Frasiarzianti's Blog

Le frasi più belle tratte dai libri letti

Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino – Christiane Felscherinow

“Era di un eccitante pazzesco. Mia madre fece bagagli, valigie e casse per giorni interi. Io capii che per noi sarebbe cominciata una nuova vita.

“Sapevo che presto saremmo andati lontano, in una grande città che si chiamava Berlino.”

“Al paese i più grandi avevano sempre giocato con i piccoli, e ci sorvegliavano anche. I bambini del nostro stabile mi dissero subito: Cosa vuoi tu qui? – Poi mi presero la bicicletta. Quando la riebbi indietro aveva una ruota a terra e un parafango piegato.”

“Gropiusstadt: casermoni per quarantacinquemila persone, con in mezzo prati e centri commerciali. Da lontano tutto nuovo e ben curato. Ma quando si stava in mezzo ai casermoni si sentiva dappertutto puzza di piscio e di cacca.”

“Giocavamo più l’uno contro l’altro che l’uno con l’altro. In realtà si trattava sempre di far arrabbiare gli altri in qualche modo. Tutto il gioco consisteva nel portarli allo sfinimento e di sfruttarne per se stessi i vantaggi: acquistare potere e soprattutto dimostrare potere.
E i più deboli beccavano più botte di tutti.”

“Al paese noi bambini avevamo rispetto per gli adulti…Ma lì era tutto diverso.”

“La sera chiedevo sempre a mio padre tutta dolce se per caso lui sarebbe uscito. Usciva abbastanza spesso e allora noi tre donne finalmente tiravamo un sospiro di sollievo. Queste serate erano meravigliosamente pacifiche. Ma quando lui poi tornava a casa la notte poteva risuccedere il casino.”

“Naturalmente all’età di sei-otto anni non capivo un accidente. Mio padre mi confermava semplicemente le regole di vita che già avevo imparato per strada e per scuola: darle o prenderle.”

“Imparai il gioco a poco a poco: esercitare il potere sugli altri o essere schiacciata.

“Avevo imparato come ci si afferma a Berlino: sempre a muso duro. Preferibilmente il più duro di tutti. Allora puoi fare il capo.”

“Potevamo dunque stare solo nello spazio giochi. Ogni paio di casermoni ce n’era uno. Era fatto di sabbia strapisciata e di un paio di attrezzi per arrampicarsi, rotti.”

“Così si imparava in maniera del tutto automatica che tutto quello che è permesso è terribilmente insulso e che tutto quello che è vietato è molto divertente.”

“Mio padre mi guardò come un pazzo. Capii che adesso avrebbe dato di matto. Si mise a gridare e subito a battermi. Mi picchiava e io ero imprigionata nel mio letto e non ne venivo fuori. Non mi aveva mai picchiata così e io pensai: adesso mi ammazza. Quando si gettò a picchiare anche mia sorella ebbi due secondi di aria e tentai istintivamente di raggiungere la finestra. Pensai che sarei saltata dall’undicesimo piano.”

“Mi resi conto presto quale era la musica che loro trovavano forte e anch’io subito dopo stavo appresso a quella musica: David Bowie e roba così.”

“La situazione era simile per tutti: di merda a casa e sul lavoro.”

“Io ancora non mi sentivo come tutti gli altri. Per esserlo, pensavo, ero ancora troppo giovane. Ma gli altri erano i miei modelli. Volevo essere possibilmente come loro, o diventare come loro. Da loro volevo imparare perchè pensavo che sapevano quale era la maniera liscia di vivere e non di farsi toccare da tutti gli stronzi e da tutta la merda. Comunque dai miei genitori e dagli insegnanti non mi facevo più dire niente. Per me il gruppo ora era tutto quello che c’era di importante nella mia vita.”

“Le facce della gente nella metropolitana erano delle maschere spaventose. Cioè: questi piccolo borghesi erano come sempre. Solo che ora nelle loro facce si vedeva ancora più chiaramente che razza di disgustosi piccolo borghesi fossero. Mi immaginavo che loro adesso venivano da qualche osteria di merda o da qualche luogo di lavoro di merda. Poi queste facce da maiali andavano a letto, poi di nuovo al lavoro e poi guardavano la televisione. Pensai: puoi essere felice di essere diversa, e di avere il tuo gruppo. Puoi essere felice del fatto che adesso sei in acido, hai la capacità di realizzare e vedi che razza di piccolo borghesi ci stanno nella metropolitana.”

“Mia madre naturalmente era ancora sveglia. Ci fu il solito bla bla. Dove ero stata. Così non si poteva andare avanti. Assolutamente. Mia madre mi appariva terribilmente ridicola. Grossa e grassa nella sua camicia da notte bianca, la faccia sconvolta dalla rabbia. Come i piccolo borghesi nella metropolitana. Non dissi una parola. Comunque con lei non ci parlavo più. In ogni caso parlavo solo delle cose di maggiore necessità e di minore interesse. Non volevo da lei nè tenerezza nè contatto. Mi ero fatto l’idea – per lo meno così avevo pensato qualche volta – che non avevo più bisogno nè di una madre nè di una famiglia.”

“Nessuno aiutava l’altro, ognuno voleva essere il migliore.”

“Mia madre mi fece subito un paio dei soliti rimproveri. io aspettavo delle domande. lei era di nuovo stressata in questa domenica mattina. La casa, il mangiare, i casini con Klaus. Non voleva caricarsi di altre arrabbiature nel momento in cui cominciò la solita lunga tiritera. Forse non voleva affatto sapere come stavano esattamente le cose.”

“Noi non parlavamo mai del futuro.”

“Io ero semplicemente un passo più avanti di loro. Che fosse un passo verso la merda totale allora non lo sapevo.”

“Andammo in un locale che era già aperto della stazione della metropolitana, fermata Zoo, il Bahnhof Zoo. Mi colpì subito lo squallore. Era la prima volta che ero al Bahnhof Zoo. Era una stazione enormemente squallida. C’erano barboni buttati nel loro vomito e ubriachi dappertutto.
Che ne sapevo che entro un paio di mesi avrei passato qui tutti i pomeriggi?”

“In effetti non sentivo più l’esigenza di raccontare di me a mia madre.”

“L’eroina entrò come una bomba”

“Senza droghe il Sound era squallido. Non succedeva più niente. Fino a quella mattina in cui andai alla metropolitana e vidi che dovunque si stavano attaccando dei manifesti. Erano manifesti pazzescamente pop. Sopra c’era scritto: David Bowie viene a Berlino. – Non riuscivo a capacitarmi. David Bowie era il nostro idolo solitario, il più stupendo di tutti. La sua musica era la migliore. Tutti volevano assomigliare a lui. E finalmente veniva a Berlino.”

“Quando David Bowie cominciò era tutto eccitante quasi come me lo ero immaginato. Era pazzesco. Ma quando arrivò al pezzo -It is too late -, è troppo tardi, andai giù di un colpo.”

“Non avevo progetti, ma solo sogni.”

“Senza rifletterci sopra gran che mi ero già scissa in due persone radicalmente diverse. Scrivevo lettere a me stessa. Christiane scriveva lettere a Vera. Vera è il mio secondo nome. Christiane era la quattordicenne che voleva andare dalla nonna, in qualche modo era la buona; Vera era la bucomane. E le due litigavano ore per lettera.”

“Quando fui di nuovo fuori dalla macchina mi calmai completamente. Feci una specie di bilancio: questo è il tuo secondo uomo. Hai quattordici anni. Meno di quattro settimane fa sei stata sverginata. E adesso vai a battere.”

“Tutto è ormai proprio senza via d’uscita.”

“Ognuna voleva solo parlare di sè per ore intere e nessuno voleva ascoltare l’altra per due minuti.”

“Tutto era diventato nuovamente completamente realistico, e cioè completamente senza speranza.”

“Per una settimana andai ogni giorno al consultorio. Lì finalmente potevo parlare. Era la prima volta che arrivavo in un posto e mi si faceva parlare. Fino a quel momento mi avevano sempre chiuso il becco.”

“Prima di Natale andammo ad Amburgo, per fare compere di natale. Ci buttammo negli acquisti fin dalla mattina presto. Infilati dentro ai grandi magazzini. Era l’orrore totale. Pigiati per ore in mezzo a questa massa miserabile di piccolo borghesi che arraffavano tutto e stavano col naso infilato nei loro portafogli rigonfi.”

“Ma ammazzarsi di lavoro per un appartamento, per un nuovo divano, come aveva fatto mia madre. questo non esisteva. Questi erano stati gli ideali sorpassati dei nostri genitori: vivere per poter tirare su dei soldi.”

“Quando a scuola parlammo del nazionalsocialismo ebbi dei sentimenti molto contrastanti. Da una parte mi si rivoltava lo stomaco quando pensavo alle orribili brutalità di cui sono capaci gli uomini. D’altra parte trovavo giusto che prima c’era qualcosa cui gli uomini credevano. Capitò che una volta durante le lezioni dissi: In un certo senso sarei stata volentieri giovane nel periodo nazista. Allora i giovani avevano un’idea di come stavano le cose e avevano ideali. Credo che per un giovane è meglio avere falsi ideali che non averne nessuno.”

“Davanti a quello specchio mollavano completamente il loro io. Diventavano solo la maschera di se stesse, una maschera che doveva piacere ai tizi con la moto superfantastica.”

“Leggevo moltissimo. Il Werther di Goethe e il Wether dello scrittore della Germania orientale Plendzdorf. Herman Hesse e soprattutto Erich Fromm. Il libro di Fromm L’arte di amare diventò la mia Bibbia. Imparai a memoria pagine intere. Semplicemente per il fatto che sentivo il bisogno di rileggerle continuamente. Ricopiai anche dei passaggi del libro e li appesi sul mio letto.”

“Una volta ho chiesto stupidamente perchè tutto quello che facevamo non potevamo farlo anche senza stravolgerci. E quelli mi hanno detto che era proprio una domanda cretina. Come ci si potrebbe altrimenti liberare di tutta la merda che uno vive durante il giorno?”

“L’unica strada che c’è per arrivare alla cava la vogliamo chiudere.
Non avremmo comunque più alcuna voglia di ritornare su.”

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