Frasiarzianti's Blog

Le frasi più belle tratte dai libri letti

La tregua – Primo Levi

“La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945.”

“Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che esista, che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa.”

“…i segni dell’offesa sarebbero rimasti in noi per sempre, e nei ricordi di chi vi ha assistito…”

“Mentre il lento passo dei cavalli di Yankel mi trascinava verso la lontanissima libertà, sfilarono per l’ultima volta sotto i miei occhi le baracche dove avevo sofferto e mi ero maturato, la piazza dell’appello su cui ancora si ergevano, fianco a fianco, la forza e un gigantesco albero di natale, e la porta della schiavitù, su cui, vane ormai, ancora si leggevano le tre parole della derisione: Arbecht Macht Frei”

“…dove si vede quanto poco soccorrano le idee generali alla comprensione dei casi singoli.”

“Chi non ha scarpe è uno sciocco.”

“Quando c’è la guerra, a due cose bisogna pensare prima di tutto: in primo luogo alle scarpe, in secondo alla roba da mangiare; e non viceversa, come ritiene il volgo: perchè chi ha le scarpe può andare in giro a trovar da mangiare, mentre non vale l’inverso. – Ma la guerra è finita, – obiettai: e la pensavo finita, come molti in quei mesi di tregua, in un senso molto più universale di quanto si osi pensare oggi.
– Guerra è sempre – rispose memorabilmente Mordo Nahum.”

“Qualcosa del genere avevo sognato, tutti avevamo sognato, nelle notti di Auschwitz: di parlare e di non essere ascoltati, di ritrovare la libertà e di restare soli.”

“E tuttavia, sotto le apparenze sciatte ed anarchiche, era agevole ravvisare in loro, in ciascuno di quei visi rudi ed aperti, i buoni soldati dell’Armata Rossa, gli uomini valenti della Russia vecchia e nuova, miti in pace e atroci in guerra, forti di una disciplina interiore nata dalla concordia, dall’amore reciproco e dall’amore di patria; una disciplina più forte, appunto perchè interiore, della disciplina meccanica e servile dei tedeschi.”

“…pur essendo un individuo di qualità intellettuali e morali piuttosto povere, possedeva in misura assai spiccata la virtù che, sotto ogni cielo, è la più necessaria per la conquista del potere, e cioè l’amore per il potere medesimo.”

“Fra le cose che avevo imparato in Auschwitz, una delle più importanti era che bisogna sempre evitare di essere “qualunque””.

“L’Unione Sovietica è un gigantesco pacese, e alberga nel suo cuore fermenti giganteschi: fra questi, una omerica capacità di gioia e di abbandono, una vitalità primordiale, un talento pagano, incontaminato, per le manifestazioni, le agre, le baldorie corali.”

“…tutti in balia della indecifrabile burocrazia sovietica, oscura e gigantesca potenza, non malevola verso di noi, ma sospettosa, negligente, insipiente, contraddittoria, e negli effetti cieca come una forza della natura.”

“Un mattino, con velocità misteriosa e fulminea, si propagò tra noi la notizia che avremmo dovuto lasciare Sluzsk, a piedi, per essere sistemati a Staryje Doroghi, a settanta chilometri di distanza, in un campo di soli italiani. I tedeschi, in analoghe circostanze, avrebbero cosparso i muri di manifesti bilingui, nitidamente stampati, con specificata l’ora della partenza, l’equipaggiamento prescritto, la tabella di marcia, e la pena di morte per i renitenti. i russi invece lasciarono che l’ordinanza si propagasse da sè, e che la marcia di trasferimento si organizzasse da se.”

“La nostalgia è una sofferenza fragile e gentile, essenzialmente diversa, più intima, più umana delle altre pene che avevamo sostenuto fino a quel tempo: percosse, freddo, fame, terrore, destituzione, malattia. E’ un dolore limpido e pulito, ma urgente: pervade tutti i minuti della giornata, non concede altri pensieri, e spinge alle evasioni.”

“Era ancora troppo recente in noi la memoria della fame di Auschwitz, e si era mutata in un violento stimolo mentale, che ci obbligava a riempirci lo stomaco a oltranza e ci vietava imperiosamente di rinunciare a qualsiasi occasione di mangiare.”

“I russi sono fatti di bronzo, lo avevamo visto in più occasioni.”

“Passammo il resto della notte cantando e ballando, raccontandoci a vicenda le avventure passate, e ricordando i compagni perduti: poichè non è dato all’uomo di godere di gioie incontaminate.”

“Questo messaggero celeste, che viaggiava da solo in mezzo al fango su di una utilitaria sgretolata e vetusta, era il maresciallo Timosenko in persona, Semjon Konstantinovic Timosenko, l’eroe della rivoluzione bolscevica, della Carelia e di Stalingrado.”

“Ci guardammo a vicenda, quasi smarriti. Avevamo resistito, dopo tutto: avevamo vinto. Dopo l’anno di Lager, di pena e di pazienza; dopo l’ondata di morte seguita alla liberazione; dopo il gelo e la fame e il disprezzo e la fiera compagnia del greco; dopo le malattie e la miseria di Katowice; dopo i trasferimenti insensati, per cui ci eravamo sentiti dannati a gravitare in eterno attraverso gli spazi russi, come inutili astri spenti; dopo l’ozio e la nostalgia acerba di Staryje Doroghi, eravamo in risalita, dunque, in viaggio all’in su, in cammino verso casa.”

“E’ antica osservazione che in ogni gruppo umano esiste una vittima predestinata.”

“Risalimmo sui vagoni col cuore gonfio. Non avevamo provato alcuna gioia nel vedere Vienna sfatta e i tedeschi piegati: anzi, pena; non compassione, ma una pena più ampia, che si confondeva con la nostra stessa miseria, con la sensazione, greve, incombente, di un male irreparabile e definitivo, presente ovunque, annidato come una cancrena nei visceri dell’Europa e del mondo, seme di danno futuro.”

“Ci sembrava di avere qualcosa da dire, enormi cose da dire, ad ogni singolo tedesco, e che ogni tedesco avesse da dirne a noi: sentivamo l’urgenza di tirare le somme, di domandare, spiegare e commentare. come i giocatori di scacchi al termine della partita.”

“Giunsi a Torino il 19 di ottobre, dopo trentacinque giorni di viaggio: la casa era in piedi, tutti i familiari vivi, nessuno mi aspettava.”

“Ma solo dopo molti mesi svanì in me l’abitudine di camminare con lo sguardo fisso al suolo, come per cercarvi qualcosa da mangiare o da intascare presto e vendere per pane.”

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