Frasiarzianti's Blog

Le frasi più belle tratte dai libri letti

Archivio per la categoria “Scrittori siciliani, 26 libri”

L’arte della gioia – Goliarda Sapienza

“Ed eccovi me a quattro, cinque anni in uno spazio fangoso che trascino un pezzo di legno immenso. Non ci sono né alberi né case intorno, solo il sudore per lo sforzo di trascinare quel corpo duro e il bruciore acuto delle palme ferite dal legno.”

“Mi trovo ora nel buio della stanza dove si dormiva, si mangiava pane e olive, pane e cipolla. Si cucinava solo la domenica. Mia madre con gli occhi dilatati dal silenzio cuce in un cantone. Non parla mai, mia madre. O urla, o tace.”

“E dai cu stu mari! Cocciuta sei! Cento volte te lo spiegai, cento volte! Il mare è una distesa d’acqua fonda come l’acqua del pozzo che sta fra il nostro podere e quella catapecchia che è la vostra casa. Solo che è blu, e che per quanto giri l’occhi non puoi vedere dove finisce.”

“Che belli i nomi dei fiori: gerani, ortensie, gelsomino, che suoni meravigliosi!”

“Eh, la giovinezza, che cosa bella e raggiante che è!”

“Ieri sera, al tramonto, mi venga un colpo se non dico la verità, sembrava una rosa pallida indorata dal sole. E se fossi un’ape non avrei altro desiderio che di posarmi sul bocciolo di rosa che sono le tue labbruzze.”

“Una volta fui a Catania, una grande città che sta lontano, molto lontano da qui, giù vicino al mare. In questa città c’era – chissà se c’è ancora, io parlo di tanti anni fa – un giardino sterminato che chiamavano Villa Bellini.”

“Come si dice a Catania, sant’Agata prima l’hanno rubata e poi l’hanno incancellata…”

“La farsa, se si ride troppo, finisce sempre in grande amarezza.”

“Aprile lusinga col suo falso calore. T’accarezza con mani sicure, ma è pronto ad abbandonarti al veleno dell’umido appena l’ombra cala.”

“Allora il dolore, l’umiliazione, la paura non erano, come dicevano, una fonte di purificazione e beatitudine. Erano ladri viscidi che di notte, approfittando del sonno, scivolavano al capezzale per rubarti la gioia di essere viva.”

“Stanca la vista della giovinezza.”

“Lei era di Palermo, e ne era molto orgogliosa. Odiava Catania: catanisi soldu fausu, diceva sempre. E io mi divertivo a sfruculiarla.”

“Noi siamo di Catania. Là il Monte dà la vita con la neve e la morte con la lava.”

“Così, per la prima volta in vita mia, fui amata amando, come dice la romanza. Cosa così rara che ancora adesso ricordo la sensazione di leggerezza che mi faceva aprire gli occhi al mattino, sicura della nuova avventura che sarebbe nata da lei e me abbracciate.”

“Se vuoi saperlo: qua a Dio ci crediamo, ma ai preti e alle monache poco, molto poco.”

“Io le insegnerò a trattare con quei ladri di avvocati e notai…”

“C’era sempre qualche causa in corso. Il codice civile, la principessa me lo aveva dato dicendomi: – Guardatelo, è l’unico modo per non farsi rubare troppo da avvocati, sensali e notai.”

“Io povera sono, vero Mimmo? Povera, e devo farmi forte col leggere e studiare, cercando in me e negli altri la chiave per non soccombere. Ce ne erano stati tanti che, nati poveri, si erano salvati con l’ingegno e la forza che dà il sapere… Lì, davanti a me, in fila nell’immensa libreria, mostravano il loro nome luccicante sul dorso bruno e oro di quei volumi.”

“Col tempo scoprii che non solo quando cantavo o gli raccontavo le fiabe Ippolito era felice, ma anche quando leggevo ad alta voce (forse perchè sillabavo le parole). Lui ascoltava incantato e io imparavo di più.”

“Beatrice cara, perchè non cerchi di pensare anche ai lati positivi di quello che accade? Niente è completamente negativo nella vita.”

“Mai rifiutarsi di vedere i lati sgradevoli della vita; non conoscendoli la realtà li ingigantisce nella fantasia trasformandoli in incubi incontrollabili.”

“La paura e l’umiliazione sono il seme dell’odio e dell’inimicizia. E anche l’invidia, così era scritto.”

“Scusami, picciridda, di sta fretta, è che da tanto ti volevo e tu proprio niente sai fare. Piano piano, col tempo, t’insegno a venire anche a te. Niente vi insegnano le vostre madri, e tocca all’uomo poi…”

“…e non solo il mare Modesta: i negozi, il mercato, guarda quanto è grande Catania bella…”

“Ormai cominciavo a conoscere la belva-uomo e sapevo che a noi appare pazzia ogni volontà negli altri a noi contraria, e ragionevolezza quello che ci è favorevole e ci lascia comodi nel nostro modo di pensare.”

“Sì, doveva spingerlo a uscire quell’estraneo già forte di una sua volontà di vita autonoma. Lo sentiva che era deciso a vivere a costo di uccidere. E con un’ultima spinta, che dalle spalle la percosse fino a tagliare con un colpo secco il bassoventre, le cosce lo sentì cadere da sè con un tonfo muto, nel vuoto.
No. L’avevano afferrato. Mani lo alzavano, lo sbattevano contro il chiarore lattiginoso della finestra. Doveva essere l’alba, gli uccelli urlavano. Sempre all’alba urlano gli uccelli. E anche lì, sbattuto tra quelle mani, grida uscivano da quella parte mutilata del suo corpo affaticato.
Perché gridava così? Piangeva per la sua vita conquistata, o perché nel segreto di quell’atto carnale, quell’essere sapeva di aver quasi ucciso per la sua vita? Solo il mio corpo e il suo sapevano il significato segreto di quella lotta mortale e senza ostilità: ognuno per la propria vita.”

“Non ero vecchia. Ero solo uscita dalla primwa giovinezza e avevo già un passato. Quella stanchezza non era che la nostalgia per qualcosa che s’è avuto e si pensa che non tornerà più.”

“Catania! Catania! Guarda quanto è bella Modesta, guarda! E anche tu, Ediprando, guarda la tua città.”

“A che cosa si era sacrificata? Al dovere di un nome da tenere alto nella considerazione degli altri o ai propri occhi?”

“Avevano spalancato i battenti del Banco di Sicilia, ed ecco il primo impiegato attraversare la strada. Non era un piccolo impiegato, lo si vedeva dal taglio perfetto del vestito scuro e dal bastone agile e lucido. Quell’uomo aveva sicuramente lo stesso sguardo fisso e duro dell’avvocato Santangelo e si preparava alla sua giornata di superiore, lieto di dare ordini e umiliare. No, non sarei diventata l’impiegata del mio patrimonio.”

“Imparai a leggere i libri in un altro modo. man mano che incontravo una certa parola, un certo aggettivo, li tiravo fuori dal loro contesto e li analizzavo per vedere se si potevano usare nel mio contesto.”

“Ma perché non si può essere felici sempre? Perché c’è sempre qualcosa che intralcia la nostra felicità?”

“Bisogna rapidamente allontanarsi da qualsiasi luogo dove la consuetudine ha ucciso l’obiettività.”

“L’amore non è un miracolo, Carlo, è un’arte, un mestiere, un esercizio della mente e dei sensi come un altro.”

“E ora che la sua vita in onde sale fra la mia lingua e il palato, non lo posso lasciare e vengo con lui succhiando quel seme sconosciuto che dal profondo del suo essere viene a dissetare la bocca bruciata dall’arsura. Sapore aspro e dolce, resina d’albero, o quagliato latte d’uomo nato anche lui per allattare.”

“Soldi s’hanno a dare, certo, perché questo Mussolini è l’unico che l’ordine ci può assicurare – un vero Crispi è, giuraddio! – ma non l’anima… Ai giovani con arte fina s’è rivolto, e le loro fantasie ha infiammato contro i vecchi. Astuto è stato, perché da quando mondo è mondo i giovani fanno presto a prendere fuoco. Eh! date a un caruso un Orlando e un Rinaldo, fatelo sognare con parole nuove e divise nuove, fategli credere che sarà padrone, e schiavo ti diventa senza saperlo.”

“Facile è prendersi il lusso di fare l’agnello, quando la natura t’ha accordato il favore di nascere lupo.”

“Eh, tante cose si possono insegnare: andare a cavallo, fare all’amore, ma la propria esperienza a nessuno si può dare. Ognuno la propria, con gli anni, si deve fare, sbagliando e fermandosi, tornando indietro e ricominciando il cammino.”

“L’amore suca, come vetro fa diventare!”

“Chi muore ha torto, solo chi vive ha ragione.”

“Grida Mattia levandosi in piedi. Il suo corpo nudo nello specchio dell’alba stupisce le mie pupille. Non devo fissare la bellezza di quelle membra. Nei moti della sua schiena compatta, scorza d’albero giovane, scruto un futuro a me estraneo. E anche se il desiderio di chiamarlo e stringerlo a me è forte, chiudo gli occhi: non devo lasciare che la sua immagine si insinui nel mio essere.”

“Ho voglia di uscire, correre in quel sole gioioso che ripete: sei libera. Dolcezza di non aspettare più, di non dipendere più da un’altra volontà. Nessuno mi toglierà più questa dolcezza.”

“Le cose non dette marciscono dentro di noi.”

“Mi perdo nei tuoi occhi, non mi cacciare… hai nello sguardo come un vento che trascina.”

“Cancia la vita quannu u padri mori.”

“Forse non eravamo che pesci smorti in un acquario.”

“La guerra si sposta lenta, ma tutto cancella, tutto fa deserto: case, colture, sentimenti.”

“A volte sta vita mi pare tutta un’attesa in una trincea melmosa.”

“Si dice che se una femmina per prima ti nasce, altri due o tre ne chiama. E per avere un maschio s’ha da penare.”

“Capisco il tuo sorriso, Carlo, i morti non vogliono che si muoia con loro, ma che li si tenga in vita, nei pensieri, nella voce, nei gesti.”

“Chiunque abbia avuto l’avventura di doppiare il capo dei trent’anni, sa quanto sia stato fativoso, aspro ed eccitante scalare il monte che dalle pendici dell’infanzia sale sino alla cima della giovinezza, e quanto rapido, una cascata d’acqua, un volo geometrico d’ali nella luce, pochi attimi e… ieri avevo le guance integre dei vent’anni, oggi – in una notte? – le tre dita del tempi mi hanno sfiorato, preavviso del breve spazio che resta e del traguardo ultimo che inesorabile attende… Primo, menzognero terrore dei trent’anni.”

“I tempi cambiano e s’ha da essere cauti: osservarli e vedere come s’ha da agire.”

“Ci sono città ricche di ogni ben di Dio, porti grandi dove piroscafi vanno e vengono carichi di tesori. Ma dietro la facciata ben pitturata di palazzi sontuosi, le stesse strade contorte in spasimi di fame, la stessa misera litania di povertà e costrizione, solo appena appena più nascosta e più rassegnata.”

“Quannu dai gioia ai bambini, loro subito te la ridanno centuplicata.”

“E’ l’ambiente che fa l’uomo.”

“Oh, Modesta, mi insegni ad essere felice! Perchè lei ha scelto di essere felice.”

“I morti hanno torto se dopo la loro morte non c’è qualcuno che li difenda.”

“Non c’è niente da fare, come diceva mia madre, ogni dieci anni bisogna rileggere i libri che ci hanno formato se si vuol venire a capo di qualcosa.”

“Ritenersi indispensabili a degli esseri umani giovani, senza difesa, solo perché li nutri è il paternalismo più atroce.”

“Quando si ama è sempre la prima volta.”

“La corda dell’amore oscilla sempre legata fra l’albero dell’ansia e l’albero della paura. Come la vita, ha in sé il ricordo costante della morte da sconfiggere, e non questo vuoto verso di te che m’ha preso ora.”

“Le parole nutrono, e come il cibo vanno scelte bene prima di ingoiarle.”

“Perché non si può essere felici sempre?”

“Un buon avvocato sa quando la causa è perduta.”

“A volte, a me mediterraneo d’origine, è sembrato scorgere la fonte di questa nostalgia nell’assenza del mare: il mare come liberà, giovinezza, possibilità d’avventura.”

“C’è un limite preciso nell’aiutare gli altri. Oltre quel limite, a molti invisibile, non c’è che volontà di imporre il proprio modo d’essere.”

“La bontà, la non cattiveria è un lusso. I poveri, io sono stata povera e lo so, i poveri non hanno il tempo per essere buoni.”

“Ma per chi vive, ieri è solo servito come concime per questo oggi nuovo, tangibile, pieno di sole.”

“Stella mia, nella nostra epoca si parlava piano a tavola, le candele non facevano rumore, era come una mite luce rispettosa del pasto… Le lampadine scricchiolano nel cervello, la radio suona dall’altra parte del salone, dimenticata, il telefono squilla: forse altri invitati… Un aereo romba basso, da qualche notte quell’aereo fantasma puntuale gira intorno alla casa e loro non lo sentono. O sto invecchiando? Come comincia la vecchiaia? Con graffiature di punti acuminati nella testa?”

“Saltare o lasciarsi andare e dimenticare? Ecco il senso nascosto della parola vecchiaia: un disertare la vita che dà conforto, un lasciare il campo spazzato, mitragliato dal fuoco di voci giovani, di giovani emozioni. Il giovane ti ricorda che devi invecchiare, forse desidera la tua vecchiaia e forse anche la tua morte, e tu ti trovi a dirti: stancano, parola sciocca che nasconde invidia e paura. E la paura ti spinge a farti vecchia, incutere loro soggezione col fuoco della saggezza. E con la soggezione ricacciarli indietro: fuoco contro fuoco come in guerra.”

“Teorie di uccelli di ferro stanno solcando il cielo ignorando il misero quadrato di terra in mezzo al mare. Dove vanno a vomitare il loro fiato di morte? Certo in posti più attraenti, pieni di gente e di vita.”

“Può una gioia trapassarti come un fulmine e squarciarti il corpo? Inchiodata da quella gioia non faccio in tempo a vederlo e svengo fra le sue braccia.”

“Lo vedete come fa la mia mamma bambina? Manco le parlo ca già gira l’occhi scappannu pi banni e banni. Ma unni va? Ccà vicinu a mia hai a stari: madre mi sei e miniera mia!”

“…all’usciere che soddisfatto del suo misero potere mi fa entrare con inchini borbonici…”

“Il caffè, si sa, per noi che ne siamo stati privati per tanti anni è ancora un prodigio e colma il vuoto di smarrimento.”

“E’ incredibile ma non finirò mai di stupirmi davanti a un piccolo rubinetto che giri senza sforzo con due dita e puoi avere fiumi d’acqua calda a disposizione. Lo sai che un tempo si doveva scaldare l’acqua e riempire delle vasche piccole piccole? Sempre che l’acqua ci fosse! Che tempi orrendi, Prando! Puzza di sudore, cimici e pruriti.”

“Ora qui nell’isola grande con questi americani siamo pieni di sigarette… fa sognare la sigaretta e tiene compagnia.”

“Farsi e disfarsi delle abitudini, così si deve campare.”

“Il giovane serve, produce, sgrava i figli, fa la guerra prima di avere coscienza di se stesso. Ma a quarant’anni, a cinquanta, l’essere umano – se non è perito nella guerra sociale continua – diventa pericoloso, si pone dubbi, richiede libertà, riposo, gioia. Anche la parola vecchiaia mente, Modesta, è stata rimpinzata di fantasmi paurosi come la parola morte per farti stare calma, ossequiosa di tutte le leggi costituite. Chi sa cos’è la vecchiaia? Quando comincia? Al tempo di Stendhal una donna a trent’anni era vecchia. Io a trent’anni ho appena cominciato a capire e a vivere. Chi ha osato varcare la soglia di quella parola senza ascoltare pregiudizi, luoghi comuni? Forse più di quanti immagini se puoi incontrare nei cantoni visi sereni, sguardi calmi e sapienti. Ma nessuno ha osato mai parlare per timore – sempre l’eterno timore – di rovesciare i falsi equilibri stabiliti.”

“E’ ora di muoversi, di lottare con tutti i muscoli e i pensieri in quella partita a scacchi con la Certa che attende. E ogni anno rubato, vinto, ogni ora strappata alla maschera del tempo, si fa eterna in quella partita finale.”

“Come ridire quel pomeriggio d’estate sdraiata sullo scoglio, sfiorata dalle ultime carezze del sole che cala? come ridire la gioia di quella scoperta? come raccontarla agli altri? come comunicare la felicità di ogni atto semplice, di ogni passo, di ogni incontro nuovo… di visi, libri, tramonti e albe e pomeriggi domenicali sulle spiagge assolate?”

“Vecchio, mi chiami, e hai ragione. Perché mi hai messo al mondo se sapevi che dovevo diventare vecchio?”

“Dovevo scegliere te e cacciare la vita?”

“Sempre quando finisce una festa, uno spettacolo, ci si sente soli, qualcosa se ne va lasciando dentro tante piccole morti, piccole perle gelide e rosate come queste che porti al collo, Bambù.”

“Che vale fare esperienze se non si torna poi a raccontarle nella piazza del tuo paese, al bar, agli amici?”

“La lontananza insegna. Solo quello che s’è perduto si comprende fino in fondo.”

“Hitler fu tradito ma il suo sogno si avvererà: un’Europa unita con a capo il genio germanico.”

“La scoperta della poesia! Ecco cosa doveva fare: tornare nella sua stanza e riprendere a leggere. Voci nuove la chiamavano dalle copertine: Kerouac, Burroughs e quell’altro…”

“No, non rimpiango niente del passato, ma da tempo ho capito anche la menzogna che si maschera sotto la parola progresso, e mi consolo andando in giro a fotografare le cose che presto spariranno…. Le ultime trattorie di Roma, le ultime bettole… ho centinaia di fotografie della Civita… Hanno demolito vicolo per vicolo, casa per casa.”

“Tu sei uomo, Marco, e non sai nel tuo corpo, o sapevi e poi nella fretta di agire hai dimenticato, le metamorfosi della materia e tremi un pò a questa parola. Ma se ti stringi a me, io, donna, ti aiuterò a ricordare e a non temere quel che deve mutare per continuare a essere vivo.”

“…il silenzio bianco delle tonnare abbandonate, esiliate dal mare e dagli uomini ma sempre percorse dai fantasmi dei tonni che lì sostano a ricercare il perché della loro vita e della loro morte, le correnti eterne dei mari che intorno all’isola s’incontrano e ora la serrano, ora la liberano, mutando sempre d’intensità e colore…”

“No, non si può comunicare a nessuno questa gioia piena dell’eccitazione vitale di sfidare il tempo in due, d’essere compagni nel dilatarlo, vivendolo il più intensamente possibile prima che scatti l’ora dell’ultima avventura.”

“Racconta, Modesta, racconta.”

Il veleno dell’oleandro – Simonetta Agnello Hornby

“Il doppio corteo funebre si snoda lungo le strade di Pezzino e rallenta davanti alla chiesa del Purgatorio. Lì, quarant’anni fa, sono state celebrate le tue nozze con Tommaso, nella stessa chiesa in cui lui aveva sposato tua sorella Mariangela.”

“Ecco come mi è finita. I miei parenti pensano agli affari loro. Le mie cose. Tu le conosci, come conosci me. Scelte con cura, conservate con amore. Che faranno delle mie cose? Non lo sanno. Non ci pensano. Invece i tuoi parenti ci hanno pensato eccome, si sono già divisi quello che era tuo, ognuno ha indicato cosa voleva. Ma non ne sono soddisfatti: già rimpiangono di non aver preso altro, e di più… Si scanneranno tra loro.”

“Guardo a sinistra l’immenso cono schiacciato della Muntagna, come nonna Mara, nata a Zafferana, chiamava l’Etna: genio benefico degli abitanti della zona, la Muntagna è attenta a deviare la colata di lava dai paesi a lei devoti, premurosa nell’avvertire con i brontolii delle budella e prodiga di raccolti abbondanti.”

“Il velivolo si stacca da terra. Un sospiro. Bagnata da un mare blu cobalto, Catania è bella e nera, dall’alto. La costa rigogliosa è ricca di agrumeti in fiore. Il fogliame verde brilla sotto i raggi impietosi del sole; presto vi si poserà la patina di polvere portata dalla calura estiva.”

“La terribile solitudine di una madre che non osa chiamare.”

“I figli si creano per piacere e con egoismo; si allevano per necessità.”

“I bambini non amati avvizziscono nell’animo e nella carne.”

“La grande beffa della vita è proprio questa: i genitori continuano a essere il sostegno dei figli, ma alla fine muoiono soli come sono nati.”

“Mi ero svegliata presto, dopo un sonno di piombo ma senza ristoro. Era come se le preoccupazioni della sera precedente avessero attinto al riposo notturno per rinvigorirsi.”

“Eravamo lì come in una fotografia sfocata, in attesa che gli eventi ci dicessero chi eravamo veramente.”

“Non ci si abitua mai ad avere i figli lontani, anzi, con il passare degli anni diventa peggio.”

“I piccoli gesti dell’amore. Dovunque li ho cercati, quei gesti, dovunque ho aspettato di vedere il lume acceso di mia madre, ad accogliermi.”

“Può essere di grande conforto, la vanità.”

“Mia madre mi insegnò a crearmi una felicità che nessuno potesse distruggere: i pensieri del cassetto del cuore, pronti a essere tirati fuori per confortarmi: pensa alle cose belle e interessanti che hai visto ieri e avant’ieri, e ricorda. Se non te ne vengono, guardati intorno e cerca una cosa che ti fa sorridere.”

“Lei possedeva delle cusuzze che le davano felicità.”

“Sapere, conoscere, condividere, questo mancava a tutti noi.”

“Era l’imbrunire. Bevevamo un passito freddo in giardino. C’era già la luna, pallidissima. Faceva caldo. (…) Gustavamo il passito di Pantelleria.”

“Tu sola mi portavi la felicità. L’amore quotidiano, semplice, completo.”

“Io imparavo da lei, e lei da me. Avevamo gli stessi gusti, ridevamo delle stesse cose, leggevamo gli stessi libri, mangiavamo, cucinavamo. E lavoravamo insieme nel nostro adorato giardino.”

“Passavamo le ore in cucina. Ci divertivamo a preparare la salsa di pomodoro, le marmellate e la cotognata – bottiglie di vetro, vasi da sterilizzare, le formine decorate in terracotta smaltata.
Ci si ama bene, cucinando.”

“Non si capisce mai come si arriva a essere ciò che si è.”

Quaderni di Serafino Gubbio operatore – Luigi Pirandello

“Studio la gente nelle sue più ordinarie occupazioni, se mi riesca di scoprire negli altri quello che manca a me per ogni cosa ch’io faccia: la certezza che capiscano ciò che fanno.”

“C’è un oltre in tutto. Voi non volete o non sapete vederlo.”

“Nessuno ha tempo o modo d’arrestarsi un momento a considerare, se quel che vede fare agli altri, quel che lui stesso fa, sia veramente ciò che sopra tutto gli convenga, ciò che gli possa dare quella certezza vera, nella quale solamente potrebbe trovar riposo.”

“Ma che cosa poi farà l’uomo quando tutte le macchinette gireranno da sé, questo, caro signore, resta ancora da vedere.”

“Soddisfo, scrivendo, a un bisogno di sfogo, prepotente.”

“L’uomo che prima, poeta, deificava i suoi sentimenti e li adorava, buttati via i sentimenti, ingombro non solo inutile ma anche dannoso, e divenuto saggio e industre, s’è messo a fabbricar di ferro, d’acciajo le sue nuove divinità ed è diventato servo e schiavo di esse.
Viva la Macchina che meccanizza la vita.”

“…le bestie hanno in sé da natura solo quel tanto che loro basta ed è necessario per vivere nelle condizioni, a cui furono, ciascuna secondo la propria specie, ordinate; laddove gli uomini hanno in sè un superfluo, che di continuo inutilmente li tormenta, non facendoli mai paghi di nessuna condizione e sempre lasciandoli incerti nel loro destino.”

“Ricordo che mirai quasi con religioso sgomento la fosca mole rotonda di Castel Sant’Angelo , alta e solenne sotto lo sfavillio delle stelle.”

“Dolce casa di campagna, Casa dei nonni, piena del sapore ineffabile dei più antichi ricordi familiari, ove tutti i mobili di vecchio stile, animati da questi ricordi, non erano più cose ma quasi intime parti di coloro che v’abitavano, perché in essi toccavano e sentivano la realtà cara, tranquilla, sicura della loro esistenza. Covava davvero in quelle stanze un alito particolare, che a me pare di sentire ancora, mentre scrivo: alito d’antica vita, che aveva dato un odore a tutte le cose che vi erano custodite.”

“La luce filtra verde e fervida a traverso le stecche della piccola persiana della finestra, e non si soffonde nella stanza, che rimane in una fresca, deliziosa penombra, imbalsamata dalle fragranze del giardino.”

“Io mi guardo dalla gente di professione perbene, come dalla peste.”

“Tutti riconosciamo volentieri la nostra infelicità; nessuno, la propria malvagità.”

“Ecco, sì; bisogna stare attenti, veramente, alle conseguenze della logica. Tante volte si sdrucciola, e non si sa più dove si vada a parare.”

“Per certuni, vorrei dire per moltissimi che non sanno vedere se non se stessi, amare l’umanità spesso, anzi quasi sempre, non significa altri, che esser contenti di sé.”

“La vita ci segna; e a chi attacca un vezzo, a chi una smorfia.”

“Sempre, nel giudicare gli altri, mi sono sforzato di superare il cerchio de miei affetti, di cogliere nel frastuono della vita, fatto più di pianti che di risa, quante più note mi sia stato possibile fuori dell’accordo de miei sentimenti.”

“Il mio amico, signori – ve lo presento: Serafino Gubbio – è operatore: gira, disgraziato, la macchinetta d’un cinematografo.”

“Noi possiamo benissimo non ritrovarci in quello che facciamo; ma quello che facciamo, caro mio, è, resta fatto: fatto che ti circoscrive, ti dà comunque una forma e t’imprigiona in essa.”

“Come puoi sapere tu, che le hai dentro, in qual maniera tutte queste cose si rappresentano fuori! Chi vive, quando vive, non si vede: vive… Veder come si vive sarebbe uno spettacolo ben buffo!”

“Che mondaccio, signor Gubbio, che mondaccio è questo! Ma pajono tutti… che so! Ma perché si deve essere così? Mascherati! Mascherati! Mascherati!”

“Ma ogni tanto, ecco, ci sentiamo soffocare; ci vince il bisogno prepotente di spalancare gelosie e imposte per gridare fuori, in faccia a tutti, i nostri pensieri, i nostri sentimenti tenuti per tanto tempo nascosti e segreti.”

“Penso che mi farebbe comodo avere un’altra mente e un altro cuore.
Chi me li cambia?”

“…e tutti sbuffano per cacciarsi via d’attorno l’afa del proprio disgusto; ma, il giorno appresso, tutti ricascano in quell’afa e daccapo ci si scaldano, cicale tristi, condannate a segar frenetiche la loro noja.”

“Ah che effetto prodigioso fanno alle donne le lagrime negli occhi d’un uomo, massime se lagrime d’amore!”

“A quanti uomini, presi nel gorgo d’una passione, oppure oppressi, schiacciati dalla tristezza, dalla miseria, farebbe bene pensare che c’è, sopra il soffitto, il cielo, e che nel cielo ci sono le stelle. Anche se l’esserci delle stelle non ispirasse loro un conforto religioso. Contemplandole, s’inabissa la nostra inferma piccolezza, sparisce nella vacuità degli spazii, e non può non sembrarci misera e vana ogni ragione di tormento.”

“Il terrore sorge dal riconoscere con un’evidenza spasimosa, che la pazzia s’annida e cova dentro a ciascuno di noi e che un nonnulla potrebbe scatenarla.”

“Come sono sciocchi tutti coloro che dichiarano la vita un mistero, infelici che vogliono con la ragione spiegarsi quello che con la ragione non si spiega.”

“La vita non si spiega; si vive.”

“E’ come una farfalla fissata crudelmente con uno spillo, ancora viva. Non osa batter le ali, non solo perché non spera di liberarsi, ma anche e più per non farsi scorgere troppo.”

“Pare che non si possa fare a meno di commettere il male, per essere stimati uomini. Per conto mio, io so bene, benissimo, d’essere uomo: male, n’ho commesso, e tanto!”

“Che tristezza! Il ricordo che cerca di rifarsi vita e non si ritrova più nei luoghi che sembrano cangiati, che sembrano altri, perché il sentimento è cangiato, il sentimento è un altro. Eppure credevo d’essere accorso a quella villetta col mio sentimento d’allora, col mio cuore d’un tempo!”

“Avete voi riso della favola della volpe e dell’uva? Io no, mai. Perché nessuna saggezza m’è apparsa più saggia di questa, che insegna a guarir d’ogni voglia, disprezzandola.”

“Io mi salvo, io solo, nel mio silenzio, col mio silenzio, che m’ha reso così – come il tempo vuole – perfetto.”

Gli zii di Sicilia – Leonardo Sciascia

“A me pareva fosse bello che anche l’avvocato Dagnino stesse a gridare contento, che urlasse “Viva la repubblica stellata” come altra volta, dal terrazzo della stazione, aveva gridato “duce, per te la vita.”

“Si – disse – ritorno, quando non ho voglia di lavorare ritorno, è bello qui quando non si lavora.”

“Sapevo che la quarantanovesima stella sarebbe stata la Sicilia, la bandiera americana ne ha quarantotto, con la Sicilia quarantanove, verso di diventare americani c’era.”

“L’America ci veste – diceva mia madre. Veramente tutto il paese era vestito di roba americana, tutto il paese viveva con i soccorsi dei parenti d’America, non c’era famiglia nel paese che non contasse su un parente in America. In un angolo della piazza era persino fiorita la bancarella di un cambiavalute, per un dollaro arrivava a pagare novecento lire, mio padre non cambiava aspettando che andasse più su.”

“Chi prima non pensa in ultimo sospira.”

“Ma se i comunisti vincessero, i soldi del popolo americano non verrebbero più in Italia.”

“A me pesa dare il voto a De Gasperi, ma che mi metto a disperdere il voto? tanto, partito d’ordine è.”

“Solo le voci dei cocchieri che incontrandosi si gridavano saluti e insulti, lo schiocco della frusta e il rotolio delle carrozze: il velo dell’alba, l’alba di una città pigra in cui l’odore di frittura che di giorno la circonda come un’aureola ancora stringe nella brezza del mattino, il velo dell’alba era sulle case di Palermo silenziose. La via Maqueda, poi il corso Vittorio Emanuele; entrammo nel porto già pieno di voci.”

“Così per Palermo girammo cinque o sei giorni, vedo il nostro gruppo per le strade di Palermo come fissato in una fotografia per troppo sole offuscata: mia zia che taglia la strada come la prora di un motoscafo, mia madre stanca e silenziosa, mio padre un pò animato da quella vacanza; e il marito di mia zia che cammina come un sonnambulo, il ragazzo sempre ingrugnato, mia cugina che cominciava a fare amicizia con me e continuamente andava facendomi confronti tra quello che vedeva e quello che c’era in America.”

“Mia zia pareva ci si divertisse, ad ogni visitatore offriva come un’istantanea del parente d’America: un gruppo familiare in florida salute s’inquadrava su uno sfondo in cui facevano spicco simbolici elementi del benessere economico di cui godeva.”

“La delusione di mia zia aveva due facce; noi parenti non eravamo morti di fame come dall’America ci immaginava; il paese non era migliorato come sperava.”

“Lupi vecchi sentono il vento da dove mena e mettono vela: sempre dritti in piedi vogliono cascare.”

“Calogero giudicò gli americani di prima informativa, gente che dava ragione al primo venuto.”

“Chiamavano zii tutti gli uomini che portavano giustizia o vendetta, l’eroe e il capomafia, l’idea di giustizia sempre splende nella decantazione di vendicativi pensieri.”

“Più indietro i miei ricordi non vanno; forse attraverso sensazioni, un profumo un sapore un motivo di canto, riesco a cogliere ricordi più lontani, ma capace di fermarli non sono”

“La spina che non ti punge  morbida come seta.”

“Pepè tacque e restò appoggiato al parapetto con gli persi che squagliavano di lacrime.
Così ancora, dopo tanti anni, lo vedo.”

“Sento rimorso per essermi sottratto all’arresto: ma la galera mi fa paura, sono vecchio e stanco. E scrivere mi pare un modo di trovare consolazione e riposo; un modo di ritrovarmi, al di fuori delle contraddizioni della vita, finalmente in un destino di verità.”

“Voglio aggiungere, in merito all’amministrazione della giustizia, che il cittadino su cui il braccio della polizia si abbatteva, aveva ben poche probabilità di poter dimostrare la propria innocenza; e se davanti al giudice ci riusciva, se il giudice (cui l’imputato era affidato per un giudizio che doveva scaturire da coscienza più che da legge) lo mandava assolto, doveva ancora e sempre fare i conti con la polizia, che a discrezione poteva trattenerlo in carcere, anche per molti anni; perciò l’arresto era temuto più della morte e così, in strofe di lamento, ne canta il popolo contadino.”

“Il paese pareva deserto, vibrava dell’affannoso suono del mare come una cassa di chitarra, di notte quel suono mi svegliava portandomi paurosi pensieri.”

“…mi ha insegnato a trar compagnia e fede dalla natura dai libri e dai miei pensieri stessi.”

“E’ questo il danno, che la Chiesa resta.”

“Datemi il vino, come Dio comanda: ché il vino è la bevanda degli angeli.”

“Leggevo tanti libri allora, negli angoli più remoti del giardino mi rifugiavo a leggere; e per la passione che avevo a leggere libri e a ripensarli, diventavo distratto e stranito; e mio padre cominciò a credere che le letture mi intossicassero, mi faceva prediche piene di sentenze e proverbi – meglio un asino vivo che un dottore morto; l’asino zoppo gode la sua via, la meglio gioventù alla Vicaria – e quest’ultimo proverbio, di conio recente, alludeva ai sentimenti di odio che in me nascevano contro il Borbone: ché la meglio gioventù siciliana di quei sentimenti viveva, e le palermitane carceri della Vicaria buona parte di quella gioventù ingoiavano.”

“I tempi impercettibilmente mutavano, allora non me ne accorgevo, ché il tempo me lo vedevo davanti come un macigno e avrei voluto spingerlo a spallate e precipitarmici dietro: ma ora, guardando al passato, vedo come il tempo, nei dieci anni dal 50 al 60, operasse a mutare il sentimento degli uomini, il volto stesso delle cose.”

“…da parte degli amici di Marsala a noi di Castro portava la notizia dell’avvenuto sbarco di Garibaldi. Già era calata la sera quando la notizia ci giunse, in piazza gridammo “viva Garibaldi, viva la libertà” raccogliemmo gente e facemmo discorsi. Sentivo di amare tutto il mondo, la gioia mi invadeva fino al pianto.”

“…avevo creduto le battaglie si facessero così come i soldati marciano per le strade, col comandante in testa: e invece una battaglia non era che confusa morte, uomini in disordine lanciati contro altri uomini che in eguale disordine resistono e poi cedono.
La sera scese gelida, fitta di stelle, sui morti di Calatafimi.”

“Vedete – continuò Nievo – questo è un popolo che conosce solo gli estremi: ci sono i siciliani come Carini, e ci sono i siciliani come… come questo barone, insomma.”

“Perché – disse Nievo – io credo nei siciliani che parlano poco, nei siciliani che non si agitano, nei siciliani che si rodono dentro e soffrono; i poveri che ci salutano con un gesto stanco, come da una lontananza di secoli; e il colonnello Carini sempre così silenzioso e lontano, impastato di malinconia e di noia ma ad ogni momento pronto all’azione: un uomo che pare non abbia molte speranze, eppure è il cuore stesso della speranza, la silenziosa fragile speranza dei siciliani migliori… una speranza, vorrei dire, che teme se stessa, che ha paura delle parole ed ha invece vicina e familiare la morte… Questo popolo ha bisogno di essere conosciuto ed amato in ciò che tace, nelle parole che nutre nel cuore e non dice…”

“Per me, ne ero certo, l’ora di salire al cielo non era ancora venuta; e se mai, meglio sarebbe stato scendere nella terra, dove umida si attacca alle barbe delle radici.”

“Credo che il vino gli avesse messo gran voglia di parlare, di confidarsi per sfogo…”

“Ora, seduti sui gradini di quella chiesa che era in tutto uguale a quella del mio paese, avvitando tra le dita sigarette sgorbie, sentivo un gran bisogno di parlare e parlare, come un ubriaco: di me del mio paese di mia moglie, e della zolfara in cui avevo lavorato, e della fuga, dalla zolfara, nel fuoco della Spagna.”

“Seduto sulla scalinata di quella chiesa, ho capito tante cose della Spagna e dell’Italia, del mondo intero e degli uomini nel mondo.”

“Credevo in Dio andavo a messa e rispettavo il fascio.”

“Io partii col cuore in pace: la zolfara mi faceva paura, al confronto la guerra in Spagna mi pareva una scampagnata.”

“E che idea andare a piantare una città capitale nel bel mezzo della Castiglia. Che in mezzo a quel deserto ci fosse una grande e bella città sembrava incredibile, era solo un allucinato pensiero, sorgeva come nell’assetato l’immagine dell’acqua che sgorga. Ma c’era, Madrid: di notte riverberava rosso nel cielo per gli incendi che i nostri aeroplani andavano ad attaccare; solo a momenti pensavo che in quella città c’erano bambini e vecchi, donne che urlavano pena, e case in cui migliaia e migliaia di persone abitavano.”

“…la campagna mi fiatava malinconia: così era quando uscivo dalla bocca della zolfara e mi veniva incontro odore di terra e di sole, e mi cresceva voglia di mettermi a fare il contadino.”

“L’amore dovrebbe invece nascere dalla serena scoperta che insieme, un uomo e una donna, stanno bene per affrontare la pena, soprattutto la pena, della vita: insieme per la vita, e nella conoscenza del dolore, e per aiutarci in questa conoscenza; e insieme nel piacere, che è un momento,m e ci lascia col nostro cuore nudo, ad intenderci meglio nel cuore.”

“Io credo nel mistero delle parole, e che le parole possano diventare vita, destino; così come diventano bellezza.”

“Tante persone studiano, fanno l’università, diventano buoni medici ingegneri avvocati, diventano funzionari deputati ministri, a queste persone io vorrei chiedere – sapete che cosa è stata la guerra di Spagna? Che cosa è stata veramente? Se non lo sapete, non capirete mai quel che sotto i vostri occhi oggi accade, non capirete mai niente del fascismo del comunismo della religione dell’uomo, niente di niente capirete mai: perché tutti gli errori e le speranze del mondo si sono concentrati in quella guerra; come una lente concentra i raggi del sole e dà il fuoco, così la Spagna di tutte le speranze e gli errori del mondo si accese: e di quel fuoco oggi crepita il mondo.”

“…e poi c’era il vino, quel momento di verità che dà il vino prima del bicchiere che ci ubriaca.”

“E’ bella la campagna in autunno, il frullo delle pernici che s’alza improvviso, la leggera nebbia da cui traspare bruna ed azzurra la terra. L’Aragona è terra di colline, la nebbia vi si impiglia, tra nebbia e sole diventano più belle; ma non che sia una terra davvero bella, che subito e a tutti appare bella: è bella in un modo particolare, bisogna esser nati in una terra come quella per riconoscerne la bellezza ed amarla.”

“Quando per mesi una guerra ristagna negli stessi luoghi, anche se il rischio si riduce alle pallottole sperse e agli scontri di pattuglie, la nausea della guerra, di quel che nella guerra c’è di veramente nauseante, te la senti in gola come quando il medico ti caccia in bocca uno strumento e ti provoca il vomito: la terra sembra andare in decomposizione, con un suo odore di uova marce e di urina; come se trincee e camminamenti l’uomo li incidesse nella carne ammalata della terra, in un putrescente tumore. In realtà, quell’odore di morte non è della terra: e dell’uomo che vi fa la sua tana, dell’uomo che torna ad essere selvatico animale e scava la sua tana; e come ogni altro selvaggio animale vi stinge il suo odore. In questo senso, credo per l’uomo non ci sia niente di più degradante della guerra di trincea: costretto a vivere nel proprio selvaggio odore, a ingoiare il cibo mentre la terra esala fiato di vomito e di feci, a bere avaramente acqua che pare raccolta goccia a goccia da uno scolo bavoso di abbeveratoio.”

“I borghesi spagnuoli, i buoni borghesi che vanno a messa, ammazzavano a migliaia i contadini per il fatto che erano contadini, soltanto per questo: e il mondo chiudeva gli occhi per non vedere; ma il primo prete che cadde sotto i colpi degli anarchici, la prima chiesa data alle fiamme, fecero balzare di orrore il mondo e segnarono il destino della Repubblica. In fondo, ammazzare un prete perché è un prete è cosa più giusta che ammazzare un contadino perché è un contadino; un prete è soldato della sua fede, un contadino è soltanto contadino. Ma il mondo non vuol saperne.”

“Una guerra civile non è stupida come una guerra fra nazioni, gli italiani in guerra contro gli inglesi o i tedeschi contro i russi, ed io zolfataro siciliano ammazzo il minatore inglese e il contadino russo spara sul contadino tedesco; una guerra civile è un fatto più logico, un uomo si mette a sparare per le persone e per le cose che ama, e per le cose che vuole, e contro le persone che odia: e nessuno sbaglia a scegliere da quale parte stare, solo quelli che si mettono a gridare pace sbagliano. E credo che Mussolini, tra tutte le sue colpe, quella di aver portato migliaia di italiani poveri a combattere contro gli spagnuoli poveri non gli sarà perdonata.”

“Gesù Cristo – diceva – nasce in una stalla come questa: vengono i furbi e intorno alla stalla mettono colonne d’oro, e un tetto d’oro sopra, fanno una chiesa; e poi a lato alla chiesa costruiscono i loro palazzi, una città fanno, la città dei furbi.”

“La guerra di Spagna mi ha insegnato a non credere ai giornalisti, è un mestiere che somiglia a quello dei sensali, una pietraia te la fanno diventare giardino e un cavallo da macello come fosse quello di Astolfo.”

“La guerra di Spagna per me era finita: la neve il vento e il sole della Spagna, i giorni della trincea e gli assalti alle trincee alle masserie ai villini, le battaglie della carretera di Francia e quelle dell’Ebro, l’angosciosa visione dei prigionieri, le donne dei fucilati, nere di vesti e con gli occhi appassiti, e quelle dei grandi alberghi e le prostitute: tutte queste cose erano finite per me.”

“La guerra mi aveva segnato di condanna nel corpo. Ma quando un uomo ha capito di essere immagine di dignità, potete anche ridurlo come un ceppo, straziarlo da ogni parte: e sarà sempre la più grande cosa di Dio. Quando truppe nuove arrivano su un fronte e vengono gettate nella battaglia, generali e giornalisti dicono “hanno avuto il loro battesimo del fuoco” una delle tante frasi solenni e stupide che è d’uso gettare sulla bestialità delle guerre: ma dalla guerra di Spagna, dal fuoco di quella guerra, a me pare di avere avuto davvero un battesimo: un segno di liberazione nel cuore; di conoscenza; di giustizia.”

“…e io venivo da un mondo in cui il cuore dell’uomo era come la pietra della montagna, e la luce mangiava la faccia dei morti: e scoprivo che l’uomo, col suo cuore vivo, per la pace del suo cuore, può legare in armonia pietra e luce, ogni cosa alzare ed ordinare al di sopra di se stesso.”

“Non riesco a capire perché il quel momento, il piacere di uccidere sia sorto in me con tanta violenza e lucidità insieme; la guerra è terribile soprattutto per questo: ché ad un momento a noi stessi ci rivela assassini, il piacere di uccidere violento come il desiderio di possedere una donna.”

“Questo della religione mi dà fastidio: che la gente vi porti la sua coscienza come una coltre sporca al lavatoio, e pulita di nuovo se la stenda sul proprio sonno.”

“E mi sentivo come un acrobata che si libra sul filo, guarda il mondo in una gioia di volo e poi lo rovescia, si rovescia, e vede sotto di sé la morte, un filo lo sospende su un vortice di teste umane e luci, il tamburo che rulla la morte.

“anche il libro è una cosa, lo si può mettere su un tavolo e guardarlo soltanto, magari per tener su un tavolino zoppo lo si può usare o per sbatterlo in testa a qualcuno: ma se lo apri e leggi diventa un mondo; e perché ogni cosa non si dovrebbe aprire e leggere ed essere un mondo?”

“Forse è di tutti i reduci scottarsi all’indifferenza degli altri e chiudersi in sé…”

Cose che nessuno sa – Alessandro D’Avenia

“Compie quattordici anni e sta seduta a prua. Gli occhi verdi, ridenti e malinconici, sono calamitati dall’orizzonte: una linea troppo netta per non averne paura. Il mondo è una conchiglia. Fa eco alla luce, dà tutta quella che riceve, anche sotto forma di ombre. E la luce è l’unico comandamento dell’alba. Un comandamento ruvido, perché quando si viene alla luce viene anche da piangere.”

“A vita è nu filu, dice sempre nonna Teresa, nella lingua carnale della sua terra.
E a quattordici anni sei un funambolo a piedi nudi sul tuo filo e l’equilibrio è un miracolo.”

“Persino il mare sembra senza limiti, eppure canta solo quando li trova: infrangendosi sulla chiglia diventa schiuma; spezzandosi sugli scoglio, vapore; sfinendosi sulle spiagge, risacca. la bellezza nasce dai limiti, sempre.”

“Quando hai paura, è segno che la vita sta cominciando a darti del tu.”

“Sono cose che nessuno sa.”

“Chi conosce il dolore ne riproduce l’eco per tutta la vita, come le conchiglie fanno con il mare.”

“Dove è finito il mondo che mi avevi promesso? fu l’unica cosa che Eleonora sentì dire a sua figlia, con un tono di voce che apparteneva a una Margherita sconosciuta.”

“Credeva ai libri con la fede di una religione, trovava più realtà tra le righe che per le strade, o forse aveva paura di toccare la realtà direttamente, senza lo scudo di un libro.”

“Le graduatorie per entrare di ruolo erano lo stillicidio burocratico dell’infelicità. La scuola era intasata da spenti professori senza passione, che rendevano impossibile un ingresso stabile a giovani che ormai non erano più giovani.”

“Le cose rimangono invisibili senza le parole adatte.”

“La gente prende l’autobus convinta di avere un percorso da compiere, sale, scende, parla, legge, mangia, dorme. Così ogni giorno. Un modo come un altro di rimandare il capolinea. Ultima fermata, si scende. la morte. Non c’è altro. Per questo amava così tanto i cimiteri.”

“Rimase in silenzio a fissarla: negli occhi viola in cui si era perso tante volte scorgeva i riflessi di un vino impregnato di sole e un mare da attraversare con la promessa di un porto lontano.”

“Di questo parliamo quando parliamo d’amore: di lacrime.”

“La nonna manifestava l’affetto in calorie, come tutti i siciliani.”

“Se non ci metti u sangu e u cori nelle cose che hai di fronte, la vita non riesce. Devi amare quello che fai. Ogni dolce ha la sua storia: la persona per cui lo prepari, i sentimenti che provi mentre lo prepari… ogni cosa entra nelle mani e mentre impasti pensi con le mani, ami con le mani e crei con le mani. I dolci più buoni mi sono venuti quando pensavo di prepararli per tuo nonno. Anche adesso che non c’è…”

“Giulio voleva giocare, come un bambino. Ma non c’era una madre disposta a guardarlo giocare. provava a giocare lo stesso, ma il suo era un gioco pieno di tristezza e rabbia. Giocava con quella ragazza, con la scuola, con il rischio, con la vita e persino con la morte.”

“La vita è così: nasce in silenzio, in un nascondiglio, e pian piano si ingrossa nel suo trascorrere e canta proprio dove incontra un ostacolo.”

“La vita non è mai in rima, al massimo concede un’assonanza, di norma fa solo rumore.”

“Niente macchia gli occhi come le lacrime.”

“Per lei cucinare non era questione di necessità, ma di vita, non rispondeva alla natura ma alla civiltà, e che civiltà è quella che non ha il tempo di cucinare, ma compra il cibo da riscaldare in un microonde?”

“Quando è stata l’ultima volta, ragazzi, che avete perso il sonno pensando al viaggio della vita che vi attende? Quando?”

“Quattordicianni è volere tutto e niente nello stesso momento. Avere segreti inconfessabili e domande senza risposta. Odiare sé per odiare tutti. Avere tutte le paure e nasconderle tutte, pur volendole dire tutte insieme, con mille bocche. Avere centomila maschere senza cambiare mai la faccia che ti ritrovi. Avere un milione di sensi di colpa e dover scegliere a chi addossarli per non doverli portare tutti da sola. Vuoi amare e non sai come si fa. Vuoi essere amata e non sai come si fa. Vuoi stare da sola e non sai come si fa. Vuoi un corpo di donna e non ce l’hai, e se il corpo diventa di donna non lo vuoi più. Quattordicianni è fragilità e non sapere come si fa. Ci sono cose che nessuno spiega. Ci sono cose che nessuno sa.”

“Ci sono dolori in cui nessuno può entrare. Ci sono cose che bisogna fare da soli.”

“Ci sono parole come le conchiglie, semplici ma con il mare intero dentro.”

“Le persone sono fatte di luci e ombre. Finché non conosci le ombre non sai niente di una persona. Cerca di vedere le ombre prima delle luci, altrimenti resti delusa.”

“Il mare aspetta e ci sarà sempre. Anche se cela i suoi relitti, come ogni uomo le sue ombre. Il mare.”

“Solo un’altra donna sa aiutare una donna disperata, solo chi ha un marito sa cosa vuol dire essere abbandonata, solo ci ha portato in grembo un figlio sa cosa vuol dire saperlo in pericolo.”

“Tante volte si era chiesto quale sarebbe stato il suo epitaffio, per cosa sarebbe stato ricordato, qual era l’essenza della sua vita.”

“Quando tutti hanno ragione non si parla: si discute, si litiga, ma non si parla.”

“Non bastava fregarsene delle regole, quando sei in due non puoi più farlo.”

“Non si ricorda una vita felice a cuor leggero.”

 

L’esclusa – Luigi Pirandello

“Antonio Pentàgora s’era già seduto a tavola tranquillamente per cenare, come se non fosse accaduto nulla.
Illuminato dalla lampada che pendeva dal soffitto basso, il suo volto tarmato pareva quasi una maschera sotto il bianco roseo della cotenna rasa, ridondante sulla nuca.”

“Fece con una mano le corna e le agitò in aria.
Caro mio, vedi queste? Per noi, stemma di famiglia!”

“La gente pigliamo moglie, come si piglia in mano la fisarmonica, che pare chiunque debba saperla suonare. Si, a stendere e a stringere il mantice, non ci vuol molto; ma a muover le dita di quella maniera per pigiare su i tasti, lì ti voglio!”

“Ci sono però di questi tali, che quando possono dir male di uno, pare che ingrassino.”

“Chi vuol morire, muoja. Io m’ingegno di campare.”

“Si sa, per altro, che le mogli è il loro mestiere d’ingannare i mariti.”

“Ognuno vuol farne esperienza da sé.”

“Ora la casa paterna, lasciata da circa due anni, lo riprendeva, con tutte le reminiscenze, con l’oppressione antica.”

“E domani? Che sarebbe stato domani, quando tutto il paese avrebbe saputo ch’egli aveva scacciato di casa la moglie infedele.”

“La vita, eh? che miseria…”

“In tanti anni di matrimonio, ella era riuscita con le dolci maniere ad ammansarlo un po’, perdonandogli anche, spesso, torti non lievi, senza mai venir meno tuttavia alla propria dignità e pur senza fargli pesare il perdono.”

“Così passavano lentissimamente i giorni della triste attesa.”

“La chiesa, deserta, aveva un silenzio misterioso, assorbente, nella cruda immobile frescura insaporata d’incenso. La solenne vacuità dell’interno sacro, quasi sospeso agli immani pilastri, alle ampie arcate, dava all’anima, in quella penombra, un senso d’oppressione.”

“Vedeva addensarsi, concretarsi intorno a lei una sorte iniqua, ch’era ombra prima, vana ombra, nebbia che con un soffio si sarebbe potuta disperdere: diventava macigno e la schiacciava, schiacciava la casa, tutto; e lei non poteva più far nulla contro di essa. Il fatto. C’era un fatto. Qualcosa ch’ella non poteva più rimuovere; enorme per tutti, per lei stessa enorme, che pur lo sentiva nella propria coscienza inconsistente, ombra, nebbia, divenuta macigno: e il padre che avrebbe potuto scrollarlo con fiero disprezzo, se n’era lasciato invece schiacciare per primo. Era forse un’altra, lei, dopo quel fatto?”

“Non è affar mio, lo sai. Noialtri, di corna negoziamo.”

“La Giustizia comanda, noi portiamo il gamellino.”

“L’invidia da un canto, dall’altro gl’intrighi spezzati, le aspirazioni deluse trassero agevolmente dalla calunnia una scusa alla loro sconfitta.”

“Ora, ora intendeva lo stupore doloroso della madre e della sorella all’annunzio della sua animosa determinazione. E ancora non le era arrivata agli orecchi la calunnia di cui la gente onesta si armava per osteggiarla, per ricacciarla bene addentro nel fango da cui smaniava d’uscire!”

“E pur nondimeno ritengo che, se la gente sparla, non ha tutti i torti… Che vuole che si capisca d’esami fatti più o meno bene” Si pensa all’intrigo, si pensa!”

“Io ho tentato di alzare la testa, è vero? ebbene, e lui, giù! vorrebbe farmela riabbassare, giù! giù! nel fango in cui m’ha gettata! Questo vuole! Io non debbo più respirare; non debbo cancellarmi dalla fronte, qua, il marchio, il marchio con cui ha creduto di bollarmi.”

“Tu m’intendi! Abbiamo la disgrazia di vivere in un piccola città, dove certe cose non si sanno perdonare, ne dimenticare….”

“Meglio, meglio chiudersi in un sogno continuo, sopra le volgarità e le comuni miserie dell’esistenza quotidiana, sopra il giogo livellatore delle leggi a un palmo dal fango, rete protettrice dei nani, ostacolo e pastoja a ogni ascensione verso un’idealità!”

“Ma sa, signora mia, la maldicenza com’è? dove non può mettere i piedi, mette le scale…”

“Una profonda malinconia le stringeva la gola. Non pensava a nulla, e piangeva. Perché? Vago, ignoto dolore, pena d’indefiniti desiderii… Si sentiva un po’ stanca, non di ispirito, ma nnel corpo: stanca…”

“Le opinioni sono false? Le credere ingiuste e dannose? Ribellatevi, perdio, invece di scherzarci su, di farvi su sgambetti e smorfie, camuffando l’anima da pagliaccio! No: voi da un canto piegate il collo al giogo, e deridete dall’altro la vostra supinità. E’ arte da tristi buffoni.”

“Un altro pugno di fango. La persecuzione ancora, da lontano. Calunnie ancora e villanie.”

“Innocente, per essersi difesa con inesperienza da una tentazione non onostante la prova della sua fedeltà: in compenso l’infamia; in compenso, la condanna cieca del padre! e tutte le conseguenze di essa aggiudicate poi come colpe a lei: il dissesto la rovina, la miseria, l’avvenire spezzato della sorella; e poi l’infamia ancora, il pubblico oltraggio d’una folla intera senza pietà ad una donna sola, malata, vestita di nero.”

“Da umile, oltraggiata; da altera, lapidata di calunnie.”

“Non era venuto anche per lei il tempo di rivivere?”

“Un’ora breve di dolore c’impressiona lungamente; un giorno sereno passa e non lascia traccia.”

“Quanto imminente e fosco era dalla parte dei monti lo spettacolo, tanto vasto e lucente si spalancava dalla parte opposta. Tutta la città, distesa immensa di tetti, di cupole, di campanili, tra cui, gigantesca, la mole del Teatro Massimo, si offerse a gli occhi di Marta, e il mare sterminato in fondo, riscintillante al sole, sotto i cui raggi Monte Pellegrino rossigno pareva sdrajato beatamente.”

“Oh, mia cara, quando io dico: La coscienza non me lo permette – io dico: Gli altri non me lo permettono, il mondo non me lo permette. La mia coscienza! Che cosa credi che sia questa coscienza? E’ la gente in me, mia cara! Essa mi ripete ciò che gli altri le dicono.”

“Se tu amassi più, penseresti meno.”

“Ah! Non bisogna trattenersi mai tanto nel sogno, caro mio, che l’urto della realtà sopravvenga! Quante volte non me lo sono ripetuto…”

“Pensaci! Innocente, ti hanno punita, scacciata, infamata; e ora che tu, spinta da tutti, perseguitata, non per tua passione, non per tua volontà, hai commesso il fallo – per te è tale! – il fallo di cui t’accusarono innocente, ora ti riprendono, ora ti rivogliono! Vacci! Li avrai punti tutti quanti, come si meritavano!”

“il compianto… poi, con l’andar dei giorni, la calma desolata in cui il cordoglio s’assopisce; e man mano le strane piccole sorprese nel vedere, nel sentire che la vita ha seguito e segue tuttavia il suo corso, e noi… noi con essa. I morti? I morti sono lontani…”

Todo Modo – Leonardo Sciascia

“Credevo di aver ripercorso, a rebours, tutta una catena di causalità; e di essere riapprodato, uomo solo, all’infinità possibilità musicale di certi momenti dell’infanzia, dell’adolescenza: quando nell’estate, in campagna, lungamente mi appartavo in un luogo, che mi fingevo remoto e inaccessibile, di alberi e d’acqua; e tutta la vita, il breve passato e il lunghissimo avvenire, musicalmente si fondevano, e infinitamente, alla libertà del presente.”

“…ed ero solo. Nessuna inquietudine, nessuna apprensione. Tranne quelle, oscure e irreprimibili, che ho sempre avute, del vivere e per il vivere; e vi si innestavano e diramavano l’inquietudine e l’apprensione per l’atto di libertà che dovevo pur fare…”

“L’eremo è luogo di solitudine; e non di quella solitudine oggettiva, di natura, che meglio di scopre e più si apprezza quando si è in compagnia: un bel posto solitario, come si suol dire; ma di quella solitudine che ne ha specchiato altra umana e si è intrisa di sentimento, di meditazione, magari di follia.”

“Guardo troppo spesso la televisione, perchè possa dirmi completamente immune della lebbra dell’imbecillità… Troppo spesso: e finirò, se già non ci sono finito, col contagiarmene… Perché, me ne confesso, la contemplazione dell’imbecillità è il mio vizio, il mio peccato…”

“Don Gaetano si risedette e, cominciando da me, versò il vino a tutti, lodandolo da intenditore, ma con quelle parole francesi che ora usano i non intenditori.”

“…ognuno a dire la sua senza minimamente far conto di quella degli altri…”

“Ma ad esser sincero, non mi importa poi molto della fama oltre la morte.”

“Ma le cose, dentro di noi, sono sempre maledettamente complicate; e tanto più inganniamo noi stessi, o tentiamo, quanto più evidente e immediato si prospetta il disinganno.”

“Non assistevo a una messa da almeno un quarto di secolo (e scrivere un quarto di secolo invece che venticinque anni s’appartiene alla mia civetteria d’invecchiare). E poichè era la prima volta che la sentivo in italiano, mi abbandonai a riflessioni sulla Chiesa, la sua storia, il suo destino. E cioè il suo passato splendore, il suo squallido presente, la sua inevitabile fine.”

“Non vivevo che ingannandomi, e facendomi ingannare.”

“…poichè quel che da valore a un quadro è la firma, appunto come ad un assegno.”

“A questo nome, Buttafuoco, si collega sempre, nella realtà come nella fantasia, qualcosa che ha ache fare col male, o almeno con l’imbroglio…”

“Già – io dissi – non si è mai dato il caso di un papa che per età, per arteriosclerosi, cominci a sragionare. Voglio dire: non si è mai saputo.
Non si è mai dato, appunto – disse il cardinale.
Non si è mai saputo – ribadii.
Le cose che non si sanno, non sono – disse don Gaetano.”

“E veniva facile pensare alla dantesca bolgia dei ladri.”

“Cominciai a sentirmi in disagio. Ho sempre evitato, accuratamente, l’incontro sia coi vecchi compagni di scuola sia con le donne amate nella giovinezza. L’incontro, dico, a distanza di anni.”

“Anche lui, dico, come: ha fatto un certo effetto anche a me, questo vino… E si sa: dove c’è prete c’è buona cantina.”

“Ecco che lei torna alle parole che decidono, alle parole che dividono: migliore, peggiore; giusto, ingiusto; bianco, nero. E tutto invece non  che una caduta, una lunga caduta, come nei sogni.”

“Come disse Orazio, promissio boni viri est obligatio…”

“Una volpe: e si è finalmente imbattuto in un lupo.”

“Era sì un ladro, uno che, in altri tempi, avrei rubricato mille volte per malversazione e peculato, per corruzione, per tutti quei reati che i legislatori hanno constatato o previsto in rapporto all’amministrazione del denaro pubblico; ma per la morale corrente, per la prassi oggi in uso, era considerato strenuamente onesto: e soltanto perchè pochissimo, o addirittura nulla, rubava per sè.”

“Il corrotto non può provocare rovina sul corruttore senza restare sepolto dalle stesse macerie.”

“Nessuno – disse don Gaetano con esasperata fermezza. E fissò Scalambri d’uno sguardo che lentamente, come un obiettivo, si restringeva a diventare, da spento che sembrava, acuto e rapido; e al mutamento dello sguardo si accompagnava un movimento della mano destra, a somiglianza della zampa di un gatto nel giuoco di tirar fuori le unghie e di ritrarle.”

“Ho pensato, ecco: siamo a tavola a spezzare lo stesso pane e a bere lo stesso vino; ma lui non dimentica di essere inquisitore e giudice come io non dimentico di essere prete… Che terribili missioni, le nostre! Terribili e necessarie: e direi che sono terribili nella misura in cui sono necessarie, e necessarie nella misura in cui sono terribili… Siamo i morti che seppelliamo altri morti… Dio mio!”

“Ma come mi spaventa l’essere prete, di più mi spaventerebbe l’essere giudice… le parole di Cristo sono tremende: “Non giudicate, affinché non siate giudicati”. Non proibisce il giudicare, ma lo pone in diretto e inevitabile rapporto con l’essere giudicati.”

“E possiamo anche fare a meno dell’adolescenza e della giovinezza: ma un uomo è quale i primi dieci anni di vita lo hanno fatto;: e nulla sappiamo di lui se nulla sappiamo di questi suoi dieci anni… naturalmente, la vita di Gesù non ha niente a che fare con la nostra: di lui ci bastano gli anni folgoranti, gli anni testimoniati; ma io sono stato sempre affascinato dai suoi anni oscuri, e sempre mi hanno dato alla fantasia.”

“C’è una netta demarcazione, per costoro, tra le donne da sposare e far prolificare e le donne con cui peccare: queste bisogna che emanino il senso del peccato a prima vista, a primo odore…”

“Nessuno merita di essere lodato per la sua bontà se non ha la forza di essere cattivo.”

“Pensi: la scienza… L’abbiamo combattuta tanto! E infine, che scruti la cellula, l’atomo, il cielo stellato; che ne carpisca qualche segreto; che divida, che faccia esplodere, che mandi l’uomo a passeggiare sulla luna: che fa se non moltiplicare lo spavento che Pascal sentiva di fronte all’universo?”

“Non c’è fuga, da Dio; non è possibile. L’esodo da Dio è una marcia verso Dio.”

“…il volto gli prese un’espressione di fragilità e lontananza da farmi pensare ad uno che fosse invecchiato in prigione e ricordasse che una volta aveva tentato di evadere.

“E forse si possono oggi riscrivere tutti i libri che sono stati scritti; e altro anzi non si fa, riaprendoli con chiavi false, grimaldelli e, mi consenta un doppio senso banale ma pertinente, piedi di porco. Tutti, tranne Candide.”

“Lei, mi scusi, non sa di che cosa è capace la gente casa e chiesa, la gente col libro da messa in mano, la gente che dice di amare il prossimo suo come se stessa.”

“Si fece silenzio: come tra gente educata che scopre nella compagnia un maleducato.”

“E sentivo quelli davanti a me chiedersi a respiro mozzo se don Gaetano era stato ucciso o era morto di morte naturale. Come se la morte, e don Gaetano avrebbe dovuto insegnarglielo, non fosse sempre e comunque naturale.”

“Io lo dico sempre, caro commissario, sempre: il movente, bisogna trovare, il movente…”

La scomparsa di Majorana – Leonardo Sciascia

“La scienza, come la poesia, si sa che sta ad un passo dalla follia: e il giovane professore quel passo lo aveva fatto, buttandosi in mare o nel Vesuvio o scegliendo un più elucubrato genere di morte.”

“Il colloquio trovò, sotto la penna del segretario di Sua Eccellenza, sintesi ed esito. Sintesi mirabile, come in tutti i carteggi della nostra polizia: dove quel che a noi può sembrare – a filo di grammatica, di sintassi, di logica – fuori di regola o di coerenza, è invece linguaggio che allude o indica o prescrive.”

“Il cittadino che nulla ha mai fatto contro le leggi né da altri ha subito dei torti per cui invocarle; il cittadino che vive come se la polizia soltanto esistesse per degli atti amministrativi come il rilascio del passaporto o del portodarme (per la caccia), se i casi della vita improvvisamente lo portano ad avervi a che fare, ad averne bisogno per quel che istituzionalmente è, un senso di sgomento lo prende, di impazienza, di furore in cui la convinzione si radica che la sicurezza pubblica, per quel tanto che se ne gode, più poggia sulla poca e sporadica tendenza a delinquere degli uomini che sull’impegno l’efficienza e l’acume di essa polizia.”

“Mi ci riesce impossibile immaginare che il dramma di un uomo intelligente, la sua volontà di scomparire, le sue ragioni, possano aver avuto altro riflesso, negli occhiali di un commissario di polizia, negli occhiali dello stesso Bocchini, che quello del dissenno, della pazzia.”

“Si sente in queste poche righe come una costrizione, una forzatura: il dover rispondere alle premure e sollecitazioni degli amici, il dover fare quel che gli altri facevano o quel che gli altri da lui si aspettavano, e insomma il dover adattarsi di un uomo inadatto.”

“Come tutti i siciliani “buoni”, come tutti i siciliani migliori, Majorana non era portato a far gruppo, a stabilire solidarietà e a stabilirvisi (sono i siciliani peggiori quelli che hanno il genio del gruppo, della cosca).”

“In quanto agli scacchi, Majorana ne era, fin da bambino, campione: a sette anni scacchista lo troviamo nella cronaca di un giornale catanese.”

“Heisenberg viveva il problema della fisica, la sua ricerca di fisico, dentro un vasto e drammatico contesto di pensiero. Era, per dirla banalmente, un filosofo.”

“Chi, sia pure sommariamente (come noi: tanto per mettere le mani avanti), conosce la storia dell’atomica, della bomba atomica, è in grado di fare questa semplice e penosa constatazione: che si comportarono liberamente, cioè da uomini liberi, gli scienziati che per condizioni oggettive non lo erano; e si comportarono da schiavi, e furono schiavi, coloro che invece godevano di una oggettiva condizione di libertà. Furono liberi coloro che la fecero. Schiavi coloro che la fecero.”

“…gli schiavi ne ebbero preoccupazione, paura, angoscia; mentre i liberi senza alcuna remora, e persino con punte di allegria, la proposero, vi lavorarono, la misero a punto e, senza porre condizioni o chiedere impegni, la consegnarono ai politici e ai militari. E che gli schiavi l’avrebbero consegnata a Hitler, a un dittatore di fredda e atroce follia, mentre i liberi la consegnarono a Truman, uomo di “senso comune” che rappresentava il “senso comune” della democrazia americana, non fa differenza: dal momento che Hitler avrebbe deciso esattamente come Truman decise, e cioè di fare esplodere le bombe disponibili su città accuratamente, scientificamente scelte fra quelle raggiungibili di un paese nemico; città della cui totale distruzione si era potuto fare calcolo.”

“Ma Heisenberg non solo non aveva avviato il progetto della bomba atomica (lasciamo stare se poteva o no arrivare a farla: progettarla sicuramente poteva), ma aveva passato gli anni della guerra nella dolorosa apprensione che gli altri, dall’altra parte, stessero per farla. Non infondata apprensione, purtroppo.”

“Comunque, in un mondo più umano, più attento e più giusto nella scelta dei suoi valori, dei suoi miti, la figura di Heisenberg più dovrebbe e nobilmente aver spicco di altre che nel campo della fisica nucleare operarono negli stessi suoi anni – più di coloro che la bomba la fecero, la consegnarono, con esultanza accolsero la notizia degli effetti e soltanto dopo (ma non tutti) ne ebbero smarrimento e rimorso.”

“Quando si lascia andare a un giudizio, è di generica ammirazione per la Germania, per la sua efficienza.”

“Ettore Majorana era religioso. Il suo è stato un dramma religioso, e diremmo pascaliano. E che abbia precorso lo sgomento religioso cui vedremo arrivare la scienza, se già non c’è arrivata, è la ragione per cui stiamo scrivendo queste pagine sulla sua vita.”

“Preparandosi a “una” morte o “alla” morte, preparandosi a una condizione in cui dimenticare, dimenticarsi ed essere dimenticato, preparando dunque la propria scomparsa, organizzandola, calcolandola, crediamo baluginasse in Majorana – in contraddizione, in controparte, in contrappunto – la coscienza che i dati della sua breve vita, messi in relazione al mistero della sua scomparsa, potessero costituirsi in mito.”

“Nato in questa Sicilia che per più di due millenni non aveva dato uno scienziato, in cui l’assenza se non il rifiuto della scienza era diventata forma di vita, il suo essere scienziato era già come una dissonanza.”

Uno, nessuno e centomila – Luigi Pirandello

“Che fai? – mia moglie mi domandò, vedendomi insolitamente indugiare davanti allo specchio.
Niente, – le risposi, – mi guardo qua, dentro il naso, in questa narice. Premendo, avverto un certo dolorino.
Mia moglie sorrise e disse:
Credevo ti guardassi da che parte ti pende.
Mi voltai come un cane a cui qualcuno avesse pestato la coda:
Mi pende? A me? Il naso?
E mia moglie, placidamente:
Ma sì, caro. Guardatelo bene: ti pende verso destra.”

“Sfido a non irritarsi, ricevendo come generosa concessione ciò che come diritto ci è stato prima negato.”

“E non si sa, le mogli? Fatte apposta per scoprire i difetti del marito.”

“Ero rimasto così, fermo ai primi passi di tante vie, con lo spirito pieno di mondi, o di sassolini, che fa lo stesso. Ma non mi pareva affatto che quelli che m’erano passati avanti e avevano percorso tutta la via, ne sapessero in sostanza più di me. M’erano passati avanti, non si mette in dubbio, e tutti braveggiando come tanti cavallini; ma poi, in fondo alla via, avevano trovato un carro: il loro carro; vi erano stati attaccati con molta pazienza, e ora se lo tiravano dietro. Non tiravo nessun carro, io; e non avevo perciò né briglie né paraocchi; vedevo certamente più di loro; ma andare, non sapevo dove andare.”

“Cominciò da questo il mio male. Quel male che doveva ridurmi in breve in condizioni di spirito e di corpo così misere e disperate che certo ne sarei morto o impazzito, ove in esso medesimo non avessi trovato (come dirò) il rimedio che doveva guarirmene.”

“Già subito mi figurai che tutti, avendone fatta mia moglie la scoperta, dovessero accorgersi di quei miei difetti corporali e altro non notare in me.”

“Mi si fissò invece il pensiero ch’io non ero per gli altri quel che finora, dentro di me, m’ero figurato di essere.”

“Per voi, esser soli, che vuol dire?”

“La solitudine non è mai con voi; è sempre senza di voi, e soltanto possibile con un estraneo attorno: luogo o persona che sia, che del tutto vi ignorino, che del tutto voi ignoriate, così che la vostra volontà e il vostro sentimento restino sospesi e smarriti in un’incertezza angosciosa e, cessando ogni affermazione di voi, cessi l’intimità stessa della vostra coscienza. La vera solitudine è in un luogo che vive per sè e che per voi non ha traccia nè voce, e dove dunque l’estraneo siete voi.
Così io volevo esser solo. Senza me.”

“Se per gli altri non ero quel che finora avevo creduto d’essere per me, chi ero io?”

“Per gli altri le mie idee e il mio naso hanno tanta relazione, che se quelle, poniamo, fossero molto serie e questo per la sua forma molto buffo, si metterebbero a ridere.”

“Quando mi ponevo davanti a uno specchio, avveniva come un arresto in me; ogni spontaneità era finita, ogni mio gesto appariva a me stesso fittizio o rifatto.
Io non potevo vedermi vivere.”

“Ripeto, credevo ancora che fosse uno solo questo estraneo: uno solo per tutti, come uno solo credevo d’esser io per me. Ma presto l’atroce mio dramma si complicò: con la scoperta dei centomila Moscarda ch’io ero non solo per gli altri ma anche per me, tutti con questo solo nome di Moscarda, brutto fino alla crudeltà, tutti dentro questo mio povero corpo ch’era uno anch’esso, uno e nessuno ahimè, se me lo mettevo davanti allo specchio e me lo guardavo fisso e immobile negli occhi, abolendo in esso ogni sentimento e ogni volontà.
Quando così il mio dramma si complicò, cominciarono le mie incredibili pazzie.”

“L’idea che gli altri vedevano in me uno che non ero io quale mi conoscevo; uno che essi soltanto potevano conoscere guardandomi da fuori con occhi che non erano i miei e che mi davano un aspetto destinato a restarmi sempre estraneo, pur essendo in me, pur essendo il mio per loro (un mio dunque che non era per me!); una vita nella quale, pur essendo la mia per loro, io non potevo penetrare, quest’idea non mi diede più requie.”

“Quando voi non volete assolutamente una cosa, che fa vostra moglie?”

“Siate sinceri: a voi non è mai passato per il capo di volervi veder vivere. Attendete a vivere per voi, e fate bene, senza darvi pensiero di ciò che intanto possiate essere per gli altri; non già perché dell’altrui giudizio non v’importi nulla, ché anzi ve ne importa moltissimo; ma perchè siete nella beata illusione che gli altri, da fuori, vi debbano rappresentare in sé come voi a voi stessi vi rappresentate.”

“Purtroppo, ci sono io, e ci siete voi. Purtroppo.”

“Sapete invece su che poggia tutto? Ve lo dico io. Su una presunzione che Dio vi conservi sempre. La presunzione che la realtà, qual’è per voi, debba essere e sia ugualmente per tutti gli altri.”

“Non poter sopportare la zanzariera, ch’io avrei seguitato sempre a usare anche se tutte le zanzare fossero sparite da Richieri, per la delizia che mi dava, tenuta alta di cielo com’io la tenevo e drizzata tutt’intorno al letto senza una piega. La camera che si vede e non si vede traverso a quella miriade di forellini del tulle lieve; il letto isolato; l’impressione d’esser come avvolto in una bianca nuvola.”

“C’è in me e per me una realtà mia: quella che io mi dò; una realtà vostra in voi e per voi; quella che voi vi date; le quali non saranno mai le stesse nè per voi nè per me.
E allora?
Allora, amico mio, bisogna consolarci con questo: che non è più vera la mia che la vostra, e che durano un momento così la vostra come la mia.”

“Forse s’intendono, con quel canto e con questo scricchiolio, l’uccello imprigionato e il noce ridotto seggiola.”

“Diciamo dunque che è in noi ciò che chiamiamo pace. Non vi pare? E sapete da che proviene? Dal semplicissimo fatto che siamo usciti or ora dalla città; cioè, sì, da un mondo costruito: case, vie, chiese, piazze; non per questo soltanto, però, costruito, ma anche perchè non ci si vive più così per vivere, come queste piante, senza saper di vivere; bensì per qualche cosa che non c’è e che vi mettiamo noi; per qualche cosa che dia senso e valore alla vita: un senso, un valore che qua, almeno in parte, riuscite a perdere, o di cui riconoscete l’affliggente vanità. E vi vien languore, ecco, e malinconia. Capisco,l capisco, Rilascio di nervi. Accorato bisogno d’abbandonarvi. Vi sentite sciogliere, vi abbandonate.”

“Qui, cari miei, avete veduto l’uccellino vero, che vola davvero, e avete smarrito il senso e il valore delle ali finte e del volo meccanico. Lo riacquisterete subito là, dove tutto è finto e meccanico, riduzione e costruzione: un altro mondo nel mondo: mondo manifatturato, combinato, congegnato; mondo d’artificio, di stortura, d’adattamento, di finzione, di vanità; mondo che ha senso e valore soltanto per l’uomo che ne è l’artefice.”

“Beati loro che hanno le ali e possono scappare!”

“Ci vorrebbe un pò più d’intesa tra l’uomo e la natura. Troppo spesso la natura si diverte a buttare all’aria tutte le nostre ingegnose costruzioni. Cicloni, terremoti… Ma l’uomo non si dà per vinto. Ricostruisce, ricostruisce, bestiolina pervicace. E tutto è per lui materia di ricostruzione. Perché ha in sè quella tal cosa che non si sa che sia, per cui deve per forza costruire, trasformare a suo modo la materia che gli offre la natura ignara, forse e, almeno quando vuole, paziente.”

“L’uomo piglia a materia anche se stesso, e si costruisce, sissignori, come una casa.
Voi credete di conoscervi se non vi costruite in qualche modo?
E ch’io possa conoscervi, se non vi costruisco a modo mio?”

“Ah che scoperta! Mio padre… La vita di mio padre..”

“Fu un attimo, ma l’eternità. Vi sentii dentro tutto lo sgomento delle necessità cieche, delle cose che non si possono mutare: la prigione del tempo; il nascere ora, e non prima e non poi; il nome e il corpo che ci è dato; la catena delle cause; il seme gettato da quell’uomo: mio padre senza volerlo; il mio venire al mondo, da quel seme; involontario frutto di quell’uomo; legato a quel ramo; espresso da quelle radici.”

“A tutti i figli forse sarà avvenuto. Notare com’alcunché d’osceno che ci mortifica, laddove è il padre per noi che si rispetta. Notare, dico, che gli altri non dànno e non possono dare a questo padre quella stessa realtà che noi gli diamo.”

“Quando un atto è compiuto, è quello; non si cangia più. Quando uno, comunque, abbia agito, anche senza che poi si senta e si ritrovi negli atti compiuti, ciò che ha fatto, resta: come una prigione per lui.”

“…l’essere agisce necessariamente per forme, che sono le apparenze ch’esso si crea, e a cui noi diamo valore di realtà. Un valore che cangia, naturalmente, secondo l’essere in quella forma e in quell’atto ci appare.”

“Perché avevo voluto dimostrare, che potevo, anche per gli altri, non essere quello che mi si credeva.”

“Perché, quand’uno pensa d’uccidersi, s’immagina morto, non più per sé, ma per gli altri?”

“Sempre che ci avvenga di scoprire qualcosa che gli altri supponiamo non abbiano mai veduta, non corriamo a chiamare qualcuno perché subito la veda con noi?”

“Ma che altro avevo io dentro, se non questo tormento che mi scopriva nessuno e centomila?”

“Ho la parola facile: potrei anche, volendo, far l’avvocato.”

“Il dolore ti salva, figliuolo.”

“Nella penombra della cameretta rosea in disordine, il silenzio pareva consapevole dell’attesa vana d’una vita che i desideriii momentanei di quella bizzarra creatura non avrebbero potuto mai far nascere né consistere in qualche modo.”

“Perché bisogna che lei fermi un attimo in sé la vita, per vedersi. Come davanti a una macchina fotografica. Lei s’atteggia. E atteggiarsi è come diventare statua per un momento. La vita si muove di continuo, e non può mai veramente vedere se stessa.”

“Lei non può conoscersi che atteggiata: statua: non viva. Quando uno vive, vive e non si vede. Conoscersi è morire. Lei sta tanto a mirarsi in codesto specchio, in tutti gli specchi, perché non vive; non sa, non può o non vuol vivere. Vuole troppo conoscersi, e non vive.”

“Ah, perdersi là, distendersi e abbandonarsi, così tra l’erba, al silenzio dei cieli; empirsi l’anima di tutta quella vana azzurrità facendovi naufragare ogni pensiero, ogni memoria!”

“Non è altro che questo, epigrafe funeraria, un nome. Conviene ai morti. A chi ha concluso. Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita. Quest’albero, respiro tremùlo di foglie nuove. Sono quest’albero. Albero, nuvola; domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo. Tutto fuori, vagabondo.”

“Pensare alla morte, pregare. C’è pure chi ha ancora questo bisogno, perché muojo ogni attimo, io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori.”

A ciascuno il suo – Leonardo Sciascia

“La lettera arrivò con la distribuzione del pomeriggio. Il postino posò prima sul banco, come al solito, il fascio versicolore delle stampe pubblicitarie; poi con precauzione, quasi ci fosse il pericolo di vederla esplodere, la lettera: busta gialla, indirizzo a stampa su un rettangolino bianco incollato alla busta.”

“La lettera – disse il notaio Pecorilla – è tipica di un delitto passionale: quale che sia il rischio, il vendicatore vuole che la vittima cominci a morire e insieme a rivivere la propria colpa fin dal momento che riceve l’avvertimento.”

“Perché a volte tra il perdere la pace in casa e il guadagnare la pace eterna uno sceglie la pace eterna, e non se ne parla più – intervenne il commendator Zerillo, con una faccia che diceva il rammarico di non essere stato capace, fino a quel momento, di fare la stessa scelta.

“Chi comanda fa legge.”

“Ma la Sicilia, forse l’Italia intera – si disse – è fatta di tanti personaggi simpatici cui bisognerebbe tagliare la testa.”

“Laurana aveva aperto il giornale, si era incantato sulla testata. Eccolo qui l’UNICUIQUE, tale e quale quello che era affiorato dal rovescio della lettera. UNICUIQUE SUUM, a ciascuno il suo.”

“Il termine curioso, nel giudizio dei figli e in quello dei padri, voleva indicare una stranezza che non arrivava alla bizzarria: opaca, greve, quasi mortificata.”

“Un uomo onesto, meticoloso, triste; non molto intelligente, e anzi con momenti di positiva ottusità; con scompensi e risentimenti che si conosceva e condannava; non privo di quella coscienza di sé, segreta presunzione e vanità, che gli veniva dall’ambiente della scuola in cui, per preparazione ed umanità, si sentiva ed era tanto diverso dai colleghi, e dall’isolamento in cui, come uomo, per così dire, di cultura, veniva a trovarsi.”

“Oltre il parapetto della terrazza, sotto i veli di scirocco, Palermo splendeva. Bella vista – disse il professore; e con sicurezza indicò San Giovanni degli eremiti, palazzo D’Orleans, palazzo reale.”

“Era cambiato: e non so precisamente da quando, non riesco a ricordare quand’è che per la prima volta ho avvertito in lui una certa stanchezza, un certo disamore; ed anche una durezza di giudizio che mi ha fatto pensare a sua madre…”

“Era una ragazzo, un uomo, di quelli che si dicono semplici: e invece sono maledettamente complicati… Perciò non mi è piaciuto che fosse andato a infilarsi in una famiglia di cattolici, col suo matrimonio… Dico cattolici per modo di dire, mai conosciuto in vita mia, qui, un cattolico vero: e sto per compiere novantadue anni… C’è gente che in vita sua ha mangiato magari una mezza salma di grano maiorchino fatto ad ostie: ed è sempre pronta a mettere la mano nella tasca degli altri, a tirare un calcio alla faccia di un moribondo e un colpo di lupara alle reni di uno in buona salute…”

“Il morto è morto, diamo aiuto al vivo. Se lei dice questo proverbio a uno del Nord, gli fa immaginare la scena di un incidente in cui c’è un morto e c’è un ferito: ed è ragionevole lasciare lì il morto e preoccuparsi di salvare il ferito. Un siciliano vede invece il morto ammazzato e l’assassino: e il vivo da aiutare è appunto l’assassino.”

“Ad un’età come la mia, uno che ha la ventura di arrivarci è disposto a credere che la morte è un atto di volontà.”

“A meno di non attribuirgli nascosta e sottile perfidia: la capacità, da quelle parti non rara, di nascondere accuratamente il malanimo nei riguardi di una persona nel tempo stesso che la si colpisce con i mezzi più vili.”

“Saliva le scale del palazzo di giustizia, dunque, masochisticamente svolgendo quelle apprensioni che sono tipiche dell’italiano che sta per entrare nel labirinto di un ufficio pubblico, e intitolato alla giustizia per di più.”

“Abbiamo rosicchiato per vent’anni a destra, ora è tempo di cominciare a rosicchiare a sinistra. Tanto, non cambia niente.”

“Quando si può, è bene fare un viaggio con due servizi.”

“Lei vota per il partito di Testaquadra?
Non per il partito… Cioè: per il partito, si capisce, ma in subordine… Come tutti, qui… C’è chi è legato ad un uomo politico da un sussidio, da un coppo di spaghetti, da un portodarme o da un passaporto; e chi, come me, è legato dalla stima personale, dal rispetto, dall’amicizia… E pensi al grande sacrificio, per me, di uscire di casa per andare a dargli il voto.”

“Ad un certo punto della mia vita ho fatto dei calcoli precisi: che se io esco di casa per trovare la compagnia di una persona intelligente, di una persona onesta, mi trovo ad affrontare, in media, il rischio di incontrare dodici ladri e sette imbecilli che stanno lì, pronti a comunicarmi le loro opinioni sull’umanità, sul governo, sull’amministrazione municipale, su Moravia… Le pare che valga la pena?”

“Mezzo milione di emigrati, vale a dire quasi tutta la popolazione valida; l’agricoltura completamente abbandonata; le zolfare chiuse e sul punto di chiudere le saline; il petrolio che è tutto uno scherzo; gli istituti regionali che folleggiano; il governo che ci lascia cuocere nel nostro brodo… Stiamo affondando, amico mio, stiamo affondando… Questa specie di nave corsara che è stata la Sicilia, col suo bel gattopardo che rampa a prua, coi colori di Guttuso nel suo gran pavese, coi suoi più decorativi pezzi da novanta cui i politici hanno delegato l’onore del sacrificio, coi suoi scrittori impegnati, coi suoi Malavoglia, coi suoi percolla, coi suoi loici cornuti, coi suoi folli, coi suoi demoni meridiani e notturni, con le sue arance, il suo zolfo e i suoi cadaveri nella stiva: affonda, amico mio, affonda…”

“Quando però c’era il padre, la sua entrata aveva un che di triste, di mortificato: poiché uno esaurito di nervi, quale il giovane si dichiarava a giustificare le sue diserzioni universitarie, il notaro Pecorilla ammetteva sì che avesse bisogno di briosa compagnia, ma non che diventasse il brio della compagnia.”

“E ci sono, si sa, dei casi in cui gli innocenti si comportano da colpevoli, e perciò si perdono; quasi sempre, anzi, sotto l’occhio della guardia municipale, del doganiere, del carabiniere, del giudice gli italiani prendono a comportarsi da colpevoli.”

“La sua era stata una curiosità umana, intellettuale, che non poteva né doveva confondersi con quella di coloro che la società, lo Stato, salariavano per raggiungere e consegnare alla vendetta della legge le persone che la trasgresdiscono o infrangono. E giuocavano in questo suo oscuro amor proprio i secoli d’infamia che un popolo oppresso, un popolo sempre vinto, aveva fatto pesare sulla legge e su coloro che ne erano strumenti; l’affermazione non ancora spenta che il miglior diritto e la più giusta giustizia, se proprio uno ci tiene, se non è disposto a confidarne l’esecuzione al destino o a Dio, soltanto possono uscire dalle canne di un fucile.”

“Che popolo, pensò con un disprezzo venato di gelosia: e che in qualunque posto del mondo, là dove l’orlo di una gonna saliva di qualche centimetro sul ginocchio, nel raggio di trenta metri c’era sicuramente un siciliano, almeno uno, a spiare il fenomeno.”

“E’ strano – pensò – come passeggiando per un cimitero ci si senta bestialmente vivi.”

“Tre c sono pericolose: cugini, cognati e compari.”

“Opera di carità rimettere assieme la roba?
E come no? Chiede carità anche la roba.”

“Risero tutti e tre- Poi Zerillo disse: ho saputo una cosa, una cosa che deve restare tra me e voi: mi raccomando… Riguarda il povero Laurana…
Era un cretino – disse Don Luigi.”

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