Frasiarzianti's Blog

Le frasi più belle tratte dai libri letti

Il ristorante dell’amore ritrovato – Ito Ogawa

“Quella sera, rientrando a casa dopo la giornata di lavoro al ristorante turco, trovai l’appartamento completamente vuoto.”

“La cucina era piccola, con le pareti rivestite di piastrelle, ma non avrei barattato con nient’altro al mondo la felicità che provavo davanti ai fornelli, al tramonto, avvolta dalla luce arancione del sole calante, quando potevo dedicarmi con cura alla cena dopo il turno di mattina al lavoro.”

“Ero andata a stare dalla nonna, la madre di mia madre. Quando rincasavo, salutandola ad alta voce mentre aprivo con gran fracasso la malandata porta scorrevole della sua casetta, la trovavo immancabilmente in cucina davanti ai fornelli, sorridente e pronta ad accogliermi.”

“Non ricordo di preciso quando, ma avevo deciso che un giorno sarei diventata una cuoca professionista. Cucinare, nella mia vita, era come un fuggevole arcobaleno che affiorava nella penombra.”

“Il motivo per cui cercavo di limitare al massimo le spese, vivendo dello stretto necessario, era uno solo: accumulare il capitale sufficiente per aprire, un giorno, un ristorante insieme al mio fidanzato.”

“La sola vista della nonna in cucina, avvolta in quell’aura tutta sua di luminosa santità, mi rendeva serena. Mi bastava essere lì ad aiutarla per avere la chiara sensazione di partecipare a qualcosa di sacro e solenne.”

“Gestire un ristorante tutto mio era il sogno più grande che avessi mai avuto.”

“Era senza dubbio un lavoro molto faticoso, ma fare il pane con le mie mani era una delle cose che amavo di più e perciò non mi costava tanto. Oltretutto mi aiutava a scandire meglio il ritmo delle mie giornate.”

“Sognavo che il mio ristorante potesse suscitare nelle persone una sensazione al tempo stesso di meraviglia e d’intimità, come se fosse uno di quei posti che si è sicuri di aver già visto ma in cui non si è mai messo piede: qualcosa di simile a una caverna segreta, dove ognuno potesse provare sollievo e addirittura ritrovare il proprio sè. Per questo doveva avere un aspetto dolce e grazioso.”

“Secondo il mio punto di vista, una cucina doveva essere anzitutto pulita, luminosa e comoda. Tutto il resto veniva dopo.”

“Quando rientrai in casa, a tarda sera, m’infilai nel futon e presi a riflettere sulla questione del nome. E fu precisamente a mezzanotte, mentre ascoltavo il richiamo di zio Gufo, che mi venne in mente Il Lumachino”.

“Io e il mio ristorantino eravamo già un’anima e un corpo. Una volta entrata nel guscio non ne sarei più uscita, perché quello era per me l’unico luogo dove vivere in pace.”

“Non ci sono limiti alla comunicazione: basta molto poco per comprendersi l’un l’altro.”

“Sarebbe stato assolutamente vietato fumare, dato che il fumo influisce sul sapore del cibo. E poi niente musica, perché volevo che i clienti ascoltassero i suoni della cucina e le voci degli uccelli e degli animali del bosco.”

“Il senso d’impotenza che nasce dentro quando la persona che si ama annuncia che è finita non può essere compensato da alcunché, nè tanto meno può essere rimosso a piacimento.”

“Con le mani appena lavate, tastai con estremo garbo quei prodotti della natura, avvicinandoli uno a uno al viso, e parlandoci a occhi chiusi, come fossero piccole creature appena nate. Senza che nessuno me l’avesse mai insegnato, eseguivo sempre questo rituale prima di iniziare a cucinare. Ascoltavo la voce degli ingredienti, con il naso e con le guance. Sentivo, annusavo, mi accertavo della loro condizione e domandavo come preferissero essere cucinati. E loro, puntualmente, mi rispondevano e mi suggerivano il modo più appropriato. Forse era solo frutto della mia immaginazione, ma quelle voci flebili e gentili le udivo per davvero.”

“Mi limitai ad assentire remissivamente, senza replicare: nessuno ha il diritto di infrangere i sogni altrui.”

“Così, dopo essermi spremuta a lungo le meningi, avevo optato per una soluzione più audace: dare chiara espressione ai sentimenti e alle emozioni attraverso il cibo, preparando piatti dal gusto armonioso e al tempo stesso forte e stimolante.”

“Cucinare mi dava una gioia incontenibile e le mie cellule erano un unico vortice di pura estasi. Ero felice come non mai, perché potevo cucinare per gli altri.”

“In quel momento la curiosità di cui ero preda era più forte di tutto il resto, tanto fa farmi abbandonare ogni riserbo e da avvicinare il bicchiere alle labbra. Vi chiedo scusa, sussurrai tra me e me, dopo di che assaporai il primo goccio di quel preziosissimo vino rosato. A ogni sorso sentivo un prato fiorito crescermi dentro, via via più immenso. Non avevo idea di come potesse essere il paradiso, né mi ero mai sforzata di immaginarmelo, ma se alle sue porte mi avessero fatto bere anche un solo sorso di Cristal Rosè, ci sarei entrata di corsa e non ne sarei più uscita.”

“Cucinare quando si è arrabbiati, tristi e di cattivo umore – mi diceva sempre la nonna – è molto rischioso, perché il nostro stato d’animo infelice trasparirà di certo nel gusto e nella disposizione del cibo nei piatti. Quando si prepara da mangiare, bisogna pensare a qualcosa di bello e stare davanti ai fornelli con gioia e serenità.”

“Avevo ormai imparato che al mondo esistevano cose impossibili da affrontare solo con le proprie forze. Ciò che siamo in grado di determinare grazie ai nostri semplici desideri, pensavo, è niente se paragonato a quanto invece continua ad accadere indipendentemente dalla nostra volontà, come un fiume sconfinato che scorre inarrestabile per volere di qualcuno o di qualcosa molto più grande di noi.”

“A Okinawa dicono che del maiale si può mangiare ogni cosa, eccezione fatta per le grida lanciate in punto di morte.”

“Una volta, almeno una sola volta, avrei voluto sentire le sue braccia stringermi forte. Avevo esitato, mi era mancato il coraggio, e avevo perduto in eterno quell’unica occasione.”

“Ogni sera, a tarda ora, mi ritornava in mente quella notte… La notte in cui mia madre, alla vigilia delle nozze, aveva chiesto di ascoltare la mia voce. Provavo un rimorso dilaniante al pensiero di non essere stata in grado di accontentarla. Un rimorso che faceva più male della tristezza provocata dalla sua morte, tanto era grande e profondo. Perchè non ero riuscita a dirle nulla, sebbene mi avesse implorata? Perchè? Perchè? Perchè?”

“Distesi una tovaglia di lino bianca, nuova e ben inamidata sulla tavola, e stappai la bottiglia di Amarone che avevo tenuto a lungo da parte, in attesa di un’occasione speciale. Versai quindi adagio, in un grosso calice panciuto, quel prezioso vino rosso. Era scuro e intenso come il sangue, e in controluce brillava come un rubino d’inestimabile valore. Chiusi gli occhi e m’inebriai del suo dolce e sublime profumo.”

“Si, non smetterò mai di cucinare pietanze che possano regalare anche un solo pizzico di felicità alle persone. E voglio farlo qui, per sempre, nella cucina del mio ristorante.”

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