Frasiarzianti's Blog

Le frasi più belle tratte dai libri letti

Il condominio – James Graham Ballard

“Era trascorso qualche tempo e, seduto sul balcone a mangiare il cane, il dottor Robert Laing rifletteva sui singolari avvenimenti verificatisi in quell’immenso condominio nei tre mesi precedenti.”

“A paragone con la quieta e sgombra geometria dell’auditorium e degli studi televisivi sotto di lui, l’orizzonte sfilacciato della città assomigliava all’encefalogramma di una crisi mentale irrisolta.”

“I duemila inquilini formavano una collezione sostanzialmente omogenea di ricchi professionisti: avvocati, medici, fiscalisti, docenti universitari e pubblicitari, insieme a un piccolo gruppo di piloti d’aereo, tecnici cinematografici e terzetti di hostess che si dividevano l’appartamento.”

“Il grattacielo era un’immensa macchina progettata per servire non la collettività degli inquilini, ma il residente individuale e isolato.”

“…poco sotto la schiuma del pettegolezzo professionale si stendeva una dura cappa di rivalità personali.”

“Per quanto di malavoglia, doveva ormai riconoscere qualcosa che aveva sempre cercato di reprimere dentro di sé: che i sei mesi precedenti erano stati un periodo di litigi continui fra i suoi vicini, di scontri volgari per gli ascensori difettosi e l’aria condizionata mal funzionante, per gli inspiegabili guasti elettrici, per il rumore e le contese sugli spazi di parcheggio; in breve, riguardo alla moltitudine di piccoli difetti che gli architetti sarebbero stati specificamente tenuti a eliminare da appartamenti tanto cari.”

“Laing non cessò mai di pensare al suo condominio, un vaso di Pandora i cui mille coperchi si stavano aprendo, a uno a uno, verso l’interno.”

“Il grattacielo aveva creato una nuova tipologia sociale, una personalità fredda e antiemozionale, insensibile alle pressioni psicologiche della vita di condominio, con esigenze minimali in fatto di privacy e capace di prosperare, come una macchina di nuova generazione, nell’atmosfera neutra.”

“Erano le prime persone che riuscivano a dominare il nuovo modello di vita di fine secolo. Prosperavano proprio sul rapido coinvolgimento con gli altri, sulla totale autosufficienza di una vita che, non avendo bisogno di nulla, non poteva patire delusioni.”

“Di fatto il grattacielo si era già diviso nei tre gruppi sociali classici, la classe inferiore, la classe media, la classe superiore.”

“In un certo senso, erano le avanguardie degli agiati e colti proletari del futuro, inscatolati in quegli appartamenti carissimi con i loro arredamenti eleganti, le loro intelligenti sensibilità e nessuna possibilità di fuga.”

“La corretta tenuta da combattimento era: gessato da finanziere, ventiquattrore e Homburg.”

“Stavano invece entrando in una nuova era, quella dell’assenza di ogni struttura sociale.”

“Ogni nuovo episodio li avvicinava alla meta finale a cui tutto il grattacielo puntava, la costituzione di un regno in cui i loro impulsi più devianti fossero finalmente liberi di manifestarsi, in qualsiasi modo. A quel punto la violenza fisica sarebbe finalmente cessata.”

“C’è una sola regola nella vita – mormorò a se stesso – Finchè senti il profumo dell’aglio, va tutto bene.”

“Laing guardò il grattacielo vicino, a quattrocento metri di distanza. C’era un temporaneo guasto all’impianto elettrico e al settimo piano tutte le luci erano spente. Già si vedevano i raggi luminosi delle torce elettriche che scrutavano il buio, e gli inquilini facevano i primi, confusi tentativi di capire dove si trovavano. Laing li guardava soddisfatto, pronto a dargli il benvenuto nel loro nuovo mondo.”

Il giardino dei Finzi-Contini – Giorgio Bassani

“Da molti anni desideravo scrivere dei Finzi-Contini – di Micòl e di Alberto, del professor Ermanno e della signora Olga -, e di quanti altri abitavano o come me frequentavano la casa di corso Ercole I d’Este, a Ferrara, poco prima che scoppiasse l’ultima guerra. Ma l’impulso, la spinta a farlo veramente, li ebbi soltanto un anno fa, una domenica d’aprile del 1957.”

“Il futuro avrebbe stravolto il mondo a suo piacere.”

“Gli anni parevano belli, floridi: tutto invitava a sperare, a osare liberamente.”

“Chissà come nasce e perché una vocazione alla solitudine.”

“Qualsiasi punizione sarebbe stata preferibile al rimprovero che mi fosse venuto dai suoi muti, terribili occhi celesti…”

“Quanti anni sono passati da quel remoto pomeriggio di giugno? Più di trenta. Eppure, se chiudo gli occhi, Micòl Finzi-Contini sta ancora là, affacciata al muro di cinta del suo giardino, che mi guarda e mi parla.”

“Non accennò a niente altro che al puro piacere di rivedersi dopo tanto tempo, e di godere assieme, in barba a tutti i divieti, quanto di bello restava da godere della stagione.”

“Passò rapida tra me e lui l’occhiata di ebraica connivenza che, mezzo ansioso e mezzo disgustato, già prevedevo.”

“Anche le cose muoiono, caro mio. E dunque, se anche loro devono morire, tant’è, meglio lasciarle andare. C’è molto più stile, oltre tutto, ti sembra?”

“Oh, l’inverno 38-39! Ricordo quei lunghi mesi immobili, come sospesi al di sopra del tempo e della disperazione, e ancora adesso, a più di vent’anni di distanza, le quattro pareti dello studio di Alberto Finzi-Contini tornano ad essere per me il vizio, la droga tanto necessaria, quanto inconsapevole di ogni giorno d’allora…”

“…quella specie di pigra brace che è tante volte il cuore dei giovani.”

“La realtà è che il tennis – sentenziò con straordinaria enfasi – oltre che uno sport è anche un’arte, e siccome ogni forma d’arte esige un certo talento particolare, chi ne risulti privo rimarrà sempre una scarpa, vita natural durante.”

“Dopo tutto gli oggetti non sono che oggetti – esclamò – Perchè farsene schiavi.”

“Nella vita, se uno vuol capire, capire sul serio come stanno le cose di questo mondo, deve morire almeno una volta.”

“Com’era bello di notte il Barchetto del Duca – pensavo . con quanta dolcezza la luna lo illuminava! Fra quelle ombre di latte, in quel mare d’argento, io non cercavo niente.”

“Certo è che quasi presaga della prossima fine, sua e di tutti i suoi, Micòl ripeteva di continuo anche a Malnate che a lei del suo futuro democratico e sociale non gliene importava un fico, che il futuro, in sè, lei lo aborriva, ad esso preferendo di gran lunga le vierge, le vivace et le bel aujourd’hiu, e il passato, ancora di più, il caro, il dolce, il pio passato.”

Il cacciatore di aquiloni – Khaled Hosseini

“Sono diventato la persona che sono oggi all’età di dodici anni, in una gelida giornata invernale del 1975. Ricordo il momento preciso: ero accovacciato dietro un muro di argilla mezzo diroccato e sbirciavo di nascosto nel vicolo lungo il torrente ghiacciato. E’ stato tanto tempo fa. Ma non è vero, come dicono molti, che si può seppellire il passato. Il passato si aggrappa con i suoi artigli al presente.”

“Improvvisamente sentii la voce di Hassan che mi sussurrava: Per te qualsiasi cosa. Hassan, il cacciatore di aquiloni.”

“Il problema era che mio padre vedeva il mondo in bianco e nero. Ed era lui a decidere cos’era bianco e cos’era nero. Non si può amare una persona così senza temerla. Forse nemmeno senza odiarla un pò.”

“I figli non sono album da colorare come piace a noi.”

“Dopo tutto io ero un pashtun e lui un hazara. Io ero sunnita e lui sciita, e niente al mondo avrebbe potuto cambiare questi dati di fatto. Niente.”

“Era l’inizio della fine. Quella ufficiale sarebbe arrivata nell’aprile 1978, con il colpo di stato comunista, e poi nel dicembre 1979, quando i carri armati russi avrebbero invaso le strade dove Hassan e io avevamo giocato da bambini, decretando la morte dell’Afghanistan che avevamo conosciuto e dando inizio a un’era di massacri che non è ancora terminata.”

“…ma è meglio essere feriti dalla verità che consolati da una menzogna.”

“Avere qualcuno che in ogni momento sapeva di cosa avevo bisogno, era fastidioso, ma anche rassicurante.”

“Hassan non lottava, non si muoveva neppure. Girò la testa leggermente di lato e io colsi sul suo viso la rassegnazione. Era un’espressione che conoscevo. L’avevo vista negli occhi degli agnelli.”

“…alla fine vince sempre il mondo.”

“Qualche volta, mi sedevo nella mia Ford e guidavo per ore. Strade costeggiate da platani neri dove persone che non avevano mai stretto la mano a un re vivevano in squallidi edifici a un piano con sbarre alle finestre, cortili circondati da grigie reti metalliche e prati ingombri di giochi, pneumatici lisci, bottiglie di birra.”

“La prima volta che vidi il Pacifico mi venne da piangere: era davvero immenso e azzurro come al cinema.”

“L’America era diversa. L’America era un fiume che scorreva tumultuoso, immemore del passato. Potevo immergermi in questo fiume lasciando che i miei peccati venissero trascinati verso il fondo, lasciandomi trasportare lontano. In qualche luogo senza spettri, senza ricordi, senza peccati.
Se non per altro, almeno per questo io abbraccia l’America.”

“La guardai sorpreso e affascinato. Aveva capelli di velluto nero carbone e sopracciglia folte che si toccavano al centro, simili alle ali arcuate di un uccello in volo. L’elegante naso aquilino ricordava quello di un’antica principessa persiana. i suoi occhi castani, ombreggiati da lunghe ciglia, incontrarono i miei per un attimo, poi volarono via.”

“Sono le storie tristi che rendono buoni i libri.”

“Conoscemmo la routine e le piccole meraviglie della vita matrimoniale. Ci scambiavamo lo spazzolino da denti e i calzini, di passavamo il giornale. Soraya dormiva sul lato destro del letto, io preferivo il sinistro. A lei piacevano i cuscini morbidi, a me quelli duri.”

“Quelle notti, ci rannicchiavamo dalla nostra parte del letto e ognuno si affidava al proprio salvatore. per Soraya il sonno. Per me, come sempre, un libro.”

“E’ straziante, Amir jan, il lamento di una madre. Che Allah ti conceda di non udirlo mai.”

“Sogno che i fiori lawla torneranno a fiorire per le strade di Kabul, che nelle sale da tè potremo di nuovo ascoltare la musica del rubab e che in cielo voleranno ancora gli aquiloni. E sogno che un giorno tornerai a Kabul a rivedere la terra della tua infanzia. Se lo farai, troverai ad aspettarti un vecchio amico fedele.”

“L’erba del deserto resiste, ma il fiore di primavera sboccia e appassisce.”

“Vorrei gridare. Vorrei strapparmi da questo posto, da questa realtà. Vorrei evaporare come una nuvola,. fluttuare nell’ari, sciogliermi nell’umidità della notte estiva e dissolvermi in un luogo lontano, oltre le colline.”

“Correvo. Ero un uomo adulto che correva con uno sciame di bambini vocianti. Ma non mi importava. Correvo con il vento che mi soffiava in viso e sulle labbra un sorriso ampio come la valle del Panshir.”

Quaderni di Serafino Gubbio operatore – Luigi Pirandello

“Studio la gente nelle sue più ordinarie occupazioni, se mi riesca di scoprire negli altri quello che manca a me per ogni cosa ch’io faccia: la certezza che capiscano ciò che fanno.”

“C’è un oltre in tutto. Voi non volete o non sapete vederlo.”

“Nessuno ha tempo o modo d’arrestarsi un momento a considerare, se quel che vede fare agli altri, quel che lui stesso fa, sia veramente ciò che sopra tutto gli convenga, ciò che gli possa dare quella certezza vera, nella quale solamente potrebbe trovar riposo.”

“Ma che cosa poi farà l’uomo quando tutte le macchinette gireranno da sé, questo, caro signore, resta ancora da vedere.”

“Soddisfo, scrivendo, a un bisogno di sfogo, prepotente.”

“L’uomo che prima, poeta, deificava i suoi sentimenti e li adorava, buttati via i sentimenti, ingombro non solo inutile ma anche dannoso, e divenuto saggio e industre, s’è messo a fabbricar di ferro, d’acciajo le sue nuove divinità ed è diventato servo e schiavo di esse.
Viva la Macchina che meccanizza la vita.”

“…le bestie hanno in sé da natura solo quel tanto che loro basta ed è necessario per vivere nelle condizioni, a cui furono, ciascuna secondo la propria specie, ordinate; laddove gli uomini hanno in sè un superfluo, che di continuo inutilmente li tormenta, non facendoli mai paghi di nessuna condizione e sempre lasciandoli incerti nel loro destino.”

“Ricordo che mirai quasi con religioso sgomento la fosca mole rotonda di Castel Sant’Angelo , alta e solenne sotto lo sfavillio delle stelle.”

“Dolce casa di campagna, Casa dei nonni, piena del sapore ineffabile dei più antichi ricordi familiari, ove tutti i mobili di vecchio stile, animati da questi ricordi, non erano più cose ma quasi intime parti di coloro che v’abitavano, perché in essi toccavano e sentivano la realtà cara, tranquilla, sicura della loro esistenza. Covava davvero in quelle stanze un alito particolare, che a me pare di sentire ancora, mentre scrivo: alito d’antica vita, che aveva dato un odore a tutte le cose che vi erano custodite.”

“La luce filtra verde e fervida a traverso le stecche della piccola persiana della finestra, e non si soffonde nella stanza, che rimane in una fresca, deliziosa penombra, imbalsamata dalle fragranze del giardino.”

“Io mi guardo dalla gente di professione perbene, come dalla peste.”

“Tutti riconosciamo volentieri la nostra infelicità; nessuno, la propria malvagità.”

“Ecco, sì; bisogna stare attenti, veramente, alle conseguenze della logica. Tante volte si sdrucciola, e non si sa più dove si vada a parare.”

“Per certuni, vorrei dire per moltissimi che non sanno vedere se non se stessi, amare l’umanità spesso, anzi quasi sempre, non significa altri, che esser contenti di sé.”

“La vita ci segna; e a chi attacca un vezzo, a chi una smorfia.”

“Sempre, nel giudicare gli altri, mi sono sforzato di superare il cerchio de miei affetti, di cogliere nel frastuono della vita, fatto più di pianti che di risa, quante più note mi sia stato possibile fuori dell’accordo de miei sentimenti.”

“Il mio amico, signori – ve lo presento: Serafino Gubbio – è operatore: gira, disgraziato, la macchinetta d’un cinematografo.”

“Noi possiamo benissimo non ritrovarci in quello che facciamo; ma quello che facciamo, caro mio, è, resta fatto: fatto che ti circoscrive, ti dà comunque una forma e t’imprigiona in essa.”

“Come puoi sapere tu, che le hai dentro, in qual maniera tutte queste cose si rappresentano fuori! Chi vive, quando vive, non si vede: vive… Veder come si vive sarebbe uno spettacolo ben buffo!”

“Che mondaccio, signor Gubbio, che mondaccio è questo! Ma pajono tutti… che so! Ma perché si deve essere così? Mascherati! Mascherati! Mascherati!”

“Ma ogni tanto, ecco, ci sentiamo soffocare; ci vince il bisogno prepotente di spalancare gelosie e imposte per gridare fuori, in faccia a tutti, i nostri pensieri, i nostri sentimenti tenuti per tanto tempo nascosti e segreti.”

“Penso che mi farebbe comodo avere un’altra mente e un altro cuore.
Chi me li cambia?”

“…e tutti sbuffano per cacciarsi via d’attorno l’afa del proprio disgusto; ma, il giorno appresso, tutti ricascano in quell’afa e daccapo ci si scaldano, cicale tristi, condannate a segar frenetiche la loro noja.”

“Ah che effetto prodigioso fanno alle donne le lagrime negli occhi d’un uomo, massime se lagrime d’amore!”

“A quanti uomini, presi nel gorgo d’una passione, oppure oppressi, schiacciati dalla tristezza, dalla miseria, farebbe bene pensare che c’è, sopra il soffitto, il cielo, e che nel cielo ci sono le stelle. Anche se l’esserci delle stelle non ispirasse loro un conforto religioso. Contemplandole, s’inabissa la nostra inferma piccolezza, sparisce nella vacuità degli spazii, e non può non sembrarci misera e vana ogni ragione di tormento.”

“Il terrore sorge dal riconoscere con un’evidenza spasimosa, che la pazzia s’annida e cova dentro a ciascuno di noi e che un nonnulla potrebbe scatenarla.”

“Come sono sciocchi tutti coloro che dichiarano la vita un mistero, infelici che vogliono con la ragione spiegarsi quello che con la ragione non si spiega.”

“La vita non si spiega; si vive.”

“E’ come una farfalla fissata crudelmente con uno spillo, ancora viva. Non osa batter le ali, non solo perché non spera di liberarsi, ma anche e più per non farsi scorgere troppo.”

“Pare che non si possa fare a meno di commettere il male, per essere stimati uomini. Per conto mio, io so bene, benissimo, d’essere uomo: male, n’ho commesso, e tanto!”

“Che tristezza! Il ricordo che cerca di rifarsi vita e non si ritrova più nei luoghi che sembrano cangiati, che sembrano altri, perché il sentimento è cangiato, il sentimento è un altro. Eppure credevo d’essere accorso a quella villetta col mio sentimento d’allora, col mio cuore d’un tempo!”

“Avete voi riso della favola della volpe e dell’uva? Io no, mai. Perché nessuna saggezza m’è apparsa più saggia di questa, che insegna a guarir d’ogni voglia, disprezzandola.”

“Io mi salvo, io solo, nel mio silenzio, col mio silenzio, che m’ha reso così – come il tempo vuole – perfetto.”

Il sorriso dell’agnello – David Grossman

“No, no, Khilmi, credimi, li ho inventati io, li ho inventati tutti io: Shosh, la donna che ho amato, la donna da cui mi sono separato tre giorni fa; e Katzman, che non è qui, è rimasto lontano, in Italia; e quel ragazzo morto d’amore, di cui non ho mai saputo il nome; e anche te, Khilmi. Sarà meglio per te, vedrai, essere solo un frutto della mia fantasia. Qui potrai essere sicuro che tutto è davvero quello che sembra. Senza sorprese.”

“…c’era una volta una ragazza piccolina, con un volto chiaro e aperto, un nasetto all’insù, i capelli biondi legati sulla nuca e un paio di occhiali con una montatura rotonda. La ragazza si chiamava Shosh.”

“Ho guardato meglio: gli uccelli saltellavano tranquilli lungo la fila di costole scarnite, vicinissimi ai denti dei cani, ma non ne avevano affatto paura. Nessuna delle due parti voleva la guerra.”

“Mi sono lasciato coccolare, nel nido di famiglia che mi hanno offerto, da quell’amore meravigliosamente semplice, e ho lasciato da parte ogni cautela.”

“Mi sono lasciato coccolare, nel nido di famiglia che mi hanno offerto, da quell’amore meravigliosamente semplice, e ho lasciato da parte ogni cautela.”

“Noi tutti siamo solo e soltanto un kan-ya-ma-kan, un c’era-e-non-c’era, e l’unica cosa reale di noi è il dolore che provochiamo.”

“E geme. Quel gemito mi prende in pieno, mi spezza, mi taglia in due. No, non è un gemito. E’ una perforazione cieca. La ricerca confusa e disperata di un’apertura dalla quale potrà finalmente sgorgare il dolore.”

“Sulla faccia gli fioriva quel sorriso caldo e sciocco, il sorriso dell’agnello, come Shosh incollerita l’aveva chiamato una volta.”

“La luce è così dolce. Soffi d’aria fredda e calda s’intrecciano come serpenti in amore che si allacciano e si respingono. E’ l’alba, l’ora di grazia in cui il mondo ancora non ci disprezza troppo e si lascia penetrare.”

“Yazdi sussurrava alle mie dita la storia di una rinascita, di una guerra contro la tirannia che ci opprimeva; parlava dello sdegno sciolto in una lacrima.”

“Noi siamo solo una lettera, solo notizie e domande scritte da una mano ignora e ficcate in una crepa fra cielo e terra… siamo solo lettere morte e non potremo mai comprendere a fondo il dolore e la gioia che ci generiamo a vicenda.”

“Sarà una guerra diversa. Lunga e dura. E le armi di cui dovremo servirci saranno l’ostinazione, la pazienza e una debolezza infinita. Non potranno resisterci.”

“Già da tanto tempo sono al mondo, ho visto la ruota delle cose girarsi e rigirarsi troppe volte.”

“Kan-ya-ma-kan: chi tesse un sogno ne diventa schiavo.”

“Avevo sempre sentito il bisogno di ridurre tutte le cose in un’intricatissima matassa per poi buttarla rabbioso in faccia a qualcuno, il colpevole del fatto che le cose andassero come andavano. Pigliatela tu, questa matassa! Arrangiati tu! Districala!”

“Passò le dita sulle costole dei libri. Nella condizione di vulnerabilità in cui si trovava, anche i titoli più semplici lo facevano sussultare, come malevole grida: Lo straniero, La volte, Lo schiavo; e La peste di Camus, il suo libro preferito.”

“La strada che porta dalla verità alla menzogna è lo stesso sentiero polveroso che percorri ogni giorno, dove ogni pietra ha un nome e persino i cespugli spinosi ti salutano. Ci puoi camminare a occhi chiusi. Ma se vieni dalla direzione opposta, scopri, stupita, che il sentiero non esiste.”

“Silenzio. Certo, di parole se ne dicono sempre, ma non sempre sono riscaldate dalla verità, e allora sono come sentinelle senza faccia che mi sbarrano la strada. Dirò dunque la verità che non ho mai osato dire a voce alta: ho bisogno di amore.”

“Allora descrivi solo il piacere che provavi quando la tua penna scivolava sulla carta come un astronauta ebbro.”

“Camminano l’uno accanto all’altro da oltre vent’anni, rassegnati, come portando fra loro un carico invisibile. Non ho mai chiesto cosa sia questo carico.”

“Più beve e più la sua mente si fa lucida. La sua penna scrive le frasi più illuminanti, i saggi più profondi, che penetrano come una lama dentro le illusioni e le millanterie.”

“Io sputo ancora fuoco ma è già un fuoco freddo. Sul fondo sono posati resti di argomentazioni e bucce di vecchi sentimenti.”

“Ci sono tanti modi di eludere la verità, e uno di essi, Shosh, è fingere amore per un ragazzo che non ami e lasciarlo morire in silenzio quando ti stanchi le tuo gioco.”

“Un’atmosfera così quieta, la possibilità di risolvere i problemi parlandone, senza improperi e grida. Tutto in modo ragionevole, nel rispetto reciproco. Non ce ne sono molte, di coppie così, Shosh.”

“Com’era miserabile, quel mio uomo, quanto bisogno avevo di lui in quel momento, ma è corso via, è fuggito di casa dimenticandosi di chiudere la porta, e mi sembra di vederlo camminare stupefatto, cieco a tutto; e il gelo mi invade.”

“Si erano detti sempre le stesse cose, sempre nel medesimo tono di voce. Erano come due torri piazzate su una scacchiera vuota: potevano fare solo una mossa, in linea retta, senza mai toccarsi, senza mai battersi.”

“L’uomo che vuol restare per sempre un idiota ha bisogno di tanta saggezza per poter cancellare dal suo occhio, con un batter di palpebra, tutto il proprio mondo, e stendere davanti a sè un mondo nuovo e fuggente, e ridere di tutto.”

“Perché ci disprezzano tanto, al punto da permettersi di gironzolare in paese da soli o al massimo in due, e quasi disarmati? E a noi, cosa è successo? Perché quel loro disprezzo di abbatte così, perché quella loro tristezza ci avviluppa come se fosse fatta di ragnatele appiccicose, e ci muoviamo in mezzo a loro come marionette?”

“In ognuno di noi c’è un nucleo indivisibile, un nocciolo d’amore.”

“Anche quando facevano l’amore e pareva che l’avessero dimenticato, si scontravano sempre con la falsità e la disperazione, e col sorriso dell’agnello.”

“Uri non litigava mai veramente con me, la collera, lui la risospinge dentro di sè, al pari di un’affilata lama di coltello a serramanico, ma si deprime ed è come se io non c’entrassi, come se tutto si svolgesse solo dentro di lui.”

“Le parole sono diverse quando si scrivono; non sono come le parole detto, sono esseri viventi che ci aleggiano intorno arrecandoci disturbo. E’ una lotta dura, ma com’è dolce la vittoria, se la si raggiunge.”

“Voglio solo che le truppe d’occupazione vadano via. Voglio dimenticarvi.”

“Quant’è lunga la strada che dobbiamo ancora fare, Uri?”

“Avevo tanti programmi. Dovevo cambiare tutto, In questi paesi vige un Regime d’Occupazione Militare: un’espressione che la gente pronuncia senza capire e senza sentire. E’ come una storia che se si racconta troppe volte non si sa più se è vera o no. Anche per me, prima che venissi a Djunni, era solo un’accozzaglia di parole: Regime – Occupazione – Militare. ma ci sono degli sbarramenti, si perquisisce la gente, si fruga addosso a uomini e donne, si prendono le persone nel cuore della notte per sottoporle a un interrogatorio, e c’è la prigione e ci sono gli arresti domiciliari, c’è il coprifuoco, le dimostrazioni vengono disperse con la forza e con i gas lacrimogeni, di notte si fanno saltare in aria le case, e si effettuano le perquisizioni, non c’è neppure un attimo di atmosfera amichevole. E’ come se i due popoli si mostrassero l’un l’altro la loro faccia più buia. E quel ch’è peggio, tutte queste misure sono giustificate. C’è sempre un mucchio di giustificazioni…”

“Katzman aveva ragione, anche gli altri avevano ragione, e io mi prendevo la testa tra le mani e sentivo che stavo per scoppiare. perciò un bel giorno ho deciso di mandare al diavolo Katzman e di ascoltare solo la chiara voce di quell’ormone del mio cervello che mi diceva che si stava commettendo una grossa ingiustizia contro quella gente; e non m’importava proprio niente di sapere che erano stati loro a cominciare e che non la volevano smettere di odiarci; me ne infischiavo del fatto che la nostra fosse un’occupazione illuminata, umana, liberale, e che si verificassero solo rari casi di aperta violenza; perché tutt’e due le parti avevano le loro brave ragioni, e dunque io mi sarei ciecamente attenuto solo a quello che la voce del mio ormone mi diceva di fare, perché a volte, per poter fare qualcosa, bisogna essere un pò ciechi. E così avevo di nuovo saputo cosa volevo, avevo di nuovo saputo chi ero.”

“Non temere coloro che vogliono uccidere il corpo, perché essi non possono uccidere lo spirito.”

“Perché io e te siamo freddi e taciturni come i pesci.”

 

La casa degli spiriti – Isabel Allende

“Barrabas arrivò in famiglia per via mare, annotò la piccola Clara con la sua delicata calligrafia. Già allora aveva l’abitudine le cose importanti e più tardi, quando rimase muta, scriveva anche le banalità, senza sospettare che, cinquant’anni dopo, i suoi quaderni mi sarebbero serviti per riscattare la memoria del passato e per sopravvivere al mio stesso terrore.”

“Appena nata Rosa era bianca, liscia, senza grinze, come una bambola di porcellana, con i capelli verdi e gli occhi gialli, la creatura più bella che fosse nata sulla terra dai tempi del peccato originale, come aveva detto la levatrice facendosi il segno della croce.”

“Fu una lunga notte, forse la più lunga della mia vita. La trascorsi seduto accanto alla tomba di Rosa, parlando con lei, accompagnandola nella prima parte del suo viaggio verso l’Aldilà, quando è più difficile staccarsi dalla terra e si ha bisogno dell’amore di chi rimane vivo, per andarsene almeno con la consolazione di avere seminato qualcosa nel cuore altrui.”

“Le parlai delle carezze che le avevo riserbato, i regali con i quali l’avrei sorpresa, il modo in cui l’avevo fatta innamorare e resa felice. Le dissi, insomma, tutte le follie che non le avrei mai detto se avesse potuto udirmi e che non ho mai ripetuto a nessun’altra donna.”

“Però mai più è molto tempo. E l’ho potuto sperimentare in questa lunga vita.”

“Non bisogna mai vendere la terra. E’ l’unica cosa che rimane quando il resto si esaurisce.”

“Era stata un’infanzia di privazioni, di disagi, di asprezze, di interminabili rosari notturni, di paure e di colpe. Di tutto questo gli erano rimasti solo la rabbia e un orgoglio smisurato.”

“Quando il cattivo umore cominciava a darmi fastidio e mi sentivo a disagio nella mia stessa pelle, andavo a caccia. Mi alzavo molto prima dell’alba e partivo con un fucile in spalla, il mio tascapane e il mio bracco. Mi piacevano le cavalcate al buio, il freddo dell’alba, i lunghi appostamenti nell’ombra, il silenzio, l’odore della polvere da sparo e del sangue, sentire l’arma rinculare con un colpo secco contro l’omero e vedere la preda cadere scuotendo le zampe, tutto questo mi tranquillizzava e quando tornavo da una partita di caccia, con quattro miserabili conigli nel tascapane e qualche pernice così sforacchiata che non serviva per essere cucinata, mezzo morto di fatica e pieno di fango, mi sentivo sollevato e felice.”

“Pancha Garcia non si difese, non si lamentò, non chiuse gli occhi. Rimase di spalle, guardando il cielo con espressione spaventata, finché non sentì l’uomo crollare con un gemito al suo fianco. Allora cominciò a piangere debolmente. Prima di lei sua madre, e prima di sua madre sua nonna, avevano subìto lo stesso destino di cagna.”

“La guerra in Europa era finita e i vagoni pieni di morti erano un clamore lontano, ma che ancora non si spegneva. Di là stavano arrivando le idee sovversive portate dai venti incontrollabili della radio, del telegrafo e delle navi cariche di emigranti che arrivavano come una frotta attonita, sfuggendo alla fame della loro terra, inariditi dal ruggito delle bombe e dai morti che marcivano nei solchi dei campi.”

“Sui tavoli da gioco si puntavano le eredità e le facili ricchezze del dopoguerra, si stappava lo champagne ed era arrivata la novità della cocaina per i più raffinati e viziosi. la follia collettiva sembrava non avere fine.”

“..a furia di vedere l’ambizione nello specchio quando mi facevo la barba alla mattina, avevo finito per imparare a riconoscerla quando la vedevo negli altri.”

“Quell’estate la trascorsero tra l’infanzia, che ancora li possedeva, e il risveglio dell’uomo e della donna.”

“Blanca poteva condurre la vita indolente per la quale si sentiva portata, mentre suo marito si dedicava a quei piccoli piaceri che solo il denaro può consentire e ai quali aveva dovuto rinunciare per così lungo tempo.”

“Al termine della sua vita, quando i novant’anni l’avevano trasformato in un vecchio albero contorto e fragile, Esteban Trueba avrebbe ricordato quei momenti con sua nipote come i migliori della sua esistenza, e pure lei conservò sempre nella memoria la complicità di quei viaggi in campagna per mano a suo nonno, le passeggiate sul dorso del cavallo, l’imbrunire nell’immensità dei seminati, le lunghe serate vicino al caminetto a raccontare storie di fantasmi e a disegnare.”

“L’uomo e la bambina si guardarono ed entrambi si riconobbero negli occhi dell’altro.”

“Alba sapeva che sua nonna era l’anima della grande casa dell’angolo. Gli altri lo seppero più tardi, quando Clara morì e la casa perse i fiori, gli amici di passaggio e gli spiriti giocherelloni ed entrò in pieno nell’epoca dello sfacelo.”

“Mi congratulo che tu abbia scelto questa professione. Se quanto chiedi è di girare armato, tra essere delinquente o essere poliziotto, è meglio essere poliziotto, perché hai l’impunità.”

“Così come quando si viene al mondo, morendo abbiamo paura dell’ignoto. Ma la paura è qualcosa d’interiore che non ha nulla a che vedere con la realtà. Morire è come nascere: solo un cambiamento.”

“La notte che morì mi chiusi dentro con lei. Dopo tanti anni senza parlarci dividemmo quelle ultime ore riposando nell’acqua quieta della seta azzurra, come le piaceva chiamare il suo letto, e ne approfittai per dirle tutto quello che non avevo potuto dirle prima, tutto quello che mi ero trattenuto dal dirle dopo la terribile notte in cui l’avevo picchiata.”

“La morte di Clara trasformò completamente la vita nella grande casa dell’angolo. i tempi erano mutati. Con lei se n’erano andati gli spiriti, gli ospiti e quella luminosa allegria che era sempre presente, perché lei non credeva che il mondo fosse una Valle di lacrime, ma al contrario una burla di Dio, sicché era stupido prenderlo sul serio, se Lui stesso non lo faceva.”

“…si spazzolava cento volte i suoi lunghi capelli castani…”

“Ma all’università la politica era inevitabile. Come tutti i giovani che erano entrati in quell’anno, scoprì l’attrazione di una notte insonne in un caffè, a parlare dei cambiamenti di cui il mondo aveva bisogno e a contagiarsi l’un l’altro con la passione delle idee.”

“Era nato quando non esisteva la luce elettrica in città e si era ritrovato a vedere alla televisione un uomo che passeggiava sulla luna, ma nessun trambusto della sua lunga vita l’aveva preparato ad affrontare la rivoluzione che si stava organizzando nel suo paese, sotto i suoi occhi, e che metteva tutti in agitazione.”

“Così trascorsero i mesi e divenne chiaro per tutti, anche per il senatore Trueba, che i militari si erano presi il potere per tenerselo e non per consegnare il governo ai politici di destra che avevano favorito il golpe. Erano una razza a parte, fratelli tra di loro, che parlavano un linguaggio diverso da quello dei civili e con i quali il dialogo era come una conversazione tra sordi, perché il minimo dissenso era considerato tradimento secondo il loro rigido codice d’onore.”

“Cercò nella memoria una passeggiata con Miguel sulla costa, d’autunno, molto prima che l’uragano degli eventi capovolgesse il mondo, nell’epoca in cui le cose si chiamavano ancora con nomi noti e le parole avevano un unico significato, quando popolo, libertà e compagno erano solo quello, popolo, libertà e compagno, e non erano ancora contrassegni.”

“Cercò di ricordare il freddo, il silenzio e quella preziosa sensazione di essere i padroni della terra, di avere vent’anni e la vita davanti, di amarsi tranquilli, ebbri dell’odore di bosco e di amore, privi di passato, senza pensare al futuro, con l’unica, incredibile ricchezza di quell’istante presente in cui si guardavano, si odoravano, si baciavano, si esploravano, avvolti nel mormorio del vento tra gli alberi e del rumore vicino delle onde che si frangevano contro le rocce a picco della scogliera, esplodendo in un fragore di schiuma profumata, e loro due, abbracciati sotto la stessa coperta, come fratelli siamesi in una stessa pelle, ridendo e giurando che sarebbe stato per sempre, convinti di essere gli unici in tutto l’universo ad avere scoperto l’amore.”

“…pur essendo consapevole che la grazia non era morire, dato che succede comunque, bensì sopravvivere, che era un miracolo…”

“Le suggerì, inoltre, di scrivere una testimonianza che un giorno potesse servire per portare alla luce il terribile segreto che stava vivendo, affinché il mondo venisse al corrente dell’orrore che avveniva parallelamente all’esistenza pacifica e ordinata di quelli che non volevano sapere, di quelli che non potevano restare ancorati all’illusione di una vita normale, di quelli che non potevano negare, di quelli che stavano a galla sopra un mare di gemiti, ignorando, contro ogni evidenza, che a pochi isolati dal loro mondo felice c’erano gli altri, quelli che sopravvivono o muoiono dalla parte buia.”

“Scrivo, lei scrive, che la memoria è fragile e il corso di una vita è molto breve e tutto avviene così in fretta, che non riusciamo a vedere il rapporto tra gli eventi, non possiamo misurare le conseguenze delle azioni, crediamo nella finzione del tempo, nel presente, nel passato, nel futuro, ma può anche darsi che tutto succeda simultaneamente…”

“Ma sarebbe molto difficile vendicare tutti quelli che devono essere vendicati, perché la mia vendetta sarebbe solo l’altra parte dello stesso rito inesorabile. Voglio limitarmi a pensare che il mio mestiere è la vita e che la mia missione non è protrarre l’odio..”

Gli zii di Sicilia – Leonardo Sciascia

“A me pareva fosse bello che anche l’avvocato Dagnino stesse a gridare contento, che urlasse “Viva la repubblica stellata” come altra volta, dal terrazzo della stazione, aveva gridato “duce, per te la vita.”

“Si – disse – ritorno, quando non ho voglia di lavorare ritorno, è bello qui quando non si lavora.”

“Sapevo che la quarantanovesima stella sarebbe stata la Sicilia, la bandiera americana ne ha quarantotto, con la Sicilia quarantanove, verso di diventare americani c’era.”

“L’America ci veste – diceva mia madre. Veramente tutto il paese era vestito di roba americana, tutto il paese viveva con i soccorsi dei parenti d’America, non c’era famiglia nel paese che non contasse su un parente in America. In un angolo della piazza era persino fiorita la bancarella di un cambiavalute, per un dollaro arrivava a pagare novecento lire, mio padre non cambiava aspettando che andasse più su.”

“Chi prima non pensa in ultimo sospira.”

“Ma se i comunisti vincessero, i soldi del popolo americano non verrebbero più in Italia.”

“A me pesa dare il voto a De Gasperi, ma che mi metto a disperdere il voto? tanto, partito d’ordine è.”

“Solo le voci dei cocchieri che incontrandosi si gridavano saluti e insulti, lo schiocco della frusta e il rotolio delle carrozze: il velo dell’alba, l’alba di una città pigra in cui l’odore di frittura che di giorno la circonda come un’aureola ancora stringe nella brezza del mattino, il velo dell’alba era sulle case di Palermo silenziose. La via Maqueda, poi il corso Vittorio Emanuele; entrammo nel porto già pieno di voci.”

“Così per Palermo girammo cinque o sei giorni, vedo il nostro gruppo per le strade di Palermo come fissato in una fotografia per troppo sole offuscata: mia zia che taglia la strada come la prora di un motoscafo, mia madre stanca e silenziosa, mio padre un pò animato da quella vacanza; e il marito di mia zia che cammina come un sonnambulo, il ragazzo sempre ingrugnato, mia cugina che cominciava a fare amicizia con me e continuamente andava facendomi confronti tra quello che vedeva e quello che c’era in America.”

“Mia zia pareva ci si divertisse, ad ogni visitatore offriva come un’istantanea del parente d’America: un gruppo familiare in florida salute s’inquadrava su uno sfondo in cui facevano spicco simbolici elementi del benessere economico di cui godeva.”

“La delusione di mia zia aveva due facce; noi parenti non eravamo morti di fame come dall’America ci immaginava; il paese non era migliorato come sperava.”

“Lupi vecchi sentono il vento da dove mena e mettono vela: sempre dritti in piedi vogliono cascare.”

“Calogero giudicò gli americani di prima informativa, gente che dava ragione al primo venuto.”

“Chiamavano zii tutti gli uomini che portavano giustizia o vendetta, l’eroe e il capomafia, l’idea di giustizia sempre splende nella decantazione di vendicativi pensieri.”

“Più indietro i miei ricordi non vanno; forse attraverso sensazioni, un profumo un sapore un motivo di canto, riesco a cogliere ricordi più lontani, ma capace di fermarli non sono”

“La spina che non ti punge  morbida come seta.”

“Pepè tacque e restò appoggiato al parapetto con gli persi che squagliavano di lacrime.
Così ancora, dopo tanti anni, lo vedo.”

“Sento rimorso per essermi sottratto all’arresto: ma la galera mi fa paura, sono vecchio e stanco. E scrivere mi pare un modo di trovare consolazione e riposo; un modo di ritrovarmi, al di fuori delle contraddizioni della vita, finalmente in un destino di verità.”

“Voglio aggiungere, in merito all’amministrazione della giustizia, che il cittadino su cui il braccio della polizia si abbatteva, aveva ben poche probabilità di poter dimostrare la propria innocenza; e se davanti al giudice ci riusciva, se il giudice (cui l’imputato era affidato per un giudizio che doveva scaturire da coscienza più che da legge) lo mandava assolto, doveva ancora e sempre fare i conti con la polizia, che a discrezione poteva trattenerlo in carcere, anche per molti anni; perciò l’arresto era temuto più della morte e così, in strofe di lamento, ne canta il popolo contadino.”

“Il paese pareva deserto, vibrava dell’affannoso suono del mare come una cassa di chitarra, di notte quel suono mi svegliava portandomi paurosi pensieri.”

“…mi ha insegnato a trar compagnia e fede dalla natura dai libri e dai miei pensieri stessi.”

“E’ questo il danno, che la Chiesa resta.”

“Datemi il vino, come Dio comanda: ché il vino è la bevanda degli angeli.”

“Leggevo tanti libri allora, negli angoli più remoti del giardino mi rifugiavo a leggere; e per la passione che avevo a leggere libri e a ripensarli, diventavo distratto e stranito; e mio padre cominciò a credere che le letture mi intossicassero, mi faceva prediche piene di sentenze e proverbi – meglio un asino vivo che un dottore morto; l’asino zoppo gode la sua via, la meglio gioventù alla Vicaria – e quest’ultimo proverbio, di conio recente, alludeva ai sentimenti di odio che in me nascevano contro il Borbone: ché la meglio gioventù siciliana di quei sentimenti viveva, e le palermitane carceri della Vicaria buona parte di quella gioventù ingoiavano.”

“I tempi impercettibilmente mutavano, allora non me ne accorgevo, ché il tempo me lo vedevo davanti come un macigno e avrei voluto spingerlo a spallate e precipitarmici dietro: ma ora, guardando al passato, vedo come il tempo, nei dieci anni dal 50 al 60, operasse a mutare il sentimento degli uomini, il volto stesso delle cose.”

“…da parte degli amici di Marsala a noi di Castro portava la notizia dell’avvenuto sbarco di Garibaldi. Già era calata la sera quando la notizia ci giunse, in piazza gridammo “viva Garibaldi, viva la libertà” raccogliemmo gente e facemmo discorsi. Sentivo di amare tutto il mondo, la gioia mi invadeva fino al pianto.”

“…avevo creduto le battaglie si facessero così come i soldati marciano per le strade, col comandante in testa: e invece una battaglia non era che confusa morte, uomini in disordine lanciati contro altri uomini che in eguale disordine resistono e poi cedono.
La sera scese gelida, fitta di stelle, sui morti di Calatafimi.”

“Vedete – continuò Nievo – questo è un popolo che conosce solo gli estremi: ci sono i siciliani come Carini, e ci sono i siciliani come… come questo barone, insomma.”

“Perché – disse Nievo – io credo nei siciliani che parlano poco, nei siciliani che non si agitano, nei siciliani che si rodono dentro e soffrono; i poveri che ci salutano con un gesto stanco, come da una lontananza di secoli; e il colonnello Carini sempre così silenzioso e lontano, impastato di malinconia e di noia ma ad ogni momento pronto all’azione: un uomo che pare non abbia molte speranze, eppure è il cuore stesso della speranza, la silenziosa fragile speranza dei siciliani migliori… una speranza, vorrei dire, che teme se stessa, che ha paura delle parole ed ha invece vicina e familiare la morte… Questo popolo ha bisogno di essere conosciuto ed amato in ciò che tace, nelle parole che nutre nel cuore e non dice…”

“Per me, ne ero certo, l’ora di salire al cielo non era ancora venuta; e se mai, meglio sarebbe stato scendere nella terra, dove umida si attacca alle barbe delle radici.”

“Credo che il vino gli avesse messo gran voglia di parlare, di confidarsi per sfogo…”

“Ora, seduti sui gradini di quella chiesa che era in tutto uguale a quella del mio paese, avvitando tra le dita sigarette sgorbie, sentivo un gran bisogno di parlare e parlare, come un ubriaco: di me del mio paese di mia moglie, e della zolfara in cui avevo lavorato, e della fuga, dalla zolfara, nel fuoco della Spagna.”

“Seduto sulla scalinata di quella chiesa, ho capito tante cose della Spagna e dell’Italia, del mondo intero e degli uomini nel mondo.”

“Credevo in Dio andavo a messa e rispettavo il fascio.”

“Io partii col cuore in pace: la zolfara mi faceva paura, al confronto la guerra in Spagna mi pareva una scampagnata.”

“E che idea andare a piantare una città capitale nel bel mezzo della Castiglia. Che in mezzo a quel deserto ci fosse una grande e bella città sembrava incredibile, era solo un allucinato pensiero, sorgeva come nell’assetato l’immagine dell’acqua che sgorga. Ma c’era, Madrid: di notte riverberava rosso nel cielo per gli incendi che i nostri aeroplani andavano ad attaccare; solo a momenti pensavo che in quella città c’erano bambini e vecchi, donne che urlavano pena, e case in cui migliaia e migliaia di persone abitavano.”

“…la campagna mi fiatava malinconia: così era quando uscivo dalla bocca della zolfara e mi veniva incontro odore di terra e di sole, e mi cresceva voglia di mettermi a fare il contadino.”

“L’amore dovrebbe invece nascere dalla serena scoperta che insieme, un uomo e una donna, stanno bene per affrontare la pena, soprattutto la pena, della vita: insieme per la vita, e nella conoscenza del dolore, e per aiutarci in questa conoscenza; e insieme nel piacere, che è un momento,m e ci lascia col nostro cuore nudo, ad intenderci meglio nel cuore.”

“Io credo nel mistero delle parole, e che le parole possano diventare vita, destino; così come diventano bellezza.”

“Tante persone studiano, fanno l’università, diventano buoni medici ingegneri avvocati, diventano funzionari deputati ministri, a queste persone io vorrei chiedere – sapete che cosa è stata la guerra di Spagna? Che cosa è stata veramente? Se non lo sapete, non capirete mai quel che sotto i vostri occhi oggi accade, non capirete mai niente del fascismo del comunismo della religione dell’uomo, niente di niente capirete mai: perché tutti gli errori e le speranze del mondo si sono concentrati in quella guerra; come una lente concentra i raggi del sole e dà il fuoco, così la Spagna di tutte le speranze e gli errori del mondo si accese: e di quel fuoco oggi crepita il mondo.”

“…e poi c’era il vino, quel momento di verità che dà il vino prima del bicchiere che ci ubriaca.”

“E’ bella la campagna in autunno, il frullo delle pernici che s’alza improvviso, la leggera nebbia da cui traspare bruna ed azzurra la terra. L’Aragona è terra di colline, la nebbia vi si impiglia, tra nebbia e sole diventano più belle; ma non che sia una terra davvero bella, che subito e a tutti appare bella: è bella in un modo particolare, bisogna esser nati in una terra come quella per riconoscerne la bellezza ed amarla.”

“Quando per mesi una guerra ristagna negli stessi luoghi, anche se il rischio si riduce alle pallottole sperse e agli scontri di pattuglie, la nausea della guerra, di quel che nella guerra c’è di veramente nauseante, te la senti in gola come quando il medico ti caccia in bocca uno strumento e ti provoca il vomito: la terra sembra andare in decomposizione, con un suo odore di uova marce e di urina; come se trincee e camminamenti l’uomo li incidesse nella carne ammalata della terra, in un putrescente tumore. In realtà, quell’odore di morte non è della terra: e dell’uomo che vi fa la sua tana, dell’uomo che torna ad essere selvatico animale e scava la sua tana; e come ogni altro selvaggio animale vi stinge il suo odore. In questo senso, credo per l’uomo non ci sia niente di più degradante della guerra di trincea: costretto a vivere nel proprio selvaggio odore, a ingoiare il cibo mentre la terra esala fiato di vomito e di feci, a bere avaramente acqua che pare raccolta goccia a goccia da uno scolo bavoso di abbeveratoio.”

“I borghesi spagnuoli, i buoni borghesi che vanno a messa, ammazzavano a migliaia i contadini per il fatto che erano contadini, soltanto per questo: e il mondo chiudeva gli occhi per non vedere; ma il primo prete che cadde sotto i colpi degli anarchici, la prima chiesa data alle fiamme, fecero balzare di orrore il mondo e segnarono il destino della Repubblica. In fondo, ammazzare un prete perché è un prete è cosa più giusta che ammazzare un contadino perché è un contadino; un prete è soldato della sua fede, un contadino è soltanto contadino. Ma il mondo non vuol saperne.”

“Una guerra civile non è stupida come una guerra fra nazioni, gli italiani in guerra contro gli inglesi o i tedeschi contro i russi, ed io zolfataro siciliano ammazzo il minatore inglese e il contadino russo spara sul contadino tedesco; una guerra civile è un fatto più logico, un uomo si mette a sparare per le persone e per le cose che ama, e per le cose che vuole, e contro le persone che odia: e nessuno sbaglia a scegliere da quale parte stare, solo quelli che si mettono a gridare pace sbagliano. E credo che Mussolini, tra tutte le sue colpe, quella di aver portato migliaia di italiani poveri a combattere contro gli spagnuoli poveri non gli sarà perdonata.”

“Gesù Cristo – diceva – nasce in una stalla come questa: vengono i furbi e intorno alla stalla mettono colonne d’oro, e un tetto d’oro sopra, fanno una chiesa; e poi a lato alla chiesa costruiscono i loro palazzi, una città fanno, la città dei furbi.”

“La guerra di Spagna mi ha insegnato a non credere ai giornalisti, è un mestiere che somiglia a quello dei sensali, una pietraia te la fanno diventare giardino e un cavallo da macello come fosse quello di Astolfo.”

“La guerra di Spagna per me era finita: la neve il vento e il sole della Spagna, i giorni della trincea e gli assalti alle trincee alle masserie ai villini, le battaglie della carretera di Francia e quelle dell’Ebro, l’angosciosa visione dei prigionieri, le donne dei fucilati, nere di vesti e con gli occhi appassiti, e quelle dei grandi alberghi e le prostitute: tutte queste cose erano finite per me.”

“La guerra mi aveva segnato di condanna nel corpo. Ma quando un uomo ha capito di essere immagine di dignità, potete anche ridurlo come un ceppo, straziarlo da ogni parte: e sarà sempre la più grande cosa di Dio. Quando truppe nuove arrivano su un fronte e vengono gettate nella battaglia, generali e giornalisti dicono “hanno avuto il loro battesimo del fuoco” una delle tante frasi solenni e stupide che è d’uso gettare sulla bestialità delle guerre: ma dalla guerra di Spagna, dal fuoco di quella guerra, a me pare di avere avuto davvero un battesimo: un segno di liberazione nel cuore; di conoscenza; di giustizia.”

“…e io venivo da un mondo in cui il cuore dell’uomo era come la pietra della montagna, e la luce mangiava la faccia dei morti: e scoprivo che l’uomo, col suo cuore vivo, per la pace del suo cuore, può legare in armonia pietra e luce, ogni cosa alzare ed ordinare al di sopra di se stesso.”

“Non riesco a capire perché il quel momento, il piacere di uccidere sia sorto in me con tanta violenza e lucidità insieme; la guerra è terribile soprattutto per questo: ché ad un momento a noi stessi ci rivela assassini, il piacere di uccidere violento come il desiderio di possedere una donna.”

“Questo della religione mi dà fastidio: che la gente vi porti la sua coscienza come una coltre sporca al lavatoio, e pulita di nuovo se la stenda sul proprio sonno.”

“E mi sentivo come un acrobata che si libra sul filo, guarda il mondo in una gioia di volo e poi lo rovescia, si rovescia, e vede sotto di sé la morte, un filo lo sospende su un vortice di teste umane e luci, il tamburo che rulla la morte.

“anche il libro è una cosa, lo si può mettere su un tavolo e guardarlo soltanto, magari per tener su un tavolino zoppo lo si può usare o per sbatterlo in testa a qualcuno: ma se lo apri e leggi diventa un mondo; e perché ogni cosa non si dovrebbe aprire e leggere ed essere un mondo?”

“Forse è di tutti i reduci scottarsi all’indifferenza degli altri e chiudersi in sé…”

Emilio – Jean-Jacques Rousseau

“Tutto  è bene quando esce dalle mani dell’Autore delle cose, tutto degenera fra le mani dell’uomo.”

“Mi rivolgo a te, madre tenera e previdente che ti sapesti allontanare dalla via comune, e preservare l’arboscello nascente dall’urto delle opinioni umane!
Coltiva, annaffia la giovane pianta prima che muoia: i suoi frutti faranno un giorno la tua delizia. Costruisci per tempo un recinto intorno all’anima del tuo bambino; altri può tracciarne il circuito, ma tu sola devi innalzarvi la barriera.”

“Ci si lamenta dello stato d’infanzia e non si capisce che la razza umana sarebbe perita se l’uomo non avesse cominciato con l’esser bambino.”

“Chi può sperare di dirigere interamente i discorsi e le azioni di tutti coloro che circondano un bambino?
In quanto dunque l’educazione è un’arte, è quasi impossibile che essa riesca, perché il concorso necessario al suo successo non dipende da alcuno al mondo.”

“Per essere qualcosa, per essere se stesso e sempre uno, bisogna agire come si parla.”

“Se volete avere un’idea dell’educazione pubblica, leggete la Repubblica di Platone. Non è un’opera di politica, come pensano coloro che non giudicano i libri che attraverso i loro titoli; è il più bel trattato di educazione che sia mai stato scritto.”

“Che si destini il mio allievo alla spada, alla Chiesa, o alla toga, poco m’importa. Prima che la vocazione sceltagli dai genitori, la natura lo chiama alla vita umana. Il mestiere di vivere è quello che voglio insegnargli. E uscendo dalle mie mani egli non sarà, ne convengo, né magistrato, né soldato, né prete; sarà prima di tutto uomo.”

“Quello fra noi che sa meglio sopportare i beni e i mali di questa vita è, a parer mio, il meglio educato.”

“Data però la mobilità delle cose umane, dato lo spirito inquieto e volubile di questo secolo che tutto sconvolge ad ogni generazione, si può concepire un metodo più insensato che di educare un fanciullo come se mai dovesse uscire dalla sua camera, come se dovesse essere incessantemente circondato dai suoi?”

“Vivere non è respirare, è agire, è fare uso dei nostri organi, dei nostri sensi, delle nostre facoltà, di tutte le parti di noi stessi che ci danno il sentimento della nostra esistenza.”

“C’è chi è morto a cent’anni, ed è come fosse morto alla nascita.”

“L’uomo civile nasce, vive e muore nella schiavitù: alla nascita lo si stringe nelle fasce, alla morte lo si inchioda nella bara; finché conserva la figura umana, è prigioniero delle nostre istituzioni.”

“Esercitateli dunque agli urti che dovranno sostenere un giorno. Abituate i loro corpi alle intemperie delle stagioni, dei climi, degli elementi, alla fame, alla sete, alle fatiche; temprateli nell’acqua dello Stige.”

“Nascendo un fanciullo grida; la sua prima infanzia trascorre tra i pianti. Ora lo si dondola, lo si accarezza per acquietarlo, ora lo si minaccia, lo si picchia per farlo tacere. O facciamo ciò che gli piace, o esigiamo ciò che piace a noi; o ci sottomettiamo alle sue fantasie, o lo sottomettiamo alle nostre: niente vie di mezzo, bisogna che dia degli ordini o che ne riceva. Così le sue prime idee sono quelle di comando e di servitù.”

“Appena nato impadronitevi di lui e non lasciatelo più che uomo fatto: altrimenti non vi riuscirete. Come la vera nutrice è la madre, così il vero precettore è il padre.”

“Non v’è quadro più bello di quello della famiglia, ma un solo tratto mancato sfigura tutti gli altri.”

“Un padre, quando genera ed alimenta i figli, non fa che un terzo del suo compito. Egli deve dare degli uomini alla propria specie, deve dare alla società degli esseri socievoli, deve dare dei cittadini allo Stato.”

“Io predico a chiunque abbia viscere e trascuri così santi doveri, ch’egli verserà a lungo lagrime amare sulla sua colpa e mai riuscirà a consolare.”

“Più il corpo è debole, più comanda; più è forte, più obbedisce.”

“L’educazione dell’uomo comincia alla nascita; prima di parlare, prima ancora d’intendere, egli si istruisce già.”

“La sola abitudine che si deve lasciar prendere al fanciullo è quella di non contrarne nessuna.”

“Non bisogna irritarsi contro il bambino che piange senza una causa apparente, giacché una causa c’è sempre e il bambino soffre acutamente quando è represso in tali prime spontanee manifestazioni.”

“Se cade, se si fa un gonfio alla testa, se gli esce il sangue dal naso, se si taglia le dita, anziché darmi da fare attorno a lui con aria allarmata, resterò tranquillo, almeno per un certo tempo. Il male è fatto, è forza maggiore che lo sopporti; tutta la mia premura non servirebbe che a spaventarlo di più e ad aumentare la sua sensibilità.”

“Soffrire è la prima cosa che deve imparare, e quella che avrà il maggior bisogno di sapere.”

“Invece di lasciarlo marcire nell’aria viziata di una camera lo si porti ogni giorno in mezzo ad un prato. Là che corra, che ruzzi, che cada cento volte al giorno, tanto meglio: imparerà più presto a rialzarsi.”

“Ricordatevi che prima di osar l’intrapresa di formare un uomo bisogna esserci fatti uomini noi stessi, bisogna trovare in noi l’esempio che dobbiamo proporre. Mentre il fanciullo è ancora senza cognizioni, si ha il tempo di preparare tutto ciò che gli è d’intorno in modo che i suoi primi sguardi non siano colpiti che da oggetti che conviene vedere.”

“Rispettate l’infanzia e non affrettatevi a giudicarla, sia in bene che in male.”

“Donde viene la debolezza dell’uomo? Dalla disparità che esiste fra la sua forza e i suoi desideri.”

“Lo spettacolo del mondo, diceva Pitagora, assomiglia a quello dei giochi olimpici: gli uni vi tengono bottega e non se ne curano che per loro profitto; gli altri vi pagano di persona e cercano la gloria; altri ancora si contentano di vedere i giuochi e non sono i peggiori.”

“Per conoscere gli uomini, bisogna agire.”

“Ma è dannoso, quando vi sia caduto egualmente, prendersi la rivincita del “Te l’avevo detto”. Nessuno ama di sentirsi umiliato.”

“L’uomo non comincia facilmente a pensare, ma non appena comincia non cessa più.”

“Guardiamoci bene dall’annunziare la verità a quelli che non sono in grado di intenderla, perché è volervi sostituire l’errore.”

“Io credo dunque che una volontà muove l’universo e anima la natura.”

“Addio dunque, Parigi, città celebre, città di frastuono, di fumo e fango, dove le donne non credono più all’onore né gli uomini alla virtù. Addio, Parigi: noi cerchiamo l’amore, la felicità, l’innocenza; non saremo mai abbastanza lontani da te.”

“L’esempio! L’esempio! Senza di quello non si riesce mai a niente con i bambini.”

Cose che nessuno sa – Alessandro D’Avenia

“Compie quattordici anni e sta seduta a prua. Gli occhi verdi, ridenti e malinconici, sono calamitati dall’orizzonte: una linea troppo netta per non averne paura. Il mondo è una conchiglia. Fa eco alla luce, dà tutta quella che riceve, anche sotto forma di ombre. E la luce è l’unico comandamento dell’alba. Un comandamento ruvido, perché quando si viene alla luce viene anche da piangere.”

“A vita è nu filu, dice sempre nonna Teresa, nella lingua carnale della sua terra.
E a quattordici anni sei un funambolo a piedi nudi sul tuo filo e l’equilibrio è un miracolo.”

“Persino il mare sembra senza limiti, eppure canta solo quando li trova: infrangendosi sulla chiglia diventa schiuma; spezzandosi sugli scoglio, vapore; sfinendosi sulle spiagge, risacca. la bellezza nasce dai limiti, sempre.”

“Quando hai paura, è segno che la vita sta cominciando a darti del tu.”

“Sono cose che nessuno sa.”

“Chi conosce il dolore ne riproduce l’eco per tutta la vita, come le conchiglie fanno con il mare.”

“Dove è finito il mondo che mi avevi promesso? fu l’unica cosa che Eleonora sentì dire a sua figlia, con un tono di voce che apparteneva a una Margherita sconosciuta.”

“Credeva ai libri con la fede di una religione, trovava più realtà tra le righe che per le strade, o forse aveva paura di toccare la realtà direttamente, senza lo scudo di un libro.”

“Le graduatorie per entrare di ruolo erano lo stillicidio burocratico dell’infelicità. La scuola era intasata da spenti professori senza passione, che rendevano impossibile un ingresso stabile a giovani che ormai non erano più giovani.”

“Le cose rimangono invisibili senza le parole adatte.”

“La gente prende l’autobus convinta di avere un percorso da compiere, sale, scende, parla, legge, mangia, dorme. Così ogni giorno. Un modo come un altro di rimandare il capolinea. Ultima fermata, si scende. la morte. Non c’è altro. Per questo amava così tanto i cimiteri.”

“Rimase in silenzio a fissarla: negli occhi viola in cui si era perso tante volte scorgeva i riflessi di un vino impregnato di sole e un mare da attraversare con la promessa di un porto lontano.”

“Di questo parliamo quando parliamo d’amore: di lacrime.”

“La nonna manifestava l’affetto in calorie, come tutti i siciliani.”

“Se non ci metti u sangu e u cori nelle cose che hai di fronte, la vita non riesce. Devi amare quello che fai. Ogni dolce ha la sua storia: la persona per cui lo prepari, i sentimenti che provi mentre lo prepari… ogni cosa entra nelle mani e mentre impasti pensi con le mani, ami con le mani e crei con le mani. I dolci più buoni mi sono venuti quando pensavo di prepararli per tuo nonno. Anche adesso che non c’è…”

“Giulio voleva giocare, come un bambino. Ma non c’era una madre disposta a guardarlo giocare. provava a giocare lo stesso, ma il suo era un gioco pieno di tristezza e rabbia. Giocava con quella ragazza, con la scuola, con il rischio, con la vita e persino con la morte.”

“La vita è così: nasce in silenzio, in un nascondiglio, e pian piano si ingrossa nel suo trascorrere e canta proprio dove incontra un ostacolo.”

“La vita non è mai in rima, al massimo concede un’assonanza, di norma fa solo rumore.”

“Niente macchia gli occhi come le lacrime.”

“Per lei cucinare non era questione di necessità, ma di vita, non rispondeva alla natura ma alla civiltà, e che civiltà è quella che non ha il tempo di cucinare, ma compra il cibo da riscaldare in un microonde?”

“Quando è stata l’ultima volta, ragazzi, che avete perso il sonno pensando al viaggio della vita che vi attende? Quando?”

“Quattordicianni è volere tutto e niente nello stesso momento. Avere segreti inconfessabili e domande senza risposta. Odiare sé per odiare tutti. Avere tutte le paure e nasconderle tutte, pur volendole dire tutte insieme, con mille bocche. Avere centomila maschere senza cambiare mai la faccia che ti ritrovi. Avere un milione di sensi di colpa e dover scegliere a chi addossarli per non doverli portare tutti da sola. Vuoi amare e non sai come si fa. Vuoi essere amata e non sai come si fa. Vuoi stare da sola e non sai come si fa. Vuoi un corpo di donna e non ce l’hai, e se il corpo diventa di donna non lo vuoi più. Quattordicianni è fragilità e non sapere come si fa. Ci sono cose che nessuno spiega. Ci sono cose che nessuno sa.”

“Ci sono dolori in cui nessuno può entrare. Ci sono cose che bisogna fare da soli.”

“Ci sono parole come le conchiglie, semplici ma con il mare intero dentro.”

“Le persone sono fatte di luci e ombre. Finché non conosci le ombre non sai niente di una persona. Cerca di vedere le ombre prima delle luci, altrimenti resti delusa.”

“Il mare aspetta e ci sarà sempre. Anche se cela i suoi relitti, come ogni uomo le sue ombre. Il mare.”

“Solo un’altra donna sa aiutare una donna disperata, solo chi ha un marito sa cosa vuol dire essere abbandonata, solo ci ha portato in grembo un figlio sa cosa vuol dire saperlo in pericolo.”

“Tante volte si era chiesto quale sarebbe stato il suo epitaffio, per cosa sarebbe stato ricordato, qual era l’essenza della sua vita.”

“Quando tutti hanno ragione non si parla: si discute, si litiga, ma non si parla.”

“Non bastava fregarsene delle regole, quando sei in due non puoi più farlo.”

“Non si ricorda una vita felice a cuor leggero.”

 

L’esclusa – Luigi Pirandello

“Antonio Pentàgora s’era già seduto a tavola tranquillamente per cenare, come se non fosse accaduto nulla.
Illuminato dalla lampada che pendeva dal soffitto basso, il suo volto tarmato pareva quasi una maschera sotto il bianco roseo della cotenna rasa, ridondante sulla nuca.”

“Fece con una mano le corna e le agitò in aria.
Caro mio, vedi queste? Per noi, stemma di famiglia!”

“La gente pigliamo moglie, come si piglia in mano la fisarmonica, che pare chiunque debba saperla suonare. Si, a stendere e a stringere il mantice, non ci vuol molto; ma a muover le dita di quella maniera per pigiare su i tasti, lì ti voglio!”

“Ci sono però di questi tali, che quando possono dir male di uno, pare che ingrassino.”

“Chi vuol morire, muoja. Io m’ingegno di campare.”

“Si sa, per altro, che le mogli è il loro mestiere d’ingannare i mariti.”

“Ognuno vuol farne esperienza da sé.”

“Ora la casa paterna, lasciata da circa due anni, lo riprendeva, con tutte le reminiscenze, con l’oppressione antica.”

“E domani? Che sarebbe stato domani, quando tutto il paese avrebbe saputo ch’egli aveva scacciato di casa la moglie infedele.”

“La vita, eh? che miseria…”

“In tanti anni di matrimonio, ella era riuscita con le dolci maniere ad ammansarlo un po’, perdonandogli anche, spesso, torti non lievi, senza mai venir meno tuttavia alla propria dignità e pur senza fargli pesare il perdono.”

“Così passavano lentissimamente i giorni della triste attesa.”

“La chiesa, deserta, aveva un silenzio misterioso, assorbente, nella cruda immobile frescura insaporata d’incenso. La solenne vacuità dell’interno sacro, quasi sospeso agli immani pilastri, alle ampie arcate, dava all’anima, in quella penombra, un senso d’oppressione.”

“Vedeva addensarsi, concretarsi intorno a lei una sorte iniqua, ch’era ombra prima, vana ombra, nebbia che con un soffio si sarebbe potuta disperdere: diventava macigno e la schiacciava, schiacciava la casa, tutto; e lei non poteva più far nulla contro di essa. Il fatto. C’era un fatto. Qualcosa ch’ella non poteva più rimuovere; enorme per tutti, per lei stessa enorme, che pur lo sentiva nella propria coscienza inconsistente, ombra, nebbia, divenuta macigno: e il padre che avrebbe potuto scrollarlo con fiero disprezzo, se n’era lasciato invece schiacciare per primo. Era forse un’altra, lei, dopo quel fatto?”

“Non è affar mio, lo sai. Noialtri, di corna negoziamo.”

“La Giustizia comanda, noi portiamo il gamellino.”

“L’invidia da un canto, dall’altro gl’intrighi spezzati, le aspirazioni deluse trassero agevolmente dalla calunnia una scusa alla loro sconfitta.”

“Ora, ora intendeva lo stupore doloroso della madre e della sorella all’annunzio della sua animosa determinazione. E ancora non le era arrivata agli orecchi la calunnia di cui la gente onesta si armava per osteggiarla, per ricacciarla bene addentro nel fango da cui smaniava d’uscire!”

“E pur nondimeno ritengo che, se la gente sparla, non ha tutti i torti… Che vuole che si capisca d’esami fatti più o meno bene” Si pensa all’intrigo, si pensa!”

“Io ho tentato di alzare la testa, è vero? ebbene, e lui, giù! vorrebbe farmela riabbassare, giù! giù! nel fango in cui m’ha gettata! Questo vuole! Io non debbo più respirare; non debbo cancellarmi dalla fronte, qua, il marchio, il marchio con cui ha creduto di bollarmi.”

“Tu m’intendi! Abbiamo la disgrazia di vivere in un piccola città, dove certe cose non si sanno perdonare, ne dimenticare….”

“Meglio, meglio chiudersi in un sogno continuo, sopra le volgarità e le comuni miserie dell’esistenza quotidiana, sopra il giogo livellatore delle leggi a un palmo dal fango, rete protettrice dei nani, ostacolo e pastoja a ogni ascensione verso un’idealità!”

“Ma sa, signora mia, la maldicenza com’è? dove non può mettere i piedi, mette le scale…”

“Una profonda malinconia le stringeva la gola. Non pensava a nulla, e piangeva. Perché? Vago, ignoto dolore, pena d’indefiniti desiderii… Si sentiva un po’ stanca, non di ispirito, ma nnel corpo: stanca…”

“Le opinioni sono false? Le credere ingiuste e dannose? Ribellatevi, perdio, invece di scherzarci su, di farvi su sgambetti e smorfie, camuffando l’anima da pagliaccio! No: voi da un canto piegate il collo al giogo, e deridete dall’altro la vostra supinità. E’ arte da tristi buffoni.”

“Un altro pugno di fango. La persecuzione ancora, da lontano. Calunnie ancora e villanie.”

“Innocente, per essersi difesa con inesperienza da una tentazione non onostante la prova della sua fedeltà: in compenso l’infamia; in compenso, la condanna cieca del padre! e tutte le conseguenze di essa aggiudicate poi come colpe a lei: il dissesto la rovina, la miseria, l’avvenire spezzato della sorella; e poi l’infamia ancora, il pubblico oltraggio d’una folla intera senza pietà ad una donna sola, malata, vestita di nero.”

“Da umile, oltraggiata; da altera, lapidata di calunnie.”

“Non era venuto anche per lei il tempo di rivivere?”

“Un’ora breve di dolore c’impressiona lungamente; un giorno sereno passa e non lascia traccia.”

“Quanto imminente e fosco era dalla parte dei monti lo spettacolo, tanto vasto e lucente si spalancava dalla parte opposta. Tutta la città, distesa immensa di tetti, di cupole, di campanili, tra cui, gigantesca, la mole del Teatro Massimo, si offerse a gli occhi di Marta, e il mare sterminato in fondo, riscintillante al sole, sotto i cui raggi Monte Pellegrino rossigno pareva sdrajato beatamente.”

“Oh, mia cara, quando io dico: La coscienza non me lo permette – io dico: Gli altri non me lo permettono, il mondo non me lo permette. La mia coscienza! Che cosa credi che sia questa coscienza? E’ la gente in me, mia cara! Essa mi ripete ciò che gli altri le dicono.”

“Se tu amassi più, penseresti meno.”

“Ah! Non bisogna trattenersi mai tanto nel sogno, caro mio, che l’urto della realtà sopravvenga! Quante volte non me lo sono ripetuto…”

“Pensaci! Innocente, ti hanno punita, scacciata, infamata; e ora che tu, spinta da tutti, perseguitata, non per tua passione, non per tua volontà, hai commesso il fallo – per te è tale! – il fallo di cui t’accusarono innocente, ora ti riprendono, ora ti rivogliono! Vacci! Li avrai punti tutti quanti, come si meritavano!”

“il compianto… poi, con l’andar dei giorni, la calma desolata in cui il cordoglio s’assopisce; e man mano le strane piccole sorprese nel vedere, nel sentire che la vita ha seguito e segue tuttavia il suo corso, e noi… noi con essa. I morti? I morti sono lontani…”

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