Frasiarzianti's Blog

Le frasi più belle tratte dai libri letti

Gli zii di Sicilia – Leonardo Sciascia

“A me pareva fosse bello che anche l’avvocato Dagnino stesse a gridare contento, che urlasse “Viva la repubblica stellata” come altra volta, dal terrazzo della stazione, aveva gridato “duce, per te la vita.”

“Si – disse – ritorno, quando non ho voglia di lavorare ritorno, è bello qui quando non si lavora.”

“Sapevo che la quarantanovesima stella sarebbe stata la Sicilia, la bandiera americana ne ha quarantotto, con la Sicilia quarantanove, verso di diventare americani c’era.”

“L’America ci veste – diceva mia madre. Veramente tutto il paese era vestito di roba americana, tutto il paese viveva con i soccorsi dei parenti d’America, non c’era famiglia nel paese che non contasse su un parente in America. In un angolo della piazza era persino fiorita la bancarella di un cambiavalute, per un dollaro arrivava a pagare novecento lire, mio padre non cambiava aspettando che andasse più su.”

“Chi prima non pensa in ultimo sospira.”

“Ma se i comunisti vincessero, i soldi del popolo americano non verrebbero più in Italia.”

“A me pesa dare il voto a De Gasperi, ma che mi metto a disperdere il voto? tanto, partito d’ordine è.”

“Solo le voci dei cocchieri che incontrandosi si gridavano saluti e insulti, lo schiocco della frusta e il rotolio delle carrozze: il velo dell’alba, l’alba di una città pigra in cui l’odore di frittura che di giorno la circonda come un’aureola ancora stringe nella brezza del mattino, il velo dell’alba era sulle case di Palermo silenziose. La via Maqueda, poi il corso Vittorio Emanuele; entrammo nel porto già pieno di voci.”

“Così per Palermo girammo cinque o sei giorni, vedo il nostro gruppo per le strade di Palermo come fissato in una fotografia per troppo sole offuscata: mia zia che taglia la strada come la prora di un motoscafo, mia madre stanca e silenziosa, mio padre un pò animato da quella vacanza; e il marito di mia zia che cammina come un sonnambulo, il ragazzo sempre ingrugnato, mia cugina che cominciava a fare amicizia con me e continuamente andava facendomi confronti tra quello che vedeva e quello che c’era in America.”

“Mia zia pareva ci si divertisse, ad ogni visitatore offriva come un’istantanea del parente d’America: un gruppo familiare in florida salute s’inquadrava su uno sfondo in cui facevano spicco simbolici elementi del benessere economico di cui godeva.”

“La delusione di mia zia aveva due facce; noi parenti non eravamo morti di fame come dall’America ci immaginava; il paese non era migliorato come sperava.”

“Lupi vecchi sentono il vento da dove mena e mettono vela: sempre dritti in piedi vogliono cascare.”

“Calogero giudicò gli americani di prima informativa, gente che dava ragione al primo venuto.”

“Chiamavano zii tutti gli uomini che portavano giustizia o vendetta, l’eroe e il capomafia, l’idea di giustizia sempre splende nella decantazione di vendicativi pensieri.”

“Più indietro i miei ricordi non vanno; forse attraverso sensazioni, un profumo un sapore un motivo di canto, riesco a cogliere ricordi più lontani, ma capace di fermarli non sono”

“La spina che non ti punge  morbida come seta.”

“Pepè tacque e restò appoggiato al parapetto con gli persi che squagliavano di lacrime.
Così ancora, dopo tanti anni, lo vedo.”

“Sento rimorso per essermi sottratto all’arresto: ma la galera mi fa paura, sono vecchio e stanco. E scrivere mi pare un modo di trovare consolazione e riposo; un modo di ritrovarmi, al di fuori delle contraddizioni della vita, finalmente in un destino di verità.”

“Voglio aggiungere, in merito all’amministrazione della giustizia, che il cittadino su cui il braccio della polizia si abbatteva, aveva ben poche probabilità di poter dimostrare la propria innocenza; e se davanti al giudice ci riusciva, se il giudice (cui l’imputato era affidato per un giudizio che doveva scaturire da coscienza più che da legge) lo mandava assolto, doveva ancora e sempre fare i conti con la polizia, che a discrezione poteva trattenerlo in carcere, anche per molti anni; perciò l’arresto era temuto più della morte e così, in strofe di lamento, ne canta il popolo contadino.”

“Il paese pareva deserto, vibrava dell’affannoso suono del mare come una cassa di chitarra, di notte quel suono mi svegliava portandomi paurosi pensieri.”

“…mi ha insegnato a trar compagnia e fede dalla natura dai libri e dai miei pensieri stessi.”

“E’ questo il danno, che la Chiesa resta.”

“Datemi il vino, come Dio comanda: ché il vino è la bevanda degli angeli.”

“Leggevo tanti libri allora, negli angoli più remoti del giardino mi rifugiavo a leggere; e per la passione che avevo a leggere libri e a ripensarli, diventavo distratto e stranito; e mio padre cominciò a credere che le letture mi intossicassero, mi faceva prediche piene di sentenze e proverbi – meglio un asino vivo che un dottore morto; l’asino zoppo gode la sua via, la meglio gioventù alla Vicaria – e quest’ultimo proverbio, di conio recente, alludeva ai sentimenti di odio che in me nascevano contro il Borbone: ché la meglio gioventù siciliana di quei sentimenti viveva, e le palermitane carceri della Vicaria buona parte di quella gioventù ingoiavano.”

“I tempi impercettibilmente mutavano, allora non me ne accorgevo, ché il tempo me lo vedevo davanti come un macigno e avrei voluto spingerlo a spallate e precipitarmici dietro: ma ora, guardando al passato, vedo come il tempo, nei dieci anni dal 50 al 60, operasse a mutare il sentimento degli uomini, il volto stesso delle cose.”

“…da parte degli amici di Marsala a noi di Castro portava la notizia dell’avvenuto sbarco di Garibaldi. Già era calata la sera quando la notizia ci giunse, in piazza gridammo “viva Garibaldi, viva la libertà” raccogliemmo gente e facemmo discorsi. Sentivo di amare tutto il mondo, la gioia mi invadeva fino al pianto.”

“…avevo creduto le battaglie si facessero così come i soldati marciano per le strade, col comandante in testa: e invece una battaglia non era che confusa morte, uomini in disordine lanciati contro altri uomini che in eguale disordine resistono e poi cedono.
La sera scese gelida, fitta di stelle, sui morti di Calatafimi.”

“Vedete – continuò Nievo – questo è un popolo che conosce solo gli estremi: ci sono i siciliani come Carini, e ci sono i siciliani come… come questo barone, insomma.”

“Perché – disse Nievo – io credo nei siciliani che parlano poco, nei siciliani che non si agitano, nei siciliani che si rodono dentro e soffrono; i poveri che ci salutano con un gesto stanco, come da una lontananza di secoli; e il colonnello Carini sempre così silenzioso e lontano, impastato di malinconia e di noia ma ad ogni momento pronto all’azione: un uomo che pare non abbia molte speranze, eppure è il cuore stesso della speranza, la silenziosa fragile speranza dei siciliani migliori… una speranza, vorrei dire, che teme se stessa, che ha paura delle parole ed ha invece vicina e familiare la morte… Questo popolo ha bisogno di essere conosciuto ed amato in ciò che tace, nelle parole che nutre nel cuore e non dice…”

“Per me, ne ero certo, l’ora di salire al cielo non era ancora venuta; e se mai, meglio sarebbe stato scendere nella terra, dove umida si attacca alle barbe delle radici.”

“Credo che il vino gli avesse messo gran voglia di parlare, di confidarsi per sfogo…”

“Ora, seduti sui gradini di quella chiesa che era in tutto uguale a quella del mio paese, avvitando tra le dita sigarette sgorbie, sentivo un gran bisogno di parlare e parlare, come un ubriaco: di me del mio paese di mia moglie, e della zolfara in cui avevo lavorato, e della fuga, dalla zolfara, nel fuoco della Spagna.”

“Seduto sulla scalinata di quella chiesa, ho capito tante cose della Spagna e dell’Italia, del mondo intero e degli uomini nel mondo.”

“Credevo in Dio andavo a messa e rispettavo il fascio.”

“Io partii col cuore in pace: la zolfara mi faceva paura, al confronto la guerra in Spagna mi pareva una scampagnata.”

“E che idea andare a piantare una città capitale nel bel mezzo della Castiglia. Che in mezzo a quel deserto ci fosse una grande e bella città sembrava incredibile, era solo un allucinato pensiero, sorgeva come nell’assetato l’immagine dell’acqua che sgorga. Ma c’era, Madrid: di notte riverberava rosso nel cielo per gli incendi che i nostri aeroplani andavano ad attaccare; solo a momenti pensavo che in quella città c’erano bambini e vecchi, donne che urlavano pena, e case in cui migliaia e migliaia di persone abitavano.”

“…la campagna mi fiatava malinconia: così era quando uscivo dalla bocca della zolfara e mi veniva incontro odore di terra e di sole, e mi cresceva voglia di mettermi a fare il contadino.”

“L’amore dovrebbe invece nascere dalla serena scoperta che insieme, un uomo e una donna, stanno bene per affrontare la pena, soprattutto la pena, della vita: insieme per la vita, e nella conoscenza del dolore, e per aiutarci in questa conoscenza; e insieme nel piacere, che è un momento,m e ci lascia col nostro cuore nudo, ad intenderci meglio nel cuore.”

“Io credo nel mistero delle parole, e che le parole possano diventare vita, destino; così come diventano bellezza.”

“Tante persone studiano, fanno l’università, diventano buoni medici ingegneri avvocati, diventano funzionari deputati ministri, a queste persone io vorrei chiedere – sapete che cosa è stata la guerra di Spagna? Che cosa è stata veramente? Se non lo sapete, non capirete mai quel che sotto i vostri occhi oggi accade, non capirete mai niente del fascismo del comunismo della religione dell’uomo, niente di niente capirete mai: perché tutti gli errori e le speranze del mondo si sono concentrati in quella guerra; come una lente concentra i raggi del sole e dà il fuoco, così la Spagna di tutte le speranze e gli errori del mondo si accese: e di quel fuoco oggi crepita il mondo.”

“…e poi c’era il vino, quel momento di verità che dà il vino prima del bicchiere che ci ubriaca.”

“E’ bella la campagna in autunno, il frullo delle pernici che s’alza improvviso, la leggera nebbia da cui traspare bruna ed azzurra la terra. L’Aragona è terra di colline, la nebbia vi si impiglia, tra nebbia e sole diventano più belle; ma non che sia una terra davvero bella, che subito e a tutti appare bella: è bella in un modo particolare, bisogna esser nati in una terra come quella per riconoscerne la bellezza ed amarla.”

“Quando per mesi una guerra ristagna negli stessi luoghi, anche se il rischio si riduce alle pallottole sperse e agli scontri di pattuglie, la nausea della guerra, di quel che nella guerra c’è di veramente nauseante, te la senti in gola come quando il medico ti caccia in bocca uno strumento e ti provoca il vomito: la terra sembra andare in decomposizione, con un suo odore di uova marce e di urina; come se trincee e camminamenti l’uomo li incidesse nella carne ammalata della terra, in un putrescente tumore. In realtà, quell’odore di morte non è della terra: e dell’uomo che vi fa la sua tana, dell’uomo che torna ad essere selvatico animale e scava la sua tana; e come ogni altro selvaggio animale vi stinge il suo odore. In questo senso, credo per l’uomo non ci sia niente di più degradante della guerra di trincea: costretto a vivere nel proprio selvaggio odore, a ingoiare il cibo mentre la terra esala fiato di vomito e di feci, a bere avaramente acqua che pare raccolta goccia a goccia da uno scolo bavoso di abbeveratoio.”

“I borghesi spagnuoli, i buoni borghesi che vanno a messa, ammazzavano a migliaia i contadini per il fatto che erano contadini, soltanto per questo: e il mondo chiudeva gli occhi per non vedere; ma il primo prete che cadde sotto i colpi degli anarchici, la prima chiesa data alle fiamme, fecero balzare di orrore il mondo e segnarono il destino della Repubblica. In fondo, ammazzare un prete perché è un prete è cosa più giusta che ammazzare un contadino perché è un contadino; un prete è soldato della sua fede, un contadino è soltanto contadino. Ma il mondo non vuol saperne.”

“Una guerra civile non è stupida come una guerra fra nazioni, gli italiani in guerra contro gli inglesi o i tedeschi contro i russi, ed io zolfataro siciliano ammazzo il minatore inglese e il contadino russo spara sul contadino tedesco; una guerra civile è un fatto più logico, un uomo si mette a sparare per le persone e per le cose che ama, e per le cose che vuole, e contro le persone che odia: e nessuno sbaglia a scegliere da quale parte stare, solo quelli che si mettono a gridare pace sbagliano. E credo che Mussolini, tra tutte le sue colpe, quella di aver portato migliaia di italiani poveri a combattere contro gli spagnuoli poveri non gli sarà perdonata.”

“Gesù Cristo – diceva – nasce in una stalla come questa: vengono i furbi e intorno alla stalla mettono colonne d’oro, e un tetto d’oro sopra, fanno una chiesa; e poi a lato alla chiesa costruiscono i loro palazzi, una città fanno, la città dei furbi.”

“La guerra di Spagna mi ha insegnato a non credere ai giornalisti, è un mestiere che somiglia a quello dei sensali, una pietraia te la fanno diventare giardino e un cavallo da macello come fosse quello di Astolfo.”

“La guerra di Spagna per me era finita: la neve il vento e il sole della Spagna, i giorni della trincea e gli assalti alle trincee alle masserie ai villini, le battaglie della carretera di Francia e quelle dell’Ebro, l’angosciosa visione dei prigionieri, le donne dei fucilati, nere di vesti e con gli occhi appassiti, e quelle dei grandi alberghi e le prostitute: tutte queste cose erano finite per me.”

“La guerra mi aveva segnato di condanna nel corpo. Ma quando un uomo ha capito di essere immagine di dignità, potete anche ridurlo come un ceppo, straziarlo da ogni parte: e sarà sempre la più grande cosa di Dio. Quando truppe nuove arrivano su un fronte e vengono gettate nella battaglia, generali e giornalisti dicono “hanno avuto il loro battesimo del fuoco” una delle tante frasi solenni e stupide che è d’uso gettare sulla bestialità delle guerre: ma dalla guerra di Spagna, dal fuoco di quella guerra, a me pare di avere avuto davvero un battesimo: un segno di liberazione nel cuore; di conoscenza; di giustizia.”

“…e io venivo da un mondo in cui il cuore dell’uomo era come la pietra della montagna, e la luce mangiava la faccia dei morti: e scoprivo che l’uomo, col suo cuore vivo, per la pace del suo cuore, può legare in armonia pietra e luce, ogni cosa alzare ed ordinare al di sopra di se stesso.”

“Non riesco a capire perché il quel momento, il piacere di uccidere sia sorto in me con tanta violenza e lucidità insieme; la guerra è terribile soprattutto per questo: ché ad un momento a noi stessi ci rivela assassini, il piacere di uccidere violento come il desiderio di possedere una donna.”

“Questo della religione mi dà fastidio: che la gente vi porti la sua coscienza come una coltre sporca al lavatoio, e pulita di nuovo se la stenda sul proprio sonno.”

“E mi sentivo come un acrobata che si libra sul filo, guarda il mondo in una gioia di volo e poi lo rovescia, si rovescia, e vede sotto di sé la morte, un filo lo sospende su un vortice di teste umane e luci, il tamburo che rulla la morte.

“anche il libro è una cosa, lo si può mettere su un tavolo e guardarlo soltanto, magari per tener su un tavolino zoppo lo si può usare o per sbatterlo in testa a qualcuno: ma se lo apri e leggi diventa un mondo; e perché ogni cosa non si dovrebbe aprire e leggere ed essere un mondo?”

“Forse è di tutti i reduci scottarsi all’indifferenza degli altri e chiudersi in sé…”

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