Frasiarzianti's Blog

Le frasi più belle tratte dai libri letti

Cartongesso – Francesco Maino

“Il mio lavoro principale, il mio primo lavoro, quello ufficiale, qui a Insaponata, un lavoro non retribuito, quello per il quale mi trovo impiegato ventiquattro (24) ore su ventiquattro (24), ogni giorno, senza soste, quello che svolgo da sempre, vale a dire dal momento in cui ho raggiunto la cosiddetta capacità naturale, più o meno dai sedici (16) anni in avanti, è quello che mi vede pedissequamente impegnato nell’impedire alle salme mobili che occupano la mia vita biologica di annientarmi definitivamente colla loro biologica visione delle cose…”

“Chi l’avrebbe mai detto che dopo questa micidiale esperienza di morte avrei dovuto affrontare il ben più micidiale meccanismo della pratica forense, frequentando i peggiori inculatori del mondo moderno, le più pure carogne del mondo giurisperito?”

“La vita in venero è in offerta speciale, non verità millenaria sotto il sole, nel caigo, in barchin, la vita è offerta lancio come la more, vivi e morti non si distinguono perché non hanno più faccia, vivi e morti si includono nella lista delle cose che si devono consumare.
Vivi e morti si producono.”

“…il diritto di voto non è esattamente la democrazia, il diritto di voto è esattamente il diritto di voto; vuol dire che una mandria di cinghiali mette la crose colla matita copiativa sulla faccia del candidato pantagruele che ha la stessa faccia insaponificata dell’elettore gargantuà, la stessa famanza, lo stesso odore, stessi vestiti, uguali le scarpe a punta lucidata, morirà della stessa cirrosi epatica o dello stesso bruto mal, in poche parole parla la stessa lingua, vuole le stesse cose, a qualunque costo, lenzuola di seta, cerchioni in lega, smartphone, russarsi il culo cogli scartonzi di panoccia, mangiare lo stracotto di musso colle mani, pulirsi sulle braghe.”

“…si sa come sono gli uomini dopo l’asta del Fantacalcio: con plurimi giri di medie già bene assorbite dai tessuti periferici, giri di Averna, con tonica e limone, e una voglia matta di rapporto al culo, il culo non refrattario della morosa storica, ovviamente non connettono più, non sanno neanche di venire, di esistere.”

“All’interno, di fronte ai box, Suv con leasing in sofferenza dai vetri oscurati e cerchioni abnormi stanno parcheggiati come monumenti ai mutilati di guerra di fronte al cancello automatizzato, ai lati del giardinetto euclideo, dove non manca mai l’erbetta rasa bene idratata dalla pompetta sincronizzata, l’ulivo bonsai della grecia salentina, il mosaico veneziano, ombreon e il set di careghe da giardino sotto la pompeiana egizia.”

“…la moglie spinge per un erede, avendo oltre trent’anni (30), si è rotta di arrotondare nel week-end, vuol far la madre, santoddio, allattare full-time, pigliare il caffè con le altre madri parificate a metà mattina, e discutere di ferie, pediatri e omogeneizzati, confrontare le questioni comuni senza rotture di cojoni, cucinare, stare in casa col cinquanta (50) pollici novo de bain che propaga, a tutta parete, le notizie analgesiche sulle ricette vegetariane, aspirare la polvere dagli angoletti colla nuova aspirapolvere, pulire la vetrata della veranda, spruzzare l’argentil sul servizio da caffè, comprare le piantine grasse al mercato, portare il bociazza dall’oculista, insomma non rompersi mai più i cojoni.”

“…lo spritz è la risposta, la nuova eucaristia, 1/3 vinello bianco, amabile, 1/3 aperol ovvero campari, 1/3 selz, fettina di limone, ghiaccio, due euro, bevetene tutti, questo è il nuovo sangue arancione versato per la rimozione dei peccati, nelle trentacinque (35) basiliche-bar del centro d’Insaponata, tra la via dei Trattoristi e piassa I. Balbo, dove si trascinano nel week-end senza speranza, per fare l’aperitivo, per fare la comunione, i mostri acefali: si potrebbe dire il prodotto umano della funzione meccanica che va esaurendosi all’interno del capannone.”

“Poi rimangono i bar, la presenza dell’uomo è legata alla mescita alcolica. Dove c’è mescita c’è umanità, dove non c’è mescita non c’è nulla. Il nuovo umanesimo è l’umanesimo della mescita, il rinascimento dell’aperitivo.”

“Per quanto riguarda me, lo dicevo prima, mi devo difendere dai clienti, accettando la stupida regola aurea di ogni leguleio: il cliente è il tuo peggior nemico. I clienti ti si ritorcono contro in un secondo, prima erano amighi, compari di briscola, apostoli, gli hai fatta salva la vita per una fattura recuperata, hai ridato loro la libertà nova pur sapendo che dovevano morire impiccati al pennone del tribunale, e giurano gratitudine eterna; un momento dopo, ti pagano con l’assegno cabriolet, ti giri appena, ti piantano il corteazz sulla schiena, minacciano d’andare alla finanza per una foglia da cento presa in black, non c’è mai sosta a questa solfa, il citofono trilla in studio che è una meraviglia, già a meno un quarto alle tre, a ritmo di battaglia…”

“Vorrei dire a mia nonna che mi guarda dal cielo, perdonami nonna, io non sono per niente diventato l’avvocato del paese, come auspicavi in buona fede che diventassi, facendomi un pò la punta come solo tu sapevi fare a novant’anni. Sono uno in bilico, dalla mattina alla sera, tutti i giorni dell’anno, da dieci (10) anni, o forse da sempre, in tribunale, in questura, in studio, a letto, con o senza toga, con o senza titolo, in attesa che mi vengano a prendere alla fine della notte, sin da quando ho imboccato la strada della libera professione, una strada chiusa, un binario morto, che finisce a perpendicolo sul canale di bonifica, dove ghiacciano le rane, lavorano le nutrie e gira qualche cadavere.”

“Esco e affronto spettinato, disarmato, il mondo violento di insaponata di Piave, il mondo violento della professione dentro l’Italia schiantata, più pallido del nebbione, con mani inutili e occhi disossati, la valigetta piena di carte cancare, una bic, le marche da bollo, un codice penale, e ciò che resta delle vite della gente sciolte nei fascicoli.”

“A vent’anni devi prenderti il mondo col badile, invece! Te lo devi prendere a sprangate, coi morsi, se non lo fai, se ti fidi, a quaranta sarai sagoma di cartapesta, ammasso d’ossa contributive, e noi il mondo non ce lo siamo preso, io mi sono fidato, come voi, anche con idealità se è per questo, come un coglione, ma il mondo non è degli stolti, non appartiene all’Inps, almeno non questo mondo qui, e questo è il risultato, che fare ora?”

“Ho partecipato a udienze senza senso, ho discusso ricorsi senza senso davanti a collegi i cui giudici, il più delle volte, non capiscono un accidente di niente, poi, terminate queste cosiddette incombenze, con i quarti che mi sudano dentro i pantaloni da non-avvocato, ho ordinato al volo un bianco al banco, ai Rusteghi, e sono tornato indrìo in macchina, nella Clio surriscaldatissima, parcheggiata in una laterale di via Piave, col volante che mi cola tra le dita, duecento gradi, e un prosciuttiefunghi nello stomaco, na polpetta di piovra.”

“Far viaggi significa non aver terrore dei luoghi e dei corpi che li consumano, non temere i luoghi e, sopra ogni altra cosa, non temere le persone dentro quei luoghi consumati. Andare spinti dal vento di fiducia. Farsi strada con le pupille nuove.”

“…non mi sono iscritto alle camere civili degli avvocati di insaponata di Piave, non la faccio, la comunione, non le faccio le cene di fine anno con i colleghi della camera insaponatese, poi mi toccherebbe questionare, star lì a scornarmi, rovinandomi le corna, col collega civilista – topo di campagna meganoide, vegetariano, eppur obeso, che si occupa di cetrioli e società di intermediazione finanziaria, fattura come san Luigi, e gira colla papa-mobile, ordina una margherita alla farina di kamut senza origano e un biccer di acqua di rubinetto mentre io gli ordino sul muso una pizza con sopra un porcello affumicato, mi faccio quattro (4) medie, provo una sete estrema, ho bisogno di alzaleccarmi per non sentire i discorsi penosissimi sulla necessità della riforma della giustizia, sulla posta certificata, la firma digitale, la formazione continua, e le contribuzioni per la cassa forense, la nostra irraggiungibile pensione…”

“Poi c’è la trilogia: e il lavoro? ti sei sposato? figli? Tutte domande che suonano come affermazioni, tutte domande che auspicano sempre risposte catastrofiche, almeno così mi par di intuire. Io rispondo bene, rispondo solo e sempre bene, grazie; dico che va sempre tutto bene, che sto bene, che non potrebbe andarmi meglio, a questa gente pericolosa…”

“Non è per superbia, ma io non voglio avere nulla a che fare con i miei vicini. Solo dire buongiorno, buonasera. Non mi hanno fatto nulla di male, sia chiaro, né io a loro, semplicemente voglio non aver bisogno di chieder un dado vegetale per la minestra, o del sale grosso, o la carbonella per arrostire la selvaggina o i cefali de Piave, sul terrazzino, rischiando di incendiare il sottotetto, come fanno loro, voglio tenere le distanze, ma sono certo che, prima o poi, scopriranno che sono un avvocato, e mi coinvolgeranno, lo so.”

“Il mio quinto lavoro, quello più o meno retribuito dal punto di vista monetario, consiste nel fare l’avvocato. Io faccio l’avvocato pur sapendo, come scriveva Luigi Tenco, di non aver trovato ancora il mio posto nel mondo. Io non sono un avvocato e non voglio neppure che lo si dica troppo in giro. E’ semplicemente il mio mestiere, o meglio, ciò che ho imparato a fare dopo la laurea, io faccio l’avvocato, non sono un avvocato, faccio un lavoro per nulla intellettuale, anzi concretissimo e assai manuale, fatto per gente che ha fisico, pazienza.”

“Io sono quello con la faccia e i vestiti da non-avvocato, la camicia che esce dalle braghe, la cravatta mollata, gli occhiali pieni di ditate e puntini d’unto di piadina, gli occhi sfitti, i capelli spettinati, un pò lunghi, la barba rada, un pò bianca sulla punta del mento, non ci si può sbagliare.”

“io mi devo convincere che non ci son parapetti dai quali sporgersi a mirar mare spumante, e prue che tagliano marosi, e delfini che fanno le capriole all’apice dell’onda, ma solo e sempre queste pareti bianche di cartongesso.”

“Noi ci siamo estinti, come umanisti, e non lo comprendiamo. E’ estinta la funzione che abbiamo sempre difeso. E’ estinta la nostra vita professionale. La toga è un’icona del passato, puro simbolismo, o folklore pacchiano. Nulla di più ridicolo.”

“Mi porto i dadi a casa, ma non serve a niente, tiro i dadi ma non serve. Allora li faccio tirare al cliente, mi lavo le mani. Se avessi ragione in diritto, a rigore, perderei; le cause temerarie non le faccio, tanto vale tirar dadi e sperare.”

“I praticanti-avvocati-servi sono i minatori autentici, senza alcuna tutela, senza uno straccio di obolo, senza niente di niente, solo fare la pratica, terminarla senza intoppi, a testa bassa, e sperare di oltrepassare la barriera fessa degli esami di stato, trittico di scritti alla fiera di Patavia, orali a palazzo Grimani, per poi iniziare tutto daccapo alla caccia di clienti da rapinare in proprio; rapina non è la parola giusta, ma in questo momento non mi viene in mente nulla di più appropriato per rendere l’idea che voglio esattamente rendere.”

“La carta che aveva ricevuto era semplicemente la garanzia che offre la democrazia statale al cittadino, ogni cittadino senza distinzione, allorquando si radichi nei suoi confronti un procedimento penale. Questo cittadino cessa di essere un uomo normale e diventa l’indagato. A chi non tiene paura manco di Dio, la cosa non fa nè caldo nè freddo, per chi invece in vita propria teme di andar in galera anche per il divieto di sosta del furgone ovviamente le cose cambiano.”

“…si sa che il collaboratori dello studio, di tutti gli studi legali del mondo, sono quasi sempre degli infedeli potenziali, quasi sempre inclini a cjavare il nero dal cassetto del capo, quasi sempre propensi a distrarre i clienti dello studio, insomma la segretaria è minaccia continua, per gli ovvi motivi che non si sta qui a dire, oltre al terrificante rischio di gravidanza sempre incombente.”

“Non ho molta fiducia nei giudici, io, non riesco a scommettere un cent su gente che nasce con un testone pazzesco, passa un esame mostruoso e pazzesco, l’esame di magistratura, sceglie la propria condanna, la propria punizione irretrattabile: vivere tutta la vita scrivendo sentenze, un lavoro inuma no e aberrante. Piano piano questi giudicanti perdono il senso della realtà, fanno domande da fessi col tono stizzito dei maestrini, sembra che vivano su Marte o su altra dimensione extraterrestre, riempiono pagine e pagine di uso-bollo, citando massime di cassazioni fatte per essere smentite cinque secondi dopo la pubblicazione.”

“Per paura o per indolenza patologica nella vita non sono decollato, non ho elevato, pur prendendo rincorse lunghissime su ottime rampe venete, avendo mille buoni propositi, buoni talenti; oppure per una combinazione micidiale di questi due fattori, paura e indolenza, che hanno agito sulla mia psiche sempre con scrupolo e determinazione onnivori.”

“Ho fatto l’assicurazione professionale e mi sento tranquillo: se sbaglio e un figlio di troia vorrà farmi causa, e di sicuro succederà, con un atto di citazione che si sarà fatto preparare dal peggior leguleio panteganesco di Insaponata, ebbene io non muoverò un dito, non mi curerò di niente, lascerò che sia, assaggerò un pezzo di montasio avvelenato.”

“Oggi penso che queste persone mi abbiano imprigionato dentro i loro ambienti mentali di cartongesso. Hanno fatto di me un complice debole. Ecco quello che hanno fatto di me: un complice debole.”

“Altri esempi di cose semplici che imparo in ritardo: contattare la cassa forense col codice privato, il mio pin, il mio puk, le infinite password, per pagare i contributi della cassa forense, garantire la pensione ai colleghi che non muoiono mai, che non moriranno mai, penso, che quando muoiono resuscitano come Lazzaro, e ritornano a fare gli avvocati più cancheri di prima, la cui vita media è incredibilmente più lunga della vita media di qualunque altro lavoratore terrestre, che non si ammalano mai, non si ammaleranno mai, e quando si ammalano di malattie croniche che dovrebbero portare a morte certa, guariscono miracolosamente, io non posso ammalarmi, diceva fiero, tronfio e allucinato Coledan, sfidando la morte, la sorte, io non ho il tempo di ammalarmi, io muoio di professione, invece, i topitoga non muoiono, son drogati di professione, la droga connessa al titolo.”

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