Frasiarzianti's Blog

Le frasi più belle tratte dai libri letti

Archivio per la categoria “Storia e politica, 61 libri”

Il sergente nella neve – Mario Rigoni Stern

“Ho ancora nel naso l’odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato. Ho ancora nelle orecchie e sin dentro il cervello il rumore della neve che crocchiava sotto le scarpe, gli sternuti e i colpi di tosse delle vedette russe, il suono delle erbe secche battute dal vento sulle rive del Don.”

“I topi non facevano parte del villaggio ma facevano parte della Russia, della terra, della steppa: erano dappertutto.”

“Alto, taciturno, cupo. Quando lo guardavo in viso non mi sentivo di fissarlo a lungo e quando, molto di rado, sorrideva, faceva male al cuore. Sembrava facesse parte di un altro mondo e sapesse delle cose che a noi non poteva dire.”

“Ricordai allora com’era sempre stato taciturno e il senso di soggezione che mi dava la sua presenza. pareva che la morte fosse già in lui.”

“C’era un odore forte lì dentro: odore di caffè, di maglie e mutande sporche che bollivano con i pidocchi, e di tante altre cose.”

“Era un ex conducente e odorava ancora di mulo: la sua barba era pelo di mulo, la su forza era di mulo, la guerra la faceva come un mulo, la polenta che mescolava era mangime di mulo. Aveva il colore della terra e noi eravamo come lui.”

“E’ morto Sarpi – rispose. Guardai nuovamente il buio e ascoltai di nuovo il silenzio. Il tenente si curvò nella trincea, accese due sigarette e ne passò una a me. Mi sentivo allo stomaco come un calcio di fucile e la gola chiusa come se avessi da vomitare qualcosa e non potessi. Tenente Sarpi. Attorno a me non c’era nulla, nemmeno le cose, nemmeno Cassiopea, nemmeno il freddo. Solo quel dolore allo stomaco.”

“Tutto era silenzio. Il sole batteva sulla neve, il tenente Sarpi era morto nella notte con una raffica al petto. Ora maturano gli aranci nel suo giardino, ma lui è morto nel camminamento buio. La sua vecchia riceverà una lettera con gli auguri. Stamattina i suoi alpini lo porteranno giù con la barella verso gli imboscati e lo poseranno nel cimitero, lui siciliano, assieme ai bresciani e bergamaschi.”

“Questa notte il pattuglione russo è passato di là e lui era già morto, con la neve che gli entrava nella bocca e il sangue che gli usciva sempre più piano finché si gelò sulla neve.”

“Camminavo pensando al pescatore dell’isba: ove sarà adesso? Lo immaginavo vecchio, grande, con la barba bianca come lo zio Jeroska dei Cosacchi di Tolstoj. Da quanto tempo avevo letto quel libro? Ero ragazzo al mio pare. E il tenente Sarpi è morto stanotte.”

“Marangoni mi guardava, capiva tutto e taceva. E ora anche Marangoni è morto, un alpino come tanti. Un ragazzo era, anzi un bambino. Rideva sempre, e quando riceveva posta mi mostrava la lettera agitandola in alto: E’ la morosa – diceva. E ora anche lui è morto.”

“Così passavano le giornate: nella tana a scrivere o a pensare guardando i pali di sostegno, oppure a buttar pidocchi sulla piastra arroventata della stufa: diventavano allora tutti bianchi e poi scoppiavano. Di notte si era fuori ad ascoltare il silenzio e a guardare le stelle, a preparar postazioni, a piantare reticolati, a passare da una vedetta all’altra.”

“Una sera che ero nella tana del tenente a fumare una sigaretta ed eravamo soli, – Rigoni, – mi disse – ho avuto disposizioni in caso di ripiegamento -. Non risposi nulla. Capivo che ormai era finita, veramente finita, ma non volevo ammetterlo. Sentivo il mio solito dolore allo stomaco. Capivo che cosa eravamo noi e che cosa volessero i russi.”

“L’altro caporale della squadra era Gennaro. Chissà di che paese era. Meridionale certamente. (…) Non aveva certamente un cuor di leone ma la sua personalità, senza farsi notare, si comunicava a chiunque gli vivesse vicino.”

“Tentavo di scherzare ma il sorriso si spegneva presto tra le barbe lunghe e sporche. Nessuno pensava: “se muoio”; ma tutti sentivano un’angoscia che opprimeva e tutti pensavamo: “quanti chilometri ci saranno per arrivare a casa?”

“Quel senso di apprensione e tensione che era in noi non ci aveva lasciato. Era come se un gran peso ci gravasse sulle spalle. Lo leggevo anche negli occhi degli alpini e vedevo la loro incertezza e il dubbio di essere abbandonati nella steppa: non sentivamo più i comandi, i collegamenti, i magazzini, le retrovie, ma soltanto l’immensa distanza che ci separava da casa, e la sola realtà, in quel deserto di neve, erano i russi che stavano lì davanti a noi, pronti ad attaccarci.”

“Rimanevo poco ora nella tana; ero sempre nelle trincee sulla scarpata del fiume con le bombe e il moschetto. Pensavo a tante cose, rivivevo infinite cose e mi è caro il ricordo di quelle ore. C’era la guerra, proprio la guerra più vera dove ero io, ma non vivevo la guerra, vivevo intensamente cose che sognavo, che ricordavo e che erano più vere della guerra. Il fiume era gelato, le stelle erano fredde, la neve era vetro che si rompeva sotto le scarpe, la morte fredda e verde aspettava sul fiume, ma io avevo dentro di me un calore che scioglieva tutte queste cose.”

“La luna correva fra le nubi; non c’erano più le cose, non c’erano più gli uomini, ma solo il lamento degli uomini. – Mama! Mama! – chiamava il ragazzo sul fiume e si trascinava lentamente, sempre più lentamente, sulla neve.”

“Diavolo! Piantiamo qui tutto, ci sono tante belle ragazze e vino buono, no, Baroni? Loro hanno le Katiusce e le Maruscke e la vodka e campi di girasole; e noi le Marie e le Terese, vino e boschi d’abeti. Ridevo, ma gli angoli della bocca mi facevano male e impugnavo il mitragliatore.”

“Vi era un bel sole: tutto era chiaro e trasparente, solo nel cuore degli uomini era buio. Buio come una notte di tempesta su un oceano di pece. Allora sentii un gran boato e tremare la terra sotto i piedi.”

“Poi sentii e vidi gli scoppi levarsi dietro il caposaldo di Cenci; tanti, uno vicino all’altro e nel medesimo istante. Questa, riuscii a pensare, è la Katiuscia a settantadue coli. Diavolo che accidente d’ordigno!”

“Incominciava a nevicare. Piangevo senza sapere che piangevo e nella notte nera sentivo solo i miei passi nel camminamento buio. Nella mia tana, inchiodato a un palo, rimaneva il presepio in rilievo che mi aveva mandato la ragazza per il giorno di Natale.”

“Quando passai la passerella e fui di là mi pareva di essere in un altro mondo. Capivo che non sarei più ritornato in quel villaggio sul Don; che stavo per staccarmi dalla Russia e dalla terra di quel villaggio. Ora sarà ricostruito, i girasoli saranno ritornati a fiorire negli orti attorno alle isbe e il vecchio con la barba bianca come lo zio Jeroska, avrà ripreso a pescare nel suo fiume.”

“Un pezzo da 75/13 sparò qualche colpo. Si andava con la testa bassa, uno dietro l’altro, muti come ombre. Era freddo, molto freddo, ma, sotto il peso dello zaino pieno di munizioni, si sudava. Ogni tanto qualcuno cadeva sulla neve e si rialzava a fatica. Si levò il vento. Dapprima quasi insensibile, poi forte sino a diventare tormenta. Veniva libero, immenso, dalla steppa senza limiti. Nel buio freddo trovava noi, povere piccole cose sperdute nella guerra, ci scuoteva, ci faceva barcollare.”

“Ora mi butto sulla neve e non mi alzo più, è finita. Ancora cento passi e poi butto via le munizioni. Ma non finisce mai questa notte e questa tormenta? Ma si camminava. Un passo dietro l’altro, un passo dietro l’altro, un passo dietro l’altro. Pareva di dover sprofondare con la faccia dentro la neve e soffocare con due coltelli piantati sotto le ascelle. Ma quando finisce? Alpi, Albania, Russia. Quanti chilometri? Quanta neve? quanto sonno? Quanta sete? E’ stato sempre così? Sarà sempre così? Chiudevo gli occhi ma camminavo. Un passo. Ancora un passo.”

“”Dove abbiamo camminato quella notte? Su una cometa o sull’oceano? Niente finiva più. Abbandonato sulla neve, a ridosso d’una scarpata al lato della pista, stava un portaordini del comando di compagnia. Si era lasciato andare sulla neve e ci guardava passare. Non ci disse nulla. Era desolato, e noi come lui.”

“Noi non sapevamo nemmeno il nome del paese dove era il nostro caposaldo; ed è per questo che qui trovate soltanto nomi di alpini e di cose. Sapevamo solo che il fiume davanti al nostro caposaldo era il Don e che per arrivare a casa c’erano tanti e tanti chilometri e potevano essere mille o diecimila. E, quando era sereno, dove l’est e l’ovest. Di più niente.”

“Ma la tormenta non smetteva e c’erano sempre i coltelli piantati sotto le ascelle e si era schiacciati dal peso dello zaino e delle armi.”

“Ma dopo essermi levato i guanti sentii un dolore impensabile straziarmi le mani e non fui capace di tagliarlo. Le mani non seguivano il cervello e le guardavo come cose non mie e mi venne da piangere per queste povere mani che non volevano più essere mie. Mi misi a sbatterle forte una contro l’altra, sulle ginocchia, sulla neve; e non sentivo la carne e non le ossa; erano come pezzi di corteccia d’un albero, come suole di scarpe; finché me le sentii come se tanti aghi le perforassero, e me le sentii a poco a poco tornare mie queste mani che adesso scrivono. Quante cose può ricordarmi il mio corpo.”

“Il fiato mi si gelava sulla barba e sui baffi e con la neve portata dal vento vi formava dei ghiaccioli. Con la lingua mi tiravo quei ghiaccioli in bocca e succhiavo. E venne l’alba. E la tormenta aumentò. E il freddo aumentò. Ma ora mi domando: se non vi fosse stata la tormenta saremmo sfuggiti ai russi?”

“La tormenta è cessata, però tutto è grigio: la neve, le isbe, noi, i muli, il cielo, il fumo che esce dai camini, gli occhi dei muli e i nostri. Tutto di uno stesso colore. E gli occhi non vogliono più stare aperti, la gola è piena di sassi che vi ballano dentro. Siamo senza gambe, senza testa, siamo solo stanchezza e sonno, e gola piena di sassi.”

“Attraverso la steppa si snodava la colonna che poi spariva dietro una collina, lontano. Era una striscia come una S nera sulla neve bianca. Mi sembrava impossibile che ci fossero tanti uomini in Russia, una colonna così lunga. Quanti caposaldi come il nostro eravamo? Una colonna lunga che per tanti giorni doveva restarmi negli occhi e sempre nella memoria.”

“Cerco in un’isba e non lo trovo, busso alle altre. Mi rispondono in tedesco: – Raus! – o in bresciano: – Inculet!”

“Come desidererei dormire, dormire ancora un poco, un poco solo; non ne posso più; o impazzisco o mi sparo.”

“Era tanto freddo, freddo; il fuoco faceva più fumo che fiamma e gli occhi mi bruciavano per il fumo, il freddo, il sonno. Mi sentivo triste, infinitamente solo senza capire la causa della mia tristezza. Forse era il gran silenzio attorno, la neve, il cielo pieno di stelle che si perdeva con la neve.”

“Era come se io fossi due e non uno e uno di questi due stava a guardare cosa faceva l’altro e gli diceva cosa dovesse fare e non fare. Lo strano era che uno esisteva come esisteva l’altro, proprio fisicamente, come uno che l’altro potesse toccare.”

“Di tratto in tratto si vede sulla neve un alpino disteso: sono i nostri compagni del Verona rimasti ieri con le scarpe al sole.”

“Il tenente, che non vuole sentire bestemmiare, rimprovera Antonelli. Antonelli bestemmia più forte e lo manda al diavolo. Come ho vivo questo ricordo!”

“Vedo una massa scura sulla neve e mi avvicino: è un alpino dell’Edolo, ha la nappina verde. Sembra placidamente addormentato, all’ultimo momento avrà visto i pascoli verdi della Val Camonica e sentiti i campanacci delle vacche.”

“Tre panzer tedeschi vengono con noi. Accovacciati sopra vi sono i soldati tedeschi vestiti di bianco. Immobili impugnano le pistole mitragliatrici, fumano in silenzio e ci guardano.”

“I tedeschi passano ridendo. Appena entrano nel paese, quelli che sono sui carri saltano agilmente a terra, e io osservo il modo che hanno di occupare le isbe. Danno un calcio alla porta, balzano da un lato, spianano la pistola mitragliatrice e poi pian piano guardano dentro. Dove vedono mucchi di paglia sparano dentro qualche colpo. E scrutano con le pile negli angoli bui e nei sotterranei.
(…) I soldati nostri che entrano nelle isbe non fanno come i tedeschi. Aprono le porte e varcano le soglie senza sospetto.”

“Trattengo il fiato. Su ogni carro vi sono dei soldati russi con armi automatiche in pugno. E’ la prima volta che ne vedo in combattimento così da vicino. Sono giovani e non hanno la faccia cattiva, ma solo seria e pallida, e compunta, guardinga. Indossano pantaloni e giubboni imbottiti. In testa hanno il solito berrettone a punta con la stella rossa.”

“Il sole nel cielo limpido ci riscalda le membra indolenzite e si continua a camminare. Che giorno è oggi? E dove siamo? Non esistono né date né nomi. Solo noi che si cammina.”

“Si cammina e viene ancora notte. E’ freddo: più freddo di sempre, forse quaranta gradi. Il fiato si gela sulla barba e sui baffi; con la coperta tirata sulla testa si cammina in silenzio. Ci si ferma, non c’è niente. Non alberi, non case, neve e stelle e noi. Mi butto sulla neve; e sembra che non ci sia neanche la neve. Chiudo gli occhi sul niente. Forse sarà così la morte, o forse dormo. Sono in una nuvola bianca. Ma chi mi chiama? Chi mi dà questi scossoni? Lasciatemi stare. – Rigoni. Rigoni. Rigoni! In piedi.”

“Ma quanti che si sono buttati sulla neve non si alzeranno più?”

“I tedeschi si prendono tutti i prigionieri russi che abbiamo fatto, si allontanano e poi sentiamo numerose raffiche e qualche colpo. Nevica.”

“Sono innumerevoli giorni che non mi tolgo le scarpe e ora me le tolgo per farne sciogliere il ghiaccio e asciugarle. Subito i piedi mi si gonfiano. Le calze non le levo per paura di vedermi i piedi bluastri con la pelle che si stacca. Mi addormento. Un bagliore improvviso e scoppi di bombe a mano ci svegliano di soprassalto.”

“Cammina cammina, ogni passo che facciamo è uno di meno che dovremo fare per arrivare a baita. Attraversiamo un villaggio più grande dei soliti e con qualche casa in muratura. Si vede che ormai siamo usciti dalle steppe. Ci stiamo addentrando nell’Ucraina.”

“Viene il 26 gennaio 1943, questo giorno di cui si è già tanto parlato. E’ l’aurora. Il sole che sta sorgendo dal basso orizzonte ci manda i suoi primi raggi. Il biancore della neve e il sole abbagliano gli occhi. Abbiamo con noi dei panzer tedeschi.”

“Era una cosa molto semplice. Anche i russi erano come me, lo sentivo. In quell’isba si era creata un’armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di molto più del rispetto che gli animali della foresta hanno l’uno per l’altro. Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini.”

“Non ricordo le parole che mi disse; ricordo solo il suono della sua voce, l’affanno cagionato dalla ferita e lui sulla neve. Qualcosa di grande era nel suo aspetto e io mi sentivo timido e stupito. Intanto i carri dei tedeschi sono tornati ad avanzare.”

“Ora è guarito dalla ferita ma non dalle altre cose. Oh no, non si può guarire.”

“E tanti e tanti altri dormono nei campi di grano e di papaveri e tra le erbe fiorite della steppa assieme ai vecchi delle leggende di Gogol e di Gorky. E quei pochi che siamo rimasti dove siamo ora?”

“Capita ogni tanto di sentire delle brevi discussioni tra artiglieri alpini e tedeschi. Dei tedeschi, chissà come, erano riusciti a impossessarsi dei nostri muli che ora certamente valevano più delle loro macchine. Soltanto noi avevamo muli. Ma gli alpini e gli artiglieri discutono poco; fermano i muli e fanno scendere i tedeschi. Si riprendono le brave bestie e vanno via. Hanno i loro paesani feriti da caricarci sopra. Di fronte alla pacatezza degli alpini l’ira dei tedeschi era ridicola.”

“Siamo fuori, tento di pensare. Ma non provo nessuna emozione nemmeno quando troviamo delle tabelle segnavia scritte in tedesco.
Al lato della pista si è fermato un generale. E’ Nasci, il comandante del corpo d’armata alpino. Si, è proprio lui che con la mano alla tesa del cappello ci saluta mentre passiamo. Noi, banda di straccioni. Passiamo davanti a quel vecchio dai baffi grigi. Stracciati, sporchi, barbe lunghe, molti senza scarpe, congelati, feriti. Quel vecchio col cappello d’alpino ci saluta. E mi sembra di rivedere mio nonno.”

“Sono camion italiani quelli laggiù, sono i nostri Fiat e i nostri Bianchi. Siamo fuori, è finita. Ci sono venuti incontro per caricare i feriti e i congelati o chiunque voglia saltarci sopra. Guardo i camion e passo oltre. La mia piaga puzza, le ginocchia mi dolgono, ma continuo a camminare sulla neve.”

“Qualcuno mi mette in mano un rasoio di sicurezza e un piccolo specchio. Guardo queste cose nelle mie mani e poi mi guardo nello specchio. E questo sarei io: Rigoni Mario di GioBatta, n.15454 di matricola, sergente maggiore del 6° reggimento alpini, battaglione Vestone, cinquantacinquesima compagnia, plotone mitraglieri. Una crosta di terra sul viso, la barba come fili di paglia, i baffi sporchi di muco, gli occhi gialli, i capelli incollati sulla testa dal passamontagna, un pidocchio che cammina sul collo. Mi sorrido.”

“Uno di quei giorni morì il nostro colonnello Signorini. Dissero che dopo aver tenuto rapporto ai comandanti di battaglione e udito quel che rimaneva del suo reggimento si sia ritirato in una stanza dell’isba dove alloggiava e sia morto di crepacuore.”

“Ecco, ora è finita la storia della sacca, ma della sacca soltanto. Tanti giorni poi abbiamo ancora camminato. Dall’Ucraina ai confini della Polonia in Russia Bianca. I russi continuavano ad avanzare.”

“Un giorno mi accorsi che era arrivata la primavera. Si camminava da tanti giorni; era il nostro destino camminare. E mi accorsi che la neve sgelava, che nei paesi attraverso i quali si passava c’erano delle pozzanghere. Il sole scaldava e sentii cantare una calandra. Una calandrella che cantava primavera. Desiderai l’erba verde, sdraiarmi sull’erba verde e sentire il vento tra i remi degli abeti. E l’acqua tra i sassi.”

“Il bambino dormiva nella culla di lego, che dondolava leggermente sospesa al soffitto; il sole entrava dalla finestra e rendeva la canapa come oro; la ruota del mulinello mandava mille bagliori; il suo rumore sembrava quello di una cascata; e la voce della ragazza era piana e dolce in mezzo a quel rumore.”

La fabbrica del consenso – Noam Chomsky

“In questo libro ci proponiamo di delineare un “modello di propaganda” e di applicarlo all’attività dei mass media operanti negli Stati Uniti. Questo proposito rispecchia la nostra convinzione, frutto di molti anni di studio del funzionamento dei media, che da un lato essi servono a mobilitare l’appoggio della gente agli interessi particolari che dominano lo stato e l’attività privata, e dall’altro che spesso il modo migliore per comprendere, a volte con chiarezza cristallina e in profondità, le loro scelte, le loro enfasi e le loro omissioni è quello di analizzarli in questi termini.”

“I mass media come sistema assolvono la funzione di comunicare messaggi e simboli alla popolazione. Il loro compito è di divertire, intrattenere e informare, ma nel contempo di inculcare negli individui valori, credenze e codici di comportamento atti a integrarli nelle strutture istituzionali della società di cui fanno. In un mondo caratterizzato dalla concentrazione della ricchezza e da forti conflitti di classe, per conseguire questo obiettivo occorre una propaganda sistematica.”

“Con la pubblicità, il libero mercato non produce più un sistema neutrale in cui a decidere sia la scelta dell’acquirente finale. Sono le scelte degli inserzionisti a incidere sulla sopravvivenza e sulla prosperità dei media.”

“Un movimento di massa che non possa contare sul sostegno di nessuna testata di rilievo e che, anzi, venga fatto oggetto di veri e propri atti di ostilità da parte della stampa, vedrà per ciò stesso largamente compromesse le proprie capacità di azione e si troverà a combattere in condizioni di palese inferiorità.”

“Un sistema di propaganda, in coerenza con le proprie finalità, presenterà le persone perseguitate dai propri nemici come meritevoli di considerazione e quelle trattate con crudeltà uguale o superiore dal proprio governo o dai suoi alleati come vittime non meritevoli di considerazione.”

“Mentre i servizi concernenti la vittima meritevole sono ricchi di dettagli cruenti e danno voce all’indignazione e all’invocazione della giustizia, quelli relativi a vittime non considerate meritevoli di particolare attenzione hanno un tono pacato e sembrano fatti apposta per spegnere le emozioni ed evocare amare considerazioni filosofiche sull’onnipresenza della brutalità e sul carattere intrinsecamente tragico della vita umana.”

“Il modello della propaganda prevede che i mass media sostengano e favoriscano il punto di vista e il programma dello Stato. Comunque stiano effettivamente le cose, quindi, le elezioni favorite verranno presentate come uno strumento di legittimazione, mentre quelle osteggiate saranno giudicate insignificanti, farsesche e prive di legittimità.”

“Quando i fatti sono troppo schiaccianti per poter essere contestati, la strategia migliore è di ignorarli.”

“Noi non accettiamo la tesi che la libertà di stampa debba essere tutelata per la sua utilità, ossia in quanto strumento per conseguire scopi superiori; al contrario, essa è un valore in sé.”

“Nei media, come in altre istituzioni importanti, coloro che non mostrano di condividere i valori e i punti di vista richiesti saranno considerati irresponsabili, ideologici o comunque persone devianti e tenderanno a esserne esclusi.”

Buskashì – Gino Strada

“Devo aver dormito profondamente, perchè Koko Jalil mi scuote nel letto per svegliarmi, alle cinque e un quarto del mattino.
Maris ast, ci sono feriti.”

“Gafur. Un civile? Un talebano? Un terrorista? Un mujaheddin?
Soltanto un uomo.
Che probabilmente morirà oggi, 13 novembre, prima vittima nella Kabul “liberata”, una delle tante vittime di questa storia cominciata il 9 settembre 2001.”

“Il fumo, le fiamme, la polvere che ricopre la città, il panico sui volti dei sopravvissuti, il crollo. Il World Trade Center non c’è più, migliaia di persone spariscono tra le macerie, mescolate ai mobili degli uffici, ai documenti bancari, alle macchine fotografiche dei turisti.”

“Quanti innocenti sono morti a Sarajevo e a Belgrado, a Mogadiscio e a Baghdad, a Tel Aviv e a Gaza e in tutti gli altri luoghi di guerra del pianeta?”

“La pietà per le vittime si mescola alla rabbia quando iniziano i commenti televisivi.
Non sopporto le chiacchiere di molti politici che hanno già capito tutto, individuato buoni e cattivi, e pontificano sul da farsi. So benissimo, tra l’altro, che per molti di loro Osama fino a stamattina poteva essere indifferentemente una città del Giappone o una marca di preservativi.”

“Non c’è tempo per rivedere Peshawar, che resta per me una delle più straordinarie città del pianeta. Ci ho vissuto troppo poco, solo alcuni mesi, in diverse occasioni. A Peshawar non c’è mai sosta, c’è troppo da vedere.”

“Molto meglio non aprire la discussione sulle missioni di peacekeeping dell’Onu, meno che mai su quella in Somalia.”

“Il passo di Dorah è in cima a uno stretto pianoro, le cime dell’Hindukush sono tutt’intorno a noi.
Altitudine 4825 metri, è come essere a cavallo in cima al Monte Bianco, anche se non se ne ha l’impressione, a guardare le vette lì a fianco che salgono altissime.
E in faccia a noi, e sotto gli zoccoli, la terra degli afgani.
E’ il confine, ce l’abbiamo fatta. Ci guardiamo felici, senza dire una parola. E’ il confine tra il Pakistan e l’Afganistan.”

“E viverla?
Come si sta a viverla? Che cosa si pensa, quando la si vive? Che cosa si prova, dentro la guerra? Quali miserie, quali angosce, come si trema durante la guerra?”

“Questo è il vero confine, quello più difficile da attraversare. Fare propria, rispettare l’esperienza degli altri, quello che stanno provando, non ignorarla solo perché riguarda altri anziché noi stessi.”

“Odio la guerra, che sia fatta dai russi o dagli americani, da Osama o da chicchessia.”

“In Afganistan molti esseri umani sono morti, perchè a molti è stato utile, e perchè molti si sono sentiti nel giusto.”

“Razzi talebani o bombe americane: il risultato non cambia, Idriss o Ahmad Froh, otto anni in due.
E’ questa in fondo – mi dico – la maledetta realtà della guerra, la sua mostruosità.
E’ tutto qui. Scorro il registro dei ricoveri: ventiquattro feriti a Charikar, otto ragazzi, sette feriti a Kapisa, quattro bambini. Tutti e trentuno civili. Come fa qualcuno a non capire che questa è la guerra, nient’altro.”

“Davanti a noi la piana dello Shomali, uno dei giardini abbandonati dell’Afganistan, migliaia di alberi da frutta nei campi pieni di mine, tra case contadine devastate, bombardate e bruciate che si perdono in una lontana nebbia in direzione di Kabul.”

“Cucinare resta per me tra le attività più rilassanti, in certi situazioni, Forse perché sento di fare una cosa positiva, preparare il cibo, e cerco anche di farlo in modo gentile, che faccia piacere a chi lo dividerà con me.”

“In Kurdistan avevo imparato – e lo avevo detto a Marco – a non dare retta alle mille notizie di attacchi imminenti. La mia ricetta era quella di osservare le scarpe dei peshmerga, i guerriglieri curdi.
Quando se ne vedevano in giro a frotte con le scarpe da tennis nuove fiammanti, era ora di preparare fleboclisi e barelle.”

“Jalil vuole conoscere il mondo, ed è stanco di guerra.”

“Nella macchina della guerra, c’è posto anche per il mondo umanitario. Anzi, un posto importante, una specie di nuovo reparto Cosmesi della guerra.
Far vedere quanti aiuti arrivano con la guerra, quante belle cose si possono fare per questa povera gente. Per i sopravvissuti, naturalmente.”

“E’ normale che qualcuno si arrabbi, stiamo disturbando la televendita della favoletta della guerra bella e giusta.
Opinionisti, politologi, studiosi hanno sfilato nei salotti televisivi per l’omaggio di rito alla guerra, abbiamo persino visto generali in pensione e qualche esperto militare lanciarsi in previsioni di tattica e strategia, i Bernacca dei botti.”

“Davvero strana l’informazione, in tempo di guerra.”

“Ci hanno raccontato la favola della guerra e le sue virtù, mentendo deliberatamente su tutto, sulle sue ragioni e sulla sua realtà.”

“Tutti i giornalisti presenti in Afganistan durante questa guerra sanno delle chiare direttive del Pentagono ai mezzi di informazione perchè non si parlasse di certi argomenti, primo fra tutti le vittime civili.
Se il mondo umanitario si è trasformato nel reparto Cosmesi della guerra, l’informazione, salvo rarissime eccezioni, ne è diventata l’ufficio pubblicità e pubbliche relazioni.”

“Sono quindici anni che vedo atrocità e carneficine compiute da vari signori della guerra, chi si diceva di destra e chi di sinistra, e non ci ho mai trovato grandi differenze. Ho visto, ovunque, la stessa schifezza, il macello di esseri umani. Ho visto la brutalità e la violenza, il godimento nell’uccidere un nemico indifeso.”

“Non credere una parola, quando diranno che hanno sconfitto il terrorismo. Sono bugie, enormi bugie che difenderanno con i denti per coprire i propri crimini e i propri interessi.”

L’imperialismo – Vladimir Ilicic Lenin

“Come è penoso rileggere ora, in questi giorni di libertà, quei passi dell’opuscolo che per riguardo alla censura zarista sono contorti, compressi, serrati in una morsa! Solo con la lingua dello schiavo potevo scrivere che l’imperialismo è la vigilia della rivoluzione socialista, che il socialsciovinismo (socialismo a parole, sciovinismo nei fatti) equivale a un completo tradimento del socialismo, al passaggio con armi e bagagli nel campo borghese, che questa scissione in seno al movimento operaio è legata alle condizioni oggettive dell’imperialismo, ecc…”

“Prima la pace di Brest, imposta dalla monarchica Germania, poi la pace di Versailles, di gran lunga più brutale e infame, dettata dalle repubbliche “democratiche” di Francia e di America in combutta con la “libera” Inghilterra, hanno reso all’umanità un preziosissimo servigio. Hanno smascherato i pennivendoli salariati dell’imperialismo e i piccoli borghesi reazionari, ancorché sedicenti pacifisti e socialisti, che inneggiavano al “wilsonismo”, e s’affaccendavano per dimostrare che pace e riforme sono possibili sotto l’imperialismo.”

“Il capitale monetario e le banche rendono ancora più opprimente, nel senso letterale della parola, questa preponderanza di un piccolo gruppo di grandi aziende; cioè milioni di piccoli, medi e, in parte, perfino alcuni dei grandi padroni si trovano interamente alle dipendenze di poche centinaia di milionari dell’alta finanza.”

“La fondamentale e originaria funzione delle banche consiste nel servire da intermediario nei pagamenti; quindi le banche trasformano il capitale liquido inattivo in capitale attivo, cioè produttore di profitto, raccogliendo tutte le rendite in denaro e mettendole a disposizione dei capitalisti”

“Il gruppo della Deutsche Bank è tra i più grandi gruppi bancari, se non addirittura il più grande.”

“L’ultima parola dello sviluppo del sistema bancario è sempre il monopolio.”

“Ma precisamente nell’intimo nesso tra le banche e l’industria appare, nel modo più evidente, la nuova funzione delle banche. Quando la banca sconta le cambiali di un dato industriale, gli apre un conto corrente, ecc., queste operazioni, considerate isolatamente, non scemano in nulla l’indipendenza di quell’industriale, e la banca resta nei limiti di una modesta agenzia di mediazione. Ma non appena tali operazioni diventano frequenti e si consolidano, non appena la banca accumula capitali enormi, non appena la tenuta di un conto corrente di un  dato imprenditore mette la banca in grado di conoscere, sempre più esattamente e completamente, la situazione economica del suo cliente – e questo appunto si va verificando – allora ne risulta una sempre più completa dipendenza del capitalista-industriale dalla banca.”

“Pertanto l’inizio del secolo XX segna il punto critico del passaggio dall’antico al nuovo capitalismo, dal dominio del capitale in generale al dominio del capitale finanziario.”

“Concentrazione della produzione; conseguenti monopoli; fusione e simbiosi delle banche con l’industria: in ciò si compendia la storia della formazione del capitale finanziario e il contenuto del relativo concetto.”

“Una delle più redditizie operazione del capitale finanziario è costituita dalla speculazione fondiaria sui terreni posti nelle vicinanze di città in rapido sviluppo.”

“Per il vecchio capitalismo, sotto il pieno dominio della libera concorrenza, era caratteristica l’esportazione di merci; per il più recente capitalismo, sotto il dominio dei monopoli, è diventata caratteristica l’esportazione di capitale.”

“Il mondo per la prima volta appare completamente ripartito, sicché in avvenire sarà possibile soltanto una nuova spartizione, cioè il passaggio da un padrone a un altro, ma non dallo stato di non occupazione a quello di appartenenza a un padrone.”

“Se si volesse dare la definizione più concisa possibile dell’imperialismo, si dovrebbe dire che l’imperialismo è lo stadio monopolistico del capitalismo.”

“Il mondo si divide in un piccolo gruppo di Stati usurai e in una immensa massa di Stati debitori.”

“Lo Stato rentier è lo Stato del capitalismo parassitario in putrefazione.”

“Monopoli, oligarchia, tendenza al dominio anziché alla libertà, sfruttamento di un numero sempre maggiore di nazioni piccole e deboli per opera di un numero sempre maggiori di nazioni più ricche o potenti: sono le caratteristiche dell’imperialismo, che ne fanno un capitalismo parassitario e putrescente. Sempre più netta appare la tendenza dell’imperialismo a creare lo Stato rentier, lo Stato usuraio, la cui borghesia vive esportando capitali e tagliando cedole.”

La notte dei lunghi coltelli – Lorrain Noel Kemski

“I camion sono arrivati da cinque minuti, seminando nella viuzza una fiumana di tipacci muscolosi e schiamazzanti, berretto a sottogola, camicia bruna, bracciale con la svastica. Ordini brevi, grida, risate, vetri che cadono e si frantumando: il clamore di un assalto vittorioso che si trasforma in sagra.”

“Braun ha diciannove anni. Lavava automobili in una autorimessa. Il giorno stesso in cui fu licenziato, senza preavviso né compenso, nel 1932, il suo padrone, l’ebreo Wiellesmann, presiedeva un concorso di bellezza su una spiaggia della riviera italiana. Braun non è facile a intenerirsi; non basterebbero i lamenti di Geremia.”

“Quando si vuol colpire – dice Voegel – bisogna colpire come il fulmine.”

“Parlavate di legalità? Appunto questa è la nostra legalità, e per me si riassume in una parola: fedeltà.”

“Lentamente, venendo su dal fondo del ventre, la sua risata si arrampica, su su a scarponi impanati, riempie la gola, straripa fuori scuotendo le spalle massicce, beata, pacifica, inquietante per la sua potenza, si spande senza alcun ritegno, senza carità cristiana: a cogliere frutti da tutti i rami e a volerne ancora.”

“Ho sentito accennare a quella che chiamano la notte dei lunghi coltelli – disse Chartier – Che cosa significa esattamente?”

“Hitler non dà del tu né a Goring né a Goebbels né ad alcun altro dirigente nazista; dà del tu a Roehm.”

“Non ho fiducia negli italiani – disse Kovalski – quel popolo di sciacalli e di poltroni, quei vigliacchi che ti sparano alla schiena.”

“Gioco soltanto a scacchi – disse il grosso bavarese.”

“E il capitalismo? Trovi naturale, tu, stare al chiuso nove ore al giorno, correre il pericolo di essere mutilato da una macchina o scotennato da una cinghia di trasmissione, essere ingiuriato da sorveglianti brutali, non poter respirare a tuo agio tanto è il fetore, uscire di lì sfinito da crepare, la sera, appena capace di vuotare il piatto in fretta e in furia e di andare a letto alla svelta, per ricominciare il giorno dopo? Trovi naturale, tu, passare la vita a sgobbare per gli azionisti, gente che non conosci, che non ami, che non vedrai mai, e che si paga le prostitute con il tuo denaro?”

“Con una mitragliatrice è più facile che con un fucile. Con un cannone è più facile che con una mitragliatrice. E così di seguito. Più l’arma è complicata, più l’atto di uccidere è distaccato da te. Tutti possono uccidere con un’arma complicata. Con un coltello o con un badile, no. Con un coltello o con un badile, bisogna che ci si trovi gusto a farlo, o che si abbia una gran paura. Se vuoi uccidere, prova a farlo con un badile, come ho fatto io una volta, in una trincea delle Argonne. Allora ti renderai conto.”

“A quel tempo non avevamo ancora vinto e molti, anzi, dicevano che non avremmo mai vinto, quei fessi del cavolo.”

“Risposta di Hitler: Le SA stanno per essere congedate, non avranno più esercitazioni né adunate da fare.”

“L’immensa maggioranza dei bipedi che ingombra le strade è assolutamente priva di qualsiasi specie di personalità: copiano e odiano. E quando dico odiano, voglio dire che hanno paura di quello che non riescono a copiare…”

“Ti perdoneranno di violare le poppanti al seno della madre, di derubare i paralitici e di lasciare crepare di fame la tua vecchia, ma questo, di sputare nel piatto dove mangi, non te lo perdoneranno.”

“Che il gregge mangi due volte al giorno, abbia a sua disposizione teatri, bordelli e confessionali, e gli altri si riservino i posticini tranquilli accanto al fuoco, questa è la civica armonia. Dare panem et circenses è stato è e resterà il primo adagio della politica. Divertili, inventa qualcosa per distrarli (non è difficile), risparmia loro la fatica di dover pensare e di te faranno un dio, si affideranno a te completamente, a occhi bendati…”

“E vuoi sapere chi ho visto scarrozzarsi in lussuose automobili con facce trionfanti, quando sono ritornato? Quella sporca razza! I giudei! Quei vampiri! Quei cani! quei becchi maledetti! E Dio sa quanto sono arroganti i giudei quando stanno al timone… Ora tengono chiuso il becco, si fanno piccoli piccoli, camminano con la coda tra le gambe, ma bisognava vederla nel 19 quella sporca razza.”

“Alcuni autocarri sono passati, lontano. E’ sempre con quelli che si incomincia. Poi briciole di rumori: voci perentorie, botto di stivali, tramestio di armi.”

“Parlavi dell’Europa, di eredità e di patrimonio – riprese Von Hacken – se lasciamo a Hitler e alle sue bande la cura di difendere i valori della nostra civiltà che cosa ne resterà? e che posto potremo rivendicare in seguito?”

“Dall’èra della pietra è sempre esistita la propaganda, ma la tecnica moderna al servizio della propaganda è pericolosissima, perché anche se i regimi di forza hanno sempre incominciato bene, ci si può legittimamente preoccupare dei risultati, a lungo andare, in modo particolare dopo una generazione o due di intossicati, se la faccenda dovesse continuare. Certo è facile provocare l’abbrutimento delle masse.”

“L’albergo Hanslbauer è invaso. I capi SA dormivano. Li svegliano. Insulti, imprecazioni, crisi di nervi del Fuhrer, con la schiuma alla bocca: Tu!… Tu!. Roehm scrolla le spalle, protesta appena. Docilmente si lascia portare via e così pure il suo aiutante di campo, lo Sturmfuhrer conte von S., efebo di una bellezza affascinante, e tutto il suo stato maggiore.
In tutta la Germania cominciano le fucilazioni.”

“Se dovessimo ricominciare – dice Linke – ricominceresti, Martin?
Berwald indugia a rispondere. Riflette. Si ricorda la sua indignazione di un tempo e la prima sera quando è andato a quella riunione: l’uomo che parlava su uno sfondo di bandiere, la gente, gente modesta, gente come lui, la fede immensa, quel calore gomito a gomito. Si ricorda tutto.”

“Quanto a me, io oggi muoio. Domani vi saranno tram per la strada, odore di frittura dinanzi alle trattorie e nessuno si sarà accorto di nulla. Nessuno.”

Il mediterraneo – Fernand Braudel

“In questo libro, le imbarcazioni navigano; le onde ripetono la loro canzone; i vignaioli discendono dalle colline delle Cinque Terre, sulla Riviera genovese; in Provenza e in Grecia si bacchiano le olive; i pescatori tirano le reti sulla laguna di Venezia; i carpentieri costruiscono barche, uguali oggi a quelle di ieri… E ancora una volta, guardandole, ci ritroviamo fuori dal tempo.”

“La storia non è altro che una continua serie di interrogativi rivolti al passato in nome dei problemi e delle curiosità – nonché delle inquietudini e delle angosce – del presente che ci circonda e ci assedia. Più di ogni altro universo umano ne è prova il Mediterraneo, che ancora si racconta e si rivive senza posa. Per gusto, certo, ma anche per necessità. Essere stati è una condizione per essere.”

“Che cos’è il Mediterraneo? Mille cose insieme. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre. Viaggiare nel Mediterraneo significa incontrare il mondo romano in Libano, la preistoria in Sardegna, le città greche in Sicilia, la presenza araba in Spagna, l’Islam turco in Iugoslavia.”

“Ed ecco il re delle fucine, l’Etna, che si erge, sempre attivo, sulla meravigliosa piana di Catania. Luogo di leggende, l’Etna: i Ciclopi, fabbricanti delle folgori celesti, vi manovrano, nelle forge di Vulcano, i loro enormi mantici di pelle di toro; il filosofo Empedocle si sarebbe gettato nel suo cratere, che ne restituì, si dice, soltanto un sandalo.”

“Ancora una volta, dunque, come in tanti altri casi, siamo di fronte a due Mediterranei: il nostro e l’altrui. Da una parte vi è la transumanza, dall’altra il nomadismo.”

“Il Mediterraneo realizza il proprio equilibrio vitale a partire dalla triade ulivo-vite-grano.”

“Guardate ancora oggi, a Napoli o a Palermo, gli operai che durante l’ora di pausa mangiano all’ombra di un albero o di muretto: si accontentano del “companatico”, un condimento di cipolle o di pomodori sul pane innaffiato di olio, e lo accompagnano con un bicchiere di vino. Qui la trinità mediterranea si dà appuntamento al gran completo: l’olio d’oliva, il pane di frumento e il vino dei vicini vigneti. Tutto questo, ma non molto di più.”

“Il mare. Bisogna cercare di immaginarlo, di vederlo con gli occhi di un uomo del passato: come un limite, una barriera che si estende fino all’orizzonte, come un’immensità ossessiva, onnipresente, meravigliosa, enigmatica.”

“La conquista sarà alla fine compiuta e imposta dalla curiosità, dallo spirito di avventura, dalle politiche ambiziose e sfrenate degli stati. Con gli stati e con le civiltà bellicose, infatti, la grande storia si ostina ad attraversare il mare, a soggiogarlo, a impadronirsi delle rotte perché l’avversario non possa sfruttarle e controllarle.”

“Il Mediterraneo è un insieme di vie marittime e terrestri collegate tra loro, e quindi di città che, dalle più modeste alle medie, alle maggiori si tengono tutte per mano. Strade e ancora strade, ovvero tutto un sistema di circolazione.

“Le città tedesche – Norimberga, Ulm, Francoforte sul Meno e soprattutto Augusta – sono allieve, emule dell’Italia. A Bruges e a Londra, a partire dal secolo XIV, trionfa il banchiere mercante italiano, e con lui trionfa il mare, lontano ed esigente.”

“Il lusso che riscopriamo oggi, in spirito e oggettivamente, lungo il Canal Grande, la più bella strada del mondo, o in piazza San Marco, che del mondo è la più bella piazza, si spiega soltanto con l’altrui sfruttamento, messo in atto a distanza.”

“Quando, nel corso della festa della Sensa, il giorno dell’Ascensione, il doge di Venezia celebra le proprie nozze con il mare, davanti alla chiesa di San Nicolò dei Mendicoli, non si tratta soltanto di un bello, grande spettacolo, oppure un simbolo, ma di una realtà: attraverso il mare egli sposa il più vasto Mediterraneo, fonte perenne di ricchezze.”

“Chi oserebbe, però, negare al primo alfabeto o al primo esemplare di moneta la qualifica di rivoluzionari?”

“Le civiltà sono dunque intrise di guerra e di odio, una immensa zona d’ombra che le divora quasi per metà. L’odio se lo fabbricano, se ne nutrono, ne vivono.”

“Non si entra al caffè per bere, ma per rivestire il proprio ruolo in una società di uomini.”

“Nata su un suolo povero, dove colline di tufo si ergevano al disopra di terreni paludosi, tra un’aspra montagna e una costa priva di rilievo, Roma offre un esempio unico del passaggio da un villaggio di poche capanne a un impero che arrivò a credersi universale.”

“Ciascuno di noi ha il suo modo di amare Venezia, che non è quello del vicino, e di racchiudervisi a piacer suo, di trovarvi ciò che vuole, la gioia di vivere, la decrepitezza della morte, un attimo di tregua, un alibi, una stravaganza o il semplice intermezzo di una vita diversa.”

Per tutti i gusti – Zygmunt Bauman

“…come degli onnivori: nel repertorio del loro consumo culturale c’è spazio tanto per l’opera quanto per l’heavy metal o il punk, per l’arte alta come per la televisione popolare, per Samuel Beckett come per Terry Pratchett. Un boccone di qua, un morso di là, oggi questo e domani qualcos’altro..:”

“Non è tanto questione di scontro tra un gusto (raffinato) ed un altro (volgare), quanto tra l’essere onnivori e l’essere univori, tra la disponibilità a consumare tutto e la selettività schizzinosa.”

“Ciò che rende liquida la modernità, e giustifica quindi la scelta del termine, è la sua “modernizzazione” compulsiva e ossessiva, che si autoalimenta e cresce su sé stessa, in conseguenza della quale, come nei liquidi, nessuna delle successive forme di vita sociale è in grado di mantenere a lungo la propria forma”

“La cultura oggi è costituita da offerte, non da proibizioni; da proposte, non da norme”

“La nostra è una società di consumatori in cui la cultura, al pari del resto del mondo sperimentato dai consumatori, si presenta come un magazzino di beni concepiti per il consumo, tutti in competizione per accapararsi l’attenzione insopportabilmente fugace e distratta dei potenziali clienti, e tutti in cerca di mantenere quell’attenzione per più di un battito di ciglia.”

“L’economia liquido-moderna, orientata al consumo, si basa su un surplus di offerte, sul loro rapido deperimento e sul prematuro appassimento dei loro poteri di seduzione.”

“In parole povere il progresso si è spostato da un discorso di miglioramento di vita condiviso a un discorso di sopravvivenza personale.”

“Il tempo scorre per davvero, e il segreto è tenerne il passo. Se non vuoi annegare, devi continuare a navigare: vale a dire, devi continuare a cambiare, più spesso che puoi, il tuo guardaroba, i mobili, la carta da parati, l’aspetto e le abitudini.”

“Le persone che rimangono attaccate ai vestiti, al computer e ai telefonini di ieri significano catastrofe per un’economia la cui principale preoccupazione, e conditio sine qua non di sopravvivenza, è che i beni comprati e acquisiti vengano velocemente, e sempre più velocemente, buttati nel cassonetto dell’immondizia: un’economia che ha come sua colonna vertebrale lo smaltimento dei rifiuti.”

“La fuga è considerata l’occupazione più popolare (e in realtà inevitabile). Gli eserciti non insistono più sul servizio militare obbligatorio, anzi lo rifuggono; eppure il dovere comune del cittadino-consumatore, un dovere sanzionato con la pena capitale (sociale) in caso di inadempienza, è di restare fedeli alla moda e continuare ad essere alla moda.”

“La caccia è come una droga: una volta assaggiata, si trasforma in abitudine, necessità interiore e ossessione.”

“In una società di cacciatori, la prospettiva della fine della caccia non è allettante, ma orripilante: sarebbe, in fondo, un momento di fallimento personale.”

“Non è la fine del viaggio a sostenere lo sforzo, ma la sua infinitezza.”

“In pratica gli immigrati non hanno altra scelta che accettare il destino di essere l’ennesima “minoranza etnia” nel paese dove sono giunti; ai nativi, non rimane che prepararsi a passare la vita circondati da diaspore. Dagli uni e dagli altri ci si aspetta che trovino il modo di far fronte a realtà disagevoli su cui non hanno controllo.”

“La stretta contiguità di agglomerati “etnicamente stranieri” innesca umori tribali nella popolazione del luogo, e l’obiettivo delle strategie suggerite da questi umori è l’isolamento forzato, ghettizzante, degli elementi stranieri, isolamento che a sua volta amplifica gli impulsi difensivi delle popolazioni immigrate, ossia la loro inclinazione ad estraniarsi e a chiudersi nella loro cerchia.”

“Da entrambe le parti compaiono tendenze alla separazione e all’innalzamento di barriere, il che aggiunge contestazioni e passione.”

“Fin tanto che i proletari verranno distratti dalla loro disperazione grazie a pseudoeventi creati dai media, comprese occasionali guerre, tanto brevi quanto sanguinose, i super ricchi avranno poco da temere.” (Rorty)

“Quando i poveri si scornano tra di loro, i ricchi hanno tutte le ragioni per fregarsi contenti le mani.

“Oggi i poteri globali utilizzano la strategia della distanza e del disimpegno.”

“Il nuovo culturalismo, come il razzismo prima di esso, si affanna a reprimere la coscienza morale e ad accettare la diseguaglianza tra gli uomini considerando che essa sia al di là delle capacità di intervento umano (nel caso del razzismo) o che sia una condizione con cui non si deve interferire, in omaggio ai suoi venerabili valori culturali.”

“Ma il coraggio è una qualità che gli intellettuali – un tempo noti per il loro ardimento, o la loro davvero eroica audacia – hanno perso, nella loro corsa verso nuovi ruoli e “nicchie” in qualità di esperti, guru accademici e celebrità mediatiche.”

“…consumatori che si preoccupano delle dimensioni della loro fetta di pane più che di quelle dell’intera pagnotta.”

“Le colonne in marcia lasciano il passo agli sciami”

“Giovanni Pico della Mirandola, il codificatore delle audaci ambizioni del Rinascimento.”

“per quanto sappiamo dell’opinione popolare – ossia il giudizio più vicino a quello della società – è che essa non resta mai a lungo davvero popolare, e non si sa quale opinione o quali opinioni la sostituiranno il giorno seguente.”

“L’Unione Europea non indebolisce le identità dei paesi in essa riuniti. Al contrario, essa è una paladina dell’identità. Di più, è la migliore assicurazione per la sua sicurezza, poichè le offre la migliore probabilità di sopravvivenza, e anche di sviluppo.”

“Dominare equivale ad avere il diritto e i mezzi di cambiare a proprio piacimento la mente altrui, e ad essere di conseguenza una fonte di costante e incurabile incertezza per i dominati.”

“Di fronte a mezzi inadeguati per pareggiare i propri bilanci, o per praticare politiche sociali indipendenti, ai governi non resta di fatto altra strategia che la cosiddetta deregulation: la cessione del controllo sui processi economici e culturali alle forze del mercato, forze che sono essenzialmente extraterritoriali e quindi svincolate dal controllo politico.”

“In Europa, come in nessun altro luogo, un Altro ha sempre vissuto molto vicino, sempre all’orizzonte o spalla a spalla; di certo metaforicamente, perchè sempre vicino in spirito, ma spesso anche in senso letterale, fisicamente.”

“Nelle esperienze scritte in dialetti stranieri si cela un’enorme sapienza umana inaccessibile.”

Shah-in-shah – Ryszard Kapuscinski

“Lettere rimaste a metà e mai spedite. Vecchio mio, ne avrei di cose da raccontare su quel che ho visto e vissuto da queste parti, ma non riesco a riordinare le impressioni.”

“La verità è che quando sto in albergo (cosa che mi accade spesso) avere la camera in disordine mi piace, mi dà un senso di vitalità, un surrogato d’intimità e di calore; è la prova (poco importa se illusoria= che un luogo per definizione estraneo e poco accogliente come una camera d’albergo sia stato almeno in parte addomesticato e reso familiare.”

“Nel nostro mondo sovraffollato e aggressivo il debole, per difendersi e restare a galla, non può che fare parte a sè, appartarsi. La gente ha paura di essere inglobata, spogliata, ridotta ad assumere lo stesso passo, le stesse facce, lo stesso modo di guardare e parlare degli altri; teme di essere costretta a pensare e a reagire in modo non suo, a versare il sangue per una causa altrui e poi venire definitivamente annientata.”

“Ma lo scià non capiva. Non capiva che si può distruggere fisicamente un uomo senza che quello smetta di esistere. Anzi, se così posso dire, esisteva due volte tanto. Sono paradossi contro cui nessun despota riesce ad averla vinta.”

“Mi chiede se Mossadeq fosse destinato a perdere. Tanto per cominciare, non ha perso, lui ha vinto. Gente come quella si misura con il metro della storia, non con quello della carica: due cose molto diverse. Un uomo così lo si può destituire dalla carica, ma non dalla storia perchè nessuno riuscirà a cancellarlo dalla memoria degli uomini. La memoria è una proprietà privata su cui il potere non ha accesso.”

“Il petrolio scatena emozioni e passioni straordinarie, perchè è innanzitutto una grande tentazione. La tentazione di acquistare con poca fatica fortune colossali, forza, successo e potere. E’ un liquido sporco e maleodorante che sgorga zampillante verso l’alto e poi ricade sotto forma di una frusciante pioggia di soldi.”

“L’idea del petrolio esprime perfettamente l’eterna aspirazione dell’umanità alla ricchezza ottenuta per caso, per un colpo di fortuna anzichè con il lavoro, la fatica, il sudore e le tribolazioni. In questo senso il petrolio è una favola e, come ogni favola, una menzogna.”

“In quel periodo lo scià aveva concesso l’immunità diplomatica a tutti i militari americani e alle loro famiglie. Il nostro esercito annoverava già numerosi esperti americani. I mullah protestarono, sostenendo che l’immunità era incompatibile con il principio di sovranità. Fu allora che l’Iran udì per la prima volta la voce di Khomeini.”

“Al momento opportuno la gente si ricordò le parole di Khomeini e lo seguì”

“La gente alle fermate è uguale in tutto il mondo: stessa espressione apatica e stanca, stesso atteggiamento intorpidito e rassegnato, stesso sguardo spento e scostante.”

“L’Iran era lo stato della Savak, ma la Savak vi agiva come un’organizzazione clandestina: appariva e spariva, cancellava le sue tracce, non aveva indirizzo.”

“Una dittatura che annienta l’intelligencija e la cultura si lascia dietro terre deserte e sterili, dove l’albero del pensiero faticherà molto a rinascere.”

“Ma quanto erano ingannevoli quegli incontri, quanto era lontano da quelle ville il vero Iran, quell’Iran che stava per prendere la parole e sorprendere il mondo!”

“Lo sciita è innanzitutto un accanito oppositore.”

“Esistono popolazioni alle quali da secoli tutto va male, tutto si sbriciola tra le mani, che hanno sempre il vento contrario, che non fanno in tempo a intravedere un barlume di speranza senza che questo subito si spenga: popoli che si direbbero marchiati da un fato avverso.”

“Dal momento in cui il bazar dichiara sciopero e chiude i cancelli, la gente muore di fame e non ha neanche il conforto spirituale di un luogo di culto: il che spiega perchè l’alleanza tra moschea e bazar formi una forza capce di sconfiggere qualunque autorità. Così è stato anche nel caso dell’ultimo Scià. Quando il bazar emanò il suo verdetto, la sorte del monarca fu segnata.”

“Più la lotta s’intensificava, più gli sciiti si sentivano a loro agio. Il talento dello sciita si manifesta nella lotta, non nel lavoro. Contestatori nati, sempre scontenti e all’opposizione, dotati di un forte senso della dignità e dell’onore, appena scoccò l’ora di dare battaglia si sentirono di nuovo nel loro elemento.”

“Ci vogliono le parole e il pensiero chiarificatore. Per questo i tiranni, più che bombe e pugnali, temono le parole sulle quali non hanno controllo, le parole che girano libere, clandestine, ribelli, senza uniformi di gala nè timbri ufficiali.”

“Occorre distinguere la rivoluzione dalla rivolta, dal colo di stato e dal rovescio di palazzo. Colpo di stato e rovescio di palazzo si possono programmare, la rivoluzione mai.”

“Il successo della rivoluzione per assedio viene deciso dalla determinazione dei rivoltosi. Dalla loro forza di volontà e dalla perseveranza. Ancora un altro giorno! Ancora uno sforzo! Alla fine i cancelli cedono, la folla irrompe all’interno e celebra il suo trionfo.”

“C’è un periodo, infatti, in cui sembra che i membri dell’elitè siano onnipotenti. Per quanti scandali e illegalità commettano, la passano sempre liscia. Il popolo tace, pazienta, è prudente. Ha paura, non si rende ancora conto della propria forza. Al tempo stesso, però, segna uno per uno i torti subiti e, al momento opportuno, tirerà le somme. La scelta di questo famoso momento è uno dei massimi enigmi della storia.”

“Dice un proverbio iraniano: le promesse valgono per quelli che ci credono.”

“Non sappiamo se il poliziotto e l’uomo della folla si siano resi conto di quello che è successo: che l’uomo della folla ha smesso di avere paura e che questo è appunto l’inizio della rivoluzione.”

“LA paura, una vorace bestia da preda annidata dentro di noi che non ci permette di dimenticarla. Ci spossessa e ci tortura senza posa. Chiede continuamente cibo, e noi dobbiamo nutrirla.”

“L’uomo si sbarazza della paura, si sente libero. Senza questo processo, la rivoluzione non avverrebbe.”

“Aveva dimenticato di stare vivendo in un’epoca in cui i popoli volevano diritti e non favori.”

“La folla attira folla, ha detto Elias Canetti. La gente qui ama trovarcisi in mezzo, la folla rafforza, conferisce valore, permette di esprimersi. Evidentemente il singolo si porta dentro un qualcosa che lo mette a disagio, un qualcosa di cui la folla gli permette di liberarsi.”

“Una rivoluzione è sempre lo scontro fra due forze: la struttura e il movimento.”

“Quella iraniana era la ventisettesima rivoluzione del terzo mondo alla quale assistevo. Fra fumo e boati cambiavano i sovrani, cadevano i governi e nuova gente occupava le poltrone. Un dato però restava immutato, indistruttibile e – tremo nel dirlo – eterno: il non sapere che fare.”

Mossad – Michael Bar Zohar / Nissim Mishal

“Eppure quando il Mossad ha messo in guardia l’Occidente annunciando che la cosiddetta Primavera arava rischiava di trasformarsi in un Inverno arabo, quasi nessuno ha dato retta alle sue ammonizioni.”

“Il Mossad è l’ultima risorsa prima del ricorso alla guerra aperta.”

“Per i guerrieri solitari del Mossad, invece, non ci sono scambi di prigionieri o ponti avvolti nella nebbia: pagano la loro audacia con la vita.”

“Il suo ragionamento era semplice e lineare: abbiamo dei nemici, ci sono arabi cattivi che vogliono ammazzarci, per cui è nostro dovere ammazzare loro per primi.”

“La tragica storia della sua famiglia e le sofferenze patite dagli ebrei durante l’Olocausto lo ossessionarono fin da bambino, tanto da indurlo a consacrare la sua stessa vita alla difesa del neonato stato di Israele.”

“Il primo giugno 1962, nel crepuscolo che precede l’alba, una spedita lancia della guardia costiera israeliana uscì dalle acque territoriali del paese. Il motore venne spento, e mentre lo scafo andava silenziosamente alla deriva un uomo della polizia rovesciò le ceneri di Eichmann nel Mediterraneo.”

“Fin dal 1948 la Siria era stata afflitta da una lunga sequela di colpi di stato militari. Era molto raro, ormai, che un dittatore siriano avesse il privilegio di morire nel proprio letto. Di solito gli ex presidenti finivano i loro giorni sul patibolo o di fronte a un plotone di esecuzione, quando non cadevano per mano di un sicario. Era un paese instabile, in costante subbuglio.”

“Nel giro di pochi istanti il lamento delle sirene antiaeree lacerava il silenzio dello Yom Kippur: Israele era in guerra.”

“Il solo pensiero del pericolo che un Iran accecato dal fanatismo e in possesso di bombe nucleari rappresenterebbe per Israele basta a richiamare alla mente l’adagio talmudico: Se qualcuno sta venendo a ucciderti, insorgi e uccidilo tu per primo.
Ancora una volta Israele si è sentito solo. Come nel 1948, l’anno della sua creazione, e come nel 1967, alla vigilia della Guerra dei sei giorni, il paese deve affrontare la più grave decisione della sua storia.”

Imperium – Ryszard Kapuscinski

“Questo libro non è una storia della Russia e dell’ex Urss, nè un resoconto dell’ascesa e della caduta del comunismo in questo stato e neanche un compendio scolastico di nozioni sull’impero.
E’ la relazione personale del viaggio che ho compiuto nelle sconfinate distese di questo paese (o meglio di questa parte del mondo), cercando di arrivare fin dove me lo consentivano il tempo, le forze e le possibilità.”

“Il mio primo incontro con l’Impero avviene accanto al ponte che collega la cittadina di Pinsk al sud del mondo. E’ la fine del settembre 1939. Guerra ovunque. Villaggi in fiamme, gente che si rifugia nei boschi e nei fossati per proteggersi dalle incursioni.”

“Chiedo alla mamma perchè portino via quelle persone. Mi risponde tutta nervosa che è cominciata la deportazione. Deportazione? Strana parola. Che cosa significa? Ma la mamma non vuole rispondermi, non vuole parlarmi, piange.”

“L’avvicinarsi di una frontiera aumenta la tensione, produce una certa emozione. La gente non è fatta per vivere in situazioni di frontiera, e infatti cerca di sfuggirle o di liberarsene il prima possibile. E tuttavia ci si imbatte continuamente, le vede e le sente ovunque.”

“Quante vittime, quanto sangue, quanto dolore legati alla questione delle frontiere! Non si contano i cimiteri dei caduti in difesa delle frontiere. Non meno sterminati sono i cimiteri degli audaci che tentarono di allargare le loro.”

“Jeanne prova la stessa sensazione che pervade chiunque si addentri nella bianca infinità della Siberia: l’impressione di scivolare nella non esistenza, di svanire nel nulla.”

“Ammesso che esista il cosiddetto genio di un popolo, il genio del popolo russo si esprime tra l’altro in questo detto: Eh! E’ la vita!”

“La Russia è, da un lato, uno spazio vasto e sconfinato; dall’altro, una grandezza talmente schiacciante da mozzare il fiato e impedire il respiro.”

“Un popolo che non ha un suo stato cerca la salvezza nei simboli. La difesa del simbolo equivale alla difesa delle frontiere. Il culto del simbolo diviene una forma di culto della paura, un atto di patriottismo.”

“Il fatto è che il fiore, da solo, non profuma: bisogna toccargli il gambo e allora, sentendo che ci si interessa a lui, il fiore si mette a profumare. I fiori non profumano per se stessi, ma per gli altri. Appena un fiore si sente toccare, reagisce profumando: è frivolo e leggero, vuol piacere a tutti.”

“Un turkmeno dalla barba bianca, come lui, sa tutto. La sua testa è piena di saggezza, i suoi occhi hanno letto il libro della vita. Quando ha posseduto il primo cammello ha conosciuto il sapore della ricchezza, quando gli è morto il gregge di pecore ha conosciuto la disgrazia della miseria. Ha visto i pozzi prosciugati, e sa che cosa sia la disperazione; ha visto i pozzi colmi d’acqua e sa che cosa sia la felicità. Sa che il sole dà la vita, ma anche la morte, cosa di cui nessun europeo si rende conto.”

“L’acqua è il principio di tutto. E’ il primo nutrimento. Il sangue della terra. Gli uomini raffiguravano l’acqua con tre linee ondulate, sulle quali disegnavano un pesce, simbolo della fortuna. Tre linee, più il pesce, significavano la vita.”

“La gente ama contemplare le proprie disgrazie.”

“Nel deserto la causa della guerra è il desiderio di vivere, l’uomo viene al mondo già prigioniero di questa contraddizione e qui sta il suo dramma. Ecco perchè i turkmeni non hanno mai conosciuto l’unità: a dividerli c’è sempre stato un aryk prosciugato.”

“Il colore di Bukhara è il bruno, il colore dell’argilla essiccata al sole. Quello di Samarcanda è l’azzurro carico, il colore del cielo e della terra.”

“Primavera 1989. Leggendo le notizie in arrivo da Mosca mi dicevo che forse avrei fatto bene ad andarci. Anche da altre parti mi giungevano spinte in quella direzione, nel senso che la Russia, quando decide di svegliarsi, comincia a interessare un pò tutti.”

“I tedeschi dicono Zeitgeist, lo spirito del tempo. C’è un momento, quanto mai affascinante, promettente e fecondo, in cui lo spirito del tempo, finora sonnecchiante, spento e apatico come un uccello bagnato sul ramo, improvvisamente, senza una ragione apparente (o perlomeno senza una ragione spiegabile in modo puramente razionale) spicca un volo ardito e gioioso. Il fruscio di quel volo arriva a utti. Sveglia la nostra immaginazione, ci dà energia: cominciamo ad agire.”

“Autunno 1989. Il primo contatto con l’Impero dopo tanti anni. L’ultima volta c’ero venuto vent’anni fa, all’inizio dell’era brezneviana. L’era di Stalin, l’era di Chruscev, l’era di Breznev. E prima ancora: l’era di Pietro I, di Caterina II, di Alessandro III. In quale altra parte del mondo la persona del sovrano, la natura del suo carattere, le sue manie e le sue fobie imprimono un marchio così forte sulla storia del paese, sul suo corso, sui suoi slanci verso l’alto e sulle sue cadute.”

“La Mosca vista da Napoleone in quell’assolato pomeriggio del settembre 1812 non esiste più.”

“L’uomo dietro al bancone fu rimpiazzato dall’uomo dietro la scrivania e la rivoluzione trionfò.”

“Perchè la natura diabolica di ogni male è quella di riuscire, a nostra insaputa e senza il nostro consenso, ad accecarci e irretirci.”

“In sostanza, il sit-in consiste nello stare seduti esponendo pubblicamente le proprie richieste. Tutto qui. Nient’altro.”

“Come i contadini che, in ogni parte del mondo, attaccano sempre discorso parlando del raccolto, mentre gli inglesi parlano del tempo, così nell’Impero la conoscenza tra due persone prende sempre avvio dalla dichiarazione della propria nazionalità. E’ un’informazione da cui dipenderanno molte cose.”

“Dice bene l’Ecclesiaste: Colui che aumenta la conoscenza non fa altro che aumentare il dolore.”

“Tra il russo e il suo Impero esiste una forte e vitale simbiosi, le sorti del potere sono un fatto di cui il russo si preoccupa in modo profondo e sincero. Anche oggi!”

“Dovunque il nazionalismo di un popolo si manifesti, ecco sorgere d’incanto i nemici di quel popolo e crearsi lo spunto per conflitti e guerre.”

“In Siberia la natura non conosce mezze misure, qui tutto è sempre violento e radicale.”

“La vecchia si raddrizzò, appoggiò le mani sul manico della scopa, mi guardò, fece persino un sorriso e disse una frase che riassumeva l’essenza della filosofia di vita russa: – Kaz zivem? – (come viviamo?) ripetè pensierosa e, con una voce in cui vibravano orgoglio, determinazione, sofferenza e gioia, aggiunse – Dysym! – (Respiriamo!)”

“Soto le ali dell’aereo si snoda una pianura candida, immota, punteggiata qua e là dalle macchie scure dei boschi. Spazi deserti e monotoni, dolci rilievi in forma id basse colline acquattate: nulla su cui soffermare lo sguardo, nulla che attiri l’attenzione. E’ la Kolyma.”

“Cos’era, lei? Una vittima o un carnefice?”

“Questo desiderio di far giungere agli altri la propria voce è tipico dei prigionieri, attaccati alla fede nella giustizia come a un salvagente, convinti che essere uditi equivalga a essere capiti e quindi a dimostrare le proprie ragioni e a vincere la partita.”

“Tre piaghe, tre flagelli minacciano il mondo.
La prima è la piaga del nazionalismo.
La seconda, la piaga del razzismo.
La terza, la piaga del fondamentalismo religioso.
Le tre piaghe sono unite dalla stessa caratteristica, dallo stesso comun denominatore: la più totale, aggressiva e onnipotente irrazionalità. Impossibile penetrare in una mente contagiata da uno di questi tre mali. In quelle teste arde un sacro rogo in attesa delle sue vittime.”

“Ormai i tempi sono cambiari e Nedov fonde i Breznev per farne statuine di san Giorgio e si santo Stefano, il patrono locale.”

“La delegazione parte con alla testa il sostituto di Eltsin, Ruckoj, e il sindaco di Pietroburgo, Sobcak. Entrambi hanno avuto una parte principale nello sventare il putsch neostalinista, ma entrambi sono russi e sanno che cosa significhi la Russia senza l’Ucraina. – Senza l’Ucraina – scriveva ancora negli anni ttenta lo storico polacco J. Wasowicz – Mosca viene respinta nelle foreste del nord.”

“Il sovrano e il suo esercito: è forse per questo che l’aquila russa, stemma e simbolo dello stato, invece di una sola testa ne ha due?”

“Per le vie della vecchia Pietroburgo si può camminare all’infinito. Quanta architettura interessante, quanti canali, angoli, piazzette. Di qui Puskin partì per il fatale duello (angolo tra il Nevskij Prospekt e la Mojka); qui la Achmatova scrisse il suo sconvolgente Requiem; di qui passa in carrozza il protagonista del racconto Pietroburgo di Andrej Belyj, Apollon Apollonovic Ableuchov, che dice: All’infuori di Pietroburgo non c’è niente.”

“Nella storia contemporanea è la Russia ad aprire il XX secolo con la rivoluzione del 1905, ed è sempre la Russia a chiuderlo con la rivoluzione sfociata nella caduta dell’Urss del 1991.”

“Il ruolo crescente della televisione nella politica ha modificato in tutto il mondo la linea d’attacco dei vari golpisti: un tempo assalivano i palazzi dei presidenti, le sedi del governo e del parlamento; adesso cercano al più presto di occupare l’edificio della stazione televisiva.”

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