Frasiarzianti's Blog

Le frasi più belle tratte dai libri letti

Foto di gruppo con signora – Heinrich Boll

“La protagonista femminile dell’azione, nella prima parte, è una donna di quarantottto anni, germanica: alta m 1,71, pesa kg 68,8 (in abito da casa), perciò ha solo 300-400 grammi meno del peso ideale. Ha occhi cangianti tra il blu cupo e il nero, capelli biondi molto folti e lievemente imbiancati,che le pendono giù sciolti, aderendole al capo, lisci, come un elmetto. Questa donna si chiama Leni Pfeiffer, nata Gruyten…”

“Leni abita ancor sempre nella casa in cui è nata. Il quartiere, grazie a una serie di casi fortuiti che non si possono spiegare, è stato risparmiato dalle bombe, almeno fino a un certo punto; è stato distrutto solo per il 35 per cento, perciò si può considerare favorito dalla sorte.”

“…in quella sera d’estate del 1938, mentre giaceva distesa e spalancata sull’erica ancora calda, ebbe la nettissima impressione di venir presa e anche di aver dato…”

“Merda, merda, merda, anch’io non voglio essere altro che merda.”

“C’è odor di calcestruzzo, figliuoli, di miliardi di tonnellate di cemento, odor di caserme e di bunker.”

“Chi ne sa niente, due cavalieri di Bamberga che vogliono morire insieme, e ce l’hanno proprio fatta: li hanno messi al muro, e sa che cosa ha gridato Heinrich prima che gli sparassero? Germania merda!”

“Che cosa sono i più alti valori della vita? Chi ci dice per chi un valore è più alto o più basso?”

“Ci sia nato in anni più recenti potrà domandarsi come mai, nel 1942-43, ghirlande e corone fossero considerate d’importanza bellica. Ecco la risposta: perché i funerali continuassero ad avere la massima solennità possibile.”

“Bè, la colpa è di Leni. E’ stata lei a volere che nessun eroe tedesco fosse l’eroe di questa storia.”

“Ti disprezzano l’ambiente familiare. Nuovo ricco. Vecchio nazista, profittatore di guerra, opportunista…cos’è che non mi dicono! Mia figlia mi parla persino del Terzo Mondo, e io allora le chiedo: Tu che ne sai del primo mondo? Del mondo dal quale provieni?”

“Lo nascondo che sono stato nazista, comunista, che ho approfittato di certi vantaggi economici che si presentavano nel mio mestiere grazie alla guerra? No. Se mi passa l’espressione grossolana, ho spolverato dovunque potevo. Lo ammetto.”

“Era lui, poi, che cercava di rincuorare un pò Kremp, ogni tanto gli rifilava una sigaretta o altro, gli batteva sulla spalla e diceva lo slogan che cominciava a circolare in quel tempo: Goditi la guerra, camerata, perché la pace sarà terribile.”

“L’avevo visto in mia nonna, in mia madre, belle facce diventate soltanto dolore, soltanto acidità, e sempre a dare ascolto a sti maledetti preti e la mattina subito alla prima messa e al pomeriggio dàgli col rosario e la sera ancora il rosario…”

“Però: quanto tempo sarebbe ancora durata, la guerra? Era il problema che ci faceva impazzire tutti: sopravvivere ancora quei pochi mesi, dove a ogni momento t’impiccavano o ti fucilavano qualcuno; caro lei, non si era più sicuri né come nazisti né come antinazisti, e porco cane, quanto tempo ci voleva prima che gli americani, da Aquisgrana, arrivassero finalmente al Reno!”

“…ma, accidentaccio, chi poteva mai dirgli, nel luglio del ’22, quante eternità mancassero alla fine della guerra? Era convinto che ormai fosse il caso di puntare sulla guerra perduta, ma quando si doveva, si poteva ormai puntarci apertamente?”

 

“Ah, quando quella ragazza cominciava a cantare era come quando di colpo, in un campo di cavoli, in pieno inverno, spunta o si apre un girasole.”

“Ma dove e come sopravvivere? E’ facile dirlo se non si considera quanta gente doveva nascondersi dagli altri.”

“Il problema del “dove andare” era di scottante attualità per i più svariati gruppi della popolazione. Dove potevano andare i nazisti, dove i prigionieri di guerra, dove i soldati, dove gli schiavi?”

“La gente immagina che, da un momento all’altro, sia finita la guerra, nei libri si legge anche una data e tanti saluti.”

“Il “liquidare”, l'”eliminare” viene attribuito a persone e a istituzioni rispettabili a cui premeva – come ai loro corrispondenti epistolari – di arrivare con le mani il più possibile pulite a quel traguardo che è falso chiamare pace, giusto invece chiamare fine della guerra.”

“Marget, ho fatto delle cose che mi costerebbero la testa dovunque vada, da tutte le parti: dai francesi, dai tedeschi che sono per il regime e da quei pochi tedeschi che sono contro, dagli inglesi, dagli olandesi, dagli americani, dai belgi, e se mi beccano i russi e scoprono chi sono, ebbene sono spacciato, ma lo sono anche se mi beccano i tedeschi che stanno ancora al timone. Aiutami, Margret!”

“E che accozzaglia di gente non ti saltava fuori! Disertori tedeschi, russi jugoslavi polacchi fino allora nascosti, operaie russe, detenuti evasi dal lager, un paio di ebrei che si erano rintanati: come fare a stabilire chi di loro era stato un collaborazionista e chi no, e in che campo andava schierato ciascuno? Quelli certo avevano creduto che la classificazione nazisti e antinazisti fosse più semplice, un pò troppo semplice; non era semplice affatto, invece, come si erano immaginati nel loro animo infantile.”

“Certo non era un paradiso, un campo di concentramento americano.”

“Il suo animo piccoloborghese resta sempre intimidito di fronte al fasto del potere; a causa della sua origine estremamente piccoloborghese ci si sente bene, ma estraneo.”

Annunci

Nell’intimo delle madri – Sophie Marinopoulos

“Apolline aspetta il terzo figlio; si sente stanca, diversa rispetto alle altra gravidanze. Eppure il medico non ha dubbi: è tutto a posto.”

“Capita a volte, forse prima o poi nella vita capita a tutti, di essere abitati da una riflessione impossibile e di sentirsi allora invasi da qualcosa di ingovernabile fatto di pensieri che sembrano incoerenti. E’ un’esperienza terribile per chi è abituato a capire i propri sentimenti. Ci si sente perduti, soli, estranei a se stessi…”

“Quando si diventa madre, è sempre per la prima volta; per la donna che vive questa esperienza che è davanti a lei e che deve avvenire è terra sconosciuta, e lo resterà a dispetto di ogni tecnologia e sapere scientifico.”

“Le madri soffrono e non lo dicono. Non è una novità; ogni epoca ha costruito il suo silenzio, chiudendo una parte dell’umanità in un universo senza parole.”

“Il proprio sguardo su di sé è il più difficile da sopportare; è uno sguardo di cui non ci si può mai sbarazzare, a cui non si può sfuggire, che perseguita giorno e notte con immagini assillanti.”

“Rivelare è e resterà difficile.”

“Questo vissuto ha toccato il corpo. E il corpo non dimentica niente, immagazzina, conserva, ricorda.”

“Probabilmente stanchi di questa società banderuola che vuole tutto e il contrario di tutto, e che non si mette mai in condizione di pensare, ma sempre e solo e di agire.”

“Il figlio, sempre più raro, costruisce e costituisce la famiglia. La sua rarità, ma anche il suo arrivo più tardivo, fanno sì che non si situi più come una volta alla periferia della famiglia, ma al centro, mentre il rapporto coniugale diventa più marginale.”

“Lo slittamento del posto del figlio comporta dei cambiamenti sul piano dell’educazione e delle aspettative. Tom, il piccolo re, piazzato sul suo seggiolone in mezzo ai genitori al tavolo del ristorante, è un’immagine moderna e indicativa di questa nuova situazione. Indicativa perché questo bambino desiderato rappresenta per i genitori una conferma del successo della loro esistenza e il compimento di un progetto di vita idealizzato.”

“Se è necessario avere un figlio per essere felici, la sua assenza assume un carattere impensabile. Ecco allora i tentativi per possederlo a qualsiasi costo.”

“La riflessione non va di moda. Se l’adulto vuole qualcosa, lo stato glielo deve dare promulgando delle leggi.”

“Essere genitore significa interrogarsi, cercare sempre non di dare a nostro figlio ciò che noi vogliamo, ma di accompagnarlo nelle sue aspirazioni.”

“Nessun figlio, nemmeno quando è ormai maggiorenne, sopporta che i genitori non si amino più.”

“Se il diritto sente il bisogno di ridefinire le evidenze che hanno da sempre strutturato il nostro mondo, vuol dire che sono già polverizzate.”

“Stiamo evolvendo verso una società che sostiene la parità; ma i bambini non si ingannano. Per loro è evidente che, anche nel 2006, non è la stessa cosa nascere maschio o femmina.”

“Non ci si sbarazza tanto facilmente dei propri genitori.”

“Accettare di non sapere significa abbandonare il mondo della ragione per consacrarsi a un sapere unico, quello che passa attraverso l’ascolto dell’inconscio.”

“Una donna non è sterile perché non ha figli dopo due anni di tentativi.”

“Il progetto di un nuovo bambino è sempre un’avventura per chi la vive, difficile da esprimere con le parole.”

“Se in un gruppetto di donne che chiacchierano ce n’è una incinta, immediatamente tutte le altre evocano la loro gravidanza.”

“Sessualità fa rima con maternità e paternità, e la negazione di questa realtà può favorire la nascita di un bambino inatteso. La madre onnipotente, unica genitrice del bambino, non esiste.”

“La nostra società si limita a vedere la nascita come l’arrivo di un bel bebè, cancellando la violenza che rappresenta dal punto di vista psichico.”

“I tabù, come le convinzioni, sono un veleno, un ostacolo al vero progresso. L’idea del divenire madre come stato paradisiaco che viene acquisito all’istante, per istinto, appartiene a questa categoria. Dobbiamo combatterla dentro di noi, per il nostro bene.”

“La madre non è sola di fronte alla nascita; ogni volta che si parla della madre, il padre è presente nel discorso.”

“In questi momenti così intensi una donna ha bisogno di essere tenuta per mano.”

“L’arte di tacere è importante, l’intimità deve essere preservata.”

“La mia lettera si rivolge a tutti coloro che faranno il mondo di oggi e di domani. Augurandomi che qualcuno si accorga che la salute delle madri è il futuro del bambino, della coppia, della famiglia, della società, del nostro divenire.”

Illusioni perdute – Balzac

“All’epoca in cui ha inizio questa storia, lo Stanhope e i rulli per distribuire l’inchiostro non erano ancora in suo nelle piccole stamperie di provincia. Benché grazie alla sua specialità intrattenga rapporti con la tipografia parigina, Angouleme continuava a servirsi dei torchi di legno, cui il linguaggio deve l’espressione “far gemere i torchi”, priva ormai di riferimento.”

“L’avarizia inizia dove la povertà vien meno.”

“Eh! ragazzo mio, la provincia è la provincia, e Parigi è Parigi.”

“Dopo le angosce della vendita, vengono sempre quella della riscossione.”

“L’avarizia ha, come l’amore, il dono della preveggenza di ciò che può accadere, lo fiuta, lo intuisce.”

“Lucien, stanco di bere alla rozza coppa della miseria, era sul punto di prendere una di quelle risoluzioni estreme cui si decide a vent’anni.”

“Se s’intuivano su quella faccia i lampi del genio che si slancia in volo, vi si vedevano anche le ceneri accanto a un vulcano; la speranza andava spegnendosi nella profonda consapevolezza del nulla sociale cui una nascita oscura e la mancanza del denaro condannano tanti spiriti superiori.”

“Lucien possedeva in sommo grado il carattere guascone, ardito, temerario, avventuroso, che esagera ai propri occhi il bene e minimizza il male, che non esita certo a commettere un torto se può trarne profitto, e che approfitta del vizio se può servirsene per farsi strada.”

“Lontano dal centro dove brillano le grandi intelligenze, dove l’aria è carica di pensieri, dove tutto si rinnova, l’istruzione invecchia, il gusto si snatura come acqua stagnante. Per mancanza di esercizio, le passioni si rattrappiscono ingigantendo cose di nessuna importanza. Ecco perché l’avarizia e il pettegolezzo appestano la vita di provincia.”

“Il dolore le mise sul volto un velo di tristezza. Questa nube non si dissipò che a quell’età terribile in cui ogni donna incomincia a rimpiangere i begli anni trascorsi senza averli goduti, in cui vede le sue rose appassire, in cui i desideri d’amore rinascono insieme alla voglia di prolungare gli ultimi sorrisi della giovinezza.”

“Anima santa, ignorava che là dove inizia l’ambizione finiscono i sentimenti schietti.”

“Amava e voleva innalzarsi, duplice desiderio ben naturale nei giovani che hanno un cuore da soddisfare e l’indigenza da combattere. Oggi, invitando tutti i suoi figli allo stesso banchetto, la Società risveglia le loro ambizioni fin dal mattino della vita.”

“Per dire che cosa distingueva le mute delizie di questo amore dalle passioni tumultuose, bisognerebbe paragonarlo ai fiori di campo contrapposti agli splendenti fiori delle aiuole. Erano sguardi dolci e delicati come i fior di loto azzurri che galleggiano sull’acqua, espressioni fuggevoli come il lieve profumo delle rose selvatiche, malinconie tenere come il velluto dei muschi; fiori di due anime belle che nascono da una terra ricca, feconda, inalterabile.”

“Approfitta della tua verginità sociale, avanza da solo e cogli gli onori! Assapora allegramente tutti i piaceri, anche quelli che procura la vanità. Sii felice, io gioirò dei tuoi successi, sarai un secondo me stesso.”

“Adorare qualcuno non basta forse a rendere felice una vita?”

“Eccolo, dunque, il bel mondo!, si disse Lucien scendendo all’Houmeau per le rampe di Beaulieu, perché ci sono momenti nella vita in cui si preferisce percorrere la strada più lunga, per nutrire camminando il flusso di idee in cui ci si trova e alla cui corrente ci si vuole abbandonare.”

“Fra le stranezze della società, non avete notato i capricci dei suoi giudizi e la follia della sue esigenze?”

“Tra Mansle e Ruffec vi farò salire sulla mia carrozza, e presto saremo a Parigi. La vita degli esseri superiori è lì, caro.”

“Parigi e i suoi splendori, Parigi, che si presenta a tutte le immaginazioni di provincia come un Eldorado, gli apparve nella sua veste dorata, il capo cinto da gemme regali, le braccia spalancate ai talenti.”

“Gli occhi confrontano prima che il cuore abbia rettificato quel rapido giudizio automatico.”

“A Parigi, l’attenzione è catturata a tutta prima dalle quantità; il lusso dei negozi, l’altezza delle case, l’affluenza delle carrozze, i perenni contrasti che presentano un estremo lusso e un’estrema miseria: queste, le cose che colpiscono prima di ogni altra.”

“Il mondo delle necessità superflue gli si squadernò davanti, ed egli rabbrividì al pensiero dell’enorme capitale indispensabile per conquistarsi la condizione sociale di bel ragazzo!”

“Entrò da Very, ordinò per iniziarsi ai piaceri parigini un pranzo che consolasse la sua disperazione. Una bottiglia di vino di Bordeaux, ostriche di Ostenda, un pesce, una pernice, dei maccheroni e la frutta soddisfarono i suoi desideri.”

“Mentre saliva le scale, la marchesa aveva già suggerito alla cugina di non tenere in mano il fazzoletto aperto. Il buono o il cattivo gusto dipendono da mille piccole sfumature di questo genere, che una donna intelligente coglie al volo, e che certe donne non capiranno mai.”

“Lucien era stordito da quelle che si chiamano frecciate, battute, e soprattutto dalla disinvoltura di parola e dalla naturalezza dei modi. Ritrovava qui nelle idee lo stesso lusso che la mattina lo aveva sconcertato nelle cose.”

“Parigi, mia cara sorella, è uno strano pozzo senza fondo.”

“Costi troppo alti o troppo bassi, ecco Parigi, dove ogni ape trova la sua celletta, dove ogni anima assimila ciò che fa per lei.”

“Una delle particolarità di Parigi è che non si sa bene come il tempo passi. La vita vi scorre con una spaventosa rapidità.”

“Vedo i giornalisti nei foyers a teatro, mi fanno orrore. Il giornalismo è un inferno, un abisso di iniquità, di menzogne, di tradimenti, che si può attraversare e da cui si può uscire puri solo se si è protetti come Dante dal lauro divino di Virgilio.”

“Mio povero ragazzo, io sono arrivato qui come voi, il cuore pieno d’illusioni, spinto dall’amore per l’Arte, portato da invincibili slanci verso la gloria: ho trovato le realtà del mestiere, le difficoltà dell’editoria e la concretezza della miseria.”

“La reputazione tanto desiderata è quasi sempre una prostituta premiata.”

“La coscienza, mio caro, è uno di quei bastoni che tutti brandiamo per picchiare il vicino, e che nessuno usa per sé.”

“L’influenza e il potere del giornale sono solo all’aurora – disse Finot – Il giornalismo è ancora bambino, crescerà. Tutto, di qui a dieci anni, sarà sottoposto al pubblico.”

“Il giornalismo, invece di essere un sacerdozio, è diventato un mezzo per i partiti; da mezzo si è fatto commercio; e, come tutti i commerci, non ha né Dio né patria. Ogni giornale è, come dice Blondet, una bottega in cui si vendono al pubblico parole del colore che vuole.”

“Quel lusso agiva sulla sua anima come una ragazza di strada agisce su un liceale con le sue carni nude e le sue calze bianche ben tirate.”

“Il momento in cui poté ricambiare con un’occhiata a quelle due donne qualcuno dei pensieri di vendetta che loro gli avevano insinuato nel cuore per roderglielo, fu uno dei più dolci della sua vita e, forse, decise del suo destino.”

“Lavorare! Non è forse la morte per le anime avide di godimenti?”

“Il giornalista, mio caro, è un acrobata.”

“Per tutta la mattina assaporò uno dei più forti piaceri segreti di un giornalista, quello di acuminare l’epigramma, di limarne la fredda lama che trova il suo fodero nel cuore della vittima, e di scolpire l’impugnatura per i lettori.”

“Lucien vide in lui il popolano arricchito: un viso ordinario, occhi grigi pieni di astuzia, mani da claque, una carnagione sulla quale gli stravizi erano passati come la pioggia sui tetti, capelli brizzolati, e una voce un pò roca.”

“Diffida del gioco. Se io non giocassi, sarei felice. Ho debiti con Dio e con il diavolo.”

“Ogniqualvolta vedrai la stampa accanirsi contro qualche potente, sappi che sotto ci sono sempre sconti rifiutati, servizi non resi.”

“Imbaldanzito dalla voce segreta che odono talvolta i giocatori, lasciò il tutto sul rosso e vinse; un’esaltazione bruciante lo prese! Ignorando la voce, poso i centoventi luigi nuovamente sul nero e perse. Si sentì dentro allora quella deliziosa sensazione che, nei giocatori, succede alle agitazioni orrende, quando, non avendo più nulla da rischiare, lasciano il palazzo in fiamme dove si svolgono i loro fuggevoli sogni.”

“Che cos’era lui, in quel mondo di ambizioni? Un poeta senza riflessioni profonde, che vagava di lume in lume come una farfalla, senza un piano preciso, schiavo delle circostanze, che pensava bene e agiva male.”

“Certo, bisogna essere un grande uomo per tenersi in equilibrio tra genio e carattere.”

“I procuratori legali, i medici e gli avvocati di Parigi, come le cortigiane con i loro amanti occasioni, contano ben poco sulla riconoscenza dei loro clienti.”

“Insomma, il pensiero ubriaca molto meno della parola. A forza di parlare, un uomo finisce con il credere a quello che dice; mentre si può agire contro il proprio pensiero senza viziarlo, e far vincere una causa sbagliata senza sostenere che è giusta, come fa l’avvocato difensore.”

“Nulla è meno noto di quello che tutti sono tenuti a conoscere, la Legge!”

“Il giornalismo sarà la follia del nostro tempo.”

“Non mi vogliono più bene – pensò Lucien. Per la famiglia come per il mondo, bisogna dunque avere successo.”

“Vi sono due specie di storia: la storia ufficiale, bugiarda, che viene insegnata, quella ad usum delphini; e poi la storia segreta, dove si trovano le cause reali degli avvenimenti, una storia vergognosa.”

“Ma impara questo, scolpiscitelo nel cervello ancora così tenero: l’uomo ha orrore della solitudine. E tra tutte le solitudini, la solitudine morale è quella che lo spaventa di più.”

“Guardate, un cattivo accomodamento vale più di un buon processo…”

Oliver Twist – Charles Dickens

“Tra gli edifici pubblici in una certa cittadina che per svariati motivi sarà il caso di non menzionare, e alla quale non verrà neppure attribuito un nome fittizio, ne esiste uno di un tipo un tempo comune alla maggior parte delle città, grandi e piccole: un ospizio; in questo ospizio nacque – in un giorno mese e anno che non vedo l’a necessità di specificare in quanto l’informazione, almeno a questo stadio degli eventi, non sarebbe di alcuna utilità per il lettore – l’esemplare di umanità il cui nome compare nel titolo di questo capitolo.”

“Il medico glielo depose tra le braccia. Lei gli premette appassionatamente sulla fronte le labbra fredde ed esangui; gli sfiorò il viso con le mani; rivolse intorno a sé uno sguardo allucinato; rabbrividì; ricadde all’indietro – e spirò.”

“Ma ora che era avviluppato nelle vecchie fasce di tela che nel corso della loro sempre uguale funzione erano diventate giallastre, era ormai catalogato ed etichettato, e rientrò di colpo nel suo posto – il trovatello del Comune – l’orfano dell’ospizio – l’umile bestia da soma mezzo morta di fame – destinato a transitare per il mondo a sberle e scapaccioni – disprezzato da tutti, compatito da nessuno.”

“Vorrei tanto che uno di quei filosofi bel pasciuti, nel cui corpo carne e bevande si trasformano in bile, che hanno sangue di ghiaccio e cuore di ferro, avesse potuto vedere Oliver Twist trangugiare quelle fini vivande che in cane aveva disdegnato. Mi piacerebbe che avesse potuto assistere alla spaventosa avidità con cui Oliver sbranò quei bocconi con tutta la ferocia della fame. C’è una sola cosa che mi piacerebbe più di questo: vedere il filosofo consumare lui stesso lo stesso genere di pasto, con il medesimo godimento.”

“Al primo raggio di luce che si insinuò tra le fenditure delle imposte, Oliver si alzò e aprì nuovamente la porta. Un timido sguardo in giro – la pausa di un’esitazione – e la rinchiuse dietro di sé, ritrovandosi sulla via.”

“La pietra presso la quale s’era seduto recava scritta a grandi lettere l’informazione che la distanza tra quel punto e Londra era esattamente di settanta miglia. Quel nome suscitò una nuova catena di pensieri nella mente del ragazzo. Londra! Grande immenso luogo! Lì nessuno, neppure il signor Bumble, sarebbe mai riuscito a scovarlo!”

“In un tegame che stava sul fuoco ed era assicurato alla mensola con un pezzo di spago, cuocevano alcune salsicce; davanti a queste, con un forchettone in mano, c’era un ebreo raggrinzito molto vecchio, la cui faccia perfida e repellente era seminascosta da un’arruffata capigliatura rossa. Indossava un’unta palandrana di flanella, che gli lasciava scoperta la gola, e sembrava stesse dividendo l’attenzione tra il tegame e uno stendibiancheria dal quale pendevano un gran numero di fazzoletti di seta.”

“Al ladro! Al ladro! Il grido venne raccolto da cento voci, e la folla si infoltisce a ogni cantone svoltato. Volano via, sguazzando nel fango, martellando con i tacchi i marciapiedi; su vanno le finestre, fuori sciama la gente; avanti procede la calca; un’intera platea abbandona lo spiazzo antistante la baracca dei burattini nel più fitto della trama e, mescolandosi alla massa impetuosa, gonfia il clamore e dà nuovo vigore al grido. Al ladro! Al ladro!
Al ladro! Al ladro! C’è una smania di dar la caccia a qualcosa profondamente radicata nel cuore umano.”

“A poco a poco cadde in quel profondo sonno tranquillo che solo la sortita da una recente sofferenza concede, quel riposo sereno e quieto da cui fa male risvegliarsi. Chi, se questa fosse la morte, vorrebbe ridestarsi a tutte le lotte e i tumulti della vita, a tutte le preoccupazioni per il presente, alle ansie per il futuro; e, più di ogni altra cosa, alle logoranti memorie del passato.”

“C’è qualcosa in una donna infuriata – specialmente se aggiunge alle sue altre forti passioni gli impulsi spietati della temerarietà e della disperazione – qualcosa che a pochi uomini piace risvegliare.”

“In breve, lo scaltro vecchio ebreo aveva in pugno il ragazzo; e avendo con la solitudine e la cupezza preparato la sua mente a preferire qualsiasi compagnia a quella dei propri tristi pensieri, e in un luogo così deprimente, ora stava goccia a goccia instillando nella sua anima il veleno con cui contava di annerirla, cambiandone per sempre il colorito.”

“Mentre avanzava furtivo rasentando muri e androni, l’orribile vecchio sembrava un rettile repellente che, nato dalla fanghiglia e dal buio in cui si muoveva, strisciava nottetempo in cerca di qualche ricco resto di carcassa con cui banchettare.”

“Fino a che punto un’inezia può disturbare la serenità delle nostre fragili menti.”

“Oh, se quando opprimiamo e schiacciamo i nostri simili dedicassimo un solo pensiero alle oscure prove dell’errare umano che, come nuvole dense e pesanti, salgono, lente sì, ma non meno inarrestabili, al cielo, per scaricare sul nostro capo la vendetta; se udissimo per un solo istante, nell’immaginazione, la profonda testimonianza delle voci dei defunti, che nessun potere può soffocare e nessuna arroganza zittire, dove finirebbero il male e l’ingiustizia, la sofferenza, il patimento, la crudeltà e i torti, che la vita quotidiana porta con sé.”

“Quelli che guardando la natura e i loro simili dichiarano che tutto è buio e cupo, potranno anche dire il vero; però quelle tinte scure sono il riflesso dei loro occhi e dei loro cuori maldisposti.”

“C’è un genere di sonno che si insinua talvolta dentro di noi, un sonno che pur tenendo il corpo prigioniero non libera la mente dal senso delle cose che la circondano, e le consente di vagare a suo piacimento.”

“Togliete la veste al vescovo o il cappello e i galloni al messo: che cosa diventano? Uomini. Semplici uomini. L’autorità, persino la santità, talvolta, sono questione di giacca e panciotto più di quanto qualcuno immagini.”

“Aveva una decisa propensione per la prepotenza; ricavava un piacere non indifferente dall’esercizio della piccola crudeltà; e di conseguenza era (inutile dirlo) afferro da codardia.”

“Tutta la pioggia che è mai caduta o che mai cadrà non potrà mai spegnere il fuoco dell’inferno che un uomo è capace di portarsi dentro.”

“Maledizione, sono sfinito come un avvocato…”

“Ringraziate il cielo in ginocchio, cara signorina – esclamò la ragazza – perché avete avuto persone care che vi hanno seguito e curato quando eravate bambina, e perché non vi siete mai trovata preda del freddo e della fame, in mezzo alle risse e all’ubriachezza – e a qualcosa di ancora peggio – come è accaduto a me fin dalla culla: posso usare questa parola perché tale sono stati per me vicoli e bassifondi, così come saranno il mio letto di morte.”

“la forca – continuò Fagin – la forca, mio caro, è un gran brutto cartello indicatore, perché mostra una svolta molto rapida e brusca che sulla via maestra ha interrotto tante carriere di gente di fegato.”

“Si trovò in mezzo a una folla, soprattutto donne, stipata in uno stanzone sudicio che puzzava di chiuso, in fondo al quale c’era una piattaforma rialzata cinta da una ringhiera che la separava dal resto, con la gabbia per gli imputati a sinistra contro il muro, un banco per i testimoni nel mezzo, e lo scranno dei magistrati sulla destra: q quest’ultimo terribile sito era schermato da un tramezzo che nascondeva il seggio alla vista comune, lasciando al volgo il compito di raffigurarsi con l’immaginazione (qualora ne fosse capace) la piena maestà della giustizia.”

“La mezzanotte era giunta sopra la moltitudine della città. Il palazzo, la bettola notturna, la galera, il manicomio – le sedi della vita e della morte, della salute e della malattia – il volto irrigidito della salma e il sonno quieto del bambino – la mezzanotte era su tutti loro.”

“Un turco volge il viso a Oriente, dopo esserselo ben lavato, quando recita le sue preghiere; queste persone perbene, dopo essersi strofinate la faccia contro il mondo per cancellarne il sorriso, si rivolgono, non meno regolarmente, verso il lato più oscuro del cielo. Tra il musulmano e il fariseo, sto col primo.”

“In quell’ora immobile e muta l’ebreo vegliava in attesa nella sua vecchia tana, con un volto così stravolto e pallido, e due occhi così arrossati e iniettati di sangue, che più che un uomo sembrava un orribile spettro, ancora umido della fossa e tormentato da uno spirito maligno.”

“E’ una storia vera di dolore e tribolazioni e pena, giovanotto – rispose il signor Brownlow, – e lunghe sono di solito le storie di questo genere; se fosse di letizia e felicità incontaminate, sarebbe brevissima.”

“Di tutte le urla spaventose che mai caddero su orecchio mortale, nessuna poté superare la collera della folla furibonda.”

“Il grido del cancelliere impose il silenzio, e con il fiat sospeso tutti volsero lo sguardo alla porta. La giuria rientrò, passandogli vicino. Non riuscì a ricavare nulla da quelle facce; sembravano fatte di pietra. Seguì un silenzio assoluto – non un fruscio – non un respiro – Colpevole.”

“Appeso per il collo fino a che morte non sopraggiunga – finiva così. Appeso per il collo fino a che morte non sopraggiunga.”

“Con quale schianto sferragliante si apriva la botola; e quanto repentinamente si mutavano da uomini forti e vigorosi in penzolanti mucchietti di indumenti!”

“Quando uscirono albeggiava. Una grande moltitudine s’era già radunata; le finestre erano gremite di gente che fumava e giocava a carte per ingannare il tempo; la folla spingeva, litigava, scherzava. Ogni cosa parlava di vita e di animazione, tranne un solo gruppo di oggetti nel centro stesso di tutto ciò – il nero palco, le travi incrociate, la corda, tutto l’orrendo apparato di morte.”

Il sergente nella neve – Mario Rigoni Stern

“Ho ancora nel naso l’odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato. Ho ancora nelle orecchie e sin dentro il cervello il rumore della neve che crocchiava sotto le scarpe, gli sternuti e i colpi di tosse delle vedette russe, il suono delle erbe secche battute dal vento sulle rive del Don.”

“I topi non facevano parte del villaggio ma facevano parte della Russia, della terra, della steppa: erano dappertutto.”

“Alto, taciturno, cupo. Quando lo guardavo in viso non mi sentivo di fissarlo a lungo e quando, molto di rado, sorrideva, faceva male al cuore. Sembrava facesse parte di un altro mondo e sapesse delle cose che a noi non poteva dire.”

“Ricordai allora com’era sempre stato taciturno e il senso di soggezione che mi dava la sua presenza. pareva che la morte fosse già in lui.”

“C’era un odore forte lì dentro: odore di caffè, di maglie e mutande sporche che bollivano con i pidocchi, e di tante altre cose.”

“Era un ex conducente e odorava ancora di mulo: la sua barba era pelo di mulo, la su forza era di mulo, la guerra la faceva come un mulo, la polenta che mescolava era mangime di mulo. Aveva il colore della terra e noi eravamo come lui.”

“E’ morto Sarpi – rispose. Guardai nuovamente il buio e ascoltai di nuovo il silenzio. Il tenente si curvò nella trincea, accese due sigarette e ne passò una a me. Mi sentivo allo stomaco come un calcio di fucile e la gola chiusa come se avessi da vomitare qualcosa e non potessi. Tenente Sarpi. Attorno a me non c’era nulla, nemmeno le cose, nemmeno Cassiopea, nemmeno il freddo. Solo quel dolore allo stomaco.”

“Tutto era silenzio. Il sole batteva sulla neve, il tenente Sarpi era morto nella notte con una raffica al petto. Ora maturano gli aranci nel suo giardino, ma lui è morto nel camminamento buio. La sua vecchia riceverà una lettera con gli auguri. Stamattina i suoi alpini lo porteranno giù con la barella verso gli imboscati e lo poseranno nel cimitero, lui siciliano, assieme ai bresciani e bergamaschi.”

“Questa notte il pattuglione russo è passato di là e lui era già morto, con la neve che gli entrava nella bocca e il sangue che gli usciva sempre più piano finché si gelò sulla neve.”

“Camminavo pensando al pescatore dell’isba: ove sarà adesso? Lo immaginavo vecchio, grande, con la barba bianca come lo zio Jeroska dei Cosacchi di Tolstoj. Da quanto tempo avevo letto quel libro? Ero ragazzo al mio pare. E il tenente Sarpi è morto stanotte.”

“Marangoni mi guardava, capiva tutto e taceva. E ora anche Marangoni è morto, un alpino come tanti. Un ragazzo era, anzi un bambino. Rideva sempre, e quando riceveva posta mi mostrava la lettera agitandola in alto: E’ la morosa – diceva. E ora anche lui è morto.”

“Così passavano le giornate: nella tana a scrivere o a pensare guardando i pali di sostegno, oppure a buttar pidocchi sulla piastra arroventata della stufa: diventavano allora tutti bianchi e poi scoppiavano. Di notte si era fuori ad ascoltare il silenzio e a guardare le stelle, a preparar postazioni, a piantare reticolati, a passare da una vedetta all’altra.”

“Una sera che ero nella tana del tenente a fumare una sigaretta ed eravamo soli, – Rigoni, – mi disse – ho avuto disposizioni in caso di ripiegamento -. Non risposi nulla. Capivo che ormai era finita, veramente finita, ma non volevo ammetterlo. Sentivo il mio solito dolore allo stomaco. Capivo che cosa eravamo noi e che cosa volessero i russi.”

“L’altro caporale della squadra era Gennaro. Chissà di che paese era. Meridionale certamente. (…) Non aveva certamente un cuor di leone ma la sua personalità, senza farsi notare, si comunicava a chiunque gli vivesse vicino.”

“Tentavo di scherzare ma il sorriso si spegneva presto tra le barbe lunghe e sporche. Nessuno pensava: “se muoio”; ma tutti sentivano un’angoscia che opprimeva e tutti pensavamo: “quanti chilometri ci saranno per arrivare a casa?”

“Quel senso di apprensione e tensione che era in noi non ci aveva lasciato. Era come se un gran peso ci gravasse sulle spalle. Lo leggevo anche negli occhi degli alpini e vedevo la loro incertezza e il dubbio di essere abbandonati nella steppa: non sentivamo più i comandi, i collegamenti, i magazzini, le retrovie, ma soltanto l’immensa distanza che ci separava da casa, e la sola realtà, in quel deserto di neve, erano i russi che stavano lì davanti a noi, pronti ad attaccarci.”

“Rimanevo poco ora nella tana; ero sempre nelle trincee sulla scarpata del fiume con le bombe e il moschetto. Pensavo a tante cose, rivivevo infinite cose e mi è caro il ricordo di quelle ore. C’era la guerra, proprio la guerra più vera dove ero io, ma non vivevo la guerra, vivevo intensamente cose che sognavo, che ricordavo e che erano più vere della guerra. Il fiume era gelato, le stelle erano fredde, la neve era vetro che si rompeva sotto le scarpe, la morte fredda e verde aspettava sul fiume, ma io avevo dentro di me un calore che scioglieva tutte queste cose.”

“La luna correva fra le nubi; non c’erano più le cose, non c’erano più gli uomini, ma solo il lamento degli uomini. – Mama! Mama! – chiamava il ragazzo sul fiume e si trascinava lentamente, sempre più lentamente, sulla neve.”

“Diavolo! Piantiamo qui tutto, ci sono tante belle ragazze e vino buono, no, Baroni? Loro hanno le Katiusce e le Maruscke e la vodka e campi di girasole; e noi le Marie e le Terese, vino e boschi d’abeti. Ridevo, ma gli angoli della bocca mi facevano male e impugnavo il mitragliatore.”

“Vi era un bel sole: tutto era chiaro e trasparente, solo nel cuore degli uomini era buio. Buio come una notte di tempesta su un oceano di pece. Allora sentii un gran boato e tremare la terra sotto i piedi.”

“Poi sentii e vidi gli scoppi levarsi dietro il caposaldo di Cenci; tanti, uno vicino all’altro e nel medesimo istante. Questa, riuscii a pensare, è la Katiuscia a settantadue coli. Diavolo che accidente d’ordigno!”

“Incominciava a nevicare. Piangevo senza sapere che piangevo e nella notte nera sentivo solo i miei passi nel camminamento buio. Nella mia tana, inchiodato a un palo, rimaneva il presepio in rilievo che mi aveva mandato la ragazza per il giorno di Natale.”

“Quando passai la passerella e fui di là mi pareva di essere in un altro mondo. Capivo che non sarei più ritornato in quel villaggio sul Don; che stavo per staccarmi dalla Russia e dalla terra di quel villaggio. Ora sarà ricostruito, i girasoli saranno ritornati a fiorire negli orti attorno alle isbe e il vecchio con la barba bianca come lo zio Jeroska, avrà ripreso a pescare nel suo fiume.”

“Un pezzo da 75/13 sparò qualche colpo. Si andava con la testa bassa, uno dietro l’altro, muti come ombre. Era freddo, molto freddo, ma, sotto il peso dello zaino pieno di munizioni, si sudava. Ogni tanto qualcuno cadeva sulla neve e si rialzava a fatica. Si levò il vento. Dapprima quasi insensibile, poi forte sino a diventare tormenta. Veniva libero, immenso, dalla steppa senza limiti. Nel buio freddo trovava noi, povere piccole cose sperdute nella guerra, ci scuoteva, ci faceva barcollare.”

“Ora mi butto sulla neve e non mi alzo più, è finita. Ancora cento passi e poi butto via le munizioni. Ma non finisce mai questa notte e questa tormenta? Ma si camminava. Un passo dietro l’altro, un passo dietro l’altro, un passo dietro l’altro. Pareva di dover sprofondare con la faccia dentro la neve e soffocare con due coltelli piantati sotto le ascelle. Ma quando finisce? Alpi, Albania, Russia. Quanti chilometri? Quanta neve? quanto sonno? Quanta sete? E’ stato sempre così? Sarà sempre così? Chiudevo gli occhi ma camminavo. Un passo. Ancora un passo.”

“”Dove abbiamo camminato quella notte? Su una cometa o sull’oceano? Niente finiva più. Abbandonato sulla neve, a ridosso d’una scarpata al lato della pista, stava un portaordini del comando di compagnia. Si era lasciato andare sulla neve e ci guardava passare. Non ci disse nulla. Era desolato, e noi come lui.”

“Noi non sapevamo nemmeno il nome del paese dove era il nostro caposaldo; ed è per questo che qui trovate soltanto nomi di alpini e di cose. Sapevamo solo che il fiume davanti al nostro caposaldo era il Don e che per arrivare a casa c’erano tanti e tanti chilometri e potevano essere mille o diecimila. E, quando era sereno, dove l’est e l’ovest. Di più niente.”

“Ma la tormenta non smetteva e c’erano sempre i coltelli piantati sotto le ascelle e si era schiacciati dal peso dello zaino e delle armi.”

“Ma dopo essermi levato i guanti sentii un dolore impensabile straziarmi le mani e non fui capace di tagliarlo. Le mani non seguivano il cervello e le guardavo come cose non mie e mi venne da piangere per queste povere mani che non volevano più essere mie. Mi misi a sbatterle forte una contro l’altra, sulle ginocchia, sulla neve; e non sentivo la carne e non le ossa; erano come pezzi di corteccia d’un albero, come suole di scarpe; finché me le sentii come se tanti aghi le perforassero, e me le sentii a poco a poco tornare mie queste mani che adesso scrivono. Quante cose può ricordarmi il mio corpo.”

“Il fiato mi si gelava sulla barba e sui baffi e con la neve portata dal vento vi formava dei ghiaccioli. Con la lingua mi tiravo quei ghiaccioli in bocca e succhiavo. E venne l’alba. E la tormenta aumentò. E il freddo aumentò. Ma ora mi domando: se non vi fosse stata la tormenta saremmo sfuggiti ai russi?”

“La tormenta è cessata, però tutto è grigio: la neve, le isbe, noi, i muli, il cielo, il fumo che esce dai camini, gli occhi dei muli e i nostri. Tutto di uno stesso colore. E gli occhi non vogliono più stare aperti, la gola è piena di sassi che vi ballano dentro. Siamo senza gambe, senza testa, siamo solo stanchezza e sonno, e gola piena di sassi.”

“Attraverso la steppa si snodava la colonna che poi spariva dietro una collina, lontano. Era una striscia come una S nera sulla neve bianca. Mi sembrava impossibile che ci fossero tanti uomini in Russia, una colonna così lunga. Quanti caposaldi come il nostro eravamo? Una colonna lunga che per tanti giorni doveva restarmi negli occhi e sempre nella memoria.”

“Cerco in un’isba e non lo trovo, busso alle altre. Mi rispondono in tedesco: – Raus! – o in bresciano: – Inculet!”

“Come desidererei dormire, dormire ancora un poco, un poco solo; non ne posso più; o impazzisco o mi sparo.”

“Era tanto freddo, freddo; il fuoco faceva più fumo che fiamma e gli occhi mi bruciavano per il fumo, il freddo, il sonno. Mi sentivo triste, infinitamente solo senza capire la causa della mia tristezza. Forse era il gran silenzio attorno, la neve, il cielo pieno di stelle che si perdeva con la neve.”

“Era come se io fossi due e non uno e uno di questi due stava a guardare cosa faceva l’altro e gli diceva cosa dovesse fare e non fare. Lo strano era che uno esisteva come esisteva l’altro, proprio fisicamente, come uno che l’altro potesse toccare.”

“Di tratto in tratto si vede sulla neve un alpino disteso: sono i nostri compagni del Verona rimasti ieri con le scarpe al sole.”

“Il tenente, che non vuole sentire bestemmiare, rimprovera Antonelli. Antonelli bestemmia più forte e lo manda al diavolo. Come ho vivo questo ricordo!”

“Vedo una massa scura sulla neve e mi avvicino: è un alpino dell’Edolo, ha la nappina verde. Sembra placidamente addormentato, all’ultimo momento avrà visto i pascoli verdi della Val Camonica e sentiti i campanacci delle vacche.”

“Tre panzer tedeschi vengono con noi. Accovacciati sopra vi sono i soldati tedeschi vestiti di bianco. Immobili impugnano le pistole mitragliatrici, fumano in silenzio e ci guardano.”

“I tedeschi passano ridendo. Appena entrano nel paese, quelli che sono sui carri saltano agilmente a terra, e io osservo il modo che hanno di occupare le isbe. Danno un calcio alla porta, balzano da un lato, spianano la pistola mitragliatrice e poi pian piano guardano dentro. Dove vedono mucchi di paglia sparano dentro qualche colpo. E scrutano con le pile negli angoli bui e nei sotterranei.
(…) I soldati nostri che entrano nelle isbe non fanno come i tedeschi. Aprono le porte e varcano le soglie senza sospetto.”

“Trattengo il fiato. Su ogni carro vi sono dei soldati russi con armi automatiche in pugno. E’ la prima volta che ne vedo in combattimento così da vicino. Sono giovani e non hanno la faccia cattiva, ma solo seria e pallida, e compunta, guardinga. Indossano pantaloni e giubboni imbottiti. In testa hanno il solito berrettone a punta con la stella rossa.”

“Il sole nel cielo limpido ci riscalda le membra indolenzite e si continua a camminare. Che giorno è oggi? E dove siamo? Non esistono né date né nomi. Solo noi che si cammina.”

“Si cammina e viene ancora notte. E’ freddo: più freddo di sempre, forse quaranta gradi. Il fiato si gela sulla barba e sui baffi; con la coperta tirata sulla testa si cammina in silenzio. Ci si ferma, non c’è niente. Non alberi, non case, neve e stelle e noi. Mi butto sulla neve; e sembra che non ci sia neanche la neve. Chiudo gli occhi sul niente. Forse sarà così la morte, o forse dormo. Sono in una nuvola bianca. Ma chi mi chiama? Chi mi dà questi scossoni? Lasciatemi stare. – Rigoni. Rigoni. Rigoni! In piedi.”

“Ma quanti che si sono buttati sulla neve non si alzeranno più?”

“I tedeschi si prendono tutti i prigionieri russi che abbiamo fatto, si allontanano e poi sentiamo numerose raffiche e qualche colpo. Nevica.”

“Sono innumerevoli giorni che non mi tolgo le scarpe e ora me le tolgo per farne sciogliere il ghiaccio e asciugarle. Subito i piedi mi si gonfiano. Le calze non le levo per paura di vedermi i piedi bluastri con la pelle che si stacca. Mi addormento. Un bagliore improvviso e scoppi di bombe a mano ci svegliano di soprassalto.”

“Cammina cammina, ogni passo che facciamo è uno di meno che dovremo fare per arrivare a baita. Attraversiamo un villaggio più grande dei soliti e con qualche casa in muratura. Si vede che ormai siamo usciti dalle steppe. Ci stiamo addentrando nell’Ucraina.”

“Viene il 26 gennaio 1943, questo giorno di cui si è già tanto parlato. E’ l’aurora. Il sole che sta sorgendo dal basso orizzonte ci manda i suoi primi raggi. Il biancore della neve e il sole abbagliano gli occhi. Abbiamo con noi dei panzer tedeschi.”

“Era una cosa molto semplice. Anche i russi erano come me, lo sentivo. In quell’isba si era creata un’armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di molto più del rispetto che gli animali della foresta hanno l’uno per l’altro. Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini.”

“Non ricordo le parole che mi disse; ricordo solo il suono della sua voce, l’affanno cagionato dalla ferita e lui sulla neve. Qualcosa di grande era nel suo aspetto e io mi sentivo timido e stupito. Intanto i carri dei tedeschi sono tornati ad avanzare.”

“Ora è guarito dalla ferita ma non dalle altre cose. Oh no, non si può guarire.”

“E tanti e tanti altri dormono nei campi di grano e di papaveri e tra le erbe fiorite della steppa assieme ai vecchi delle leggende di Gogol e di Gorky. E quei pochi che siamo rimasti dove siamo ora?”

“Capita ogni tanto di sentire delle brevi discussioni tra artiglieri alpini e tedeschi. Dei tedeschi, chissà come, erano riusciti a impossessarsi dei nostri muli che ora certamente valevano più delle loro macchine. Soltanto noi avevamo muli. Ma gli alpini e gli artiglieri discutono poco; fermano i muli e fanno scendere i tedeschi. Si riprendono le brave bestie e vanno via. Hanno i loro paesani feriti da caricarci sopra. Di fronte alla pacatezza degli alpini l’ira dei tedeschi era ridicola.”

“Siamo fuori, tento di pensare. Ma non provo nessuna emozione nemmeno quando troviamo delle tabelle segnavia scritte in tedesco.
Al lato della pista si è fermato un generale. E’ Nasci, il comandante del corpo d’armata alpino. Si, è proprio lui che con la mano alla tesa del cappello ci saluta mentre passiamo. Noi, banda di straccioni. Passiamo davanti a quel vecchio dai baffi grigi. Stracciati, sporchi, barbe lunghe, molti senza scarpe, congelati, feriti. Quel vecchio col cappello d’alpino ci saluta. E mi sembra di rivedere mio nonno.”

“Sono camion italiani quelli laggiù, sono i nostri Fiat e i nostri Bianchi. Siamo fuori, è finita. Ci sono venuti incontro per caricare i feriti e i congelati o chiunque voglia saltarci sopra. Guardo i camion e passo oltre. La mia piaga puzza, le ginocchia mi dolgono, ma continuo a camminare sulla neve.”

“Qualcuno mi mette in mano un rasoio di sicurezza e un piccolo specchio. Guardo queste cose nelle mie mani e poi mi guardo nello specchio. E questo sarei io: Rigoni Mario di GioBatta, n.15454 di matricola, sergente maggiore del 6° reggimento alpini, battaglione Vestone, cinquantacinquesima compagnia, plotone mitraglieri. Una crosta di terra sul viso, la barba come fili di paglia, i baffi sporchi di muco, gli occhi gialli, i capelli incollati sulla testa dal passamontagna, un pidocchio che cammina sul collo. Mi sorrido.”

“Uno di quei giorni morì il nostro colonnello Signorini. Dissero che dopo aver tenuto rapporto ai comandanti di battaglione e udito quel che rimaneva del suo reggimento si sia ritirato in una stanza dell’isba dove alloggiava e sia morto di crepacuore.”

“Ecco, ora è finita la storia della sacca, ma della sacca soltanto. Tanti giorni poi abbiamo ancora camminato. Dall’Ucraina ai confini della Polonia in Russia Bianca. I russi continuavano ad avanzare.”

“Un giorno mi accorsi che era arrivata la primavera. Si camminava da tanti giorni; era il nostro destino camminare. E mi accorsi che la neve sgelava, che nei paesi attraverso i quali si passava c’erano delle pozzanghere. Il sole scaldava e sentii cantare una calandra. Una calandrella che cantava primavera. Desiderai l’erba verde, sdraiarmi sull’erba verde e sentire il vento tra i remi degli abeti. E l’acqua tra i sassi.”

“Il bambino dormiva nella culla di lego, che dondolava leggermente sospesa al soffitto; il sole entrava dalla finestra e rendeva la canapa come oro; la ruota del mulinello mandava mille bagliori; il suo rumore sembrava quello di una cascata; e la voce della ragazza era piana e dolce in mezzo a quel rumore.”

Il sogno del celta – Mario Vargas Llosa

“Quando aprirono la porta della cella, insieme al fiotto di luce e a un colpo di vento, entrò anche il rumore della strada che i muri di pietra attutivano del tutto, e Roger si ridestò, spaventato.”

“Ma qualche volta lei non prova rimorsi, cattiva coscienza, per quello che facciamo?”

“Ciò di cui invece si accorse per bene fu l’apparire e l’imperare in quegli infiniti domini del simbolo della colonizzazione: la chicote.”

“L’avventura europea dell’Africa era forse quel che si diceva, quel che si scriveva, quel che si credeva?”

“La verità, la verità era che negli anni in cui era stato lì, di europei che non trattassero i negri come animali senz’anima, che si potevano ingannare, sfruttare, frustrare, addirittura ammazzare senza il minimo rimorso, ne aveva incontrato soltanto un numero per cui bastavano le dita d’una mano.”

“Appariva ozioso domandarsi se la colonizzazione fosse buona o cattiva, se, abbandonati al loro destino, per i congolesi sarebbe andata meglio che con gli europei.”

“Non era ateo, né agnostico, ma qualcosa di più incerto, un indifferente che non negava l’esistenza di Dio – il principio primo – ma incapace di sentirsi a proprio agio nel seno di una chiesa, in solidarietà e fratellanza con altri fedeli, parte di un denominatore comune.”

“Tornò agli scacchi e alle partite di bridge.”

“La piaga che aveva fatto volatilizzare buona parte dei congolesi del Medio e Alto Congo erano la cupidigia, la crudeltà, il caucciù, la disumanità di un sistema, l’implacabile sfruttamento degli africani da parte dei coloni europei.”

“Che fosse così l’inferno che Dante aveva descritto nella Divina Commedia?”

“Se c’è una cosa che ho appreso nel Congo, è che non c’è belva più sanguinaria dell’essere umano.”

“Sono molto cattolico. Là, in Europa, ho sempre cercato di essere coerente con i miei principi. Qui, nel Congo, questo non è possibile, signor console. Questa è la triste verità.”

“Non era anche l’Irlanda una colonia, come il Congo?”

“Pregare così era un balsamo meraviglioso, lo riportava a quell’infanzia in cui, grazie alla presenza di sua madre, tutto era bello e felice nella vita.”

“Era un uomo piuttosto basso e malfatto. Quello che qui chiamano un cholo, un cholito. Cioè un meticcio.”

“…l’incredulità. Così l’essere umano si difendeva da tutto ciò che dimostrava le indicibili crudeltà alle quali poteva giungere aizzato dalla cupidigia e dai suoi perfidi istinti in un mondo senza leggi.”

“Roger rientrò a casa camminando molto lentamente, senza guardare quello che avveniva nei bar e nei postriboli da dove uscivano le voci, i canti, il suono delle chitarre. Pensava a quei bambini strappati dalle loro tribù, separati dalle famiglie, impacchettati nella sentina di una lancia, portati a Iquitos, venduti per venti o trenta soles a una famiglia dove avrebbero passato una vita spazzando, sfregando, cucinando, pulendo gabinetti, lavando panni sporchi, insultati, battuti e a volte stuprati dal padrone o dai figli del padrone. La storia di sempre. La storia che mai finirà.”

“La malvagità che ci intossica sta dovunque ci siano esseri umani, con le radici ben sprofondate nei nostri cuori.”

“..avevano toccato con mano che la vera ragione per la quale gli europei si trovavano in Africa non era aiutare l’africano a uscire dal paganesimo e dalla barbarie, bensì sfruttarlo con una cupidigia senza limiti per l’abuso e per la crudeltà.”

“Niente è soltanto bianco o soltanto nero, mio caro. Neppure in una causa così giusta. Anche qui ci sono dei grigiori torbidi che offuscano tutto.”

“Qualche volta, poche in verità, mi sembra di riuscirci. Allora, finalmente, sento un pò di pace, un incredibile sollievo. Come certe notti, là in Africa, con la luna piena, con il cielo pieno di stelle, senza un filo di vento, gli alberi immobili, soltanto il brusio degli insetti. Tutto era così bello e tranquillo che quanto mi veniva alla mente era sempre: Dio esiste. Vedendo tutto questo come potrei pensare che non esista?”

Come non odiare tuo marito dopo i figli – Jancee Dunn

“Quando ero al sesto mese di gravidanza, uscii a pranzo con un gruppo di amiche, tutte desiderose di elargire le loro perle di saggezza parentale duramente conquistate.”

“Ah, e preparati a odiare tuo marito – disse la mia amica Lauren.”

“Diventare genitori era un’esperienza così totalizzante da impedirti di sederti sul divano a guardare un film? Veramente?”

“Non dà nessuna soddisfazione urlare contro un giocatore di scacchi gentile e educato che nel tempo libero ama leggere e osservare gli uccelli.”

“In alcuni casi le mamme non si rendono neppure conto di quello che fanno, ma persino una dimostrazione non verbale di disapprovazione, come alzare gli occhi al cielo o sospirare sonoramente, può scoraggiare un padre.”

“La cura dei figli e la pulizia della casa, che ci piaccia o no, sono ancora più fondamentali per l’identità femminile che per quella maschile; se la casa è sporca, sono le donne a temere maggiormente di essere criticate.”

“Tom, quel che tu e la maggior parte dei maschi con cui ho a che fare non volete capire è che è nel vostro interesse superare l’instintivo egoismo per prendervi cura delle vostre mogli ed evitare che si trasformino in pazze scatenate.”

“Dare di più è nel tuo interesse! Impara a essere un uomo di famiglia! Perchè tua moglie è incazzata.”

“I bambini imparano quello che vivono”

“Insomma, il modo migliore per far sì che tua moglie si senta ascoltata è affrontare le questioni e disarmarla, piuttosto che barricarsi dietro a un muro di mutismo e litigare per tre ore di fila.”

“La gente vuole essere capita, soprattutto se è particolarmente agitata.”

“Spiego che le mamme hanno il vizio di sentirsi giudicate e inadeguate, soprattutto quando le cento cose che fanno con assoluta efficienza passano inosservate.”

“Ma fare tutto da sole non è un gesto eroico, bensì dannoso.”

“I bambini non sono mai stati bravi ad ascoltare i genitori, ma non hanno mai fallito nell’imitarli.”

“La relazione di coppia è una terza entità. Perciò non bisogna chiedersi che cosa farebbe bene a lei o a lui, ma piuttosto che cosa farebbe bene al matrimonio stesso.”

“Dire grazie è il compenso più a buon mercato che ci sia.”

“Il paradosso crudele dei weekend con i bambini può essere riassunto come segue: i genitori vogliono rilassarsi. I figli no.”

“Quei dolci momenti di libertà in cui posso fare colazione con calma mi cambiano enormemente la giornata.”

“A volte, dice persino: Hai bisogno di una mano? Questa frase meravigliosa mi riscalda il cuore; in realtà, lui dice: Se fosse per me, non laverei mai i piatti e non avrei nessun problema a mangiare direttamente da un sacchetto, ma so che invece tu tieni a queste cose, perciò ci tengo anch’io.”

“Il “tempo libero” non è quel che rimane dopo aver fatto tutto il resto.”

“Lasciare che le cose rimangano non dette è corrosivo.”

“Il matrimonio è un’istituzione che richiede l’espletamento di numerose attività quotidiane, e le istituzioni funzionano meglio se sono bene organizzate.”

“Uno dei più bei dono che puoi fare a tuo figlio è avere un rapporto di coppia amorevole, che infonde un senso di pace, sicurezza e continuità.”

La noia – Alberto Moravia

“Ricordo benissimo come fu che cessai di dipingere.”

“…la noia aveva lentamente ma sicuramente accompagnato il mio lavoro durante gli ultimi sei mesi, fino a farlo cessare del tutto in quel pomeriggio in cui avevo lacerato la tela; un pò come il deposito calcareo di certe sorgenti finisce per ostruire un tubo e far cessare completamente il flusso d’acqua.”

“Per me, invece, la noia non è il contrario del divertimento; potrei dire, anzi, addirittura, che per certi aspetti essa rassomiglia al divertimento in quanto, appunto, provoca distrazione e dimenticanza, sia pure di un genere molto particolare. La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà.”

“La realtà, quando mi annoio, mi ha sempre fatto l’effetto sconcertante che fa una coperta troppo corta, ad un dormiente, in una notte d’inverno: la tira sui piedi e ha freddo al petto, la tira sul petto e ha freddo ai piedi; e così non riesce mai a prender sonno veramente.”

“…la noia, la quale, in fin dei conti, è giunto il momento di dirlo, non è che incomunicabilità e incapacità di uscirne.”

“Dunque la noia, oltre alla incapacità di uscire da me stesso, è la consapevolezza teorica che potrei forse uscirne, grazie a non so quale miracolo.”

“Così il problema della noia si ripresentava immutato; e io allora presi a domandarmi quali ne potessero essere i motivi, e per via di esclusione, arrivai a concludere che forse mi annoiavo perché ero ricco e che se fossi stato povero non mi sarei annoiato.”

“…la sua noia, in altri termini, era la noia volgare, come la si intende normalmente, che non chiedeva di meglio che essere alleviata da sensazioni nuove.”

“Qualche volta pensavo al detto evangelico: E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago piuttosto che un ricco entri nel regno di Dio; e mi domandavo che cosa volesse dire essere ricco.”

“…io fui per me stesso qualche cosa di molto simile ad un individuo per varie ragioni insopportabile, che un viaggiatore trovi nel suo scompartimento all’inizio di un lungo viaggio.”

“Ciò che mi colpiva, soprattutto, era che non volevo fare assolutamente niente, pur desiderando ardentemente fare qualche cosa.”

“Mia madre, come sapevo, non credeva a niente, salvo che al denaro. Ma credeva, tuttavia, come ho già detto, a quello che lei chiamava: “la forma”; la quale, tra l’altro, imponeva di essere “praticante” e, comunque, di rispettare le cose della religione.”

“La noi, per me, era simile a una specie di nebbia nella quale il mio pensiero si smarriva continuamente, intravedendo soltanto a intervalli qualche particolare della realtà; proprio come chi si trovi in un denso nebbione e intraveda ora un angolo di casa, ora la figura di un passante, ora qualche altro oggetto, ma solo per un istante e l’istante dopo sono già scomparsi.”

“…potevo sempre fare quel che fanno molti quando si trovano in una situazione insostenibile: accettarla e adattarmi.”

“In realtà ciò che mi faceva soffrire non era tanto la noia quanto l’idea che io potessi o dovessi non annoiarmi.”

“Mi stava adesso molto vicina, quasi incombente, con il busto piegato in avanti e gli occhi fissi su di me, dandomi un senso di squilibrio, per cui pensai di nuovo che era un recipiente, un bel vaso a due anse, snello e pettoruto, colmo di desiderio, che stesse per traboccarmi addosso e sommergermi.”

“E insomma: era possibile sottrarsi al proprio destino? E se no, a che cosa serviva sapere quello che si faceva? Possibile che non ci fosse alcuna differenza fra un destino accettato in stato di incoscienza e un altro vissuto con lucida consapevolezza?”

“Era un disordine donnesco e bellicoso; il quale discordava curiosamente con l’innocenza infantile e inespressiva del volto. Veramente, Cecilia pareva sempre duplice, ossia donna e bambina nello stesso tempo; e non soltanto nel corpo ma anche nell’espressione e nei gesti.”

“E capivo pure che con Cecilia non potevo che annoiarmi o soffrire: finora mi ero annoiato e avevo desiderato, di conseguenza, di lasciarla; adesso soffrivo e sentivo che non avrei potuto lasciarla finché non mi fossi di nuovo annoiato.”

“Mi accorsi che la guardavo con desiderio; e capii che la desideravo non già perché era nuda, bensì perché mentiva.”

“Pensai che lei “era tuta lì”, in quell’atto di abbassare la chiusura lampo, senza margini di autonomia e di mistero, tutta lì e per questo, appunto, inesistente; posseduta in anticipo prima ancora che il rapporto sessuale desse una conferma superflua a questo possesso del sentimento; posseduta e perciò noiosa.”

“Ma a partire dal momento che ebbi il sospetto d’essere tradito e questo sospetto mi ebbe improvvisamente trasformato Cecilia da irreale e noiosa in reale e desiderabile, fui preso dalla curiosità di sapere di più sulla sua vita familiare, quasi sperando, attraverso una conoscenza più approfondita, di giungere a quel possesso che il rapporto amoroso mi negava.”

“La malattia gli aveva stravolto il viso, qua gonfiandolo e là svuotandolo, qua arrossandolo e là sbiancandolo. E la morte, pensai, era già nei capelli neri, che, piatti ed esanimi, parevano incollati come da un sudore malsano sulle tempie e sulla fronte; nel colore violaceo delle labbra; e, soprattutto, negli occhi rotondi, dall’espressione intensamente sbigottita.”

“Cecilia stava nella sua famiglia allo stesso modo che una sonnambula tra i mobili della propria casa, ossia escludendola dalla propria coscienza.”

“Cecilia, nel caso fosse costretta a mentire, lo faceva costruendo l’edificio della menzogna con il materiale della verità.”

“Indiretto e astratto per sua natura, il telefono mi sembrava anzi, ormai, il simbolo stesso della mia situazione: un mezzo di comunicazione che mi impediva di comunicare; uno strumento di controllo che non permetteva di sapere niente di preciso; una macchina automatica e di uso facilissimo che, però, si rivelava quasi sempre infida e capricciosa.”

“Ma poiché cominciai a spiare anch’io, scoprii un fatto molto semplice che non avevo preveduto; ed era che un conto è spiare per mestiere come gli agenti, o per oziosa curiosità come le donnicciole e i monelli e un altro spiare, com’era il mio caso, per uno scopo preciso che ci riguardi direttamente.”

“Il tempo di Cecilia e del suo amante non era il mio. Il loro era il tempo calmo, sicuro, regolare dell’amore; il mio quello rabbioso e ineguale della gelosia.”

“Comunque, non ricordo di avere mai amato Cecilia con tanta violenza come in quei giorni in cui la spiavo e sospettavo che mi tradisse.”

“Naturalmente, subito dopo l’amplesso, mi accorgevo di non averla posseduta. Ma era troppo tardi: Cecilia se ne andava e io sapevo che il giorno dopo tutto sarebbe ricominciato: l’inutile sorveglianza, il possesso impossibile, la finale delusione.”

“…sorvegliare non è una cosa che vada fatta da chi è direttamente interessato ai risultati della sorveglianza.”

“…era un poco quello che è uno specchio per un malato: una testimonianza irrefragabile dei progressi della malattia.”

“Tutto si può prevedere, fuorché il sentimento che ci potrà ispirare ciò che prevediamo. Si può, per esempio, certamente prevedere che da sotto una roccia sbuchi un serpente; ma sarà difficile prevedere la qualità e intensità della paura che ci ispirerà la vista del rettile.”

“Ricordavo tutte le volte che avevo dato del denaro a delle prostitute e mi dicevo che se Cecilia era davvero venale, alla fine avrei provato per lei lo stesso sentimento che provavo per quelle donne dopo che le avevo pagate: un senso di possesso scontato e sovrabbondante, di riduzione della persona che aveva ricevuto il denaro ad oggetto inanimato, di svalutazione completa dovuta, appunto, alla valutazione mercenaria.”

“Sì, preferivo sapere Cecilia mercenaria piuttosto che misteriosa; poiché saperla mercenaria mi avrebbe dato un senso di possesso che il mistero mi negava.”

“…passato e futuro per lei non esistevano; soltanto il presente più immediato, anzi, addirittura il momento che fuggiva, le pareva degno di considerazione.”

“…la contraddizione costituisce il fondo mobile e imprevedibile dell’animo umano.”

“Mi venne in mente, ad un tratto, che quel prete indiscreto aveva voluto fare, in fondo, la stessa cosa che io avevo tentato tante volte: afferrare Cecilia, chiuderla in un peccato, inchiodarla ad un giudizio.”

“Sì, pensai, il denaro si era fatto, in questa folla, sangue e carne; guadagnato col lavoro onesto e fortunato oppure rubato con la furberia e la prepotenza, esso produceva sempre lo stesso risultato: una volgarità disumana riconoscibile così nelle più pasciute grassezze come nelle magrezze più rinsecchite.”

“E come per tutti i personaggi che gremivano i salotti della villa, anche per mia madre si poteva giurare che dietro lo scintillio di vetro dei suoi occhi azzurri, la vistosità dei suoi massicci gioielli, la nevrosità della sua magrezza, l’artificio eccessivo del suo belletto e la sgradevolezza della sua voce, ci fosse il conformismo del denaro proprio alla società di cui lei faceva parte piuttosto che l’originalità di una esperienza solitaria.”

“L’umanità si divide in due grandi categorie: coloro che di fronte ad una difficoltà insormontabile provano l’impulso di uccidere e coloro che invece provano l’impulso di uccidersi.”

 

L’arte della gioia – Goliarda Sapienza

“Ed eccovi me a quattro, cinque anni in uno spazio fangoso che trascino un pezzo di legno immenso. Non ci sono né alberi né case intorno, solo il sudore per lo sforzo di trascinare quel corpo duro e il bruciore acuto delle palme ferite dal legno.”

“Mi trovo ora nel buio della stanza dove si dormiva, si mangiava pane e olive, pane e cipolla. Si cucinava solo la domenica. Mia madre con gli occhi dilatati dal silenzio cuce in un cantone. Non parla mai, mia madre. O urla, o tace.”

“E dai cu stu mari! Cocciuta sei! Cento volte te lo spiegai, cento volte! Il mare è una distesa d’acqua fonda come l’acqua del pozzo che sta fra il nostro podere e quella catapecchia che è la vostra casa. Solo che è blu, e che per quanto giri l’occhi non puoi vedere dove finisce.”

“Che belli i nomi dei fiori: gerani, ortensie, gelsomino, che suoni meravigliosi!”

“Eh, la giovinezza, che cosa bella e raggiante che è!”

“Ieri sera, al tramonto, mi venga un colpo se non dico la verità, sembrava una rosa pallida indorata dal sole. E se fossi un’ape non avrei altro desiderio che di posarmi sul bocciolo di rosa che sono le tue labbruzze.”

“Una volta fui a Catania, una grande città che sta lontano, molto lontano da qui, giù vicino al mare. In questa città c’era – chissà se c’è ancora, io parlo di tanti anni fa – un giardino sterminato che chiamavano Villa Bellini.”

“Come si dice a Catania, sant’Agata prima l’hanno rubata e poi l’hanno incancellata…”

“La farsa, se si ride troppo, finisce sempre in grande amarezza.”

“Aprile lusinga col suo falso calore. T’accarezza con mani sicure, ma è pronto ad abbandonarti al veleno dell’umido appena l’ombra cala.”

“Allora il dolore, l’umiliazione, la paura non erano, come dicevano, una fonte di purificazione e beatitudine. Erano ladri viscidi che di notte, approfittando del sonno, scivolavano al capezzale per rubarti la gioia di essere viva.”

“Stanca la vista della giovinezza.”

“Lei era di Palermo, e ne era molto orgogliosa. Odiava Catania: catanisi soldu fausu, diceva sempre. E io mi divertivo a sfruculiarla.”

“Noi siamo di Catania. Là il Monte dà la vita con la neve e la morte con la lava.”

“Così, per la prima volta in vita mia, fui amata amando, come dice la romanza. Cosa così rara che ancora adesso ricordo la sensazione di leggerezza che mi faceva aprire gli occhi al mattino, sicura della nuova avventura che sarebbe nata da lei e me abbracciate.”

“Se vuoi saperlo: qua a Dio ci crediamo, ma ai preti e alle monache poco, molto poco.”

“Io le insegnerò a trattare con quei ladri di avvocati e notai…”

“C’era sempre qualche causa in corso. Il codice civile, la principessa me lo aveva dato dicendomi: – Guardatelo, è l’unico modo per non farsi rubare troppo da avvocati, sensali e notai.”

“Io povera sono, vero Mimmo? Povera, e devo farmi forte col leggere e studiare, cercando in me e negli altri la chiave per non soccombere. Ce ne erano stati tanti che, nati poveri, si erano salvati con l’ingegno e la forza che dà il sapere… Lì, davanti a me, in fila nell’immensa libreria, mostravano il loro nome luccicante sul dorso bruno e oro di quei volumi.”

“Col tempo scoprii che non solo quando cantavo o gli raccontavo le fiabe Ippolito era felice, ma anche quando leggevo ad alta voce (forse perchè sillabavo le parole). Lui ascoltava incantato e io imparavo di più.”

“Beatrice cara, perchè non cerchi di pensare anche ai lati positivi di quello che accade? Niente è completamente negativo nella vita.”

“Mai rifiutarsi di vedere i lati sgradevoli della vita; non conoscendoli la realtà li ingigantisce nella fantasia trasformandoli in incubi incontrollabili.”

“La paura e l’umiliazione sono il seme dell’odio e dell’inimicizia. E anche l’invidia, così era scritto.”

“Scusami, picciridda, di sta fretta, è che da tanto ti volevo e tu proprio niente sai fare. Piano piano, col tempo, t’insegno a venire anche a te. Niente vi insegnano le vostre madri, e tocca all’uomo poi…”

“…e non solo il mare Modesta: i negozi, il mercato, guarda quanto è grande Catania bella…”

“Ormai cominciavo a conoscere la belva-uomo e sapevo che a noi appare pazzia ogni volontà negli altri a noi contraria, e ragionevolezza quello che ci è favorevole e ci lascia comodi nel nostro modo di pensare.”

“Sì, doveva spingerlo a uscire quell’estraneo già forte di una sua volontà di vita autonoma. Lo sentiva che era deciso a vivere a costo di uccidere. E con un’ultima spinta, che dalle spalle la percosse fino a tagliare con un colpo secco il bassoventre, le cosce lo sentì cadere da sè con un tonfo muto, nel vuoto.
No. L’avevano afferrato. Mani lo alzavano, lo sbattevano contro il chiarore lattiginoso della finestra. Doveva essere l’alba, gli uccelli urlavano. Sempre all’alba urlano gli uccelli. E anche lì, sbattuto tra quelle mani, grida uscivano da quella parte mutilata del suo corpo affaticato.
Perché gridava così? Piangeva per la sua vita conquistata, o perché nel segreto di quell’atto carnale, quell’essere sapeva di aver quasi ucciso per la sua vita? Solo il mio corpo e il suo sapevano il significato segreto di quella lotta mortale e senza ostilità: ognuno per la propria vita.”

“Non ero vecchia. Ero solo uscita dalla primwa giovinezza e avevo già un passato. Quella stanchezza non era che la nostalgia per qualcosa che s’è avuto e si pensa che non tornerà più.”

“Catania! Catania! Guarda quanto è bella Modesta, guarda! E anche tu, Ediprando, guarda la tua città.”

“A che cosa si era sacrificata? Al dovere di un nome da tenere alto nella considerazione degli altri o ai propri occhi?”

“Avevano spalancato i battenti del Banco di Sicilia, ed ecco il primo impiegato attraversare la strada. Non era un piccolo impiegato, lo si vedeva dal taglio perfetto del vestito scuro e dal bastone agile e lucido. Quell’uomo aveva sicuramente lo stesso sguardo fisso e duro dell’avvocato Santangelo e si preparava alla sua giornata di superiore, lieto di dare ordini e umiliare. No, non sarei diventata l’impiegata del mio patrimonio.”

“Imparai a leggere i libri in un altro modo. man mano che incontravo una certa parola, un certo aggettivo, li tiravo fuori dal loro contesto e li analizzavo per vedere se si potevano usare nel mio contesto.”

“Ma perché non si può essere felici sempre? Perché c’è sempre qualcosa che intralcia la nostra felicità?”

“Bisogna rapidamente allontanarsi da qualsiasi luogo dove la consuetudine ha ucciso l’obiettività.”

“L’amore non è un miracolo, Carlo, è un’arte, un mestiere, un esercizio della mente e dei sensi come un altro.”

“E ora che la sua vita in onde sale fra la mia lingua e il palato, non lo posso lasciare e vengo con lui succhiando quel seme sconosciuto che dal profondo del suo essere viene a dissetare la bocca bruciata dall’arsura. Sapore aspro e dolce, resina d’albero, o quagliato latte d’uomo nato anche lui per allattare.”

“Soldi s’hanno a dare, certo, perché questo Mussolini è l’unico che l’ordine ci può assicurare – un vero Crispi è, giuraddio! – ma non l’anima… Ai giovani con arte fina s’è rivolto, e le loro fantasie ha infiammato contro i vecchi. Astuto è stato, perché da quando mondo è mondo i giovani fanno presto a prendere fuoco. Eh! date a un caruso un Orlando e un Rinaldo, fatelo sognare con parole nuove e divise nuove, fategli credere che sarà padrone, e schiavo ti diventa senza saperlo.”

“Facile è prendersi il lusso di fare l’agnello, quando la natura t’ha accordato il favore di nascere lupo.”

“Eh, tante cose si possono insegnare: andare a cavallo, fare all’amore, ma la propria esperienza a nessuno si può dare. Ognuno la propria, con gli anni, si deve fare, sbagliando e fermandosi, tornando indietro e ricominciando il cammino.”

“L’amore suca, come vetro fa diventare!”

“Chi muore ha torto, solo chi vive ha ragione.”

“Grida Mattia levandosi in piedi. Il suo corpo nudo nello specchio dell’alba stupisce le mie pupille. Non devo fissare la bellezza di quelle membra. Nei moti della sua schiena compatta, scorza d’albero giovane, scruto un futuro a me estraneo. E anche se il desiderio di chiamarlo e stringerlo a me è forte, chiudo gli occhi: non devo lasciare che la sua immagine si insinui nel mio essere.”

“Ho voglia di uscire, correre in quel sole gioioso che ripete: sei libera. Dolcezza di non aspettare più, di non dipendere più da un’altra volontà. Nessuno mi toglierà più questa dolcezza.”

“Le cose non dette marciscono dentro di noi.”

“Mi perdo nei tuoi occhi, non mi cacciare… hai nello sguardo come un vento che trascina.”

“Cancia la vita quannu u padri mori.”

“Forse non eravamo che pesci smorti in un acquario.”

“La guerra si sposta lenta, ma tutto cancella, tutto fa deserto: case, colture, sentimenti.”

“A volte sta vita mi pare tutta un’attesa in una trincea melmosa.”

“Si dice che se una femmina per prima ti nasce, altri due o tre ne chiama. E per avere un maschio s’ha da penare.”

“Capisco il tuo sorriso, Carlo, i morti non vogliono che si muoia con loro, ma che li si tenga in vita, nei pensieri, nella voce, nei gesti.”

“Chiunque abbia avuto l’avventura di doppiare il capo dei trent’anni, sa quanto sia stato fativoso, aspro ed eccitante scalare il monte che dalle pendici dell’infanzia sale sino alla cima della giovinezza, e quanto rapido, una cascata d’acqua, un volo geometrico d’ali nella luce, pochi attimi e… ieri avevo le guance integre dei vent’anni, oggi – in una notte? – le tre dita del tempi mi hanno sfiorato, preavviso del breve spazio che resta e del traguardo ultimo che inesorabile attende… Primo, menzognero terrore dei trent’anni.”

“I tempi cambiano e s’ha da essere cauti: osservarli e vedere come s’ha da agire.”

“Ci sono città ricche di ogni ben di Dio, porti grandi dove piroscafi vanno e vengono carichi di tesori. Ma dietro la facciata ben pitturata di palazzi sontuosi, le stesse strade contorte in spasimi di fame, la stessa misera litania di povertà e costrizione, solo appena appena più nascosta e più rassegnata.”

“Quannu dai gioia ai bambini, loro subito te la ridanno centuplicata.”

“E’ l’ambiente che fa l’uomo.”

“Oh, Modesta, mi insegni ad essere felice! Perchè lei ha scelto di essere felice.”

“I morti hanno torto se dopo la loro morte non c’è qualcuno che li difenda.”

“Non c’è niente da fare, come diceva mia madre, ogni dieci anni bisogna rileggere i libri che ci hanno formato se si vuol venire a capo di qualcosa.”

“Ritenersi indispensabili a degli esseri umani giovani, senza difesa, solo perché li nutri è il paternalismo più atroce.”

“Quando si ama è sempre la prima volta.”

“La corda dell’amore oscilla sempre legata fra l’albero dell’ansia e l’albero della paura. Come la vita, ha in sé il ricordo costante della morte da sconfiggere, e non questo vuoto verso di te che m’ha preso ora.”

“Le parole nutrono, e come il cibo vanno scelte bene prima di ingoiarle.”

“Perché non si può essere felici sempre?”

“Un buon avvocato sa quando la causa è perduta.”

“A volte, a me mediterraneo d’origine, è sembrato scorgere la fonte di questa nostalgia nell’assenza del mare: il mare come liberà, giovinezza, possibilità d’avventura.”

“C’è un limite preciso nell’aiutare gli altri. Oltre quel limite, a molti invisibile, non c’è che volontà di imporre il proprio modo d’essere.”

“La bontà, la non cattiveria è un lusso. I poveri, io sono stata povera e lo so, i poveri non hanno il tempo per essere buoni.”

“Ma per chi vive, ieri è solo servito come concime per questo oggi nuovo, tangibile, pieno di sole.”

“Stella mia, nella nostra epoca si parlava piano a tavola, le candele non facevano rumore, era come una mite luce rispettosa del pasto… Le lampadine scricchiolano nel cervello, la radio suona dall’altra parte del salone, dimenticata, il telefono squilla: forse altri invitati… Un aereo romba basso, da qualche notte quell’aereo fantasma puntuale gira intorno alla casa e loro non lo sentono. O sto invecchiando? Come comincia la vecchiaia? Con graffiature di punti acuminati nella testa?”

“Saltare o lasciarsi andare e dimenticare? Ecco il senso nascosto della parola vecchiaia: un disertare la vita che dà conforto, un lasciare il campo spazzato, mitragliato dal fuoco di voci giovani, di giovani emozioni. Il giovane ti ricorda che devi invecchiare, forse desidera la tua vecchiaia e forse anche la tua morte, e tu ti trovi a dirti: stancano, parola sciocca che nasconde invidia e paura. E la paura ti spinge a farti vecchia, incutere loro soggezione col fuoco della saggezza. E con la soggezione ricacciarli indietro: fuoco contro fuoco come in guerra.”

“Teorie di uccelli di ferro stanno solcando il cielo ignorando il misero quadrato di terra in mezzo al mare. Dove vanno a vomitare il loro fiato di morte? Certo in posti più attraenti, pieni di gente e di vita.”

“Può una gioia trapassarti come un fulmine e squarciarti il corpo? Inchiodata da quella gioia non faccio in tempo a vederlo e svengo fra le sue braccia.”

“Lo vedete come fa la mia mamma bambina? Manco le parlo ca già gira l’occhi scappannu pi banni e banni. Ma unni va? Ccà vicinu a mia hai a stari: madre mi sei e miniera mia!”

“…all’usciere che soddisfatto del suo misero potere mi fa entrare con inchini borbonici…”

“Il caffè, si sa, per noi che ne siamo stati privati per tanti anni è ancora un prodigio e colma il vuoto di smarrimento.”

“E’ incredibile ma non finirò mai di stupirmi davanti a un piccolo rubinetto che giri senza sforzo con due dita e puoi avere fiumi d’acqua calda a disposizione. Lo sai che un tempo si doveva scaldare l’acqua e riempire delle vasche piccole piccole? Sempre che l’acqua ci fosse! Che tempi orrendi, Prando! Puzza di sudore, cimici e pruriti.”

“Ora qui nell’isola grande con questi americani siamo pieni di sigarette… fa sognare la sigaretta e tiene compagnia.”

“Farsi e disfarsi delle abitudini, così si deve campare.”

“Il giovane serve, produce, sgrava i figli, fa la guerra prima di avere coscienza di se stesso. Ma a quarant’anni, a cinquanta, l’essere umano – se non è perito nella guerra sociale continua – diventa pericoloso, si pone dubbi, richiede libertà, riposo, gioia. Anche la parola vecchiaia mente, Modesta, è stata rimpinzata di fantasmi paurosi come la parola morte per farti stare calma, ossequiosa di tutte le leggi costituite. Chi sa cos’è la vecchiaia? Quando comincia? Al tempo di Stendhal una donna a trent’anni era vecchia. Io a trent’anni ho appena cominciato a capire e a vivere. Chi ha osato varcare la soglia di quella parola senza ascoltare pregiudizi, luoghi comuni? Forse più di quanti immagini se puoi incontrare nei cantoni visi sereni, sguardi calmi e sapienti. Ma nessuno ha osato mai parlare per timore – sempre l’eterno timore – di rovesciare i falsi equilibri stabiliti.”

“E’ ora di muoversi, di lottare con tutti i muscoli e i pensieri in quella partita a scacchi con la Certa che attende. E ogni anno rubato, vinto, ogni ora strappata alla maschera del tempo, si fa eterna in quella partita finale.”

“Come ridire quel pomeriggio d’estate sdraiata sullo scoglio, sfiorata dalle ultime carezze del sole che cala? come ridire la gioia di quella scoperta? come raccontarla agli altri? come comunicare la felicità di ogni atto semplice, di ogni passo, di ogni incontro nuovo… di visi, libri, tramonti e albe e pomeriggi domenicali sulle spiagge assolate?”

“Vecchio, mi chiami, e hai ragione. Perché mi hai messo al mondo se sapevi che dovevo diventare vecchio?”

“Dovevo scegliere te e cacciare la vita?”

“Sempre quando finisce una festa, uno spettacolo, ci si sente soli, qualcosa se ne va lasciando dentro tante piccole morti, piccole perle gelide e rosate come queste che porti al collo, Bambù.”

“Che vale fare esperienze se non si torna poi a raccontarle nella piazza del tuo paese, al bar, agli amici?”

“La lontananza insegna. Solo quello che s’è perduto si comprende fino in fondo.”

“Hitler fu tradito ma il suo sogno si avvererà: un’Europa unita con a capo il genio germanico.”

“La scoperta della poesia! Ecco cosa doveva fare: tornare nella sua stanza e riprendere a leggere. Voci nuove la chiamavano dalle copertine: Kerouac, Burroughs e quell’altro…”

“No, non rimpiango niente del passato, ma da tempo ho capito anche la menzogna che si maschera sotto la parola progresso, e mi consolo andando in giro a fotografare le cose che presto spariranno…. Le ultime trattorie di Roma, le ultime bettole… ho centinaia di fotografie della Civita… Hanno demolito vicolo per vicolo, casa per casa.”

“Tu sei uomo, Marco, e non sai nel tuo corpo, o sapevi e poi nella fretta di agire hai dimenticato, le metamorfosi della materia e tremi un pò a questa parola. Ma se ti stringi a me, io, donna, ti aiuterò a ricordare e a non temere quel che deve mutare per continuare a essere vivo.”

“…il silenzio bianco delle tonnare abbandonate, esiliate dal mare e dagli uomini ma sempre percorse dai fantasmi dei tonni che lì sostano a ricercare il perché della loro vita e della loro morte, le correnti eterne dei mari che intorno all’isola s’incontrano e ora la serrano, ora la liberano, mutando sempre d’intensità e colore…”

“No, non si può comunicare a nessuno questa gioia piena dell’eccitazione vitale di sfidare il tempo in due, d’essere compagni nel dilatarlo, vivendolo il più intensamente possibile prima che scatti l’ora dell’ultima avventura.”

“Racconta, Modesta, racconta.”

La fabbrica del consenso – Noam Chomsky

“In questo libro ci proponiamo di delineare un “modello di propaganda” e di applicarlo all’attività dei mass media operanti negli Stati Uniti. Questo proposito rispecchia la nostra convinzione, frutto di molti anni di studio del funzionamento dei media, che da un lato essi servono a mobilitare l’appoggio della gente agli interessi particolari che dominano lo stato e l’attività privata, e dall’altro che spesso il modo migliore per comprendere, a volte con chiarezza cristallina e in profondità, le loro scelte, le loro enfasi e le loro omissioni è quello di analizzarli in questi termini.”

“I mass media come sistema assolvono la funzione di comunicare messaggi e simboli alla popolazione. Il loro compito è di divertire, intrattenere e informare, ma nel contempo di inculcare negli individui valori, credenze e codici di comportamento atti a integrarli nelle strutture istituzionali della società di cui fanno. In un mondo caratterizzato dalla concentrazione della ricchezza e da forti conflitti di classe, per conseguire questo obiettivo occorre una propaganda sistematica.”

“Con la pubblicità, il libero mercato non produce più un sistema neutrale in cui a decidere sia la scelta dell’acquirente finale. Sono le scelte degli inserzionisti a incidere sulla sopravvivenza e sulla prosperità dei media.”

“Un movimento di massa che non possa contare sul sostegno di nessuna testata di rilievo e che, anzi, venga fatto oggetto di veri e propri atti di ostilità da parte della stampa, vedrà per ciò stesso largamente compromesse le proprie capacità di azione e si troverà a combattere in condizioni di palese inferiorità.”

“Un sistema di propaganda, in coerenza con le proprie finalità, presenterà le persone perseguitate dai propri nemici come meritevoli di considerazione e quelle trattate con crudeltà uguale o superiore dal proprio governo o dai suoi alleati come vittime non meritevoli di considerazione.”

“Mentre i servizi concernenti la vittima meritevole sono ricchi di dettagli cruenti e danno voce all’indignazione e all’invocazione della giustizia, quelli relativi a vittime non considerate meritevoli di particolare attenzione hanno un tono pacato e sembrano fatti apposta per spegnere le emozioni ed evocare amare considerazioni filosofiche sull’onnipresenza della brutalità e sul carattere intrinsecamente tragico della vita umana.”

“Il modello della propaganda prevede che i mass media sostengano e favoriscano il punto di vista e il programma dello Stato. Comunque stiano effettivamente le cose, quindi, le elezioni favorite verranno presentate come uno strumento di legittimazione, mentre quelle osteggiate saranno giudicate insignificanti, farsesche e prive di legittimità.”

“Quando i fatti sono troppo schiaccianti per poter essere contestati, la strategia migliore è di ignorarli.”

“Noi non accettiamo la tesi che la libertà di stampa debba essere tutelata per la sua utilità, ossia in quanto strumento per conseguire scopi superiori; al contrario, essa è un valore in sé.”

“Nei media, come in altre istituzioni importanti, coloro che non mostrano di condividere i valori e i punti di vista richiesti saranno considerati irresponsabili, ideologici o comunque persone devianti e tenderanno a esserne esclusi.”

Navigazione articolo

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: