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Le frasi più belle tratte dai libri letti

Archivio per la categoria “Letteratura antica, 33 libri”

Oratio in Catilinam prima – Cicerone

“Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra? quam diu etiam furor iste tuus nos eludet? quem ad finem sese effrenata iactabit audacia?”
(Fino a quando, Catilina, continuerai ad abusare della nostra pazienza? Per quanto tempo ancora il tuo folle comportamento si farà beffe di noi? Fino a che punto si scatenerà questa tua temerità  che non conosce freno?)

“O tempore! O mores!”
(Che tempi! che costumi!)

“Si te iam Catilina, comprendi, si interfici iussero, credo, erit verendum mihi ne non hoc potius omnes boni serius a me quam quisquam crudelius factum esse dicat”
(Se io, Catilina, ti farò immediatamente arrestare e giustiziare, dovrò certamente temere, immagino, che tutte le persone dabbene m’accusino di eccessiva lentezza, piuttosto che qualcuno di eccessiva crudeltà)

“Nihil agis, nihil moliris, nihil cogitas, quod ego non modo non audiam, sed etiam videam planeque sentiam”
(Non c’è nulla che tu faccia, nulla che tu intraprenda, nulla che tu architetti senza che io non solo lo sappia, ma addirittura lo veda e lo conosca con assoluta precisione)

“Exire ex urbe iubet consul hostem. Interrogas me, num in exsilium? Non iubeo, sed, di me consulis, suadeo”
(Il console ordina al nemico di lasciare la città. Per l’esilio? tu mi chiedi. No, non è questo il mio ordine, però se chiedi il mio parere, è questo il mio consiglio)

“Nihil agis, nihil adsequeris, neque tamern conari ac velle desistis”
(Perdi il tuo tempo, non vieni a capo di nulla, e tuttavia non cessi nei tuoi tentativi e nelle tue intenzioni.)

“Nunc vero quae tua est ista vita? Sic enim iam tecum loquar, non ut odio permotus esse videar, quo debeo, sed ut misericordia, quae tibi nulla debetur”
(Adesso, poi, che razza di vita è codesta tua? Chè ormai le parole che ti rivolgerò voglio che appaiano ispirate non già dall’odio, come pure dovrebbero, bensì dalla pietà, che non meriti affatto)

“Quam ob rem discede atque hunc mihi timorem eripe; si est verus, ne opprimar, sin falsus, ut tandem aliquando timere desinam”
(Vattene dunque e liberami da questo timore: per non soccombere, se è fondato; per cessare una buona volta per tutte di temere, se è privo di qualunque fondamento.)

“Sed quam longe videwtur a carcere atque a vinculis abesse debere, qui se ipse iam dignum custodia iudicarit?”
(Ma evidentemente non deve essere troppo lontano dalle catene di un carcere uno che si è spontaneamente ritenuto già meritevole degli arresti domiciliari)

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Pro C. Rabirio perduellionis reo ad Quirites oratio – Cicerone

“…quod, quae iustissima mihi causa ad hunc defendendum esse visa est, eadem vobis ad absolvendum debt videri.”
(…quello che io ho ritenuto un motivo fondatissimo per prenderne la difesa, deve essere pure ritenuto da voi tale per votarne l’assoluzione)

“Quam ob rem labor in hoc defendendo praecipue meus est, studium vero conservandi hominis commune mihi vobiscum esse debebit”
(Ecco dunque che, se spetta soprattutto a me il faticoso compito di difendere l’imputato, dovrà però essere comune a me e a voi l’impegno di salvargli la vita)

“…parebitur, et, quod iniquissimum est, accusatoris condicioni et, quod miserrimum, inimici potestati”
(…mi piegherò alla condizione posta dall’accusatore – il colmo dell’ingiustizia! – e al potere di un nemico – il colmo della sventura!.)

“Quod utinam, Quirites, ego id aut primus aut solus ex hac re publica sustulissem! utinam hoc, quod ille crimen esse vult, proprium testimonium meae laudis esset! Quid enim optari potest, quod ego mallem, quam me in consolatu meo carneficem de foro, crucem de campo sustulisse?
(E volesse il cielo, romani, che fossi stato io il primo o il solo a eliminare tale giudizio dal corpo del nostro stato! Volesse il cielo che proprio questo che per lui è un capo d’accusa, costituisse un titolo di gloria tutto e soltanto mio! Perchè nulla potrei io preferire, nei miei desideri, al merito di aver, durante il mio consolato, fatto sparire il carnefice dal foro e la croce dal campo Marzio)

“…qui vestram libertatem non acerbitate suppliciorum infestam, sed lenitate legum munitam esse voluerunt”
(…i quali vollero che la vostra libertà non incutesse già timore con la crudeltà delle pene, ma trovasse il suo sostegno nella mitezza delle leggi!)

“Sed moreretur prius acerbissima morte miliens C. Gracchus quam in eius contione carnifex consisteret; quem non modo foro, sed etiam caelo hoc ac spiritu censoriae leges atque urbis domicilio carere voluerunt.”
(Ma Gaio Gracco avrebbe preferito mille volte morire della morte più atroce piuttosto che permettere la presenza, in un’assemblea da lui tenuta, del boia: un individuo al quale, in forza delle disposizioni dei censori, è vietato non solo di frequentare il foro, ma pure di vivere sotto questo cielo, di respirare quest’aria e di abitare nella nostra città.)

“Sed in his rebus omnibus imprudentia laberis. Causam enim suscepisti antiquiorem memoria tua. Quae causa ante mortua est, quam tu natus es; et qua in causa tute profecto fuisses, si per aetatem esse potuisses, eam causam in iudicium vocas.”
(Ma a questo proposito è l’ignoranza che ti fa prendere un granchio completo, dato che ti sei messo a difendere una causa che si spinge al di là dei tuoi ricordi, una causa che si è estinta prima della tua stessa nascita; poni invece sotto processo quell’altra causa che tu stesso avresti di certo appoggiato se l’età te l’avesse consentito)

“…neque quisquam nostrum in rei publicae periculis cum laude ac virtute versatur, quin spe posteritatis fructuque ducatur.”
(Del resto, nessuno di noi affronta con onore e coraggio i pericoli che minacciano il nostro stato senza esservi spinto dalla speranza di una ricompoensa da parte dei posteri)

“Etenim, Quirites, exiguum nobis vitae curriculum natura circumscripsit, immensum gloriae”
(Perchè, se è vero, romani, che la natura ha fissato dentro brevi limiti il corso della nostra vita mortale, senza limiti è quello della gloria)

“Non c’è più nessun re, nessun popolo, nessuna nazione che voi dobbiate temere; non c’è nessun male esterno nè straniero che possa insinuarsi nel corpo del nostro stato; se volete che questa nostra città sia immortale, questo nostro impero eterno e che in eterno duri la sua gloria, siamo noi che dobbiamo premunirci contro le nostre cupidigie, contro i sovversivi bramosi di rivolgimenti politici, contro i mali intestini, contro le trame interne.”

De lege agraria oratio tertia – Cicerone

“Sed quoniam adhuc praesens certamen contentionemque fugerunt, nunc, si videtur eis, in meam contionem prodeant et, quo provocati a me venire noluerunt”
(Ma poichè fino a questo momento hanno evitato di misurarsi con me in un regolare contraddittorio, adesso, sempre che a loro paia opportuno, si presentino in quest’assemblea da me convocata e, visto che si sono finora rifiutati di accettare la mia sfida, rispondano perlomeno a questo mio nuovo invito.)

“Quare a vobis, qui nihil de me credidistis, ut eam voluntatem, quam sempre habuistis erga me, retineatis, peto; a vobis autem, quos leviter immutatos esse sentio, parvam exigui temporis usuram bonae de me opinionis postulo, ut eam, si quae dixero, vobis probabo, perpetuo retineatis; sin aliter, hoc ipso in loco depositam atque abiectam relinquatis.”
(A voi dunque, che non avete mai creduto alle calunniose insinuazioni sul mio conto, io chiedo di continuare a nutrire nei miei riguardi i benevoli sentimenti di sempre; a voi altri, poi, che noto leggermente cambiati nei miei riguardi, rivolgo la preghiera di conservarmi ancora per breve tempo il beneficio della vostra buona  opinione nei miei confronti, con questo scopo preciso: se riuscirò a convincervi della bontà dei miei argomenti, me lo conserverete per sempre; in caso contrario, lo metterete da parte proprio qui, rinunciandovi decisamente e definitivamente)

“Nam cum ceteris in civitatibus tyrannis institutis leges omnes extinguantur atque tollantur, hic rei publicae tyranum lege constituit.”
(Chè, mentre in tutti gli altri stati l’istituzione di una tirannide comporta l’abrogazione, anzi la soppressione di tutte le leggi, è con una legge che costui insedia nel nostro stato un tiranno!)

“Optimo enim iure ea sunt profecto praedia, quae optima condicione sunt. Libera meliore iure sunt quam serva; capite hoc omnia, quae serviebant, non servient.”
(Hanno evidentemente la pienezza della legittimità quelle proprietà che godono della migliore condizione giuridica. I beni esenti da gravami sono in una condizione migliore di quelli soggetti a servitù)

De lege agraria oratio secunda – Cicerone

“De me autem ipso vereor ne adrogantis sit apud vos dicere, ingrati tacere”
(Per quanto, poi, riguarda la mia persona, se da una parte, parlandone a voi, ho paura di essere tacciato di presunzione, dall’altra, tacendone, ho paura di essere tacciato d’ingratitudine)

“Explicat orationem sane longam et verbis valde bonis. Unum erat quod mihi vitiosum videbatur, quod tanta ex frequentia inveniri nemo potuit, qui intellegere posset, quid diceret.”
(Egli ci snocciola un discorso parecchio lungo sì, ma assai elegante ed appropriato nella forma; aveva un solo difetto, secondo me: tra quella marea di gente non si sarebbe potuta trovare una sola persona in grado di capire il significato delle sue parole!)

“Non potestatum dissimilitudo, sed animorum disiunctio dissensionem facit”
(Non è la diversità dei due poteri – tribunato e consolato -, bensì la differenza dei sentimenti che genera il contrasto)

“Committite vos nunc, Quirites, his hominibus haec omnia, quos odorari hunc Xviratum suspicamini; reperietis partem esse eorum, quibus ad habendum, partem, quibus ad consumendum nihil satis esse videatur”
(E adesso voi, romani, affidate pure tutti questi poteri a questa gente che col suo fiuto cerca, come ben sospettate, la carica di decemviro; ecco la bella scoperta che farete: di essi gli uni non riterranno mai niente sufficiente per saziare la loro ingordigia, gli altri per dare sofgo alla loro prodigalità!)

“Utrum haec lex est an tabula Veratianae auctionis?”
(Ma è una legge questa oppure un avviso d’asta di Verazio?)

“Atque hoc carmen hic tribunus plebis non vobis, sed sibi intus canit”
(Ed è questa la canzoncina che questo tribuno della plebe canta non già per voi, ma solo per sè, in sordina)

“a giudizio dei nostri padri, tre sole città in tutto il mondo erano in grado di sostenere il nobile peso del nostro impero e di mantenerne la gloria: Cartagine, Corinto e Capua. Cartagine venne distrutta perchè, ricca com’era di uomini, forte per la sua posizione naturale, cinta di porti, fortemente protetta dalle mura, veniva considerata, pronta com’era a slanciarsi fuori dall’Africa, una minaccia per le isole più redditizie del popolo romano. Di Corinto è a malapena rimasta qualche traccia; chè, data la sua posizione proprio alla stretta imboccatura della Grecia, mentre dalla parte di terra teneva le chiavi del paese, dall’altra oserei dire che congiungeva due mari che consentono una navigazione in senso diametralmente opposto, separati come sono da un sottilissimo istmo. Orbene, queste città, che pure erano così lontane, fuori della vista del nostro impero, i nostri antenati non solo le piegarono, ma pure, come ho già detto, le distrussero dalle fondamenta, per impedire che un giorno potessero risorgere e tornare all’antico splendore. La sorte di Capua fu oggetto di un acceso e lungo dibattito: esistono ancora, romani, i documenti ufficiali, nonchè parecchi decreti del senato. Nella loro saggezza i nostri antenati ritennero che, se avessero tolto ai campani il territorio, avessero soppresso le magistrature, il senato e l’assemblea popolare di quella città, se non avessero tolto ai campani il territorio, avessero soppresso le magistrature, il senato e l’assemblea popolare di quella città, se non avessero lasciato sussistere nemmeno una parvenza di stato, non avremmo avuto più motivo di temere Capua. E’ per questo che voi troverete diligentemente registrato negli antichi documenti che le sue case non vennero rase al suolo solamente perchè ci fosse una città in grado di fornire quanto era necessario alla coltivazione dell’agro campano, perchè ci fosse un luogo dove trasportare e conservare i raccolti, perchè gli agricoltori, dopo i pesanti lavori agricoli, avessero in città la loro casa.”

“Non ingenerantur hominibus mores tam a stirpe generis ac seminis quam ex iis rebus, quae ab ipsa natura nobis ad vitae consuetudinem suppeditantur, quibus alimur et vivimus”
(A determinare il modo di comportarsi degli uomini non sono tanto gli elementi genetici quanto ciò che è la stessa natura a offrirci per la vita di ogni giorno, base della nostra alimentazione e della nostra esistenza)

“Haec ego vos concupisse pro vestra stultitia atque intemperantia non miror, sperasse me consule adsequi posse demiror.
(Che voi abbiate vagheggiato queste brame, stupidi e sfrenati come siete, non mi meraviglio; ma che abbiate concepito la speranza di poterle realizzare sotto il mio consolato, è di questo che mi stupisco)

“Ex quo intellegi, Quirites, potest nihil esse tam populare quam id, quod ego vobis in hunc annum consul popularis adfero, pacem, tranquillitatem, otium.”
(Da ciò, Romani, si può arguire che non c’è nulla che sia altrettanto accetto al popolo, quanto quello che io, console democratico, vi offro: pace, tranquillità, riposo.)

“Pro certo recipio polliceor hoc vobis ayque confirmo, me esse perfecturum, ut iam tandem illi, qui honori inviderunt meo, tamen vos universos in consule deligendo plurimum vidisse fateantur)
(Ecco del resto ciò che io vi prometto, anzi vi garantisco espressamente: con il mio comportamento otterrò certamente il risultato di far ammettere una buona volta a coloro che hanno guardato di mal occhio la mia elezione a questa carica, che voi tutti, nessuno escluso, avete dimostrato, innalzando al consolato proprio me, una grandissima intelligenza politica.)

De lege agraria oratio prima – Cicerone

“Ma la selva Scanzia sarai tu a venderla, con un console come me e un senato come questo? Sarai tu a mettere le mani su una rendita dello  stato? Tu a togliere al popolo romano i mezzi per sostenere la guerra e per dare splendore alla pace? Allora si che sarò, a mio stesso giudizio, un console tanto più ignavo dei nostri coraggiosi e valorosi concittadini vissuti al tempo dei nostri antenati; chè si penserà che sotto il mio consolato non si sia stati capaci nemmeno di conservare quelle rendite che, sotto il loro consolato, furono procurate al popolo romano”

“Hoc vero cuius modi est, quod eius auctionis, quam constituunt, locum sibi nullum definiunt?”
(Ma che procedura è mai questa, di non fissare nessuna località per la vendita all’asta da loro stabilita?)

“Primum nescio, deinde timeo, postremo non committam, ut vestro beneficio potius quam nostro consilio salvi esse possimus”
(Anzitutto non ne sono sicuro, poi lo temo, infine non permetterò che la nostra sicurezza possa dipendere da un vostro grazioso dono piuttosto che dalla nostra saggia preveggenza)

“Nullum externum periculum est, non rex, non gens ulla, non natio pertimescenda est; inclusum malum, intestinum ac domesticum est. Huic pro se quisque nostrum mederi atque hoc omnes sanare velle debemus.”
(un pericolo esterno non c’è, non abbiamo da temere nè un re nè un popolo nè una nazione straniera: il male è dentro le nostre mura, dentro la nostra città, dentro le nostre case; questo male ciascuno di noi deve, per quanto gli è possibile, mirare a curarlo, e tutti dobbiamo mirare a guarirlo)

Pro Cluentio Habito oratio – Cicerone

“…ut omnes intellegant nihil me nec subterfugere voluisse reticendo nec obscurare dicendo”
(…balzerà così chiaro all’intelligenza di tutti la mia volontà di non schivare nulla tacendone e di non dissimulare nulla parlandone)

“…ut in iudiciis et sine invidia culpa plectatur et sine culpa invidia ponatur”
(nei tribunali punire la colpa anche se non c’è invidia, ma mettere da parte l’invidia se non c’è colpa)

“tum autem cum ego una quaque de re dicam et diluam, ne ipsi quae contraria sint taciti cogitationi vestrae subiciatis sed ad estremum exspectetis meque meum dicendi ordinem servare patiamini; cum peroraro, tum si quid erit praeteritum animo requiratis.”
(quando io parlerò sui singoli capi d’accusa e ne dimostrerò l’infondatezza, non mettetevi a pensare dentro di voi alle eventuali obiezioni, ma aspettate sino alla fine, senza turbare l’ordinata successione delle mie argomentazioni; dopo la conclusione della mia difesa, e allora soltanto, deplorate pure dentro di voi le mie eventuali omissioni.)

“quod quaeso, iudices, ne moles patiamini; principiis enim cognitis multo facilius extrema intellegetis.”
(e voi, signori giurati, non infastiditevi, ve ne prego; chè conoscendo il principio vi sarà assai più facile comprendere la conclusione)

“facile intellego non modo reticere homines parentum iniurias sed etiam animo aequo ferre oportere. Sed ego ea quae ferri possunt ferenda, quae taceri tacenda esse arbitror.”
(comprendo benissimo, perciò, che i torti ricevuti dai genitori vanno opportunatamente, oltre che taciuti, pure sopportati con serena rassegnazione; a mio avviso, però, va sopportato quello che può sopportarsi e taciuto quello che può tacersi)

“Iam hoc fere scitis omnes quantam vim habeat ad coniungendas amicitias studiorum ac naturae similitudo”
( che grande influenza abbia sui vincoli d’amicizia l’affinità di gusti e di carattere, ne siete quasi tutti consapevoli)

“Io, invero, sono sempre pieno di paura quando comincio a parlare; non c’è volta che inizi un’arringa senza pensare che, oltre il mio ingegno, si giudica pure la mia probità e il mio senso del dovere, timoroso come sono che si pensi che o prometto quello che non potrei – comportamento tipico di uno sfrontato – o non faccio quel che potrei – comportamento tipico di uno sleale o di uno sbadato.”

“E’ probabilmente una delle più gravi ingiustizie della sorte che, mentre nelle malattie, più difficile è il caso, più celebre e bravo è il medico di cui si va in cerca, nei processi capitali, invece, più difficile è la causa, più incapace e ignoto è l’avvocato che si è costretti a scegliere. Probabilmente la ragione sta nel fatto che i medici sono responsabili esclusivamente della loro scienza mentre gli avvocati devono pure offrire la garanzia della loro onorabilità”

“Iam hoc non ignoratis, iudices, ut etiam bestiae fame monitae plerumque ad eum locum ubi pastae sunt aliquando revertantur.”
(Voi del resto non ignorate, signori giurati, che pure le bestie, sotto la spinta della fame, ritornano per lo più dove una volta hanno trovato da mangiare)

“At tum si dicerem, non audirer, non quod alia res esset, immo eadem, sed tempus aliud.”
(Se avessi parlato allora, non sarei stato ascoltato, non perchè la causa fosse diversa – che anzi era la stessa -, ma perchè diversi erano i tempi)

“Sapientissimum esse dicunt eum cui quod opus sit ipsi veniat in mentem; proxime accedere illum qui ulterius bene inventis obtemperet.”
(Stando a quel che si dice, il più saggio tra gli uomini è colui che intuisce da solo quanto è necessario; segue a ruota colui che si conforma ai buoni consigli del primo)

“Questo è infatti il vincolo che garantisce la nostra posizione sociale in seno allo stato, questo il fondamento della libertà, questa è la fonte della giustizia; la mente, l’anima, il senno, il pensiero di una comunità, tutto è basato sulle leggi. COme il nostro corpo non può reggersi senza la mente, così lo stato senza la legge non può valersi delle sue parti, che sono come i suoi nervi, il suo sangue, le sue membra. Ad applicare le leggi sono chiamati i magistrati, a interpretarle i giudici, ma tutti, per concludere, siamo al servizio delle leggi per poter essere liberi.”

“Quam multa sunt commoda quibus caremus, quam multa molesta et difficilia quae subimus!”
(quanti sono i vantaggi ai quali rinunciano, quanti gli svantaggi e le difficoltà che incontriamo!)

“..ut omnes intellegant in contionibus esse invidiae locum, in iudiciis veritati.”
(così tutti potranno capire che, se nelle assemblee popolari è l’invidia che trova posto, in tribunale lo trova solamente la verità)

De imperio Cnei Pompei – Cicerone

“Unum ab omnibus sociis et civibus ad id bellum imperatorem deposci atque expeti, eundem hunc unum ab hostibus metui, praeterea neminem”
(uno solo è il comandante supremo che è nei voti e nelle aspettative di tutti, sia alleati che cittadini, ed è questo solo, per di più, che fa paura ai nemici: tranne lui, nessun altro.)

“Videte ne, ut illis pulcherrimum fuit tantam vobis imperi gloriam tradere, sic vobis turpissimum sit id quod accepistis tueri et conservare non posse”
(C’è proprio il pericolo – state bene attenti! – che al grande onore per loro di lasciarvi in eredità un impero così glorioso, corrisponda da parte vostra la grave vergogna di essere incapaci di difendere e di conservare intatta l’eredità ricevuta.)

“Quando in Asia moltissimi uomini d’affari perdettero ingenti capitali, a Roma – lo sappiamo bene – la sospensione dei pagamenti alle relative scadenze determinò il crollo del credito, poichè quando in una città sono in molti a perdere capitali e averi, è inevitabile che si tirino indietro nella stessa rovina parecchi altri. Ecco il pericolo che dovete allontanare dal nostro stato, e credetemi pure: il credito e il movimento di capitali il cui centro è costituito da Roma, e propriamente dal fro, sono strettissimamente connessi con i fondi stanziati in Asia; non ci potrebbe essere laggiù un crollo senza il contemporaneo crollo, sotto la spinta di quella rovina, delle nostre finanze.”

“Ego enim sic existimo, in summo imperatore quattor ha res inesse oportere, scientiam rei militaris, virtutem, auctoritatem, felicitatem.”
(A mio parere un comandante supremo deve avere queste 4 doti: profonda conoscenza dell’arte militare, valore, prestigio, fortuna.)

“Il vostro mormorio di approvazione mi fa capire, romani, che i responsabili di queste belle prodezze li avete chiaramente individuati; io però non faccio assolutamente nomi, sicchè nessuno potrà prendersela con me senza prima dichiararsi di sua spontanea volontà colpevole.”

Pro M. Fonteio oratio – Cicerone

“Illud vero quid est? Quam habet in se rationem, quam consuetudinem, quam similitudinem veritatis? Quod ratio, quod consuetudo, quod rei natura respuit, id credendumne est?”
(Ma che significato ha l’accusa? Cos’è che in essa si concilia con la ragione, con la consuetudine, con la verisimiglianza? E si dovrebbe prestar fede a ciò che è respinto dalla ragione, dalla consuetudine, dalla natura stessa dei fatti?)

“Quid potest auctoritatis habere testis in dividendo suo testimonio falsa veris miscens?”
( Che autorità potrebbe esserci in un testimone che divide in parti la sua deposizione mescolando il vero al falso?)

“Sed ego ita existimo, quo maius crimen sit id quod ostendatur esse falsum, hoc maiorem ab eo iniuriam fieri, qui id confingat. Volt enim magnitudine rei sic occupare animos eorum qui audiunt, ut difficilis aditus veritati relinquatur.”
(La mia opinione è questa: quanto più grave è il capo d’accusa di cui viene dimostrata la falsità, tanto più grave è l’offesa fatta da colui che l’inventa; chè egli mira, con la gravità della sua imputazione a influenzare preventivamente l’animo degli ascoltatori fino al punto di lasciare alla verità ben scarse possibilità di farsi strada)

“Potest igitur testibus iudex non credere? Cupidis et iratis et coniuratis et ab religione remotis non solum potest sed etiam debet.”
(Può dunque un giudice non credere a dei testimoni? Quando sono pieni di passionalità, di iroso risentimento, uniti in un vero complotto e privi di qualunque scrupolo di coscienza, non solo può ma addirittura deve)

“Gravior igitur vobis erit hostium voluntas quam civium? An dignitatem testium? potestis igitur ignotos notis, mercennarios gratuitis, impios religiosis, inimicissimos huic imperio ac nomini bonis ac fidelibus et sociis et civibus anteferre?”
(Sarà dunque per voi la volontà dei nemici più determinante della volontà dei vostri concittadini? O forse dell’autorità dei testimoni? Potrebbero dunque degli sconosciuti essere anteposti a delle pèersone conosciute, dei nemici della giustizia a chi della giustizia è rispettoso, degli stranieri a dei compatrioti, dei faziosi a chi è pieno di moderazione, dei prezzolati a chi è disinteressato, degli empi a dei pii, dei nemici ad oltranza del nostro impero e della nostra gloria a degli alleati e a dei concittadini buoni e fedeli?)

“Volunt isti aut quiescere, id quod victi ac subacti solent, aut, cum minantur, intellegere se populo Romani non metum belli sed spem triumphi ostendere?”
(Vogliono codesti barbari starsene quieti, come fanno solitamente i vinti e i sottomessi, oppure capire che, quando lanciano minacce, essi non fanno balenare davanti agli occhi dei romani lo spauracchio di una guerra, bensì la speranza di un trionfo?)

“Tendit ad vos virgo Vestalis manus supplices easdem, quas pro vobis dis immortalibus tendere consuevit. Cavete ne periculosum superbumque sit eius vos obsecrationem repudiare, cuius preces si di aspernarentur, haec salva esse non possent.”
(Una Vestale tende supplici verso di voi quelle stesse mani che di solito tende per il vostro bene verso gli dei immortali. Badate bene che non costituisca un pericolo, che non sia un atto d’arroganza da parte vostra respingere la sua supplica; che se gli dei disdegnassero le sue preghiere, questo nostro impero non potrebbe rimanere in piedi.)

“Postremo prospicite, iudices, id quod ad dignitatem populi Romani maxime pertinet, ut plus apud vos preces virginis Vestalis quam minae Gallorum valuisse videantur”
(e, per finire, provvedete, giudici – ed è questa una cosa che coinvolgi più di ogni altra l’onore e la gloria di Roma – a che risulti con piena evidenza che le preghiere di una Vestale  hanno avuto su di voi un’influenza maggiore delle minacce dei Galli)

Pro Caecina oratio – Cicerone

“et hoc costantis, quicum vi et armis certare noluisset, eum iure iudicioque superare”
(così ha ritenuto comportamento proprio di un uomo coerente con sè stesso vincere in tribunale con la forza del diritto l’avversario, col quale aveva rifiutato di contendere ricorrendo alla forza delle armi)

“videte quam iniquum sit, constituta iam re, iudicem quid agi potuerit aut quid possit, non quid actum sit, quaerere”
(vedete un pò quanto sia contrario a giustizia che, quando già si è fissato il tipo di processo, il giudice si metta a inquisire su quale azione giudiziaria si sarebbe potuta o si potrebbe intentare, e non già su quella che si è intentata)

“Maxime fuit optandum Caecinae, reciperatores, ut controversiae nihil haberet, secundo loco ut ne cum tam improbo homine, tertio ut cum tam stulto haberet.”
(Cecina, signori recuperatori, avrebbe dovuto prima di tutto augurarsi di non avere una vertenza giudiziaria con nessuno; in secondo luogo, di non averla con uomo così impudente; in terzo luogo, di non averla con uno così stolido; chè la sua stolidità ci è d’aiuto non meno di quanto ci è di danno la sua impudenza.)

“Utrum gravius aliquid in quempiam dici potest quam ad hominem condemnandum quem numquam vidisset neque audisset adductum esse pretio?
(E si potrebbe lanciare contro qualcuno un’offesa più grave del dire che si è lasciato corrompere per condannare un uomo mai visto nè mai sentito nominare?)

“Actio enim iniurarum non ius possessionis adsequitur, sed dolorem imminutae libertatis iudicio poenaque mitigat”
(Chè l’azione per danni non fa ottenere il diritto di possesso, ma mitiga soltanto, quando con la sentenza si commina la pena, il dolore provocato dalla violazione della propria libertà personale)

“Videte, per deos immortalis!, quod ius nobis, quam condicionem vobismet ipsis, quam denique civitatis legem constituere velitis”
(COnsiderate bene, per gli dei immortali!, quale principio di diritto volete stabilire per noi, quale situazione per voi stessi, quale norma,  infine, per tutta la collettività.)

“Etenim, reciperatores, non ea sola vis est quae ad corpus nostrum vitamque pervenit, sed etiam multo maior ea quae, periculo mortis iniecto, formidine animum perterritum loco saepe et certo de statu demovet.”
(In realtà, signori recuperatori, violenza non è solamente quella che ci colpisce nel corpo con grave pregiudizio della nostra vita, ma pure, e di molto più grave, quella che, minacciandoci di morte, riempie di terrore il nostro animo e ci fa spesso allontanare da un luogo e da una condizione sicura.)

“Potestis igitur principia negare, cum extrema conceditis?”
(Potreste dunque negare le premesse quando ammettete le conseguenze?)

“Quae lex, quodo senatus consultum, quod magistratus edictum, quod foedus aut pactio, quod – ut ad privatas res redeam – testamentum, quae iudicia aut stipulationes aut pacti et conventi formula non infirmari ac convelli potest, si ad verba rem deflectere velimus, consilium autem eorum qui scripserunt et rationem et auctoritatem relinquamus?”
(Quale legge, quale decreto del senato, quale editto di magistrato, quale trattato o convenzione, quale testamento – per tornare agli atti privati – quali formule d’azione od obbligazioni verbali, o quale formula di patto o di accordo non potrebbero essere infirmate e annullate se volessimo piegare la complessità del fatto alla semplicità della lettera, allontanandoci d’altra parte dall’opinione, dalla motivazione e dalla volontà dei loro redattori?)

“Non occurit uni cuique vestrum aliud alii in omni genere exemplum quod testimonio sit non ex verbis aptum pendere ius, sed verba servire hominum consiliis et auctoritatibus?”
(Non si presentano forse a ciascuno di voi a chi un esempio a chi un altro, in ogni campo, che provano che il diritto non può dipendere dalle parole, ma che sono le parole che devono conformarsi al pensiero e alla volontà degli uomini?)

“Voluntas, quae si tacitis nobis intellegi posset, verbis omnimo non uteremur; quia non potest, verba reperta sunt, non quae impedirent, sed quae indicarent voluntatem.”
(La volontà che, se si potesse capire dal nostro silenzio, non ricorreremmo affatto alle parole; poichè però ciò è impossibile, ecco scoperte e parole, ma non già con lo scopo di ostacolare, bensì di rendere nota la nostra volontà)

“Anzi è davvero assolutamente necessario he voi non dimentichiate mai che nella vita di uno stato non c’è altro valore che vada salvaguardato con più cura del diritto civile; chè nel caso della sua soppressione, non resta altro mezzo che consenta a uno di riconoscere cosa appartiene a lui e cosa ad altri, nè altra norma che possa essere uguale nei rapporti tra tutti ed unica per tutti”

“Cos’è, in realtà, il diritto civile? Qualche cosa che non è possibile nè piegare con l’influenza personale nè spezzare con la potenza nè corrompere col denaro; che se sarà, non dico distrutto, ma anche soltanto messo da parte e custodito con scarsa cura, non c’è bene che uno possa ritenere di essere sicuro o di ricevere, un domani, in eredità dal padre o di lasciare ai propri figli.”

“Aut tuo, quem ad modum dicitur, gladio aut nostro defensio tua conficiatur necesse est”
(E’ giocoforza che la tua difesa venga colpita a morte – come si suol dire – dalla tua o dalla mia spada)

“Exsilium enim non supplicium est, sed perfugium portusque supplici”
(l’esilio infatti non è una punizione, ma un porto di salvezza per scampare a una punizione)

“Tale essendo lo stato dei fatti, il vostro verdetto deve corrispondere a quel che vi suggerisce, in fatto di uomini armati, la situazione dello stato, in fatto di violenza, la confessione del nostro avversario, in fatto di giustizia, la soluzione che noi proponiamo, in fatto di diritto, lo spirito dell’interdetto.”

Orator – Cicerone

“Sed par est omnis omnia experiri, qui res magnas et magno opere expetendas concupiverunt. Quod si quem aut natura sua aut illa praestantis ingeni vis forte deficiet aut minus instructus erit magnarum artium disciplinis, teneat tamen eum cursum quem poterit; prima enim sequentem honestum est in secundis tertiisque consistere”
(E’ giusto però che chi aspira a cose grandi e altamente apprezzabili non indietreggi dinanzi a nessun ostacolo. Se poi c’è qualcuno a cui farà difetto o l’attitudine, o la forza di un vigoroso ingegno, o la cultura che proviene dalla conoscenza di importanti discipline, questi potrà fare quel cammino che gli sarà possibile: non è affatto indecoroso, per chi aspira al primo posto, fermarsi al secondo o al terzo.)

“sine philosophia non posse effici quem quaerimus eloquntem”
“che senza filosofia non si può avere quell’oratore che noi ricerchiamo)

“Quae est autem in hominibus tanta perversitas, ut inventis frugibus glande vescantur?”
(Non commetterebbero gli uomini un grosso errore, se, dopo la scoperta delle biade, volessero cibarsi di ghiande?)

“Sed in omni re difficillimum est formam exponere optimi, quod aliud aliis videtur optimum”
(In ogni cosa è estremamente difficile definire il tipo della perfezione perchè esso varia da individuo a individuo)

“Trovare quello che si deve dire e dare un giudizio intorno ad esso sono funzioni veramente importanti, come l’anima in un corpo; ma appartengono più al retto discernimento che all’eloquenza: e vi è forse una causa ove il retto discernimento sia superfluo? Pertanto il nostro oratore, che noi vogliamo perfetto sotto ogni riguardo, dovrà conoscerele fonti delle prove di fatto e delle argomentazioni logiche.”

“Quo modo autem dicatur, id est in duobus, in agendo et in eloquendo.”
(Dunque l’elocuzione comprende due cose: il gestire e il modo di parlare.)

“Il dimostrare è richiesto dalla necessità, il dilettare dal piacere, il commuovere dall’esigenza del successo: questa infatti è la cosa più importante tra tutte per vincere la causa”

“In ogni questione bisogna tenere ben presente il limite; e quantunque ogni cosa abbia la sua misura, tuttavia offende più il troppo che il troppo poco.”

“Chi non è capace di parlare con calma, con garbo, con metodo, con precisione, con chiarezza, con arguzia, specialmente quando la causa o tutt’intera o in parte deve essere trattata in quella maniera, qualora assuma fin dall’inizio un tono infiammato, senza avere prima preparato le orecchie degli ascoltatori, sembrerà un pazzo che folleggia in mezzo a dei savi, un ubriaco, per dir così, che smania tra persone sobrie.”

“Vero oratore è colui che sa trattare i temi umili con linguaggio semplice, gli elevati con linguaggio solenne, i medi con linguaggio moderato.”

“Quel famozo Zenone, da cui ebbe origine la scuola stoica, soleva mostrare con la mano la differenza che passa tra queste due arti: strette infatti le dita e formato il pugno, diceva che tale era la dialettica; distese poi le dita e allargata la mano, diceva che l’eloquenza era simile a quella palma.”

“Ecco dunque cosa resta da fare all’oratore, per quanto attiene all’arte oratoria introdurre il discorso con un preambolo, allo scopo di attirarsi la simpatia dell’ascoltatore, o di destare la sua attenzione, o di facilitare la sua disposizione ad essere informato; esporre brevemente il fatto con credibilità e chiarezza, in modo che si possa ben comprendere di che si tratti; mostrar valida la propria tesi e abbattere quella dell’avversario; far ciò con un discorso ordinato e con argomentazioni così ben legate tra loro, che la conclusione sia la logica conseguenza di ciò che si è detto, ai fini della dimostrazione dche si vuol fare; chiudere infine il discorso con una perorazione che infiammi o rassereni colui che ascolta.”

“Il perfetto oratore deve soprattutto osservare il criterio di sapersi regolare a seconda delle circostanze e delle persone.”

“Perfetto oratore sarà dunque colui che saprà adattare il discorso a ciò che richiede il decoro.”

“Se consulti la grammatica, sarà contraria; se consulti le orecchie, saranno d’accordo. Chiedi la ragione: diranno che la cosa riesce loro gradita. Il discorso deve assecondare il piacere delle orecchie.”

“In verità le mie orecchie si compiacciono di un periodo ben congegnato e completo, notano la frase monca e disapprovano le espressioni sovrabbondanti.”

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