Frasiarzianti's Blog

Le frasi più belle tratte dai libri letti

Archivio per la categoria “Letteratura italiana, 32 libri”

Il sergente nella neve – Mario Rigoni Stern

“Ho ancora nel naso l’odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato. Ho ancora nelle orecchie e sin dentro il cervello il rumore della neve che crocchiava sotto le scarpe, gli sternuti e i colpi di tosse delle vedette russe, il suono delle erbe secche battute dal vento sulle rive del Don.”

“I topi non facevano parte del villaggio ma facevano parte della Russia, della terra, della steppa: erano dappertutto.”

“Alto, taciturno, cupo. Quando lo guardavo in viso non mi sentivo di fissarlo a lungo e quando, molto di rado, sorrideva, faceva male al cuore. Sembrava facesse parte di un altro mondo e sapesse delle cose che a noi non poteva dire.”

“Ricordai allora com’era sempre stato taciturno e il senso di soggezione che mi dava la sua presenza. pareva che la morte fosse già in lui.”

“C’era un odore forte lì dentro: odore di caffè, di maglie e mutande sporche che bollivano con i pidocchi, e di tante altre cose.”

“Era un ex conducente e odorava ancora di mulo: la sua barba era pelo di mulo, la su forza era di mulo, la guerra la faceva come un mulo, la polenta che mescolava era mangime di mulo. Aveva il colore della terra e noi eravamo come lui.”

“E’ morto Sarpi – rispose. Guardai nuovamente il buio e ascoltai di nuovo il silenzio. Il tenente si curvò nella trincea, accese due sigarette e ne passò una a me. Mi sentivo allo stomaco come un calcio di fucile e la gola chiusa come se avessi da vomitare qualcosa e non potessi. Tenente Sarpi. Attorno a me non c’era nulla, nemmeno le cose, nemmeno Cassiopea, nemmeno il freddo. Solo quel dolore allo stomaco.”

“Tutto era silenzio. Il sole batteva sulla neve, il tenente Sarpi era morto nella notte con una raffica al petto. Ora maturano gli aranci nel suo giardino, ma lui è morto nel camminamento buio. La sua vecchia riceverà una lettera con gli auguri. Stamattina i suoi alpini lo porteranno giù con la barella verso gli imboscati e lo poseranno nel cimitero, lui siciliano, assieme ai bresciani e bergamaschi.”

“Questa notte il pattuglione russo è passato di là e lui era già morto, con la neve che gli entrava nella bocca e il sangue che gli usciva sempre più piano finché si gelò sulla neve.”

“Camminavo pensando al pescatore dell’isba: ove sarà adesso? Lo immaginavo vecchio, grande, con la barba bianca come lo zio Jeroska dei Cosacchi di Tolstoj. Da quanto tempo avevo letto quel libro? Ero ragazzo al mio pare. E il tenente Sarpi è morto stanotte.”

“Marangoni mi guardava, capiva tutto e taceva. E ora anche Marangoni è morto, un alpino come tanti. Un ragazzo era, anzi un bambino. Rideva sempre, e quando riceveva posta mi mostrava la lettera agitandola in alto: E’ la morosa – diceva. E ora anche lui è morto.”

“Così passavano le giornate: nella tana a scrivere o a pensare guardando i pali di sostegno, oppure a buttar pidocchi sulla piastra arroventata della stufa: diventavano allora tutti bianchi e poi scoppiavano. Di notte si era fuori ad ascoltare il silenzio e a guardare le stelle, a preparar postazioni, a piantare reticolati, a passare da una vedetta all’altra.”

“Una sera che ero nella tana del tenente a fumare una sigaretta ed eravamo soli, – Rigoni, – mi disse – ho avuto disposizioni in caso di ripiegamento -. Non risposi nulla. Capivo che ormai era finita, veramente finita, ma non volevo ammetterlo. Sentivo il mio solito dolore allo stomaco. Capivo che cosa eravamo noi e che cosa volessero i russi.”

“L’altro caporale della squadra era Gennaro. Chissà di che paese era. Meridionale certamente. (…) Non aveva certamente un cuor di leone ma la sua personalità, senza farsi notare, si comunicava a chiunque gli vivesse vicino.”

“Tentavo di scherzare ma il sorriso si spegneva presto tra le barbe lunghe e sporche. Nessuno pensava: “se muoio”; ma tutti sentivano un’angoscia che opprimeva e tutti pensavamo: “quanti chilometri ci saranno per arrivare a casa?”

“Quel senso di apprensione e tensione che era in noi non ci aveva lasciato. Era come se un gran peso ci gravasse sulle spalle. Lo leggevo anche negli occhi degli alpini e vedevo la loro incertezza e il dubbio di essere abbandonati nella steppa: non sentivamo più i comandi, i collegamenti, i magazzini, le retrovie, ma soltanto l’immensa distanza che ci separava da casa, e la sola realtà, in quel deserto di neve, erano i russi che stavano lì davanti a noi, pronti ad attaccarci.”

“Rimanevo poco ora nella tana; ero sempre nelle trincee sulla scarpata del fiume con le bombe e il moschetto. Pensavo a tante cose, rivivevo infinite cose e mi è caro il ricordo di quelle ore. C’era la guerra, proprio la guerra più vera dove ero io, ma non vivevo la guerra, vivevo intensamente cose che sognavo, che ricordavo e che erano più vere della guerra. Il fiume era gelato, le stelle erano fredde, la neve era vetro che si rompeva sotto le scarpe, la morte fredda e verde aspettava sul fiume, ma io avevo dentro di me un calore che scioglieva tutte queste cose.”

“La luna correva fra le nubi; non c’erano più le cose, non c’erano più gli uomini, ma solo il lamento degli uomini. – Mama! Mama! – chiamava il ragazzo sul fiume e si trascinava lentamente, sempre più lentamente, sulla neve.”

“Diavolo! Piantiamo qui tutto, ci sono tante belle ragazze e vino buono, no, Baroni? Loro hanno le Katiusce e le Maruscke e la vodka e campi di girasole; e noi le Marie e le Terese, vino e boschi d’abeti. Ridevo, ma gli angoli della bocca mi facevano male e impugnavo il mitragliatore.”

“Vi era un bel sole: tutto era chiaro e trasparente, solo nel cuore degli uomini era buio. Buio come una notte di tempesta su un oceano di pece. Allora sentii un gran boato e tremare la terra sotto i piedi.”

“Poi sentii e vidi gli scoppi levarsi dietro il caposaldo di Cenci; tanti, uno vicino all’altro e nel medesimo istante. Questa, riuscii a pensare, è la Katiuscia a settantadue coli. Diavolo che accidente d’ordigno!”

“Incominciava a nevicare. Piangevo senza sapere che piangevo e nella notte nera sentivo solo i miei passi nel camminamento buio. Nella mia tana, inchiodato a un palo, rimaneva il presepio in rilievo che mi aveva mandato la ragazza per il giorno di Natale.”

“Quando passai la passerella e fui di là mi pareva di essere in un altro mondo. Capivo che non sarei più ritornato in quel villaggio sul Don; che stavo per staccarmi dalla Russia e dalla terra di quel villaggio. Ora sarà ricostruito, i girasoli saranno ritornati a fiorire negli orti attorno alle isbe e il vecchio con la barba bianca come lo zio Jeroska, avrà ripreso a pescare nel suo fiume.”

“Un pezzo da 75/13 sparò qualche colpo. Si andava con la testa bassa, uno dietro l’altro, muti come ombre. Era freddo, molto freddo, ma, sotto il peso dello zaino pieno di munizioni, si sudava. Ogni tanto qualcuno cadeva sulla neve e si rialzava a fatica. Si levò il vento. Dapprima quasi insensibile, poi forte sino a diventare tormenta. Veniva libero, immenso, dalla steppa senza limiti. Nel buio freddo trovava noi, povere piccole cose sperdute nella guerra, ci scuoteva, ci faceva barcollare.”

“Ora mi butto sulla neve e non mi alzo più, è finita. Ancora cento passi e poi butto via le munizioni. Ma non finisce mai questa notte e questa tormenta? Ma si camminava. Un passo dietro l’altro, un passo dietro l’altro, un passo dietro l’altro. Pareva di dover sprofondare con la faccia dentro la neve e soffocare con due coltelli piantati sotto le ascelle. Ma quando finisce? Alpi, Albania, Russia. Quanti chilometri? Quanta neve? quanto sonno? Quanta sete? E’ stato sempre così? Sarà sempre così? Chiudevo gli occhi ma camminavo. Un passo. Ancora un passo.”

“”Dove abbiamo camminato quella notte? Su una cometa o sull’oceano? Niente finiva più. Abbandonato sulla neve, a ridosso d’una scarpata al lato della pista, stava un portaordini del comando di compagnia. Si era lasciato andare sulla neve e ci guardava passare. Non ci disse nulla. Era desolato, e noi come lui.”

“Noi non sapevamo nemmeno il nome del paese dove era il nostro caposaldo; ed è per questo che qui trovate soltanto nomi di alpini e di cose. Sapevamo solo che il fiume davanti al nostro caposaldo era il Don e che per arrivare a casa c’erano tanti e tanti chilometri e potevano essere mille o diecimila. E, quando era sereno, dove l’est e l’ovest. Di più niente.”

“Ma la tormenta non smetteva e c’erano sempre i coltelli piantati sotto le ascelle e si era schiacciati dal peso dello zaino e delle armi.”

“Ma dopo essermi levato i guanti sentii un dolore impensabile straziarmi le mani e non fui capace di tagliarlo. Le mani non seguivano il cervello e le guardavo come cose non mie e mi venne da piangere per queste povere mani che non volevano più essere mie. Mi misi a sbatterle forte una contro l’altra, sulle ginocchia, sulla neve; e non sentivo la carne e non le ossa; erano come pezzi di corteccia d’un albero, come suole di scarpe; finché me le sentii come se tanti aghi le perforassero, e me le sentii a poco a poco tornare mie queste mani che adesso scrivono. Quante cose può ricordarmi il mio corpo.”

“Il fiato mi si gelava sulla barba e sui baffi e con la neve portata dal vento vi formava dei ghiaccioli. Con la lingua mi tiravo quei ghiaccioli in bocca e succhiavo. E venne l’alba. E la tormenta aumentò. E il freddo aumentò. Ma ora mi domando: se non vi fosse stata la tormenta saremmo sfuggiti ai russi?”

“La tormenta è cessata, però tutto è grigio: la neve, le isbe, noi, i muli, il cielo, il fumo che esce dai camini, gli occhi dei muli e i nostri. Tutto di uno stesso colore. E gli occhi non vogliono più stare aperti, la gola è piena di sassi che vi ballano dentro. Siamo senza gambe, senza testa, siamo solo stanchezza e sonno, e gola piena di sassi.”

“Attraverso la steppa si snodava la colonna che poi spariva dietro una collina, lontano. Era una striscia come una S nera sulla neve bianca. Mi sembrava impossibile che ci fossero tanti uomini in Russia, una colonna così lunga. Quanti caposaldi come il nostro eravamo? Una colonna lunga che per tanti giorni doveva restarmi negli occhi e sempre nella memoria.”

“Cerco in un’isba e non lo trovo, busso alle altre. Mi rispondono in tedesco: – Raus! – o in bresciano: – Inculet!”

“Come desidererei dormire, dormire ancora un poco, un poco solo; non ne posso più; o impazzisco o mi sparo.”

“Era tanto freddo, freddo; il fuoco faceva più fumo che fiamma e gli occhi mi bruciavano per il fumo, il freddo, il sonno. Mi sentivo triste, infinitamente solo senza capire la causa della mia tristezza. Forse era il gran silenzio attorno, la neve, il cielo pieno di stelle che si perdeva con la neve.”

“Era come se io fossi due e non uno e uno di questi due stava a guardare cosa faceva l’altro e gli diceva cosa dovesse fare e non fare. Lo strano era che uno esisteva come esisteva l’altro, proprio fisicamente, come uno che l’altro potesse toccare.”

“Di tratto in tratto si vede sulla neve un alpino disteso: sono i nostri compagni del Verona rimasti ieri con le scarpe al sole.”

“Il tenente, che non vuole sentire bestemmiare, rimprovera Antonelli. Antonelli bestemmia più forte e lo manda al diavolo. Come ho vivo questo ricordo!”

“Vedo una massa scura sulla neve e mi avvicino: è un alpino dell’Edolo, ha la nappina verde. Sembra placidamente addormentato, all’ultimo momento avrà visto i pascoli verdi della Val Camonica e sentiti i campanacci delle vacche.”

“Tre panzer tedeschi vengono con noi. Accovacciati sopra vi sono i soldati tedeschi vestiti di bianco. Immobili impugnano le pistole mitragliatrici, fumano in silenzio e ci guardano.”

“I tedeschi passano ridendo. Appena entrano nel paese, quelli che sono sui carri saltano agilmente a terra, e io osservo il modo che hanno di occupare le isbe. Danno un calcio alla porta, balzano da un lato, spianano la pistola mitragliatrice e poi pian piano guardano dentro. Dove vedono mucchi di paglia sparano dentro qualche colpo. E scrutano con le pile negli angoli bui e nei sotterranei.
(…) I soldati nostri che entrano nelle isbe non fanno come i tedeschi. Aprono le porte e varcano le soglie senza sospetto.”

“Trattengo il fiato. Su ogni carro vi sono dei soldati russi con armi automatiche in pugno. E’ la prima volta che ne vedo in combattimento così da vicino. Sono giovani e non hanno la faccia cattiva, ma solo seria e pallida, e compunta, guardinga. Indossano pantaloni e giubboni imbottiti. In testa hanno il solito berrettone a punta con la stella rossa.”

“Il sole nel cielo limpido ci riscalda le membra indolenzite e si continua a camminare. Che giorno è oggi? E dove siamo? Non esistono né date né nomi. Solo noi che si cammina.”

“Si cammina e viene ancora notte. E’ freddo: più freddo di sempre, forse quaranta gradi. Il fiato si gela sulla barba e sui baffi; con la coperta tirata sulla testa si cammina in silenzio. Ci si ferma, non c’è niente. Non alberi, non case, neve e stelle e noi. Mi butto sulla neve; e sembra che non ci sia neanche la neve. Chiudo gli occhi sul niente. Forse sarà così la morte, o forse dormo. Sono in una nuvola bianca. Ma chi mi chiama? Chi mi dà questi scossoni? Lasciatemi stare. – Rigoni. Rigoni. Rigoni! In piedi.”

“Ma quanti che si sono buttati sulla neve non si alzeranno più?”

“I tedeschi si prendono tutti i prigionieri russi che abbiamo fatto, si allontanano e poi sentiamo numerose raffiche e qualche colpo. Nevica.”

“Sono innumerevoli giorni che non mi tolgo le scarpe e ora me le tolgo per farne sciogliere il ghiaccio e asciugarle. Subito i piedi mi si gonfiano. Le calze non le levo per paura di vedermi i piedi bluastri con la pelle che si stacca. Mi addormento. Un bagliore improvviso e scoppi di bombe a mano ci svegliano di soprassalto.”

“Cammina cammina, ogni passo che facciamo è uno di meno che dovremo fare per arrivare a baita. Attraversiamo un villaggio più grande dei soliti e con qualche casa in muratura. Si vede che ormai siamo usciti dalle steppe. Ci stiamo addentrando nell’Ucraina.”

“Viene il 26 gennaio 1943, questo giorno di cui si è già tanto parlato. E’ l’aurora. Il sole che sta sorgendo dal basso orizzonte ci manda i suoi primi raggi. Il biancore della neve e il sole abbagliano gli occhi. Abbiamo con noi dei panzer tedeschi.”

“Era una cosa molto semplice. Anche i russi erano come me, lo sentivo. In quell’isba si era creata un’armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di molto più del rispetto che gli animali della foresta hanno l’uno per l’altro. Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini.”

“Non ricordo le parole che mi disse; ricordo solo il suono della sua voce, l’affanno cagionato dalla ferita e lui sulla neve. Qualcosa di grande era nel suo aspetto e io mi sentivo timido e stupito. Intanto i carri dei tedeschi sono tornati ad avanzare.”

“Ora è guarito dalla ferita ma non dalle altre cose. Oh no, non si può guarire.”

“E tanti e tanti altri dormono nei campi di grano e di papaveri e tra le erbe fiorite della steppa assieme ai vecchi delle leggende di Gogol e di Gorky. E quei pochi che siamo rimasti dove siamo ora?”

“Capita ogni tanto di sentire delle brevi discussioni tra artiglieri alpini e tedeschi. Dei tedeschi, chissà come, erano riusciti a impossessarsi dei nostri muli che ora certamente valevano più delle loro macchine. Soltanto noi avevamo muli. Ma gli alpini e gli artiglieri discutono poco; fermano i muli e fanno scendere i tedeschi. Si riprendono le brave bestie e vanno via. Hanno i loro paesani feriti da caricarci sopra. Di fronte alla pacatezza degli alpini l’ira dei tedeschi era ridicola.”

“Siamo fuori, tento di pensare. Ma non provo nessuna emozione nemmeno quando troviamo delle tabelle segnavia scritte in tedesco.
Al lato della pista si è fermato un generale. E’ Nasci, il comandante del corpo d’armata alpino. Si, è proprio lui che con la mano alla tesa del cappello ci saluta mentre passiamo. Noi, banda di straccioni. Passiamo davanti a quel vecchio dai baffi grigi. Stracciati, sporchi, barbe lunghe, molti senza scarpe, congelati, feriti. Quel vecchio col cappello d’alpino ci saluta. E mi sembra di rivedere mio nonno.”

“Sono camion italiani quelli laggiù, sono i nostri Fiat e i nostri Bianchi. Siamo fuori, è finita. Ci sono venuti incontro per caricare i feriti e i congelati o chiunque voglia saltarci sopra. Guardo i camion e passo oltre. La mia piaga puzza, le ginocchia mi dolgono, ma continuo a camminare sulla neve.”

“Qualcuno mi mette in mano un rasoio di sicurezza e un piccolo specchio. Guardo queste cose nelle mie mani e poi mi guardo nello specchio. E questo sarei io: Rigoni Mario di GioBatta, n.15454 di matricola, sergente maggiore del 6° reggimento alpini, battaglione Vestone, cinquantacinquesima compagnia, plotone mitraglieri. Una crosta di terra sul viso, la barba come fili di paglia, i baffi sporchi di muco, gli occhi gialli, i capelli incollati sulla testa dal passamontagna, un pidocchio che cammina sul collo. Mi sorrido.”

“Uno di quei giorni morì il nostro colonnello Signorini. Dissero che dopo aver tenuto rapporto ai comandanti di battaglione e udito quel che rimaneva del suo reggimento si sia ritirato in una stanza dell’isba dove alloggiava e sia morto di crepacuore.”

“Ecco, ora è finita la storia della sacca, ma della sacca soltanto. Tanti giorni poi abbiamo ancora camminato. Dall’Ucraina ai confini della Polonia in Russia Bianca. I russi continuavano ad avanzare.”

“Un giorno mi accorsi che era arrivata la primavera. Si camminava da tanti giorni; era il nostro destino camminare. E mi accorsi che la neve sgelava, che nei paesi attraverso i quali si passava c’erano delle pozzanghere. Il sole scaldava e sentii cantare una calandra. Una calandrella che cantava primavera. Desiderai l’erba verde, sdraiarmi sull’erba verde e sentire il vento tra i remi degli abeti. E l’acqua tra i sassi.”

“Il bambino dormiva nella culla di lego, che dondolava leggermente sospesa al soffitto; il sole entrava dalla finestra e rendeva la canapa come oro; la ruota del mulinello mandava mille bagliori; il suo rumore sembrava quello di una cascata; e la voce della ragazza era piana e dolce in mezzo a quel rumore.”

La noia – Alberto Moravia

“Ricordo benissimo come fu che cessai di dipingere.”

“…la noia aveva lentamente ma sicuramente accompagnato il mio lavoro durante gli ultimi sei mesi, fino a farlo cessare del tutto in quel pomeriggio in cui avevo lacerato la tela; un pò come il deposito calcareo di certe sorgenti finisce per ostruire un tubo e far cessare completamente il flusso d’acqua.”

“Per me, invece, la noia non è il contrario del divertimento; potrei dire, anzi, addirittura, che per certi aspetti essa rassomiglia al divertimento in quanto, appunto, provoca distrazione e dimenticanza, sia pure di un genere molto particolare. La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà.”

“La realtà, quando mi annoio, mi ha sempre fatto l’effetto sconcertante che fa una coperta troppo corta, ad un dormiente, in una notte d’inverno: la tira sui piedi e ha freddo al petto, la tira sul petto e ha freddo ai piedi; e così non riesce mai a prender sonno veramente.”

“…la noia, la quale, in fin dei conti, è giunto il momento di dirlo, non è che incomunicabilità e incapacità di uscirne.”

“Dunque la noia, oltre alla incapacità di uscire da me stesso, è la consapevolezza teorica che potrei forse uscirne, grazie a non so quale miracolo.”

“Così il problema della noia si ripresentava immutato; e io allora presi a domandarmi quali ne potessero essere i motivi, e per via di esclusione, arrivai a concludere che forse mi annoiavo perché ero ricco e che se fossi stato povero non mi sarei annoiato.”

“…la sua noia, in altri termini, era la noia volgare, come la si intende normalmente, che non chiedeva di meglio che essere alleviata da sensazioni nuove.”

“Qualche volta pensavo al detto evangelico: E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago piuttosto che un ricco entri nel regno di Dio; e mi domandavo che cosa volesse dire essere ricco.”

“…io fui per me stesso qualche cosa di molto simile ad un individuo per varie ragioni insopportabile, che un viaggiatore trovi nel suo scompartimento all’inizio di un lungo viaggio.”

“Ciò che mi colpiva, soprattutto, era che non volevo fare assolutamente niente, pur desiderando ardentemente fare qualche cosa.”

“Mia madre, come sapevo, non credeva a niente, salvo che al denaro. Ma credeva, tuttavia, come ho già detto, a quello che lei chiamava: “la forma”; la quale, tra l’altro, imponeva di essere “praticante” e, comunque, di rispettare le cose della religione.”

“La noi, per me, era simile a una specie di nebbia nella quale il mio pensiero si smarriva continuamente, intravedendo soltanto a intervalli qualche particolare della realtà; proprio come chi si trovi in un denso nebbione e intraveda ora un angolo di casa, ora la figura di un passante, ora qualche altro oggetto, ma solo per un istante e l’istante dopo sono già scomparsi.”

“…potevo sempre fare quel che fanno molti quando si trovano in una situazione insostenibile: accettarla e adattarmi.”

“In realtà ciò che mi faceva soffrire non era tanto la noia quanto l’idea che io potessi o dovessi non annoiarmi.”

“Mi stava adesso molto vicina, quasi incombente, con il busto piegato in avanti e gli occhi fissi su di me, dandomi un senso di squilibrio, per cui pensai di nuovo che era un recipiente, un bel vaso a due anse, snello e pettoruto, colmo di desiderio, che stesse per traboccarmi addosso e sommergermi.”

“E insomma: era possibile sottrarsi al proprio destino? E se no, a che cosa serviva sapere quello che si faceva? Possibile che non ci fosse alcuna differenza fra un destino accettato in stato di incoscienza e un altro vissuto con lucida consapevolezza?”

“Era un disordine donnesco e bellicoso; il quale discordava curiosamente con l’innocenza infantile e inespressiva del volto. Veramente, Cecilia pareva sempre duplice, ossia donna e bambina nello stesso tempo; e non soltanto nel corpo ma anche nell’espressione e nei gesti.”

“E capivo pure che con Cecilia non potevo che annoiarmi o soffrire: finora mi ero annoiato e avevo desiderato, di conseguenza, di lasciarla; adesso soffrivo e sentivo che non avrei potuto lasciarla finché non mi fossi di nuovo annoiato.”

“Mi accorsi che la guardavo con desiderio; e capii che la desideravo non già perché era nuda, bensì perché mentiva.”

“Pensai che lei “era tuta lì”, in quell’atto di abbassare la chiusura lampo, senza margini di autonomia e di mistero, tutta lì e per questo, appunto, inesistente; posseduta in anticipo prima ancora che il rapporto sessuale desse una conferma superflua a questo possesso del sentimento; posseduta e perciò noiosa.”

“Ma a partire dal momento che ebbi il sospetto d’essere tradito e questo sospetto mi ebbe improvvisamente trasformato Cecilia da irreale e noiosa in reale e desiderabile, fui preso dalla curiosità di sapere di più sulla sua vita familiare, quasi sperando, attraverso una conoscenza più approfondita, di giungere a quel possesso che il rapporto amoroso mi negava.”

“La malattia gli aveva stravolto il viso, qua gonfiandolo e là svuotandolo, qua arrossandolo e là sbiancandolo. E la morte, pensai, era già nei capelli neri, che, piatti ed esanimi, parevano incollati come da un sudore malsano sulle tempie e sulla fronte; nel colore violaceo delle labbra; e, soprattutto, negli occhi rotondi, dall’espressione intensamente sbigottita.”

“Cecilia stava nella sua famiglia allo stesso modo che una sonnambula tra i mobili della propria casa, ossia escludendola dalla propria coscienza.”

“Cecilia, nel caso fosse costretta a mentire, lo faceva costruendo l’edificio della menzogna con il materiale della verità.”

“Indiretto e astratto per sua natura, il telefono mi sembrava anzi, ormai, il simbolo stesso della mia situazione: un mezzo di comunicazione che mi impediva di comunicare; uno strumento di controllo che non permetteva di sapere niente di preciso; una macchina automatica e di uso facilissimo che, però, si rivelava quasi sempre infida e capricciosa.”

“Ma poiché cominciai a spiare anch’io, scoprii un fatto molto semplice che non avevo preveduto; ed era che un conto è spiare per mestiere come gli agenti, o per oziosa curiosità come le donnicciole e i monelli e un altro spiare, com’era il mio caso, per uno scopo preciso che ci riguardi direttamente.”

“Il tempo di Cecilia e del suo amante non era il mio. Il loro era il tempo calmo, sicuro, regolare dell’amore; il mio quello rabbioso e ineguale della gelosia.”

“Comunque, non ricordo di avere mai amato Cecilia con tanta violenza come in quei giorni in cui la spiavo e sospettavo che mi tradisse.”

“Naturalmente, subito dopo l’amplesso, mi accorgevo di non averla posseduta. Ma era troppo tardi: Cecilia se ne andava e io sapevo che il giorno dopo tutto sarebbe ricominciato: l’inutile sorveglianza, il possesso impossibile, la finale delusione.”

“…sorvegliare non è una cosa che vada fatta da chi è direttamente interessato ai risultati della sorveglianza.”

“…era un poco quello che è uno specchio per un malato: una testimonianza irrefragabile dei progressi della malattia.”

“Tutto si può prevedere, fuorché il sentimento che ci potrà ispirare ciò che prevediamo. Si può, per esempio, certamente prevedere che da sotto una roccia sbuchi un serpente; ma sarà difficile prevedere la qualità e intensità della paura che ci ispirerà la vista del rettile.”

“Ricordavo tutte le volte che avevo dato del denaro a delle prostitute e mi dicevo che se Cecilia era davvero venale, alla fine avrei provato per lei lo stesso sentimento che provavo per quelle donne dopo che le avevo pagate: un senso di possesso scontato e sovrabbondante, di riduzione della persona che aveva ricevuto il denaro ad oggetto inanimato, di svalutazione completa dovuta, appunto, alla valutazione mercenaria.”

“Sì, preferivo sapere Cecilia mercenaria piuttosto che misteriosa; poiché saperla mercenaria mi avrebbe dato un senso di possesso che il mistero mi negava.”

“…passato e futuro per lei non esistevano; soltanto il presente più immediato, anzi, addirittura il momento che fuggiva, le pareva degno di considerazione.”

“…la contraddizione costituisce il fondo mobile e imprevedibile dell’animo umano.”

“Mi venne in mente, ad un tratto, che quel prete indiscreto aveva voluto fare, in fondo, la stessa cosa che io avevo tentato tante volte: afferrare Cecilia, chiuderla in un peccato, inchiodarla ad un giudizio.”

“Sì, pensai, il denaro si era fatto, in questa folla, sangue e carne; guadagnato col lavoro onesto e fortunato oppure rubato con la furberia e la prepotenza, esso produceva sempre lo stesso risultato: una volgarità disumana riconoscibile così nelle più pasciute grassezze come nelle magrezze più rinsecchite.”

“E come per tutti i personaggi che gremivano i salotti della villa, anche per mia madre si poteva giurare che dietro lo scintillio di vetro dei suoi occhi azzurri, la vistosità dei suoi massicci gioielli, la nevrosità della sua magrezza, l’artificio eccessivo del suo belletto e la sgradevolezza della sua voce, ci fosse il conformismo del denaro proprio alla società di cui lei faceva parte piuttosto che l’originalità di una esperienza solitaria.”

“L’umanità si divide in due grandi categorie: coloro che di fronte ad una difficoltà insormontabile provano l’impulso di uccidere e coloro che invece provano l’impulso di uccidersi.”

 

Mi è nato un papà – Alessandro Volta

“Che cos’è la paternità? Non è facile rispondere. E’ senz’altro più semplice definire la maternità, perché una donna con il pancione è qualcosa di speciale, e ancora più speciale è una mamma che abbraccia il suo piccolino e gli offre il seno.”

“Ha un sorriso nuovo, più intimo e soddisfatto del solito, la luce degli occhi è come quella dell’alba di questa mattina.”

“Questa giornata è davvero speciale e la luce dell’alba non ha smentito le mie aspettative, però non pensavo a qualcosa di così grande. Da oggi la nostra vita prende una strada nuova.”

“Nascere e venire al mondo è esperienza di ogni essere vivente ed è nell’ordine naturale delle cose, eppure percepiamo questo evento come straordinario e unico, come se al mondo non fosse ancora mai avvenuto.”

“Uscendo da casa, guardo verso le colline e penso: Sarò padre.”

“Sicuramente chi possiede un carattere triste e insoddisfatto non può sostenere una mamma in gravidanza né aiutare un bambino a nascere.”

“Ancora non possiamo dare un nome al nostro piccolino, ma lo sentiamo già parte della famiglia: nonostante sia lungo soltanto pochi millimetri, riesce già a concentrare su di sé tutte le nostre attenzioni e tutte le nostre speranze.”

“L’ecografia rischia di violare questo segreto, lasciamola ai tecnici e non mostriamola ai quattro venti.”

“Il nome è già un segno d’identità. Il nome è il primo elemento simbolico che ti viene attribuito all’arrivo in questo mondo. Il nome ti rende una persona e tu acquisti già un significato.”

“L’unico dubbio è: ne sarò capace? Basteranno un pò di intuito e di buon senso? Sono cose da femmine o anche un maschio può cimentarsi ad accudire un frugoletto di pochi giorni? Tengo per me queste domande, consapevole che fra poche settimane le risposte arriveranno da sole…”

“E’ così: si nasce quando si è pronti. Come sopra a un trampolino ci si concentra per il tuffo e si scatta quando il momento è quello giusto.”

“E’ una forza misteriosa e inusuale quella che vedo nel suo viso; non posso prendere su di me questo suo dolore, ma posso trasmetterle coraggio e determinazione. la sua mano che stringe la mia mi comunica che lei ha bisogno di me, che ha bisogno di non sentirsi sola per non perdersi.”

“Non lo sapevo ma la nascita è un suono, la vita stessa è musica; forse è il rumore del Big Bang della creazione del mondo che continua a farsi sentire a ogni nascita o forse è proprio la voce di Dio che Lisa produce insieme con i suoi primi respiri in questo mondo.”

“Non lo sapevo ma la nascita è un suono, la vita stessa è musica; forse è il rumore del Big Bang della creazione del mondo che continua a farsi sentire a ogni nascita o forse è proprio la voce di Dio che Lisa produce insieme con i suoi primi respiri in questo mondo.”

“Io invece mi sono sentito padre in un attimo, nel momento in cui ho tenuto in braccio Lisa ancora tutta bagnata, pochi minuti dopo il parto; senz’altro in quel momento non ero ancora un padre e ancora non stavo facendo nulla da padre, però è allora che mi sono sentito tale.”

Il giardino dei Finzi-Contini – Giorgio Bassani

“Da molti anni desideravo scrivere dei Finzi-Contini – di Micòl e di Alberto, del professor Ermanno e della signora Olga -, e di quanti altri abitavano o come me frequentavano la casa di corso Ercole I d’Este, a Ferrara, poco prima che scoppiasse l’ultima guerra. Ma l’impulso, la spinta a farlo veramente, li ebbi soltanto un anno fa, una domenica d’aprile del 1957.”

“Il futuro avrebbe stravolto il mondo a suo piacere.”

“Gli anni parevano belli, floridi: tutto invitava a sperare, a osare liberamente.”

“Chissà come nasce e perché una vocazione alla solitudine.”

“Qualsiasi punizione sarebbe stata preferibile al rimprovero che mi fosse venuto dai suoi muti, terribili occhi celesti…”

“Quanti anni sono passati da quel remoto pomeriggio di giugno? Più di trenta. Eppure, se chiudo gli occhi, Micòl Finzi-Contini sta ancora là, affacciata al muro di cinta del suo giardino, che mi guarda e mi parla.”

“Non accennò a niente altro che al puro piacere di rivedersi dopo tanto tempo, e di godere assieme, in barba a tutti i divieti, quanto di bello restava da godere della stagione.”

“Passò rapida tra me e lui l’occhiata di ebraica connivenza che, mezzo ansioso e mezzo disgustato, già prevedevo.”

“Anche le cose muoiono, caro mio. E dunque, se anche loro devono morire, tant’è, meglio lasciarle andare. C’è molto più stile, oltre tutto, ti sembra?”

“Oh, l’inverno 38-39! Ricordo quei lunghi mesi immobili, come sospesi al di sopra del tempo e della disperazione, e ancora adesso, a più di vent’anni di distanza, le quattro pareti dello studio di Alberto Finzi-Contini tornano ad essere per me il vizio, la droga tanto necessaria, quanto inconsapevole di ogni giorno d’allora…”

“…quella specie di pigra brace che è tante volte il cuore dei giovani.”

“La realtà è che il tennis – sentenziò con straordinaria enfasi – oltre che uno sport è anche un’arte, e siccome ogni forma d’arte esige un certo talento particolare, chi ne risulti privo rimarrà sempre una scarpa, vita natural durante.”

“Dopo tutto gli oggetti non sono che oggetti – esclamò – Perchè farsene schiavi.”

“Nella vita, se uno vuol capire, capire sul serio come stanno le cose di questo mondo, deve morire almeno una volta.”

“Com’era bello di notte il Barchetto del Duca – pensavo . con quanta dolcezza la luna lo illuminava! Fra quelle ombre di latte, in quel mare d’argento, io non cercavo niente.”

“Certo è che quasi presaga della prossima fine, sua e di tutti i suoi, Micòl ripeteva di continuo anche a Malnate che a lei del suo futuro democratico e sociale non gliene importava un fico, che il futuro, in sè, lei lo aborriva, ad esso preferendo di gran lunga le vierge, le vivace et le bel aujourd’hiu, e il passato, ancora di più, il caro, il dolce, il pio passato.”

La polvere del Messico – Pino Cacucci

“Un ricordo, in modo particolare, riaffiora ogni volta che penso a come sia cominciato il coinvolgimento vero, l’inizio di una vaga intuizione, divenuta poi consapevolezza che nulla sarebbe più stato come prima.”

“Senza pretendere di trarne una regola universale, credo comunque che il contatto con “l’altro”, a qualsiasi latitudine, inizi con un gesto di resa incondizionata: la rinuncia a propri schemi e abitudini, liberandosi dell’inconfessata certezza che la realtà sia univoca e unidimensionale, e che tutto possa venire interpretato da un solo modo di guardare. L’ingrediente più nefasto della cultura occidentale credo sia proprio questa nostra ormai istintiva consuetudine ad analizzare e giudicare, filtrando i comportamenti altrui attraverso una rete di convenzioni che ci illudiamo siano assolute e scontate.”

“Il bere è un rito collettivo. Nessun vero messicano si ubriacherebbe mai da solo, dice don Venustiano arrotolando un altro taquito de carnitas, il mignolo abilissimo a sostenere l’involtino di tortilla senza perdere una sola goccia di salsa.”

“La sua lunga tradizione dell’offrire un rifugio agli sconfitti dipende certamente da una storia in cui i veri eroi, i miti tramandati, sono sempre dei vinti. Da Moctezuma e Cuauhtemoc a Villa e Zapata, i chilangos hanno sempre dimostrato un grande rispetto per la nobiltà degli sconfitti e un disprezzo viscerale per l’arroganza dei vincitori.”

“Ma la vera Mexico, intanto, pulsa lenta e priva di inutile fretta nelle cantinas coi tavolini di lamiera e i muri scrostati, dove trovi immancabilmente qualcuno disposto a raccontarti una storia che può ancora stupire.”

“Poi arriva la tappa obbligata davanti al monumento che segna il passaggio del Tropico del Cancro. Qualche minuto di contemplazione, finchè non ti assale la domanda sul motivo che fa stare ferma la gente sotto il sole a guardare due blocchi di cemento e una linea immaginaria. Riparto di corsa, boccheggiando.”

“Per innumerevoli registi, scrittori, artisti, fotografi e giornalisti, i tremiladuecento chilometri che si estendono da Tijuana a Matamoros, da San Diego a Brownsville, dal Pacifico all’Atlantico, sono stati e continuano a essere un’inesauribile fonte d’ispirazione. Perché questa è la Frontiera per eccellenza, la linea che separa non solo due grandi paesi, ma anche due mondi contrapposti eppure ineluttabilmente attratti l’uno dall’altro, due filosofie del vivere, due diverse concezioni dell’esistente. L’opulenza consumistica e la penuria dignitosa. Il trionfo delle merci e il desiderio di ottenerle. La modernità che non conserva memoria del passato e l’accanita difesa delle proprie antiche radici e tradizioni ancestrali.”

“Città emblema della frontiera è Tijuana, record mondiale di transiti legali e traffici illegali, metropoli apparentemente senz’anima eppure profondamente avvinghiata al concetto di messicanità.”

“Rio Bravo, Rio Grande: ha dato vita a più leggende di quanta acqua abbia trasportato fino al Golfo, nei suoi oltre millecinquecento chilometri di frontiera.”

“Nuevo Laredo, Messico: aria che odora di tacos, fritangas ed enchiladas. Cantinas fumose, taxi Volkswagen e vecchi ronzini attaccati a calessi per turisti grassi e chiassosi. Facce di chi non ha più niente da perdere ma ti regala egualmente un sorriso. Laredo, Usa: grattacieli asettici e vetrine traboccanti di oggetti costosi, fast food e chiese protestanti dalle guglie candide, uomini d’affari dallo sguardo impenetrabile, cravattino di cuoio con fermaglio d’argento e pick-up superaccessoriato con motore che, per eguagliarne la cilindrata, non basterebbero cinque taxi messicani fermi di là dal ponte. Due mondi contrapposti, che si guardano dalla sponda e non si sa cosa vedano realmente.”

“Aveva un aspetto da piccolo burocrate di provincia, che contrastava con l’espressione da viaggiatore stanco, lo sguardo di uno che non spera più di vedere qualche novità nel tutto già visto.”

“Il deserto è vivo, pulsante, percorso da fremiti impercettibili. Ma non ha suoni, né odori, né sapori. Tutto è apparentemente immobile, da millenni, sotto questo sole perpendicolare e calcinante.”

“Le leggende affascinano anche per questo: si diffondono, si accavallano, si confondono tra loro, e alla fine ognuno le racconta come gli pare, perché la principale qualità delle leggende è permettere a chi le tramanda di aggiungere qualcosa in base alla propria fantasia, alla partecipazione con cui le narra, all’amore per la propria terra.”

“Per tentare di scalfire quella crosta impalpabile, quel velo che la messicanità mantiene per difendersi da chi non potrebbe capirla, c’è solo un modo: cominciare dalle cantinas. E più il locale è sgangherato, piccolo, umido di alcol sudato e col pavimento scivoloso per l’impasto di polvere e bicchieri perduti a metà strada, più sarà facile sentirsi accettato. Per cogliere il sabor di un luogo, non c’è altro modo che trascorrere un pomeriggio in una cantina a parlare di niente e di tutto con chiunque.”

“Panamericana: basta nominarla per evocare l’idea stessa del viaggio, giorni, settimane o mesi di strada – spesso interrotta o malandata – che dalla Patagonia arriva in Alaska, 25,600 chilometri, con il tratto messicano che risulta uno dei più agevoli e sicuri.”

“Quando ti si sgretola il pavimento sotto, resistere o arrenderti sono due facce della stessa voglia di distruggerti. Per un pò ho resistito, e poi mi sono arreso… Finché non ho pensato che c’era anche una terza strada: fuggire, andarsene per sempre, smettere di prendersi in giro con la speranza che domani qualcosa possa cambiare.”

Cartongesso – Francesco Maino

“Il mio lavoro principale, il mio primo lavoro, quello ufficiale, qui a Insaponata, un lavoro non retribuito, quello per il quale mi trovo impiegato ventiquattro (24) ore su ventiquattro (24), ogni giorno, senza soste, quello che svolgo da sempre, vale a dire dal momento in cui ho raggiunto la cosiddetta capacità naturale, più o meno dai sedici (16) anni in avanti, è quello che mi vede pedissequamente impegnato nell’impedire alle salme mobili che occupano la mia vita biologica di annientarmi definitivamente colla loro biologica visione delle cose…”

“Chi l’avrebbe mai detto che dopo questa micidiale esperienza di morte avrei dovuto affrontare il ben più micidiale meccanismo della pratica forense, frequentando i peggiori inculatori del mondo moderno, le più pure carogne del mondo giurisperito?”

“La vita in venero è in offerta speciale, non verità millenaria sotto il sole, nel caigo, in barchin, la vita è offerta lancio come la more, vivi e morti non si distinguono perché non hanno più faccia, vivi e morti si includono nella lista delle cose che si devono consumare.
Vivi e morti si producono.”

“…il diritto di voto non è esattamente la democrazia, il diritto di voto è esattamente il diritto di voto; vuol dire che una mandria di cinghiali mette la crose colla matita copiativa sulla faccia del candidato pantagruele che ha la stessa faccia insaponificata dell’elettore gargantuà, la stessa famanza, lo stesso odore, stessi vestiti, uguali le scarpe a punta lucidata, morirà della stessa cirrosi epatica o dello stesso bruto mal, in poche parole parla la stessa lingua, vuole le stesse cose, a qualunque costo, lenzuola di seta, cerchioni in lega, smartphone, russarsi il culo cogli scartonzi di panoccia, mangiare lo stracotto di musso colle mani, pulirsi sulle braghe.”

“…si sa come sono gli uomini dopo l’asta del Fantacalcio: con plurimi giri di medie già bene assorbite dai tessuti periferici, giri di Averna, con tonica e limone, e una voglia matta di rapporto al culo, il culo non refrattario della morosa storica, ovviamente non connettono più, non sanno neanche di venire, di esistere.”

“All’interno, di fronte ai box, Suv con leasing in sofferenza dai vetri oscurati e cerchioni abnormi stanno parcheggiati come monumenti ai mutilati di guerra di fronte al cancello automatizzato, ai lati del giardinetto euclideo, dove non manca mai l’erbetta rasa bene idratata dalla pompetta sincronizzata, l’ulivo bonsai della grecia salentina, il mosaico veneziano, ombreon e il set di careghe da giardino sotto la pompeiana egizia.”

“…la moglie spinge per un erede, avendo oltre trent’anni (30), si è rotta di arrotondare nel week-end, vuol far la madre, santoddio, allattare full-time, pigliare il caffè con le altre madri parificate a metà mattina, e discutere di ferie, pediatri e omogeneizzati, confrontare le questioni comuni senza rotture di cojoni, cucinare, stare in casa col cinquanta (50) pollici novo de bain che propaga, a tutta parete, le notizie analgesiche sulle ricette vegetariane, aspirare la polvere dagli angoletti colla nuova aspirapolvere, pulire la vetrata della veranda, spruzzare l’argentil sul servizio da caffè, comprare le piantine grasse al mercato, portare il bociazza dall’oculista, insomma non rompersi mai più i cojoni.”

“…lo spritz è la risposta, la nuova eucaristia, 1/3 vinello bianco, amabile, 1/3 aperol ovvero campari, 1/3 selz, fettina di limone, ghiaccio, due euro, bevetene tutti, questo è il nuovo sangue arancione versato per la rimozione dei peccati, nelle trentacinque (35) basiliche-bar del centro d’Insaponata, tra la via dei Trattoristi e piassa I. Balbo, dove si trascinano nel week-end senza speranza, per fare l’aperitivo, per fare la comunione, i mostri acefali: si potrebbe dire il prodotto umano della funzione meccanica che va esaurendosi all’interno del capannone.”

“Poi rimangono i bar, la presenza dell’uomo è legata alla mescita alcolica. Dove c’è mescita c’è umanità, dove non c’è mescita non c’è nulla. Il nuovo umanesimo è l’umanesimo della mescita, il rinascimento dell’aperitivo.”

“Per quanto riguarda me, lo dicevo prima, mi devo difendere dai clienti, accettando la stupida regola aurea di ogni leguleio: il cliente è il tuo peggior nemico. I clienti ti si ritorcono contro in un secondo, prima erano amighi, compari di briscola, apostoli, gli hai fatta salva la vita per una fattura recuperata, hai ridato loro la libertà nova pur sapendo che dovevano morire impiccati al pennone del tribunale, e giurano gratitudine eterna; un momento dopo, ti pagano con l’assegno cabriolet, ti giri appena, ti piantano il corteazz sulla schiena, minacciano d’andare alla finanza per una foglia da cento presa in black, non c’è mai sosta a questa solfa, il citofono trilla in studio che è una meraviglia, già a meno un quarto alle tre, a ritmo di battaglia…”

“Vorrei dire a mia nonna che mi guarda dal cielo, perdonami nonna, io non sono per niente diventato l’avvocato del paese, come auspicavi in buona fede che diventassi, facendomi un pò la punta come solo tu sapevi fare a novant’anni. Sono uno in bilico, dalla mattina alla sera, tutti i giorni dell’anno, da dieci (10) anni, o forse da sempre, in tribunale, in questura, in studio, a letto, con o senza toga, con o senza titolo, in attesa che mi vengano a prendere alla fine della notte, sin da quando ho imboccato la strada della libera professione, una strada chiusa, un binario morto, che finisce a perpendicolo sul canale di bonifica, dove ghiacciano le rane, lavorano le nutrie e gira qualche cadavere.”

“Esco e affronto spettinato, disarmato, il mondo violento di insaponata di Piave, il mondo violento della professione dentro l’Italia schiantata, più pallido del nebbione, con mani inutili e occhi disossati, la valigetta piena di carte cancare, una bic, le marche da bollo, un codice penale, e ciò che resta delle vite della gente sciolte nei fascicoli.”

“A vent’anni devi prenderti il mondo col badile, invece! Te lo devi prendere a sprangate, coi morsi, se non lo fai, se ti fidi, a quaranta sarai sagoma di cartapesta, ammasso d’ossa contributive, e noi il mondo non ce lo siamo preso, io mi sono fidato, come voi, anche con idealità se è per questo, come un coglione, ma il mondo non è degli stolti, non appartiene all’Inps, almeno non questo mondo qui, e questo è il risultato, che fare ora?”

“Ho partecipato a udienze senza senso, ho discusso ricorsi senza senso davanti a collegi i cui giudici, il più delle volte, non capiscono un accidente di niente, poi, terminate queste cosiddette incombenze, con i quarti che mi sudano dentro i pantaloni da non-avvocato, ho ordinato al volo un bianco al banco, ai Rusteghi, e sono tornato indrìo in macchina, nella Clio surriscaldatissima, parcheggiata in una laterale di via Piave, col volante che mi cola tra le dita, duecento gradi, e un prosciuttiefunghi nello stomaco, na polpetta di piovra.”

“Far viaggi significa non aver terrore dei luoghi e dei corpi che li consumano, non temere i luoghi e, sopra ogni altra cosa, non temere le persone dentro quei luoghi consumati. Andare spinti dal vento di fiducia. Farsi strada con le pupille nuove.”

“…non mi sono iscritto alle camere civili degli avvocati di insaponata di Piave, non la faccio, la comunione, non le faccio le cene di fine anno con i colleghi della camera insaponatese, poi mi toccherebbe questionare, star lì a scornarmi, rovinandomi le corna, col collega civilista – topo di campagna meganoide, vegetariano, eppur obeso, che si occupa di cetrioli e società di intermediazione finanziaria, fattura come san Luigi, e gira colla papa-mobile, ordina una margherita alla farina di kamut senza origano e un biccer di acqua di rubinetto mentre io gli ordino sul muso una pizza con sopra un porcello affumicato, mi faccio quattro (4) medie, provo una sete estrema, ho bisogno di alzaleccarmi per non sentire i discorsi penosissimi sulla necessità della riforma della giustizia, sulla posta certificata, la firma digitale, la formazione continua, e le contribuzioni per la cassa forense, la nostra irraggiungibile pensione…”

“Poi c’è la trilogia: e il lavoro? ti sei sposato? figli? Tutte domande che suonano come affermazioni, tutte domande che auspicano sempre risposte catastrofiche, almeno così mi par di intuire. Io rispondo bene, rispondo solo e sempre bene, grazie; dico che va sempre tutto bene, che sto bene, che non potrebbe andarmi meglio, a questa gente pericolosa…”

“Non è per superbia, ma io non voglio avere nulla a che fare con i miei vicini. Solo dire buongiorno, buonasera. Non mi hanno fatto nulla di male, sia chiaro, né io a loro, semplicemente voglio non aver bisogno di chieder un dado vegetale per la minestra, o del sale grosso, o la carbonella per arrostire la selvaggina o i cefali de Piave, sul terrazzino, rischiando di incendiare il sottotetto, come fanno loro, voglio tenere le distanze, ma sono certo che, prima o poi, scopriranno che sono un avvocato, e mi coinvolgeranno, lo so.”

“Il mio quinto lavoro, quello più o meno retribuito dal punto di vista monetario, consiste nel fare l’avvocato. Io faccio l’avvocato pur sapendo, come scriveva Luigi Tenco, di non aver trovato ancora il mio posto nel mondo. Io non sono un avvocato e non voglio neppure che lo si dica troppo in giro. E’ semplicemente il mio mestiere, o meglio, ciò che ho imparato a fare dopo la laurea, io faccio l’avvocato, non sono un avvocato, faccio un lavoro per nulla intellettuale, anzi concretissimo e assai manuale, fatto per gente che ha fisico, pazienza.”

“Io sono quello con la faccia e i vestiti da non-avvocato, la camicia che esce dalle braghe, la cravatta mollata, gli occhiali pieni di ditate e puntini d’unto di piadina, gli occhi sfitti, i capelli spettinati, un pò lunghi, la barba rada, un pò bianca sulla punta del mento, non ci si può sbagliare.”

“io mi devo convincere che non ci son parapetti dai quali sporgersi a mirar mare spumante, e prue che tagliano marosi, e delfini che fanno le capriole all’apice dell’onda, ma solo e sempre queste pareti bianche di cartongesso.”

“Noi ci siamo estinti, come umanisti, e non lo comprendiamo. E’ estinta la funzione che abbiamo sempre difeso. E’ estinta la nostra vita professionale. La toga è un’icona del passato, puro simbolismo, o folklore pacchiano. Nulla di più ridicolo.”

“Mi porto i dadi a casa, ma non serve a niente, tiro i dadi ma non serve. Allora li faccio tirare al cliente, mi lavo le mani. Se avessi ragione in diritto, a rigore, perderei; le cause temerarie non le faccio, tanto vale tirar dadi e sperare.”

“I praticanti-avvocati-servi sono i minatori autentici, senza alcuna tutela, senza uno straccio di obolo, senza niente di niente, solo fare la pratica, terminarla senza intoppi, a testa bassa, e sperare di oltrepassare la barriera fessa degli esami di stato, trittico di scritti alla fiera di Patavia, orali a palazzo Grimani, per poi iniziare tutto daccapo alla caccia di clienti da rapinare in proprio; rapina non è la parola giusta, ma in questo momento non mi viene in mente nulla di più appropriato per rendere l’idea che voglio esattamente rendere.”

“La carta che aveva ricevuto era semplicemente la garanzia che offre la democrazia statale al cittadino, ogni cittadino senza distinzione, allorquando si radichi nei suoi confronti un procedimento penale. Questo cittadino cessa di essere un uomo normale e diventa l’indagato. A chi non tiene paura manco di Dio, la cosa non fa nè caldo nè freddo, per chi invece in vita propria teme di andar in galera anche per il divieto di sosta del furgone ovviamente le cose cambiano.”

“…si sa che il collaboratori dello studio, di tutti gli studi legali del mondo, sono quasi sempre degli infedeli potenziali, quasi sempre inclini a cjavare il nero dal cassetto del capo, quasi sempre propensi a distrarre i clienti dello studio, insomma la segretaria è minaccia continua, per gli ovvi motivi che non si sta qui a dire, oltre al terrificante rischio di gravidanza sempre incombente.”

“Non ho molta fiducia nei giudici, io, non riesco a scommettere un cent su gente che nasce con un testone pazzesco, passa un esame mostruoso e pazzesco, l’esame di magistratura, sceglie la propria condanna, la propria punizione irretrattabile: vivere tutta la vita scrivendo sentenze, un lavoro inuma no e aberrante. Piano piano questi giudicanti perdono il senso della realtà, fanno domande da fessi col tono stizzito dei maestrini, sembra che vivano su Marte o su altra dimensione extraterrestre, riempiono pagine e pagine di uso-bollo, citando massime di cassazioni fatte per essere smentite cinque secondi dopo la pubblicazione.”

“Per paura o per indolenza patologica nella vita non sono decollato, non ho elevato, pur prendendo rincorse lunghissime su ottime rampe venete, avendo mille buoni propositi, buoni talenti; oppure per una combinazione micidiale di questi due fattori, paura e indolenza, che hanno agito sulla mia psiche sempre con scrupolo e determinazione onnivori.”

“Ho fatto l’assicurazione professionale e mi sento tranquillo: se sbaglio e un figlio di troia vorrà farmi causa, e di sicuro succederà, con un atto di citazione che si sarà fatto preparare dal peggior leguleio panteganesco di Insaponata, ebbene io non muoverò un dito, non mi curerò di niente, lascerò che sia, assaggerò un pezzo di montasio avvelenato.”

“Oggi penso che queste persone mi abbiano imprigionato dentro i loro ambienti mentali di cartongesso. Hanno fatto di me un complice debole. Ecco quello che hanno fatto di me: un complice debole.”

“Altri esempi di cose semplici che imparo in ritardo: contattare la cassa forense col codice privato, il mio pin, il mio puk, le infinite password, per pagare i contributi della cassa forense, garantire la pensione ai colleghi che non muoiono mai, che non moriranno mai, penso, che quando muoiono resuscitano come Lazzaro, e ritornano a fare gli avvocati più cancheri di prima, la cui vita media è incredibilmente più lunga della vita media di qualunque altro lavoratore terrestre, che non si ammalano mai, non si ammaleranno mai, e quando si ammalano di malattie croniche che dovrebbero portare a morte certa, guariscono miracolosamente, io non posso ammalarmi, diceva fiero, tronfio e allucinato Coledan, sfidando la morte, la sorte, io non ho il tempo di ammalarmi, io muoio di professione, invece, i topitoga non muoiono, son drogati di professione, la droga connessa al titolo.”

Il cimitero di Praga – Umberto Eco

“Il passante che in quella grigia mattina del marzo 1897 avesse attraversato a proprio rischio e pericolo place Maubert, o la Maub, come la chiamavano i malviventi, si sarebbe trovato in uno dei pochi luoghi di Parigi risparmiato dagli sventramenti del barone Haussmann, tra un groviglio di vicoli maleodoranti, tragliati in due settori dal corso della Biévre, che laggiù ancora fuoriusciva da quelle viscere della metropoli dove da tempo era stata confinata, per gettarsi febbricitante, rantolante e verminosa nella vicinissima Senna.”

“So che amo la buona cucina: al solo pronunciare il nome de La Tour d’Argent provo come un fremito per tutto il corpo.”

“Il tedesco vive in uno stato di perpetuo imbarazzo intestinale dovuto all’eccesso di birra e di quelle salsicce di maiale di cui s’ingozza.”

“Nessuno è maleducato come un taverniere francese, ha l’aria di odiare i clienti (e forse è vero) e di desiderare che non ci siano (ed è falso, perché il francese è avidissimo).”

“Sono fieri di avere uno stato che dicono potente ma passano il tempo a cercare di farlo cadere: nessuno come il francese è bravo a far barricate per ogni ragione e a ogni stormire di vento, spesso senza sapere neppure perché, facendosi trascinare per strada dalla peggior canaglia.”

“Piaceva a napoletani e siciliani, mulatti essi stessi non per errore di una madre baldracca ma per storia di generazioni, nati da incroci di levantini malfidi, arabi sudaticci e ostrogoti degenerati, che hanno preso il peggio di ciascuno dei loro ibridi antenati, dei saraceni l’indolenza, degli svevi la ferocia, dei greci l’inconcludenza e il gusto di perdersi in chiacchiere sino a spaccare un capello in quattro.”

“L’italiano è infido, bugiardo, vile, traditore, si trova più a suo agio col pugnale che con la spada, meglio col veleno che col farmaco, viscido nella trattativa, coerente solo nel cambiar bandiera a ogni vento – e ho visto che cosa è accaduto ai generali borbonici non appena sono apparsi gli avventurieri di Garibaldi e i generali piemontesi.”

“E’ che gli italiani si sono modellati sui preti, l’unico vero governo che abbiano mai avuto da quando quel pervertito dell’ultimo imperatore romano è stato sodomizzato dai barbari perché il cristianesimo aveva fiaccato la fierezza della razza antica.”

“I preti… Come li ho conosciuti? A casa del nonno, mi pare, ho il ricordo oscuro di sguardi fuggenti, dentature guaste, aliti pesanti, mani sudate che tentavano di accarezzarmi la nuca. Che schifo. Oziosi, appartengono alle classi pericolose, come i ladri e i vagabondi.”

“La civiltà non raggiungerà la perfezioni finché l’ultima pietra dell’ultima chiesa non sarà caduta sull’ultimo prete, e la terra sarà libera da quella genia.”

“Gli uomini non fanno mail il male così completamente ed entusiasticamente come quando lo fanno per convinzione religiosa.”

“Come vino non saprei, forse Chateau-Margaux, o Chateau-Latoru o Chateau-Lafite, dipende dall’annata.”

“La cucina mi ha sempre soddisfatto più del sesso – forse un’impronta che mi hanno lasciato i preti.”

“Mi piace lasciar scorrere la penna dove l’istinto mi comanda.”

“Ma insomma, Parigi non è più come una volta, da quando a ogni angolo spunta in lontananza quel temperamatite della Tour Eiffel.”

“Come mail il 21 dovessi andare a messa, non so, non credo di essere credente. Se uno è credente crede in qualcosa. Credo in qualcosa? Non mi pare. Dunque sono miscredente. Questa è logica. Ma sorvoliamo. Certe volte si va a messa per molte ragioni, e la fede non c’entra.”

“Smemoratezza…Questa parola che significa il non-ricordo, mi ha aperto come una breccia nella nebbia del tempo che ho dimenticato.”

“Vigilare non vuol dire cercare di sapere una cosa precisa. Tutto, anche l’irrilevante, può tornar buono un giorno. L’importante è sapere quello che gli altri non sanno che tu sai.”

“Non è bene essere troppo liberi, e non è neppure bene avere tutto il necessario.”

“Ma verso il mio diciottesimo anno il nonno, che mi voleva avvocato (in Piemonte si chiama avvocato chiunque abbia fatto studi di diritto), si era rassegnato a farmi uscire di casa e mandarmi all’università.”

“Mio figlio non comprenderà mai, diceva, la bellezza di questo manzo con cipolla, carota, sedano, salvia, rosmarino, alloro, chiodi di garofano, cannella, ginepro, sale, pepe, burro, olio di oliva e naturalmente una bottiglia di barolo, servito con polenta o purea di patate. Fate, fate la rivoluzione… Si è perduto il gusto della vita.”

“…mi ero spinto sino a uno dei luoghi leggendari della Torino d’allora. Vestito da gesuita, e godendo con malizia dello stupore che suscitavo, mi recavo al Caffè al Bicerin, vicino alla Consolata, a prendere quel bicchiere con protezione e manico di metallo, odoroso di latte, cacao, caffè e altri aromi.”

“Era il 1855, avevo ormai 25 anni, avevo conseguito una laurea in giurisprudenza e non sapevo ancora cosa fare della mia vita.”

“Quanto a quei ragazzi, erano degli esaltati, e gli esaltati sono la feccia del mondo perché è a opera loro, e dei vaghi principi con cui si esaltano, che si fanno le guerre e le rivoluzioni.”

“Le biblioteche sono affascinanti: talora sembra di stare sotto la pensilina di una stazione ferroviari e, a consultare dei libri su terre esotiche, si ha l’impressione di viaggiare verso lidi lontani.”

“Come lei avrà capito, caro avvocato, la politica viene sovente decisa da noi umilissimi servitori dello stato, più che da coloro che agli occhi del popolo governano…”

“Le guerre sono lo sfogo più efficace e naturale che si possa desiderare per tenere a freno la crescita degli esseri umani. Non si diceva infatti un tempo, partendo per la guerra, che Dio lo vuole?”

“Tutta l’eccitazione che regna per la Sicilia intera dipende dal fatto che questa era una terra abbandonata da Dio, bruciata dal sole, senz’acqua che non sia quella del mare e pochi frutti spinosi. In questa terra dove da secoli non accadeva niente, è arrivato Garibaldi coi suoi.”

“In fondo di tutto questo viaggio ricordo con piacere solo i pisci d’ovu, i babbaluci a picchipacchi, che è un modo di fare le lumache, e i cannoli, oh, i cannoli…”

“…era andato a concedersi nella taverna di Bagheria una cena sostanziosa a base di pasta con le sarde e piscistocco alla ghiotta.”

“So solo che al mio arrivo a Parigi ero preoccupato, naturalmente (in fin dei conti andavo in esilio), ma la città mi ha conquistato e ho deciso che qui avrei vissuto il resto della mia vita.”

“Non mi ero reso conto sino ad allora quanto Parigi fosse più grande di Torino. Ero estasiato dallo spettacolo di gente di tutti i ceti che mi passava accanto, pochi che andassero per sbrigare qualche commissione, i più per guardarsi tra loro.”

“Ma c’era qualcosa di meglio che Parigi mi offriva: i ristoranti.”

“Tutto intorno, tavole affollare da fumatori di pipa e giocatori di zecchinetta, ragazze precocemente rugose dalla tinta pallida come fossero bambole per bambini poveri, che cercavano solo di individuare clienti che non avessero finito il loro bicchiere e implorare un goccio.”

“L’uomo aveva una singolare propensione alla buona cucina, anche se mostrava l’ingordigia del provinciale che vuole provare tutto e non sa comporre un menu come si deve. Avevamo fatto colazione al Rocher de Cancale in rue Montorgueil, dove un tempo si andavano a gustare le migliori ostriche di Parigi.”

“Se l’oro è la prima potenza di questo mondo, la seconda è la stampa.”

“abiti di una eleganza sfrontata non nascondevano l’aspetto volpino di chi viveva di espedienti.”

“Mi stavo dicendo che quell’uomo seguiva la via sbagliata: non puoi mai creare un pericolo dai mille volti, il pericolo deve averne uno solo, altrimenti la gente si distrae.”

“…i bei sigari dei nostri genitori stavano per essere sostituiti da cartucce intisichite che bruciavano in un minuto togliendo ogni gioia al fumatore…”

“Si è voltato un signore di mezza età dal viso eccessivamente normale (voglio dire che, se tentassi di descriverlo, non troverei alcun tratto saliente da individuare) il quale, senza tendermi la mano, mi ha salutato con civiltà”.

“Ed è sempre così, quando fallisci in qualche cosa cerchi sempre qualcuno da accusare della tua incapacità.”

“Certe notizie esplosive, se le dai d’un solo colpo, dopo la prima impressione la gente dimentica. Bisogna invece centellinarle, e ogni nuova notizia riaccenderà anche il ricordo della precedente.”

“Ho vinto molte battaglie eppure sono un fallito. Viene un momento in cui qualcosa si spezza dentro, e non si ha più energia nè volontà. Dicono che bisogna vivere, ma vivere è un problema che alla lunga conduce al suicidio.”

“La caratteristica principale della gente è che è pronta a credere a tutto. D’altra parte come avrebbe potuto la chiesa resistere per quasi duemila anni senza la credulità universale?”

“Il nemico per essere riconoscibile e temibile deve essere in casa, o alla soglia di casa.”

“Occorre un nemico per dare al popolo una speranza.”

“Ci vuole sempre qualcuno da odiare per sentirsi giustificati nella propria miseria.”

“In ogni compagnia c’è il gaffeur, quello che fa la domanda sbagliata nel momento sbagliato.”

“Guardo la vita degli altri per passare il tempo. E’ che sto vivendo da pensionato, o da reduce.”

 

Le avventure di Pinocchio – Carlo Collodi

“C’era una volta…
Un re! – diranno subito i miei piccoli lettori.
No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno.
Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze.”

“Allora entrò in bottega un vecchietto tutto arzillo, il quale aveva nome Geppetto…”

“Che nome gli metterò? – disse fra sé e sé – Lo voglio chiamar Pinocchio. Questo nome gli porterà fortuna.”

“Guai a quei ragazzi che si ribellano ai loro genitori e che abbandonano capricciosamente la casa paterna. Non avranno mai bene in questo mondo; e prima o poi dovranno pentirsene amaramente.”

“In questo mondo, fin da bambini, bisogna avvezzarsi abboccati e a saper mangiare di tutto, perché non si sa mai quel che ci può capitare. I casi son tanti!…”

“Non è il vestito bello che fa il signore, ma è piuttosto il vestito pulito.”

“E Pinocchio, sebbene fosse un ragazzo allegrissimo, si fece tristo anche lui: perché la miseria, quando è miseria davvero, la intendono tutti: anche i ragazzi.”

“Il giorno dipoi Mangiafoco chiamò in disparte Pinocchio e gli domandò:
– Come si chiama tuo padre?
– Geppetto.
– E che mestiere fa?
– Il povero.
– Guadagna molto?
– Guadagna tanto, quanto ci vuole per non avere un centesimo in tasca.”

“Ma non aveva fatto ancora mezzo chilometro, che incontrò per la strada una Volpe zoppa da un piede e un Gatto cieco da tutt’e due gli occhi, che se andavano là là, aiutandosi fra di loro, da buoni compagni di sventura.”

“Pinocchio, non dar retta ai consigli dei cattivi compagni: se no, te ne pentirai!”

“Cammina, cammina, cammina, alla fine sul far della sera arrivarono stanchi morti all’osteria del Gambero Rosso.”

“Non ti fidare, ragazzo mio, di quelli che promettono di farti ricco dalla mattina alla sera. Per il solito, o sono matti o imbroglioni! Dài retta a me, ritorna indietro.”

“Io dico che il medico prudente quando non sa quello che dice, la miglior cosa che possa fare, è quella di stare zitto.”

“Le bugie, ragazzo mio, si riconoscono subito, perché ve ne sono di due specie: vi sono le bugie che hanno le gambe corte, e le bugie che hanno il naso lungo: la tua per l’appunto è di quelle che hanno il naso lungo.”

“Rido di quei barbagianni, che credono a tutte le scioccherie e che si lasciano trappolare da chi è più furbo di loro.”

“A che serve accusare i morti?… I morti son morti, e la miglior cosa che si possa fare è quella di lasciarli in pace!”

“Bisogna persuadersi, ragazzo mio, replicò il Colombo, che quando la fame dice davvero e non c’è altro da mangiare, anche le veccie diventano squisite! La fame non ha capricci né ghiottonerie.”

“I veri poveri, in questo mondo, meritevoli di assistenza e di compassione, non sono altro che quelli che, per ragione d’età o di malattia, si trovano condannati a non potersi più guadagnare il pane col lavoro delle proprie mani. Tutti gli altri hanno l’obbligo di lavorare: e se non lavorano e patiscono fame, tanto peggio per loro.”

“L’uomo, per tua regola, nasca ricco o povero, è obbligato in questo mondo a far qualcosa, a occuparsi, a lavorare. Guai a lasciarsi prendere dall’ozio!”

“Tu m’hai fatto un gran servizio e in questo modo quel che è fatto è reso.”

“Bada Pinocchio! I ragazzi fanno presto a promettere: ma il più delle volte, fanno tardi a mantenere.”

“Si chiama il Paese dei Balocchi. Perché non vieni anche tu?”

“Caro mio – replicò la marmottina per consolarlo, – che cosa ci vuoi tu fare? Oramai è destino. Oramai è scritto nei decreti della sapienza, che tutti quei ragazzi svogliati che, pigliando a noia i libri, le scuole e i maestri, passano le loro giornate in balocchi, in giochi e in divertimenti, debbano finire prima o poi col trasformarsi in tanti piccoli somari.”

“E perché seguisti il consiglio di quel falso amico? di quel cattivo compagno?”

“Neppure io vorrei esser digerito – soggiunse il Tonno – ma io sono abbastanza filosofo e mi consolo pensando che, quando si nasce Tonni, c’è più dignità a morir sott’acqua che sott’olio!”

“A ogni modo se sarà scritto in cielo che dobbiamo morire, avremo almeno la gran consolazione di morire abbracciati insieme.”

“Erano il Gatto e la Volpe: ma non si riconoscevano più da quelli di una volta. Figuratevi che il Gatto, a furia di fingersi cieco, aveva finito coll’acciecare davvero: e la Volpe invecchiata, intignata e tutta perduta da una parte, non aveva più nemmeno la coda. Così è.”

“Se siete poveri, ve lo meritate. Ricordatevi del proverbio che dice: I quattrini rubati non fanno mai frutto. Addio, mascherine!”

“Addio, mascherine. Ricordatevi del proverbio che dice, La farina del diavolo va tutta in crusca.”

“Addio, mascherine! Ricordatevi del proverbio che dice: Chi ruba il mantello al suo prossimo, per il solito muore senza camicia.”

“Io avrò pietà del babbo e anche del figliuolo: ma ho voluto rammentarti il brutto garbo ricevuto, per insegnarti che in questo mondo, quando si può, bisogna mostrarsi cortesi con tutti, se vogliamo esser ricambiati con pari cortesia nei giorni del bisogno.”

“Bravo Pinocchio! In grazie del tuo buon cuore, io ti perdono tutte le monellerie che hai fatto fino a oggi. I ragazzi che assistono amorosamente i propri genitori nelle loro miserie e nelle loro infermità, meritano sempre gran lode e grande affetto, anche se non possono essere citati come modelli d’ubbidienza e di buona condotta. Metti giudizio per l’avvenire, e sarai felice.
A questo punto il sogno finì, e Pinocchio si svegliò con tanto d’occhi spalancati.
Ora immaginatevi voi quale fu la sua meraviglia quando, svegliandosi, si accorse che non era più un burattino di legno: ma che era diventato, invece, un ragazzo come tutti gli altri.”

“Dopo andò a guardarsi allo specchio, e gli parve d’essere un altro. Non vide più riflessa la solita immagine della marionetta di legno, ma vide l’immagine vispa e intelligente di un bel fanciullo coi capelli castagni, cogli occhi celesti e con un’aria allegra e festosa come una pasqua di rose.”

“Perché quando i ragazzi, di cattivi diventano buoni, hanno la virtù di far prendere un aspetto nuovo e sorridente anche all’interno delle loro famiglie.”

“Pinocchio si voltò a guardarlo; e dopo che l’ebbe guardato un poco, disse dentro di sé con grandissima compiacenza:
– Com’ero buffo quand’ero un burattino! e come ora son contento di essere diventato un ragazzino perbene!”

L’avvocato Sanspapiers – Ennio Tinaglia

“La giornata era cominciata male.
Niente di particolarmente grave, solo piccoli incidenti, che però si erano inanellati uno dietro l’altro alterando, con la loro scomoda presenza, l’ordinaria routine casalinga.”

“Leggere il giornale era un rito quotidiano al quale difficilmente rinunciava, perchè gli consentiva piroette mentali e gli forniva l’occasione di intrecciare con se stesso fitti dialoghi in cui inneggiava al cinismo e esorcizzava l’indicibile in una sorta di effetto catartico.”

“Aprire il giornale, sentire il fruscio intrigante della carta e respirare a pieni polmoni l’odore di petrolio che ne sprigionava, tuffandosi con avida curiosità nella lettura degli articoli, gli procuravano un piacere intenso quasi fisico.”

“Negli anni aveva imparato che quella prassi faceva parte del gioco delle parti e del teatro della vita: i vivi parlavano bene dei morti, sempre e comunque, e così sia.”

“Solo qualche anno prima Dante non avrebbe esitato un solo istante a mandarlo a quel paese; del resto, quando un cliente si esprime in quei termini, è segno che il rapporto di fiducia con il suo avvocato si è incrinato. Tanto vale romperlo del tutto, e subito.”

“Era un avvocato e un avvocato senza processi è come un allenatore senza ingaggi o una puttana senza clienti.”

“Basta musica e basta rivoluzione: era il tempo di giacca, cravatta e borsa di cuoio. Il tempo dei sogni era finito.”

“Non ci volle molto per ripulire la scrivania: vi erano solo una mezza dozzina di fascicoli. Gli venne da pensare a quando su quel tavolo non c’era spazio neppure per posare una penna, tanto era ingombro di carpette, appunti, avvisi, faldoni. Era praticamente diventato un avvocato senza carte, s’, insomma, una sorta di Sanspapiers.”

“Per esperienza sapeva che i clienti sono portati a eccessive semplificazioni e a trasformare ragionevoli ipotesi in inossidabili certezze.”

“Tu non fai l’avvocato, tu sei un avvocato, si diceva sempre.
Si appropriava a un processo come uno scultore a una massa informe di creta o un pittore a una tela bianca. Plasmarlo, dargli forma, accompagnarlo pian piano dalla fase delle indagini a quella del giudizio gli procurava un’intima soddisfazione.”

“Era un bravo avvocato, tutto qui.”

“Il colloquio con il proprio avvocato è un momento molto importante per chi è dentro una cella: il mondo esterno ti manca maledettamente, lo senti lontano, irraggiungibile. E’ come se temessi che il mondo possa andare in un’altra direzione e lasciarti per sempre lì, dove tutto ha un colore diverso, dove tutto è altro rispetto a ciò che è fuori.
La visita settimanale di un familiare, il colloquio con l’avvocato, una lettera che ti giunge da fuori, tutto questo serve a dirti: il mondo è qui che ti aspetta. E lui questo lo sapeva benissimo.”

“La sala avvocati, spesso, è un luogo di libera circolazione della cultura giuridica.”

“E’ così che lavorava: la prima stesura di un atto difensivo non era mai quella definitiva. L’atto doveva restare a invecchiare come il vino dentro una botte.”

“Era andata così, punto. Qualcuno o qualcosa aveva deciso che quelle due anime che vagavano per l’universo dovevano incontrarsi e fondersi in un’unica realtà.”

“Ognuno ascoltava l’altro fingendosi interessato e compiaciuto per le altrui meraviglie, ma in realtà aspettava solo il momento giusto per sfoderare il proprio pedigree.”

“Avere una bella donna al fianco è una cosa assai gratificante rispetto al mondo che ti circonda.”

“L’assassino sul banco della vittima, una delle più bieche ingiustizie dell’umanità.”

“Esercitare la professione è cosa assai costosa: guadagni o non guadagni, il solo fatto di essere avvocato comporta alcuni costi fissi ineliminabili. Lo studio, il telefono, le pulizie, la luce, la segretaria, la carta, il toner per la stampante, il fax, gli abbonamenti alle riviste, la cassa di previdenza, le tasse, i corsi di aggiornamento. Insomma, un bel pò di quattrini. Quindi, o guadagni abbastanza da coprire le spese e assicurarti un tenore di vita appena decente, o vai in default.”

“E li guardi gli avvocati, li osservi, li vedi lì, nei corridoi o nelle aule del palazzo, tutti sorridenti, indaffarati, incravattati, inamidati, super competitivi, traboccanti di IPad, Iphone, agende elettroniche, studi megagalattici, scrivanie in radica, segretarie coscialunga, internet, web, pareri online, competitività, innovazione, concorrenza, mercato, Audi, BMW, Mercedes, happy hour, aperitivi rinforzati, presidenti di municipalizzate, presidenti di CDA, consulenti regionali, ministri, deputati, assessori. Ma l’avvocato non dovrebbe essere un’altra cosa dal potere?”

“Era un modo per dire: Attenzione, quest’uomo, che può sembrare un ultimo, non è solo: c’è accanto a lui una sentinella del diritto.”

“L’attesa della sentenza è, per ogni avvocato, un momento di particolare intensità. Molti si ostinano a non volerlo ammettere o ad ostentare una sorta di indifferenza. Mentono. Attendere una sentenza produce sempre ansia, sofferenza.”

“Le sentenze della Cassazione sono quelle che, più di tutte, affondano le mani nella carne e nel sangue. E l’avvocato difensore sa che c’è sempre qualcuno in attesa. Toccherà a lui il compito di telefonare e dire: E’ andata male: domani si spalancheranno le porte del carcere – e toccherà a lui, all’avvocato difensore, il compito di dire: C’è l’abbiamo fatta, il ricorso è stato accolto.”

“Che strana categoria quella degli avvocati: ostentare certezze e sicurezze sempre e comunque. Sembra una sorta di primo comandamento.”

“La professione dell’avvocato è come una bella donna: volubile, capricciosa, umorale, perfida. Può darti tutto oggi e riprenderselo il giorno dopo. Ti sorride, ti ammicca, tu le corri dietro perdutamente innamorato e lei, improvvisamente, ti volta le spalle.”

“Passava in rassegna gli anni trascorsi tra studio e aule di giustizia. Gli anni della pratica, i primi clienti, le prime vittorie, le sconfitte, gli errori, situazioni comuni a tutti gli avvocati.”

“E da qualche giorno si fa pure negare al telefono…
Questo posso anche capirlo: magari tu lo tormenti con continue, inutili telefonate…
Ma io l’ho pagato, e anche bene!
Appunto, lo hai pagato, non lo hai mica comprato!”

“I processi sono, per definizione, un fatto dinamico, fluido, magmatico. E’ come muoversi in una zona paludosa piena di sabbie mobili che possono risucchiarti quando meno te lo aspetti: ogni mossa deve essere prudente, valutata, calibrata. Nulla, ma proprio nulla, va mai dato per scontato, c’è sempre un se o un ma che possono fare la differenza tra una sentenza di assoluzione e una di condanna…E’ l’elementare ABC di ogni avvocato.”

“Ci sono due modi assolutamente infallibili per fare imbufalire un avvocato. Il primo è quello di non pagarlo o di fare questioni sull’onorario. Il secondo, ma in realtà è un primo classificato ex aequo, è quello di andarlo a trovare in studio con un esperto di questioni giuridiche.”

“Gli avvocati non amano molto le richieste di assoluzione sollecitate dallo stesso pubblico ministero: si sentono in qualche modo defraudati da quella che, a torto, ritengono una loro prerogativa.”

“Se non poteva essere ciò che appariva, allora reclamava il diritto di apparire soltanto quel che era. Ecco lalgoritmo esistenziale: apparire quel che era, con tutte le sue debolezze, e nulla di più.”

“L’unica cosa che contava veramente era aver avuto il coraggio di guardarsi in faccia, e di riconoscersi per quello che era: era nato l’avvocato senza carte, era nato l’Avvocato Sanspapiers!”

“Gli incarichi e i clienti sono come i grandi amori: non li trovi, li incontri. E lui, di grandi amori, questo era certo, se ne intendeva.”

Se questo è un uomo – Primo Levi

“Ero stato catturato dalla milizia fascista il 13 dicembre 1943.
Avevo 24 anni, poco senno, nessuna esperienza, e una decisa propensione, favorita dal regime di segregazione a cui da 4 anni le leggi razziali mi avevano ridotto, a vivere in un mio mondo scarsamente reale, popolato da civili fantasmi cartesiani, da sincere amicizie maschili e da amicizie femminili esangui. Coltivavo un moderato e astratto senso di ribellione.”

“Noi sostammo numerosi davanti alla loro porta, e ci discese nell’anima, nuovo per noi, il dolore antico del popolo che non ha terra, il dolore senza speranza dell’esodo ogni secolo rinnovato.”

“Qui ricevemmo i primi colpi: e la cosa fu così nuova e insensata che non provammo dolore, nel corpo nè nell’anima. Soltanto uno stupore profondo: come si può percuotere un uomo senza collera?”

“Tutti scoprono, più o meno presto nella loro vita, che la felicità perfetta non è realizzabile, ma pochi si soffermano invece sulla considerazione opposta: che tale è anche una infelicità perfetta.”

“Avevamo appreso con sollievo la nostra destinazione. Auschwitz: un nome privo di significato, allora e per noi; ma doveva pur corrispondere a un luogo di questa terra.”

“Pochi sono gli uomini che sanno andare a morte con dignità, e spesso non quelli che ti aspetteresti.”

“Il viaggio non durò che una ventina di minuti. Poi l’autocarro si è fermato, e si è vista una grande porta, e sopra una scritta vivamente illuminata (il suo ricordo mi percuote nei sogni): ARBEIT MACHT FREI, il lavoro rende liberi”.

“Allora per la prima ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c’è, e non è pensabile.”

“I suoi confini non li abbiamo mai visti, ma sentiamo, tutto intorno, la presenza cattiva del filo spinato che ci segrega dal mondo.”

“Questo mi riempie di sdegno, pure già so ormai che è nel normale ordine delle cose che i privilegiati opprimano i non privilegiati: su questa legge umana si regge la struttura sociale del campo.”

“I motivi sono pochi, una dozzina, ogni giorno gli stessi, mattina e sera: marce e canzoni popolari care a ogni tedesco. Esse giacciono incise nelle nostre menti, saranno l’ultima cosa del lager che dimenticheremo: sono la voce del Lager, l’espressione sensibile della sua follia geometrica, della risoluzione altrui di annullarci prima come uomini per ucciderci poi lentamente.”

“Noi non ritorneremo. Nessuno deve uscire di qui, che potrebbe portare al mondo, insieme col segno impresso nella carne, la mala novella di quanto, ad Auschwitz, è bastato animo all’uomo di fare all’uomo.”

“La facoltà umana di scavarsi una nicchia, di secernere un guscio, di erigersi intorno una tenue barriera di difesa, anche in circostanze apparentemente disperate, è stupefacente, e meriterebbe uno studio approfondito.”

“Ho sempre visto, e ancora vedo in lui, la rara figura dell’uomo forte e mite, contro cui si spuntano le armi della notte.”

“Questo non è un Kapo che dia noia, perchè non è ebreo e non ha paura di perdere il posto.”

“La persuasione che la vita ha uno scopo è radicata in ogni figura di uomo, è una proprietà della sostanza umana.”

“Accanto a noi è un gruppo di greci, di questi ammirevoli e terribili ebrei Saloniki tenaci, ladri, saggi, feroci e solidali, così determinati a vivere e così spietati avversari nella lotta per la vita; di quei greci che hanno prevalso, nelle cucine e in cantiere, e che perfino i tedeschi rispettano e i polacchi temono. Sono al loro terzo anno di campo…”

“E se ci dovesse succedere un’altra volta…Assurdo; se una cosa è certa al mondo, è bene questa: che non ci succederà un’altra volta.”

“Viene infatti considerato tanto più civile un paese, quanto più savie ed efficienti vi sono quelle leggi che impediscono al misero di essere troppo misero, e al potente di essere troppo potente.”

“Essi popolano la mia memoria della loro presenza senza volto, e se potessi racchiudere in una immagine tutto il male del nostro tempo, sceglierei questa immagine, che mi è familiare: un uomo scarno, dalla fronte china e dalle spalle curve, sul cui volto e nei cui occhi non si possa leggere tracce di pensiero.”

“L. sapeva che fra l’essere stimato potente e il divenire effettivamente tale il passo è breve….Egli dedicò ogni cura al non essere confuso col gregge,.”

“Oggi, questo vero oggi in cui io sto seduto a un tavolo e scrivo, io stesso non sono convinto che queste cose sono realmente accadute.”

“La fama di fortuna, come altrove abbiamo detto, si dimostra di fondamentale utilità a chisa circondarsene.”

“Ieri sera il sole si è coricato irrevocabilmente in un intrico di nebbia sporca, di ciminiere e di fili, e stamattina è inverno.
Noi sappiamo che cosa vuol dire, perchè eravamo qui l’inverno scorso, e gli altri lo impareranno presto. Vuol dire che, nel corso di questi mesi, dall’ottobre all’aprile, su dieci di noi, sette morranno. Chi non morrà, soffrirà minuto per minuto, per ogni giorno, per tutti i giorni.”

“Non sa ancora che è meglio farsi picchiare, perchè di botte in genere non si muore, ma di fatica sì, e malamente, e quando uno se ne accorge è già troppo tardi.”

“A un buon impiego, Alberto preferisce senza esitare gli incerti e le battaglie della libera professione.”

“Nessuno può vantarsi di comprendere i tedeschi.”

“Distruggere l’uomo è difficile, quasi quanto crearlo: non è stato agevole, non è stato breve, ma ci siete riusciti, tedeschi.
Eccoci docili sotto i vostri sguardi: da parte nostra nulla più avete a temere: non atti di rivolta, non parole di sfida, neppure uno sguardo giudice.”

“E’ uomo chi uccide, è uomo che fa o subisce ingiustizia; non è uomo chi, perso ogni ritegno, divide il letto con un cadavere. Chi ha atteso che il suo vicino finisse di morire per togliergli un quarto di pane, è, pur senza sua colpa, più lontano dal modello dell’uomo pensante, che il più rozzo pigmeo e il sadico più atroce.”

“I vivi sono più esigenti, i morti possono attendere.”

Navigazione articolo

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: