo scrivendo queste pagine sulla sua vita.”

“Preparandosi a “una” morte o “alla” morte, preparandosi a una condizione in cui dimenticare, dimenticarsi ed essere dimenticato, preparando dunque la propria scomparsa, organizzandola, calcolandola, crediamo baluginasse in Majorana – in contraddizione, in controparte, in contrappunto – la coscienza che i dati della sua breve vita, messi in relazione al mistero della sua scomparsa, potessero costituirsi in mito.”

“Nato in questa Sicilia che per più di due millenni non aveva dato uno scienziato, in cui l’assenza se non il rifiuto della scienza era diventata forma di vita, il suo essere scienziato era già come una dissonanza.”

A ciascuno il suo – Leonardo Sciascia

“La lettera arrivò con la distribuzione del pomeriggio. Il postino posò prima sul banco, come al solito, il fascio versicolore delle stampe pubblicitarie; poi con precauzione, quasi ci fosse il pericolo di vederla esplodere, la lettera: busta gialla, indirizzo a stampa su un rettangolino bianco incollato alla busta.”

“La lettera – disse il notaio Pecorilla – è tipica di un delitto passionale: quale che sia il rischio, il vendicatore vuole che la vittima cominci a morire e insieme a rivivere la propria colpa fin dal momento che riceve l’avvertimento.”

“Perché a volte tra il perdere la pace in casa e il guadagnare la pace eterna uno sceglie la pace eterna, e non se ne parla più – intervenne il commendator Zerillo, con una faccia che diceva il rammarico di non essere stato capace, fino a quel momento, di fare la stessa scelta.

“Chi comanda fa legge.”

“Ma la Sicilia, forse l’Italia intera – si disse – è fatta di tanti personaggi simpatici cui bisognerebbe tagliare la testa.”

“Laurana aveva aperto il giornale, si era incantato sulla testata. Eccolo qui l’UNICUIQUE, tale e quale quello che era affiorato dal rovescio della lettera. UNICUIQUE SUUM, a ciascuno il suo.”

“Il termine curioso, nel giudizio dei figli e in quello dei padri, voleva indicare una stranezza che non arrivava alla bizzarria: opaca, greve, quasi mortificata.”

“Un uomo onesto, meticoloso, triste; non molto intelligente, e anzi con momenti di positiva ottusità; con scompensi e risentimenti che si conosceva e condannava; non privo di quella coscienza di sé, segreta presunzione e vanità, che gli veniva dall’ambiente della scuola in cui, per preparazione ed umanità, si sentiva ed era tanto diverso dai colleghi, e dall’isolamento in cui, come uomo, per così dire, di cultura, veniva a trovarsi.”

“Oltre il parapetto della terrazza, sotto i veli di scirocco, Palermo splendeva. Bella vista – disse il professore; e con sicurezza indicò San Giovanni degli eremiti, palazzo D’Orleans, palazzo reale.”

“Era cambiato: e non so precisamente da quando, non riesco a ricordare quand’è che per la prima volta ho avvertito in lui una certa stanchezza, un certo disamore; ed anche una durezza di giudizio che mi ha fatto pensare a sua madre…”

“Era una ragazzo, un uomo, di quelli che si dicono semplici: e invece sono maledettamente complicati… Perciò non mi è piaciuto che fosse andato a infilarsi in una famiglia di cattolici, col suo matrimonio… Dico cattolici per modo di dire, mai conosciuto in vita mia, qui, un cattolico vero: e sto per compiere novantadue anni… C’è gente che in vita sua ha mangiato magari una mezza salma di grano maiorchino fatto ad ostie: ed è sempre pronta a mettere la mano nella tasca degli altri, a tirare un calcio alla faccia di un moribondo e un colpo di lupara alle reni di uno in buona salute…”

“Il morto è morto, diamo aiuto al vivo. Se lei dice questo proverbio a uno del Nord, gli fa immaginare la scena di un incidente in cui c’è un morto e c’è un ferito: ed è ragionevole lasciare lì il morto e preoccuparsi di salvare il ferito. Un siciliano vede invece il morto ammazzato e l’assassino: e il vivo da aiutare è appunto l’assassino.”

“Ad un’età come la mia, uno che ha la ventura di arrivarci è disposto a credere che la morte è un atto di volontà.”

“A meno di non attribuirgli nascosta e sottile perfidia: la capacità, da quelle parti non rara, di nascondere accuratamente il malanimo nei riguardi di una persona nel tempo stesso che la si colpisce con i mezzi più vili.”

“Saliva le scale del palazzo di giustizia, dunque, masochisticamente svolgendo quelle apprensioni che sono tipiche dell’italiano che sta per entrare nel labirinto di un ufficio pubblico, e intitolato alla giustizia per di più.”

“Abbiamo rosicchiato per vent’anni a destra, ora è tempo di cominciare a rosicchiare a sinistra. Tanto, non cambia niente.”

“Quando si può, è bene fare un viaggio con due servizi.”

“Lei vota per il partito di Testaquadra?
Non per il partito… Cioè: per il partito, si capisce, ma in subordine… Come tutti, qui… C’è chi è legato ad un uomo politico da un sussidio, da un coppo di spaghetti, da un portodarme o da un passaporto; e chi, come me, è legato dalla stima personale, dal rispetto, dall’amicizia… E pensi al grande sacrificio, per me, di uscire di casa per andare a dargli il voto.”

“Ad un certo punto della mia vita ho fatto dei calcoli precisi: che se io esco di casa per trovare la compagnia di una persona intelligente, di una persona onesta, mi trovo ad affrontare, in media, il rischio di incontrare dodici ladri e sette imbecilli che stanno lì, pronti a comunicarmi le loro opinioni sull’umanità, sul governo, sull’amministrazione municipale, su Moravia… Le pare che valga la pena?”

“Mezzo milione di emigrati, vale a dire quasi tutta la popolazione valida; l’agricoltura completamente abbandonata; le zolfare chiuse e sul punto di chiudere le saline; il petrolio che è tutto uno scherzo; gli istituti regionali che folleggiano; il governo che ci lascia cuocere nel nostro brodo… Stiamo affondando, amico mio, stiamo affondando… Questa specie di nave corsara che è stata la Sicilia, col suo bel gattopardo che rampa a prua, coi colori di Guttuso nel suo gran pavese, coi suoi più decorativi pezzi da novanta cui i politici hanno delegato l’onore del sacrificio, coi suoi scrittori impegnati, coi suoi Malavoglia, coi suoi percolla, coi suoi loici cornuti, coi suoi folli, coi suoi demoni meridiani e notturni, con le sue arance, il suo zolfo e i suoi cadaveri nella stiva: affonda, amico mio, affonda…”

“Quando però c’era il padre, la sua entrata aveva un che di triste, di mortificato: poiché uno esaurito di nervi, quale il giovane si dichiarava a giustificare le sue diserzioni universitarie, il notaro Pecorilla ammetteva sì che avesse bisogno di briosa compagnia, ma non che diventasse il brio della compagnia.”

“E ci sono, si sa, dei casi in cui gli innocenti si comportano da colpevoli, e perciò si perdono; quasi sempre, anzi, sotto l’occhio della guardia municipale, del doganiere, del carabiniere, del giudice gli italiani prendono a comportarsi da colpevoli.”

“La sua era stata una curiosità umana, intellettuale, che non poteva né doveva confondersi con quella di coloro che la società, lo Stato, salariavano per raggiungere e consegnare alla vendetta della legge le persone che la trasgresdiscono o infrangono. E giuocavano in questo suo oscuro amor proprio i secoli d’infamia che un popolo oppresso, un popolo sempre vinto, aveva fatto pesare sulla legge e su coloro che ne erano strumenti; l’affermazione non ancora spenta che il miglior diritto e la più giusta giustizia, se proprio uno ci tiene, se non è disposto a confidarne l’esecuzione al destino o a Dio, soltanto possono uscire dalle canne di un fucile.”

“Che popolo, pensò con un disprezzo venato di gelosia: e che in qualunque posto del mondo, là dove l’orlo di una gonna saliva di qualche centimetro sul ginocchio, nel raggio di trenta metri c’era sicuramente un siciliano, almeno uno, a spiare il fenomeno.”

“E’ strano – pensò – come passeggiando per un cimitero ci si senta bestialmente vivi.”

“Tre c sono pericolose: cugini, cognati e compari.”

“Opera di carità rimettere assieme la roba?
E come no? Chiede carità anche la roba.”

“Risero tutti e tre- Poi Zerillo disse: ho saputo una cosa, una cosa che deve restare tra me e voi: mi raccomando… Riguarda il povero Laurana…
Era un cretino – disse Don Luigi.”

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