Frasiarzianti's Blog

Le frasi più belle tratte dai libri letti

Opinioni di un clown – Heinrich Boll

“Era già buio quando arrivai a Bonn. Feci uno sforzo per non dare al mio arrivo quel ritmo di automaticità che si è venuto a creare in cinque anni di continuo viaggiare: scendere, deporre la borsa da viaggio, levare il biglietto dalla tasca del soprabito, raccattare la valigia, consegnare il biglietto, dirigersi verso l’edicola dei giornali, comprare le edizioni della sera, uscire, far cenno a un taxi.”

“Sono un clown. Definizione ufficiale: attore comico, non pago tasse per nessuna Chiesa, ho ventisette anni e uno dei miei numeri si chiama Arrivo e partenza: una (quasi troppo) lunga pantomima in cui lo spettatore confonde arrivo e partenza sino alla fine.”

“C’è una medicina di effetto momentaneo: l’alcool.”

“Un clown che comincia a bere perde quota rapidamente, precipita più in fretta di un operaio ubriaco che cada da un tetto.”

“Restai coricato sul letto in uno stato che ogni tanto auspico per la fine dei miei giorni: ubriaco e come affondato nel fango.”

“Spesso Maria mi leggeva la Bibbia. Deve essere difficile credere a tutto questo.”

“Di notte, quando finalmente si stava tranquilli per una mezz’ora, si udivano sempre soltanto piedi in marcia: prigionieri di guerra italiani (a scuola ci era stato spiegato perché adesso gli italiani non erano più alleati e lavoravano invece da noi come prigionieri, ma fino a oggi non sono riuscito a capire come mai), prigionieri russi, donne prigioniere, soldati tedeschi. Piedi in marcia, tutta la notte. Nessuno sapeva esattamente che cosa succedesse.”

“Henriette con il cappellino blu e il sacco in spalla. Non ritornò più e non abbiamo mai saputo dove sia sepolta. Qualcuno venne da noi dopo la fine della guerra e annunciò che era caduta presso Leverkusen.”

“Io penso che i vivi sono morti e i morti sono vivi, ma non come lo intendono i cristiani e i cattolici.”

“Disse: Non puoi proprio dimenticare, eh? – Mi sentivo prossimo al pianto e risposi piano: Dimenticare? Dovrei farlo, mamma? – Lei tacque; udivo soltanto quel pianto di donna vecchia, così impressionante.”

“Prima di riattaccare udii che diceva ancora qualcosa a proposito di principi. Inoltre aveva l’odore di sempre: non sapeva di niente. Uno dei suoi principi: una signora non emana odori di nessun genere. Probabilmente per questa ragione mio padre ha un’amante così bella, che certo non emana alcun odore, ma a vederla sembra che debba odorar di buono.”

“E’ spaventoso quello che si agita nella testa dei cattolici. Non riescono neppure a bere un buon vino senza farci sopra una qualche elucubrazione, devono a qualunque costo sentirsi consapevoli di quanto è buono quel vino e perché. In quanto a consapevolezza, non sono da meno dei marxisti.”

“Forse per la prima volta in vita mia provavo il senso del ritmo quotidiano: dover fare delle cose per le quali non è più la voglia a decidere.”

“Neppure il demonio riesce ad avere gli occhi d’Argo che hanno i vicini di casa.”

“La città è davvero molto graziosa: la cattedrale, i tetti di quello che fu un tempo il castello dei principi elettori, il monumento a Beethoven, il piccolo mercato e lo Hofgarten. E’ il destino di Bonn, che non si creda al suo destino.”

“Che cosa vuoi, in conclusione?
Te – risposi e non so se vi sia qualcosa di più bello da dire a una donna.”

“Credo che nessuno al mondo capisca un clown, e neppure un clown capisce l’altro, entrano sempre in gioco l’invidia e la gelosia.”

“Fare il bagno è bello quasi quanto dormire, come dormire è bello quasi come fare la “cosa”. E’ Maria che l’ha chiamata così e io continuo sempre a pensarvi con le sue parole.”

“Non c’è niente di più deprimente per la gente di un clown che fa compassione. E’ come un cameriere che arriva sulla poltrona a rotelle a portarle la birra.”

“Io ho paura di sentirmi rivolgere la parola da tedeschi mezzo ubriachi di una determinata classe di età: parlano sempre della guerra, pensano che era magnifico e quando sono sbronzi del tutto salta fuori che sono degli assassini e che trovano che tutto non era poi così tremendo.”

“E’ una cosa che ho notato spesso nei cattolici: difendono i loro tesori – i sacramenti, il Papa – come degli avari. Inoltre sono la specie umana più presuntuosa che esista. Si fanno delle idee su tutto: su quello in cui la loro Chiesa è forte, su quello in cui è debole, e da chiunque ritengano appena mediocremente intelligente si aspettano che debba convertirsi.”

“Quando invece vorrei preparare in cucina qualcosa per me, mi sento perduto. La solitudine rende le mie mani maldestre e la necessità di usare l’apriscatole o di sbattere le uova nel tegame mi sprofonda nella più cupa malinconia.”

“La marca è ottima – rispose – ma il miglior cognac cessa di essere tale quando è ghiacciato.”

“Ti sembrerà certamente stupido ma ti voglio dire una cosa importante; disse – sai che cosa ti manca? Ti manca proprio quello che fa di un individuo un vero uomo: la capacità di farsi una ragione delle cose.”

“Uomini come mio padre devono sempre avere il meglio di ogni cosa: il miglior cardiologo del mondo, Drohmert, il miglior critico teatrale della Repubblica Federale, Genneholm, il miglior sarto, il miglior champagne, il miglior albergo, il miglior scrittore. Alla fine è noioso.”

“Era molto spiritoso, tutti sapevano che era spiritoso e quindi era costretto a essere sempre spiritoso. Un’esistenza mortalmente faticosa.”

“Che i critici siano critici non è il loro difetto peggiore: il peggio è piuttosto che davanti a se stessi siano così incapaci di autocritica e così privi di senso dell’umorismo. Penoso.”

“Mio padre annuì stancamente. Gli tesi le sigarette, ne prese una, gliela accesi. Mi faceva compassione. Dev’essere brutto per un padre trovarsi a parlare per la prima volta sul serio con il proprio figlio quando ha già quasi ventotto anni.”

“Ci sono pochissime persone che si hanno volentieri accanto quando si piange.”

“Mi riproposi di partire per Roma e chiedere anch’io di di essere ricevuto dal Papa. Anche lui, del resto, aveva qualcosa di un vecchio, saggio clown e dopotutto la figura di Arlecchino era nata a Bergamo.”

“Sua moglie è bella in un modo che non si capisce bene se è un essere vivente o soltanto una bambola con la molla caricata.”

“Quello che mi irritava particolarmente ai ricevimenti di mia madre era l’inoffensività degli emigranti rientrati in Germania. Erano così commossi da tutta quell’aria di pentimento e da quelle altisonanti dichiarazioni di democrazia che ogni incontro finiva sempre con grandi abbracci e proteste di fratellanza. Non capivano che il segreto dell’orrore sta nel particolare. E’ molto facile, un gioco da bambini, pentirsi di gravi colpe: errori politici, adulterio, assassinio, antisemitismo. Ma chi perdona un particolare, chi comprende i dettagli?”

“Una donna può con le sue mani esprimere tante cose, dare un’illusione di tante cose, che in confronto le mani maschili mi fanno sempre l’effetto di pezzi di legno. Le mani maschili sono mani che si stringono per salutare, mani che picchiano, naturalmente mani che sparano e mani che firmano. Stringere, picchiare, sparare, firmare assegni barrati: questo è tutto quello che le mani maschili sanno fare e… naturalmente lavorare. Le mani femminili non sono già quasi più mani, sia che spalmino il burro sul pane sia che liscino i capelli sulla fronte.”

“Vi sono attimi che hanno il valore di un rituale e che racchiudono in se il senso della ripetizione: come la signora Wieneken tagliava il pane.”

“Gli attimi bisognerebbe lasciarli così come si sono vissuti, mai tentare di ripeterli, di riviverli…”

“Per me non esiste nulla di più penoso di una donna che guarda amareggiata il marito perché è incinta.”

“Per la prima volta mi ero reso conto di quanto terribili possano essere gli oggetti che una persona lascia dietro di sé quando va via o quando muore.”

“La gente ricca riceve molti più regali di quella povera; e quello che deve proprio comprare, lo ha sempre molto più a buon prezzo.”

“Ma che tipo di uomo sei, in conclusione? – domandò Leo.
Sono un clown – dissi – e faccio raccolta di attimi. Ciao. . E riattaccai.”

“Mi spaventai quando la prima moneta cadde nel cappello: era un soldo, colpì la sigaretta, la sospinse troppo da parte. La rimisi al posto giusto e ripresi a cantare.”

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Il Cerchio – Dave Eggers

“Mio Dio – pensò Mae – questo è un paradiso.”

“Si tratta solo di programmare e poi di seguire gli sviluppi.”

“Meglio essere ai piedi di una scala di cui vuoi raggiungere la cima che a metà di una scala sulla quale non vuoi arrampicarti, giusto? Una scala di merda per teste di cazzo?”

“L’era delle false identità, dei furti d’identità, degli username multipli, delle password complicate e dei sistemi di pagamento era finita.”

“Fuori dalle mura del Cerchio tutto era rumore e lotta, disastro e sporcizia. Ma lì ogni cosa era perfetta.”

“Chi poteva creare l’utopia se non degli utopisti?”

“Vogliamo che questo sia il tuo posto di lavoro, certo, ma anche un posto umano. E questo significa incoraggiare la comunità. Anzi, deve essere una comunità.”

“Tutto quello che succede dev’essere conosciuto.”

“Ecco la massima trasparenza. Senza filtri. Vedere tutto. Sempre.”

“Ma sappi, d’ora in poi, che essere social, ed essere una presenza nel tuo profilo e in tutti i relativi account, fa parte del motivo per cui ti trovi qui. Noi consideriamo la tua presenza online una parte integrante del lavoro che svolgi al Circle. Tutto si tiene.”

“Non è che non socializzo. Io sono abbastanza socievole. Ma gli strumenti che create voi in realtà producono bisogni di socialità innaturalmente estremi.”

“Dunque, il sensore è già dentro di me?”

“Il problema della carta è che ogni comunicazione muore con lei. Non ha alcuna chance di continuità. Tu guardi la tua brochure, e finisce lì. Finisce con te.”

“Tu fai la tua parte. Devi partecipare.”

“Le venne in mente, in un momento d’improvvisa lucidità, che quella che era sempre stata all’origine delle sue ansie, dello stress o delle preoccupazioni, non era una singola forza, indipendente ed esterna; non era il pericolo che correva lei o la costante minaccia di qualche calamità per gli altri, e i loro problemi. Era qualcosa d’interno e di soggettivo, e consisteva nel non sapere.”

“Al Cerchio non si cancella niente.”

“C’è un’altra area della vita pubblica dove vogliamo e da cui aspettiamo trasparenza, e questa è la democrazia.”

“Non sei il padrone della notizia, anche se riguarda te. Non sei il padrone della storia. Ormai è in archivio.”

“Se non agivi alla luce del giorno, cosa facevi nell’ombra?”

“Cioè, come tutte le altre cose a cui fate pubblicità, sembra perfetto, sembra progressista, mentre implica più controllo, più monitoraggio centralizzato di tutto quello che facciamo.”

“Tu scrivi commenti sulle cose invece di farle.”

“Allora, in generale, tu diresti che ti comporti in un modo diverso quando sai di essere osservata?”

“L’azione individuale ha ripercussioni che possono essere quasi illimitate.”

“Il Cerchio è la forma più forte dell’universo. Non c’è niente che possa batterlo, niente che possa migliorarlo, niente di più perfetto. Ed è quello che noi vogliamo essere: perfetti. Così, ogni dato che ci sfugge, ogni cosa che non è accessibile, ci impedisce di essere perfetti. Capisci?”

“E’ la natura dei segreti. Sono cancerogeni quando ce li teniamo dentro, ma innocui quando vengono rivelati.”

“Ma il mio punto è: e se ci comportassimo tutti come se fossimo osservati?”

“Un segreto tra due amici, Mae, è un oceano. E’ largo e profondo, e in quell’immensità noi ci perdiamo.”

“TI comporti meglio o peggio quando sei osservata?”

“La conoscenza è un diritto fondamentale di tutti gli uomini. Parità di accesso a tutte le esperienze umane possibili: ecco un diritto fondamentale che abbiamo tutti.”

“Condividere è prendersi cura.”

“La privacy è un furto.”

“I segreti sono bugie.”

“Loro non vogliono ricevere né smile, né frown, né zing. Vogliono essere lasciati in pace. E non vogliono essere osservati. La sorveglianza non dovrebbe essere la merce di scambio per ogni maledetto servizio che otteniamo.”

“Tu e i tuoi simili vivrete allegramente e di buon grado sotto continua sorveglianza, guardandovi tra voi, scambiandovi commenti su di voi, votando per voi e mostrando simpatie e antipatie per questi o per quelli tra voi, ora con uno smile ora con un frown, ma per il resto facendo ben poco.”

“Quando sarà obbligatorio avere un account, e quando tutti i servizi governativi saranno incanalati attraverso il Cerchio, avrai contribuito a creare il primo monopolio tirannico della Terra.”

“Pensiamo a cosa significa chiudere il Cerchio.”

“Abbiamo il diritto di sapere.”

“Non siamo destinati a sapere tutto, Mae.”

“Voi state creando un mondo di luce sempre accesa, e io credo che essa ci brucerà vivi, tutti quanti.”

“Voi non volete soltanto i vostri dati, avete bisogno dei miei.”

“La sofferenza è semplice sofferenza se si soffre in silenzio, in solitudine. Il dolore provato in pubblico, davanti a milioni di persone affezionate, non era più dolore. Era comunione.”

“Il velivolo sfondò la barriera e saltò nell’abisso, e per un breve istante sembrò che volasse, sullo sfondo di montagne visibili per chilometri e chilometri. Poi il pick-up scomparve.”

“Siamo tutti sull’orlo del baratro.

“Prima esisteva la possibilità di dissociarsi. Ora non più. Il Completamento è la fine. Stiamo per chiudere il cerchio intorno a tutti: è un incubo totalitario.”

“Ecco dove si chiude il Cerchio. Tutti saranno monitorati, dalla culla alla tomba, senza possibilità di fuga.”

“Se riesci a controllare il flusso delle informazioni, puoi controllare ogni cosa.”

“Io. Io voglio essere vista. Voglio una prova della mia esistenza.”

“La maggior parte della gente è così. La maggior parte della gente darebbe tutto ciò che sa, darebbe tutte le persone che conosce… darebbe qualunque cosa pur di sapere che è stata vista e riconosciuta, e che potrebbe persino essere ricordata. Sappiamo tutti che moriremo. Sappiamo tutti che il mondo è troppo grande perché si possa essere significativi. Così, non abbiamo altro che la speranza di essere visti o sentiti, anche solo per un momento.”

“Dobbiamo avere, tutti, il diritto di scomparire.”

“Dovevano parlare di Annie, dei pensieri che le stavano passando per la testa. Perché non avrebbero dovuto conoscerli? Il mondo non meritava niente di meno, e non voleva aspettare.”

Così parlò Zarathustra – Friedrich Nietzsche

“Quand’ebbe compiuto il trentesimo anno, Zarathustra lasciò la sua patria e il lago natio, e si recò su la montagna. Là per dieci anni gioi, senza stancarsene, del suo spirito e della sua solitudine. Ma al fine il suo cuore si mutò; e un mattino egli si levò con l’aurora, s’avanzò verso il sole e così gli disse: Oh grande astro! Che sarebbe della tua felicità se tu non avessi a chi splendere?”

“Questo vecchio santo nella sua foresta non ha saputo ancora che Dio è morto?”

“Io insegno a voi il superuomo. L’uomo è cosa che dev’essere superata. Che avete voi fatto per superarlo?
Tutti gli esseri umani crearono sinora qualche cosa oltre sé stessi: o voi volete essere il riflusso di questa grande marea e ritornare al bruto anziché oltrepassar l’uomo?
Che cosa è la scimmia per l’uomo? Un oggetto di riso e di dolorosa vergogna. E questo appunto dev’essere l’uomo pel superuomo: un oggetto di riso o di dolorosa vergogna.”

“Ve ne scongiuro fratelli miei, rimanete fedeli alla terra e non prestate fede a coloro che vi parlano di speranze soprannaturali! Sono avvelenatori, coscienti o incoscienti.”

“L’uomo è una corda, tesa tra il bruto e il superuomo, – una corda tesa su di una voragine.”

“Amo coloro che non cercano già, oltre le stelle, una ragione di sacrificarsi e perire; ma che si immolano alla Terra perché essa appartenga un giorno al superuomo.”

“Amo colui che vive per conoscere e che vuole conoscere, affinché un di viva il superuomo. Poi che in tal modo soltanto ei vuole la propria distrazione.”

“Serena è l’anima mia come la montagna nel mattino.”

“Sul mio onore, amico mio, rispose Zarathustra, nulla è vero di ciò che tu pensi: non v’ha nè diavolo nè inferno. L’anima tua morrà prima ancora del tuo copro; non temer di nulla!”

“Inebriante gioia è pel sofferente guardar lontano dai propri dolori e dimenticare sé stesso. E a me pure il mondo – questa imperfetta immagine di eterna contraddizione – si rivelò un giorno imagine di gioia e d’oblio.”

“Una volta lo spirito era Dio, poi si fece uomo e finirà col diventar plebe.”

“La vita è difficile a sopportare: per carità, non pretendete d’essere tanto delicati! Noi tutti insieme siamo asini e asine destinati ad essere caricati.”

“Se io volessi scuotere con le mie mani quest’albero non potrei. Ma il vento, che noi non vediamo, lo muove e lo piega a suo piacere. Noi siamo scossi e piegati nel peggior dei modi da mani invisibili.”

“Voi dovete cercare il vostro nemico, combattere la vostra guerra, e ciò per le vostre idee! E se la vostra idea soccombe, che la vostra rettitudine gridi al trionfo!
Voi dovete amare la pace perchè è un mezzo a nuove guerre. E dovete amare la pace breve più che lunga.
A voi non consiglio la pace, bensì la vittoria. Il vostro lavoro sia la lotta, la vostra pace è la vittoria!”

“Voi dite che la buona causa santifica persino la guerra? Ed io vi dico: la buona guerra santifica ogni causa.”

“Stato – si chiama il più freddo di tutti i mostri. E’ freddo anche nel mentire; e la menzogna ch’esce dalla sua bocca è questa: Io, lo Stato, sono il popolo!”

“Guardate come s’arrampicano, queste agili scimmie! s’arrampicano l’una sull’altra, e vanno a finire tutte nel fango e nell’abisso. Tendono tutti al trono: la lor follia li spinge – come se sul trono fosse la felicità. Spesso sul trono sta il fango – e molte volte anche il trono è sul fango!”

“Poco comprende il popolo la grandezza, cioè la creazione, ma ha occhi ed orecchi per i commedianti, per quelli che rappresentano le cose grandi.”

“Sempre deve distruggere, chi vuol creare.”

“Due cose ricerca il vero uomo: il pericolo e il giuoco. Per ciò egli desidera la donna, ch’è il trastullo più pericoloso.”

“L’uomo deve essere educato per la guerra e la donna per il diletto del guerriero: tutto il resto è sciocchezza.”

“Nel vero uomo si cela il bambino che vuol giocare. Orsù, o donne, rendete palese il bambino nell’uomo.”

“Ti rechi presso le donne? Non dimenticare la frusta.
Così parlò Zarathustra.”

“Matrimonio: così io chiamo la volontà che anima due esseri a creare quell’uno che dev’essere superiore a coloro che lo crearono. Io chiamo matrimonio il reciproco rispetto dei volenti per una tale volontà.
Questo sia il significato e la vera essenza del tuo matrimonio.”

“Molte follie di breve durata per voi hanno il nome d’amore. E il vostro matrimonio mette un fine a coteste piccole follie, diventando una follia eterna.”

“Immaturo è l’amore e l’odio del giovane: troppo in lui ancora son gravi le ali dello spirito.”

“Morti son tutti gli dei: ora vogliamo che il superuomo viva.
Tale sia la nostra ultima volontà nel grande meriggio!
Così parlò Zarathustra.”

“Giacché vedendo soffrire l’infelice io mi vergognai della sua vergogna; e quando l’aiutai l’offesi certo nel suo orgoglio.
I grandi benefici non ispirano la gratitudine, bensì il desiderio di vendetta; i piccoli, se non vengono dimenticati, si mutano col tempo in vermi roditori.”

“Oh guardate le dimore che questi preti hanno edificate! Chiese essi chiamano le loro caverne putride.
Qual falsa luce, quale aria appestata qui dove l’anima non può levarsi in alto.”

“La vita è una sorgente di gioia; ma le fonti cui attinge anche la plebe divengono attossicate.”

“E ai governanti voltai le spalle, quando vidi che cosa era ciò che essi chiamavano governare: il mercanteggiare e il patteggiare per la potenza con la plebe!”

“Ciò che il padre tacque s’esprime nella parola del figlio; e bene spesso trovai essere il figlio il segreto rivelato del padre.”

“Diffidate di coloro che hanno sempre in bocca la giustizia. In verità, alle loro anime fa difetto non il miele soltanto!”

“Con tali predicatori dell’uguaglianza io non voglio essere confuso o scambiato. Poi che così parlò in me la giustizia: “Gli uomini non sono uguali.”

“Tutto non è che un ritorno, un rimpatriare del mio proprio essere, di quella parte di lui ch’errava lontano, sparsa tra le cose e le apparenze.”

“Poichè nessuno possa vedere nel mio intimo e nella mia ultima volontà, io inventai il lungo e glorioso silenzio.”

“Ma laggiù tutti parlano e nessuno ascolta. Si gridi la propria sapienza a suon di campane: i merciai della fiera ne vinceranno il fragore con il tintinnio delle lor monete!
Tutti parlano, ma nessuno sa più comprendere. Tutto cade nell’acqua, ma nulla nei pozzi profondi.
Tutti cianciugliano, ma nessuna cosa giunge a compimento. Tutti chiocciano, ma chi s’accontenta al suo nido?
Tutti parlano, ma di tutto parlano male.”

“Ma invero, il mangiare bene e il bere meglio non è arte da sprezzarsi, o miei fratelli! Spezzate, spezzate le tavole degli insoddisfatti.”

“L’uomo deve diventare migliore e anche più malvagio: questo io insegno. Un maggior grado di malvagità è necessario perché prosperi il superuomo.”

“Se volete salire molto in alto, adoperate le vostre proprie gambe! Non permettete che altri vi porti; non salite sui dossi e sulle teste degli estranei.”

L’Imperio – Federico De Roberto

“Quando Ranaldi s’affacciò dal parapetto della tribuna, appoggiandovi la destra armata del cannocchiale, l’aula era spopolata. Scoccavano le due, e per aver salito più che in fretta le scale, dalla paura di perdere il principio dello spettacolo, il giovane ansava. Era anche un poco confuso e intimidito.”

“Notando, all’altro capo dello stesso ultimo banco, una lapide nera con caratteri d’oro spiccante sulla tinta uniforme degli stalli, si confermò nella supposizione: quello era il posto di Garibaldi, non più occupato da nessuno dopo la morte del Generale.”

“Non era quello, infatti, il tempio dove convenivano i fedeli al culto della patria e dove se ne celebravano i riti?”

“Consalvo Uzeda di Francalanza era entrato a Montecitorio, in qualità di rappresentante del paese il 22 Novembre 1982, giorno in cui il Re aperse la XIV legislatura, salutando gli eletti dal suffragio quasi universale.”

“Il viaggio fu la grande lezione del giovane; e dopo dieci anni, la rammentava ancora. Non poteva, no, dimenticare la mortificazione provata nel vedere che la sua nobiltà, la sua ricchezza, tutte le ragioni del credito goduto in Sicilia, non valevano più nulla, o quasi, appena fuori di casa sua. A casa sua era Consalvo VII; il principino, uno dei Vicerè, conosciuto, ammirato, invidiato e riverito da tutti: egli era divenuto in signore qualunque a Napoli, a Roma, a Milano, e peggio ancora a Vienna, a Parigi ed a Londra.”

“L’avvocatuccio arrivato al potere, superbo della fresca sua dignità dinanzi a tutto il mondo, provava un’istintiva soggezione in presenza del patrizio compaesano, quasi che il principe di Francalanza, il discendente dei Vicerè, potesse con una sola parola rammentargli la distanza che li separava.”

“Alcuni, gli anziani, lavoravano col professore, studiavano le cause, scrivevano le memorie; altri, ed erano i più, freschi di laurea come Ranaldi, stavano a udire, o prendevano note nei volumi della giurisprudenza, o ricopiavano manoscritti, o correggevano bozze di stampe, o correvano per le cancellerie e i gabinetti dei magistrati a estrarre documenti o a riferire ambasciate.”

“Definire un uomo da una parola, da un discorso, da cento discorsi, è un errore, giacché per ogni idea che egli esprime, ve ne sono, nel suo cervello, migliaia che la combattono o la combatteranno più tardi, e la potranno modificare, trasformare, distruggere.”

“Ho parlato mezza dozzina di volte con lui, m’è bastato per giudicarlo. Furbo assai quel siculo; ma vuoto come una zucca…”

“La ricchezza, assoluta o relativa, non può esser di tutti; è impossibile che quanti prendono parte al giuoco della vita vincano tutti, e che le vincite siano eguali; i giuocatori lo sanno, ma prima che le carte siano date, prima che il dado sia tratto, essi sono tutti in egual grado animati e confortati dalla speranza, e chi perde, se prova un umano senso di dispetto, accetta nondimeno la necessità della sorte, e aspetta la rivincita.”

“…noi che combattiamo il socialismo non vogliamo che, affidata ad ali di cera, sperando di raggiungere il paradiso superno, l’umanità si prepari una caduta tremenda. Diranno che non siamo ragionevoli, ma ciechi, risponderemo che non siamo noi i ciechi, ma essi gli illusi.”

“Nulla, non c’era da far nulla, non si poteva aspettare o sperar nulla, non si poteva credere in nulla. Di quale partito, di quali uomini fidarsi? Tutti gl’idoli che egli aveva venerati avevano rivelato le loro magagne, in tutti aveva trovato presunzione, ignoranza, vanità, intransigenza, difetti e vizii insanabili. Egli rideva della sua antica ricerca d’un uomo capace di salvare la nazione: nessuno poteva nulla salvare. L’Italia, e come ogni altro paese del mondo, e il mondo intero, erano stati salvati e perduti, e risalvati e riperduti, per fatalità inevitabili, secondo leggi ignote. Né l’apparente salvazione era realmente uno stato prospero e felice, né quella che si giudicava rovina era veramente tale.”

“E invece di essere modesti, umili e rassegnati, essi erano arroganti, boriosi, inframettenti: gridavano, urlavano, battagliavano, pretendevano la signoria dell’universo, e si piegavano soltanto dinanzi a un Dio fatto a loro immagine e somiglianza.”

“Le campane delle chiesuole e delle cappelle squillavano in lontananza, chiamavano i fedeli alla predica e alla preghiera. Si, gli uomini pregavano Dio; ma ad ogni preghiera rispondeva una bestemmia.”

“Quando la vita si rivela quella che è, tutta una crisi verso la morte, l’affrettamento del processo, il conseguimento della morte sarà considerato come l’unica cosa conveniente.”

“Quanti sono stati coloro che si sono uccisi, non già per sfuggire ad un determinato dolore, ma persuasi della fatalità del dolore universale?”

“Reciprocamente, fiori, frutti e fanciulli si ammirano perché si dimentica il segreto lavorio di corruzione che li sfronderà, li farà marcire, invecchiare e incancrenire. La seduzione ne è tutta apparente. Chi ha visto il fondo delle cose, se ne guarda come del peggiore inganno.”

“La morte gli prometteva più beni che non l’amore e avrebbe mantenute le sue promesse. lo avrebbe difeso da tutti i dolori del corpo e dell’anima, da tutti i bisogni, da tutte le vergogne, da tutti i disinganni, da tutti gli spergiuri, da tutte le bestemmie; gli avrebbe assicurato la pace immutabile, la quiete infinita, l’eterno riposo.”

“Aveva visto lo spettacolo del male, la petulanza della menzogna, le tortuosità dell’ipocrisia, la ferocia degli egoismi, la mordacità della calunnia, la cupidità degli appetiti, la presunzione dell’ignoranza, l’insolenza della vanità, la sfrenatezza di tutte le peggiori passioni, ma non si era soffermato dinanzi al bene, non ne aveva cercate e raccolte le prove.”

“Siete poeta. Il paragone che vi ho portato non vi piacerà perché non è punto poetico. Vorreste tutto bello, tutto buono, tutto grande, tutto puro. Non siete il solo. Ma bisogna farsi una ragione!”

“Non protestare, non obiettare, accettare quelle offerte, goderne, esultarne: così voleva la vita.”

Cuore di tenebra – Joseph Conrad

“Il Nellie, una iole da crociera, ruotò sull’ancora senza alcun tremolio delle vele e si immobilizzò. La marea era alta, il vento si era quasi del tutto placato e, dal momento che stavamo discendendo il fiume, l’unica cosa da fare era fermarsi ad aspettare il riflusso.”

“C’era tra noi, come ho già detto da qualche parte, il vincolo del mare.”

“Eravamo d’umore meditativo e capaci soltanto di quella placida contemplazione.”

“Guardammo quel venerabile fiume (Tamigi), non nel vivido rigoglio di una breve giornata che arriva e scompare per sempre, ma nella luce augusta di memorie persistenti.”

“Quale grandezza non aveva galleggiato nel riflusso di questo fiume verso il mistero di un mondo sconosciuto! Sogni di uomini, semi di comunità, germi di imperi.”

“Erano abbastanza uomini per affrontare le tenebre.”

“Il fascino dell’orrore, capite – e immaginate i rimpianti sempre più intensi, il desiderio di fuggire, il disgusto impotente, la resa, l’odio.”

“Fu solo dopo un lungo silenzio, quando lui disse, con voce esitante: Immagino che voialtri ricordiate il periodo in cui divenni per un pò un marinaio d’acqua dolce”, che capimmo di essere destinati, prima che iniziasse il riflusso, ad ascoltare la storia di una delle sconclusionate esperienze di Marlow.”

“Era divenuto un luogo di tenebra. C’era però un fiume soprattutto, un fiume grande e possente, simile a un immenso rettile, con la testa nel mare, il corpo a riposo che si curva lontano in una campagna sterminata e la coda sperduta nelle profondità del paese.”

“Io guardavo la costa. ora, guardare da una nave la costa che scivola via è come riflettere su un enigma. Se ne sta lì davanti a voi – sorridente, accigliata, invitante, grandiosa, squallida, insipida o selvaggia, ma sempre muta e con l’aria di sussurrare: Vieni a scoprirmi.”

“Facemmo scalo in altri luoghi con nomi farseschi, dove la gaia danza della morte e del commercio proseguiva in un’atmosfera immota e terrosa, come quella di una catacomba surriscaldata; procedendo sempre lungo quella costa informe bordata dalla pericolosa risacca, come se la Natura stessa volesse tener lontani gli intrusi; dentro e fuori, correnti di morte nella vita, le cui sponde marcivano nel fango, le cui acque condensate in melma invadevano le contorte mangrovia, che parevano dibattersi davanti a noi in un parossismo di impotente disperazione.”

“Era come un faticoso pellegrinaggio fra tracce di incubi.”

“Ma sul pendio di quella collina intuii che nel sole accecante di questo paese avrei conosciuto il demone flaccido, pretenzioso e miope di una follia rapace e spietata.”

“Un giorno mi disse, senza alzare il capo: All’interno incontrerà certamente il signor Kurtz.”

“Mi sento come se cercassi di raccontarvi un sogno, e sarebbe un tentativo inutile perché nessun resoconto di un sogno può trasmettere la sensazione che nel sogno di prova, quella mescolanza di assurdità, di sorpresa e di smarrimento, in un fremito di spasmodica rivolta, quell’impressione di essere prigionieri dell’incredibile che è l’essenza stessa dei sogni…”

“Non mi piace lavorare – non piace a nessuno – ma mi piace ciò che nel lavoro è insito – la possibilità di trovare te stesso. La tua realtà – per te, non per gli altri – ciò che nessun altro uomo potrà mai sapere. Loro vedono soltanto l’apparenza e non sono mai in grado di capire che cosa realmente significhi.”

“Risalire quel fiume era come viaggiare indietro nel tempo sino ai più lontani albori del mondo, quando la vegetazione cresceva sfrenata sulla terra e i grandi alberi erano re. Un corso d’acqua deserto, un grande silenzio e una foresta impenetrabile. L’aria era calda, densa, opprimente, stagnante. Non c’era gioia nello splendore del sole.”

“Conoscete la diabolicità dell’inedia prolungata, le sue torture esasperanti, i suoi neri pensieri, la sua cupa e tormentata ferocia? Bè, io si. Un uomo ha bisogno di tutte le proprie forze per combattere correttamente la fame. E’ molto più facile affrontare il lutto, il disonore e la perdita della propria anima – che questo tipo di fame prolungata.”

“Lo guardai, pieno di stupore. Se ne stava lì davanti a me, entusiasta, favoloso, nel suo abito variopinto, con l’aria di essere scappato da una compagnia di mimi. Persino la sua esistenza era improbabile, inspiegabile, sconcertante.”

“La foresta tuttavia aveva scoperta da tempo la sua vera natura, e si era presa su di lui una terribile vendetta per la sua fantastica invasione. Credo che gli avesse sussurrato qualcosa di sé che lui ignorava, qualcosa di cui non aveva avuto idea finché non si era consultato con questa grande solitudine – e quel sussurro aveva esercitato un fascino irresistibile.”

“Non udivo alcun suono, ma vidi col binocolo il braccio sottile teso in un gesto di comando, la mascella inferiore che si muoveva e gli occhi di quell’apparizione che brillavano bui, incavati in quella testa ossuta che annuiva con sussulti grotteschi.”

“Il volume della voce, che emise senza il minimo sforzo, quasi senza prendersi il disturbo di muovere le labbra, mi sbalordì. Che voce! Che voce! Grave, profonda, vibrante, sebbene l’uomo sembrasse incapace persino di sussurrare.”

“Cercai di spezzare l’incantesimo – il muto opprimente incantesimo della foresta – che pareva attirarlo al proprio seno spietato svegliando in lui istinti brutali e dimenticati, richiamando alla sua memoria mostruose e appagate passioni.”

“L’anima. Se qualcuno ha mai lottato con un’anima, quello sono io.”

“Era però pazza la sua anima. Sola in quella foresta, aveva guardato dentro di sé e, per il cielo! credetemi, era impazzita.”

“Lo vidi. Lo udii. Vidi il mistero inconcepibile di un’anima che non conosceva né freno, né fede, né paura, e che pure lottava alla cieca con se stessa.”

“La corrente marrone fluiva veloce dal cuore di tenebra, portandoci verso il mare a una velocità due volte superiore a quella del viaggio d’andata; e anche la vita di Kurtz scorreva via rapida, defluendo, defluendo dal suo cuore nel mare del tempo inesorabile.”

“Kurtz concionava. Che voce, che voce! Risonò profonda fino all’ultimo. Sopravvisse alle sue forze per nascondere nelle pieghe sontuose dell’eloquenza la tenebra sterile del cuore.”

“La sua era una tenebra impenetrabile. Lo guardavo come voi potreste osservare un uomo che giace in fondo a un precipizio dove non brilla mai il sole.”

“Come se fosse stato strappato un velo, scorgevo su quel viso d’avorio l’espressione di un orgoglio tenebroso, di un potere spietato, di un terrore vile – di un’intensa e avvilita disperazione.”

“Gridò in un sussurro a qualche immagine, a qualche visione – gridò due volte, un grido che non era più di un respiro.
L’orrore! L’orrore!”

“Che cosa strana la vita – quel misterioso organizzarsi di una logica implacabile per un futile obiettivo. Il massimo che potete sperarne è una certa conoscenza di voi stessi – cui arrivate troppo tardi – una messe di rimpianti inestinguibili.”

“Aveva ricapitolato – aveva giudicato. L’orrore!”

“Mi parve di udire il suo grido sussurrato: L’orrore! L’orrore!”

“Alzai il capo. L’orizzonte era sbarrato da un nero banco di nubi e la tranquilla via d’acqua che conduceva agli estremi confini della terra scorreva cupa sotto un cielo coperto – sembrava condurre nel cuore di un’immensa tenebra.”

Foto di gruppo con signora – Heinrich Boll

“La protagonista femminile dell’azione, nella prima parte, è una donna di quarantottto anni, germanica: alta m 1,71, pesa kg 68,8 (in abito da casa), perciò ha solo 300-400 grammi meno del peso ideale. Ha occhi cangianti tra il blu cupo e il nero, capelli biondi molto folti e lievemente imbiancati,che le pendono giù sciolti, aderendole al capo, lisci, come un elmetto. Questa donna si chiama Leni Pfeiffer, nata Gruyten…”

“Leni abita ancor sempre nella casa in cui è nata. Il quartiere, grazie a una serie di casi fortuiti che non si possono spiegare, è stato risparmiato dalle bombe, almeno fino a un certo punto; è stato distrutto solo per il 35 per cento, perciò si può considerare favorito dalla sorte.”

“…in quella sera d’estate del 1938, mentre giaceva distesa e spalancata sull’erica ancora calda, ebbe la nettissima impressione di venir presa e anche di aver dato…”

“Merda, merda, merda, anch’io non voglio essere altro che merda.”

“C’è odor di calcestruzzo, figliuoli, di miliardi di tonnellate di cemento, odor di caserme e di bunker.”

“Chi ne sa niente, due cavalieri di Bamberga che vogliono morire insieme, e ce l’hanno proprio fatta: li hanno messi al muro, e sa che cosa ha gridato Heinrich prima che gli sparassero? Germania merda!”

“Che cosa sono i più alti valori della vita? Chi ci dice per chi un valore è più alto o più basso?”

“Ci sia nato in anni più recenti potrà domandarsi come mai, nel 1942-43, ghirlande e corone fossero considerate d’importanza bellica. Ecco la risposta: perché i funerali continuassero ad avere la massima solennità possibile.”

“Bè, la colpa è di Leni. E’ stata lei a volere che nessun eroe tedesco fosse l’eroe di questa storia.”

“Ti disprezzano l’ambiente familiare. Nuovo ricco. Vecchio nazista, profittatore di guerra, opportunista…cos’è che non mi dicono! Mia figlia mi parla persino del Terzo Mondo, e io allora le chiedo: Tu che ne sai del primo mondo? Del mondo dal quale provieni?”

“Lo nascondo che sono stato nazista, comunista, che ho approfittato di certi vantaggi economici che si presentavano nel mio mestiere grazie alla guerra? No. Se mi passa l’espressione grossolana, ho spolverato dovunque potevo. Lo ammetto.”

“Era lui, poi, che cercava di rincuorare un pò Kremp, ogni tanto gli rifilava una sigaretta o altro, gli batteva sulla spalla e diceva lo slogan che cominciava a circolare in quel tempo: Goditi la guerra, camerata, perché la pace sarà terribile.”

“L’avevo visto in mia nonna, in mia madre, belle facce diventate soltanto dolore, soltanto acidità, e sempre a dare ascolto a sti maledetti preti e la mattina subito alla prima messa e al pomeriggio dàgli col rosario e la sera ancora il rosario…”

“Però: quanto tempo sarebbe ancora durata, la guerra? Era il problema che ci faceva impazzire tutti: sopravvivere ancora quei pochi mesi, dove a ogni momento t’impiccavano o ti fucilavano qualcuno; caro lei, non si era più sicuri né come nazisti né come antinazisti, e porco cane, quanto tempo ci voleva prima che gli americani, da Aquisgrana, arrivassero finalmente al Reno!”

“…ma, accidentaccio, chi poteva mai dirgli, nel luglio del ’22, quante eternità mancassero alla fine della guerra? Era convinto che ormai fosse il caso di puntare sulla guerra perduta, ma quando si doveva, si poteva ormai puntarci apertamente?”

 

“Ah, quando quella ragazza cominciava a cantare era come quando di colpo, in un campo di cavoli, in pieno inverno, spunta o si apre un girasole.”

“Ma dove e come sopravvivere? E’ facile dirlo se non si considera quanta gente doveva nascondersi dagli altri.”

“Il problema del “dove andare” era di scottante attualità per i più svariati gruppi della popolazione. Dove potevano andare i nazisti, dove i prigionieri di guerra, dove i soldati, dove gli schiavi?”

“La gente immagina che, da un momento all’altro, sia finita la guerra, nei libri si legge anche una data e tanti saluti.”

“Il “liquidare”, l'”eliminare” viene attribuito a persone e a istituzioni rispettabili a cui premeva – come ai loro corrispondenti epistolari – di arrivare con le mani il più possibile pulite a quel traguardo che è falso chiamare pace, giusto invece chiamare fine della guerra.”

“Marget, ho fatto delle cose che mi costerebbero la testa dovunque vada, da tutte le parti: dai francesi, dai tedeschi che sono per il regime e da quei pochi tedeschi che sono contro, dagli inglesi, dagli olandesi, dagli americani, dai belgi, e se mi beccano i russi e scoprono chi sono, ebbene sono spacciato, ma lo sono anche se mi beccano i tedeschi che stanno ancora al timone. Aiutami, Margret!”

“E che accozzaglia di gente non ti saltava fuori! Disertori tedeschi, russi jugoslavi polacchi fino allora nascosti, operaie russe, detenuti evasi dal lager, un paio di ebrei che si erano rintanati: come fare a stabilire chi di loro era stato un collaborazionista e chi no, e in che campo andava schierato ciascuno? Quelli certo avevano creduto che la classificazione nazisti e antinazisti fosse più semplice, un pò troppo semplice; non era semplice affatto, invece, come si erano immaginati nel loro animo infantile.”

“Certo non era un paradiso, un campo di concentramento americano.”

“Il suo animo piccoloborghese resta sempre intimidito di fronte al fasto del potere; a causa della sua origine estremamente piccoloborghese ci si sente bene, ma estraneo.”

Nell’intimo delle madri – Sophie Marinopoulos

“Apolline aspetta il terzo figlio; si sente stanca, diversa rispetto alle altra gravidanze. Eppure il medico non ha dubbi: è tutto a posto.”

“Capita a volte, forse prima o poi nella vita capita a tutti, di essere abitati da una riflessione impossibile e di sentirsi allora invasi da qualcosa di ingovernabile fatto di pensieri che sembrano incoerenti. E’ un’esperienza terribile per chi è abituato a capire i propri sentimenti. Ci si sente perduti, soli, estranei a se stessi…”

“Quando si diventa madre, è sempre per la prima volta; per la donna che vive questa esperienza che è davanti a lei e che deve avvenire è terra sconosciuta, e lo resterà a dispetto di ogni tecnologia e sapere scientifico.”

“Le madri soffrono e non lo dicono. Non è una novità; ogni epoca ha costruito il suo silenzio, chiudendo una parte dell’umanità in un universo senza parole.”

“Il proprio sguardo su di sé è il più difficile da sopportare; è uno sguardo di cui non ci si può mai sbarazzare, a cui non si può sfuggire, che perseguita giorno e notte con immagini assillanti.”

“Rivelare è e resterà difficile.”

“Questo vissuto ha toccato il corpo. E il corpo non dimentica niente, immagazzina, conserva, ricorda.”

“Probabilmente stanchi di questa società banderuola che vuole tutto e il contrario di tutto, e che non si mette mai in condizione di pensare, ma sempre e solo e di agire.”

“Il figlio, sempre più raro, costruisce e costituisce la famiglia. La sua rarità, ma anche il suo arrivo più tardivo, fanno sì che non si situi più come una volta alla periferia della famiglia, ma al centro, mentre il rapporto coniugale diventa più marginale.”

“Lo slittamento del posto del figlio comporta dei cambiamenti sul piano dell’educazione e delle aspettative. Tom, il piccolo re, piazzato sul suo seggiolone in mezzo ai genitori al tavolo del ristorante, è un’immagine moderna e indicativa di questa nuova situazione. Indicativa perché questo bambino desiderato rappresenta per i genitori una conferma del successo della loro esistenza e il compimento di un progetto di vita idealizzato.”

“Se è necessario avere un figlio per essere felici, la sua assenza assume un carattere impensabile. Ecco allora i tentativi per possederlo a qualsiasi costo.”

“La riflessione non va di moda. Se l’adulto vuole qualcosa, lo stato glielo deve dare promulgando delle leggi.”

“Essere genitore significa interrogarsi, cercare sempre non di dare a nostro figlio ciò che noi vogliamo, ma di accompagnarlo nelle sue aspirazioni.”

“Nessun figlio, nemmeno quando è ormai maggiorenne, sopporta che i genitori non si amino più.”

“Se il diritto sente il bisogno di ridefinire le evidenze che hanno da sempre strutturato il nostro mondo, vuol dire che sono già polverizzate.”

“Stiamo evolvendo verso una società che sostiene la parità; ma i bambini non si ingannano. Per loro è evidente che, anche nel 2006, non è la stessa cosa nascere maschio o femmina.”

“Non ci si sbarazza tanto facilmente dei propri genitori.”

“Accettare di non sapere significa abbandonare il mondo della ragione per consacrarsi a un sapere unico, quello che passa attraverso l’ascolto dell’inconscio.”

“Una donna non è sterile perché non ha figli dopo due anni di tentativi.”

“Il progetto di un nuovo bambino è sempre un’avventura per chi la vive, difficile da esprimere con le parole.”

“Se in un gruppetto di donne che chiacchierano ce n’è una incinta, immediatamente tutte le altre evocano la loro gravidanza.”

“Sessualità fa rima con maternità e paternità, e la negazione di questa realtà può favorire la nascita di un bambino inatteso. La madre onnipotente, unica genitrice del bambino, non esiste.”

“La nostra società si limita a vedere la nascita come l’arrivo di un bel bebè, cancellando la violenza che rappresenta dal punto di vista psichico.”

“I tabù, come le convinzioni, sono un veleno, un ostacolo al vero progresso. L’idea del divenire madre come stato paradisiaco che viene acquisito all’istante, per istinto, appartiene a questa categoria. Dobbiamo combatterla dentro di noi, per il nostro bene.”

“La madre non è sola di fronte alla nascita; ogni volta che si parla della madre, il padre è presente nel discorso.”

“In questi momenti così intensi una donna ha bisogno di essere tenuta per mano.”

“L’arte di tacere è importante, l’intimità deve essere preservata.”

“La mia lettera si rivolge a tutti coloro che faranno il mondo di oggi e di domani. Augurandomi che qualcuno si accorga che la salute delle madri è il futuro del bambino, della coppia, della famiglia, della società, del nostro divenire.”

Illusioni perdute – Balzac

“All’epoca in cui ha inizio questa storia, lo Stanhope e i rulli per distribuire l’inchiostro non erano ancora in suo nelle piccole stamperie di provincia. Benché grazie alla sua specialità intrattenga rapporti con la tipografia parigina, Angouleme continuava a servirsi dei torchi di legno, cui il linguaggio deve l’espressione “far gemere i torchi”, priva ormai di riferimento.”

“L’avarizia inizia dove la povertà vien meno.”

“Eh! ragazzo mio, la provincia è la provincia, e Parigi è Parigi.”

“Dopo le angosce della vendita, vengono sempre quella della riscossione.”

“L’avarizia ha, come l’amore, il dono della preveggenza di ciò che può accadere, lo fiuta, lo intuisce.”

“Lucien, stanco di bere alla rozza coppa della miseria, era sul punto di prendere una di quelle risoluzioni estreme cui si decide a vent’anni.”

“Se s’intuivano su quella faccia i lampi del genio che si slancia in volo, vi si vedevano anche le ceneri accanto a un vulcano; la speranza andava spegnendosi nella profonda consapevolezza del nulla sociale cui una nascita oscura e la mancanza del denaro condannano tanti spiriti superiori.”

“Lucien possedeva in sommo grado il carattere guascone, ardito, temerario, avventuroso, che esagera ai propri occhi il bene e minimizza il male, che non esita certo a commettere un torto se può trarne profitto, e che approfitta del vizio se può servirsene per farsi strada.”

“Lontano dal centro dove brillano le grandi intelligenze, dove l’aria è carica di pensieri, dove tutto si rinnova, l’istruzione invecchia, il gusto si snatura come acqua stagnante. Per mancanza di esercizio, le passioni si rattrappiscono ingigantendo cose di nessuna importanza. Ecco perché l’avarizia e il pettegolezzo appestano la vita di provincia.”

“Il dolore le mise sul volto un velo di tristezza. Questa nube non si dissipò che a quell’età terribile in cui ogni donna incomincia a rimpiangere i begli anni trascorsi senza averli goduti, in cui vede le sue rose appassire, in cui i desideri d’amore rinascono insieme alla voglia di prolungare gli ultimi sorrisi della giovinezza.”

“Anima santa, ignorava che là dove inizia l’ambizione finiscono i sentimenti schietti.”

“Amava e voleva innalzarsi, duplice desiderio ben naturale nei giovani che hanno un cuore da soddisfare e l’indigenza da combattere. Oggi, invitando tutti i suoi figli allo stesso banchetto, la Società risveglia le loro ambizioni fin dal mattino della vita.”

“Per dire che cosa distingueva le mute delizie di questo amore dalle passioni tumultuose, bisognerebbe paragonarlo ai fiori di campo contrapposti agli splendenti fiori delle aiuole. Erano sguardi dolci e delicati come i fior di loto azzurri che galleggiano sull’acqua, espressioni fuggevoli come il lieve profumo delle rose selvatiche, malinconie tenere come il velluto dei muschi; fiori di due anime belle che nascono da una terra ricca, feconda, inalterabile.”

“Approfitta della tua verginità sociale, avanza da solo e cogli gli onori! Assapora allegramente tutti i piaceri, anche quelli che procura la vanità. Sii felice, io gioirò dei tuoi successi, sarai un secondo me stesso.”

“Adorare qualcuno non basta forse a rendere felice una vita?”

“Eccolo, dunque, il bel mondo!, si disse Lucien scendendo all’Houmeau per le rampe di Beaulieu, perché ci sono momenti nella vita in cui si preferisce percorrere la strada più lunga, per nutrire camminando il flusso di idee in cui ci si trova e alla cui corrente ci si vuole abbandonare.”

“Fra le stranezze della società, non avete notato i capricci dei suoi giudizi e la follia della sue esigenze?”

“Tra Mansle e Ruffec vi farò salire sulla mia carrozza, e presto saremo a Parigi. La vita degli esseri superiori è lì, caro.”

“Parigi e i suoi splendori, Parigi, che si presenta a tutte le immaginazioni di provincia come un Eldorado, gli apparve nella sua veste dorata, il capo cinto da gemme regali, le braccia spalancate ai talenti.”

“Gli occhi confrontano prima che il cuore abbia rettificato quel rapido giudizio automatico.”

“A Parigi, l’attenzione è catturata a tutta prima dalle quantità; il lusso dei negozi, l’altezza delle case, l’affluenza delle carrozze, i perenni contrasti che presentano un estremo lusso e un’estrema miseria: queste, le cose che colpiscono prima di ogni altra.”

“Il mondo delle necessità superflue gli si squadernò davanti, ed egli rabbrividì al pensiero dell’enorme capitale indispensabile per conquistarsi la condizione sociale di bel ragazzo!”

“Entrò da Very, ordinò per iniziarsi ai piaceri parigini un pranzo che consolasse la sua disperazione. Una bottiglia di vino di Bordeaux, ostriche di Ostenda, un pesce, una pernice, dei maccheroni e la frutta soddisfarono i suoi desideri.”

“Mentre saliva le scale, la marchesa aveva già suggerito alla cugina di non tenere in mano il fazzoletto aperto. Il buono o il cattivo gusto dipendono da mille piccole sfumature di questo genere, che una donna intelligente coglie al volo, e che certe donne non capiranno mai.”

“Lucien era stordito da quelle che si chiamano frecciate, battute, e soprattutto dalla disinvoltura di parola e dalla naturalezza dei modi. Ritrovava qui nelle idee lo stesso lusso che la mattina lo aveva sconcertato nelle cose.”

“Parigi, mia cara sorella, è uno strano pozzo senza fondo.”

“Costi troppo alti o troppo bassi, ecco Parigi, dove ogni ape trova la sua celletta, dove ogni anima assimila ciò che fa per lei.”

“Una delle particolarità di Parigi è che non si sa bene come il tempo passi. La vita vi scorre con una spaventosa rapidità.”

“Vedo i giornalisti nei foyers a teatro, mi fanno orrore. Il giornalismo è un inferno, un abisso di iniquità, di menzogne, di tradimenti, che si può attraversare e da cui si può uscire puri solo se si è protetti come Dante dal lauro divino di Virgilio.”

“Mio povero ragazzo, io sono arrivato qui come voi, il cuore pieno d’illusioni, spinto dall’amore per l’Arte, portato da invincibili slanci verso la gloria: ho trovato le realtà del mestiere, le difficoltà dell’editoria e la concretezza della miseria.”

“La reputazione tanto desiderata è quasi sempre una prostituta premiata.”

“La coscienza, mio caro, è uno di quei bastoni che tutti brandiamo per picchiare il vicino, e che nessuno usa per sé.”

“L’influenza e il potere del giornale sono solo all’aurora – disse Finot – Il giornalismo è ancora bambino, crescerà. Tutto, di qui a dieci anni, sarà sottoposto al pubblico.”

“Il giornalismo, invece di essere un sacerdozio, è diventato un mezzo per i partiti; da mezzo si è fatto commercio; e, come tutti i commerci, non ha né Dio né patria. Ogni giornale è, come dice Blondet, una bottega in cui si vendono al pubblico parole del colore che vuole.”

“Quel lusso agiva sulla sua anima come una ragazza di strada agisce su un liceale con le sue carni nude e le sue calze bianche ben tirate.”

“Il momento in cui poté ricambiare con un’occhiata a quelle due donne qualcuno dei pensieri di vendetta che loro gli avevano insinuato nel cuore per roderglielo, fu uno dei più dolci della sua vita e, forse, decise del suo destino.”

“Lavorare! Non è forse la morte per le anime avide di godimenti?”

“Il giornalista, mio caro, è un acrobata.”

“Per tutta la mattina assaporò uno dei più forti piaceri segreti di un giornalista, quello di acuminare l’epigramma, di limarne la fredda lama che trova il suo fodero nel cuore della vittima, e di scolpire l’impugnatura per i lettori.”

“Lucien vide in lui il popolano arricchito: un viso ordinario, occhi grigi pieni di astuzia, mani da claque, una carnagione sulla quale gli stravizi erano passati come la pioggia sui tetti, capelli brizzolati, e una voce un pò roca.”

“Diffida del gioco. Se io non giocassi, sarei felice. Ho debiti con Dio e con il diavolo.”

“Ogniqualvolta vedrai la stampa accanirsi contro qualche potente, sappi che sotto ci sono sempre sconti rifiutati, servizi non resi.”

“Imbaldanzito dalla voce segreta che odono talvolta i giocatori, lasciò il tutto sul rosso e vinse; un’esaltazione bruciante lo prese! Ignorando la voce, poso i centoventi luigi nuovamente sul nero e perse. Si sentì dentro allora quella deliziosa sensazione che, nei giocatori, succede alle agitazioni orrende, quando, non avendo più nulla da rischiare, lasciano il palazzo in fiamme dove si svolgono i loro fuggevoli sogni.”

“Che cos’era lui, in quel mondo di ambizioni? Un poeta senza riflessioni profonde, che vagava di lume in lume come una farfalla, senza un piano preciso, schiavo delle circostanze, che pensava bene e agiva male.”

“Certo, bisogna essere un grande uomo per tenersi in equilibrio tra genio e carattere.”

“I procuratori legali, i medici e gli avvocati di Parigi, come le cortigiane con i loro amanti occasioni, contano ben poco sulla riconoscenza dei loro clienti.”

“Insomma, il pensiero ubriaca molto meno della parola. A forza di parlare, un uomo finisce con il credere a quello che dice; mentre si può agire contro il proprio pensiero senza viziarlo, e far vincere una causa sbagliata senza sostenere che è giusta, come fa l’avvocato difensore.”

“Nulla è meno noto di quello che tutti sono tenuti a conoscere, la Legge!”

“Il giornalismo sarà la follia del nostro tempo.”

“Non mi vogliono più bene – pensò Lucien. Per la famiglia come per il mondo, bisogna dunque avere successo.”

“Vi sono due specie di storia: la storia ufficiale, bugiarda, che viene insegnata, quella ad usum delphini; e poi la storia segreta, dove si trovano le cause reali degli avvenimenti, una storia vergognosa.”

“Ma impara questo, scolpiscitelo nel cervello ancora così tenero: l’uomo ha orrore della solitudine. E tra tutte le solitudini, la solitudine morale è quella che lo spaventa di più.”

“Guardate, un cattivo accomodamento vale più di un buon processo…”

Oliver Twist – Charles Dickens

“Tra gli edifici pubblici in una certa cittadina che per svariati motivi sarà il caso di non menzionare, e alla quale non verrà neppure attribuito un nome fittizio, ne esiste uno di un tipo un tempo comune alla maggior parte delle città, grandi e piccole: un ospizio; in questo ospizio nacque – in un giorno mese e anno che non vedo l’a necessità di specificare in quanto l’informazione, almeno a questo stadio degli eventi, non sarebbe di alcuna utilità per il lettore – l’esemplare di umanità il cui nome compare nel titolo di questo capitolo.”

“Il medico glielo depose tra le braccia. Lei gli premette appassionatamente sulla fronte le labbra fredde ed esangui; gli sfiorò il viso con le mani; rivolse intorno a sé uno sguardo allucinato; rabbrividì; ricadde all’indietro – e spirò.”

“Ma ora che era avviluppato nelle vecchie fasce di tela che nel corso della loro sempre uguale funzione erano diventate giallastre, era ormai catalogato ed etichettato, e rientrò di colpo nel suo posto – il trovatello del Comune – l’orfano dell’ospizio – l’umile bestia da soma mezzo morta di fame – destinato a transitare per il mondo a sberle e scapaccioni – disprezzato da tutti, compatito da nessuno.”

“Vorrei tanto che uno di quei filosofi bel pasciuti, nel cui corpo carne e bevande si trasformano in bile, che hanno sangue di ghiaccio e cuore di ferro, avesse potuto vedere Oliver Twist trangugiare quelle fini vivande che in cane aveva disdegnato. Mi piacerebbe che avesse potuto assistere alla spaventosa avidità con cui Oliver sbranò quei bocconi con tutta la ferocia della fame. C’è una sola cosa che mi piacerebbe più di questo: vedere il filosofo consumare lui stesso lo stesso genere di pasto, con il medesimo godimento.”

“Al primo raggio di luce che si insinuò tra le fenditure delle imposte, Oliver si alzò e aprì nuovamente la porta. Un timido sguardo in giro – la pausa di un’esitazione – e la rinchiuse dietro di sé, ritrovandosi sulla via.”

“La pietra presso la quale s’era seduto recava scritta a grandi lettere l’informazione che la distanza tra quel punto e Londra era esattamente di settanta miglia. Quel nome suscitò una nuova catena di pensieri nella mente del ragazzo. Londra! Grande immenso luogo! Lì nessuno, neppure il signor Bumble, sarebbe mai riuscito a scovarlo!”

“In un tegame che stava sul fuoco ed era assicurato alla mensola con un pezzo di spago, cuocevano alcune salsicce; davanti a queste, con un forchettone in mano, c’era un ebreo raggrinzito molto vecchio, la cui faccia perfida e repellente era seminascosta da un’arruffata capigliatura rossa. Indossava un’unta palandrana di flanella, che gli lasciava scoperta la gola, e sembrava stesse dividendo l’attenzione tra il tegame e uno stendibiancheria dal quale pendevano un gran numero di fazzoletti di seta.”

“Al ladro! Al ladro! Il grido venne raccolto da cento voci, e la folla si infoltisce a ogni cantone svoltato. Volano via, sguazzando nel fango, martellando con i tacchi i marciapiedi; su vanno le finestre, fuori sciama la gente; avanti procede la calca; un’intera platea abbandona lo spiazzo antistante la baracca dei burattini nel più fitto della trama e, mescolandosi alla massa impetuosa, gonfia il clamore e dà nuovo vigore al grido. Al ladro! Al ladro!
Al ladro! Al ladro! C’è una smania di dar la caccia a qualcosa profondamente radicata nel cuore umano.”

“A poco a poco cadde in quel profondo sonno tranquillo che solo la sortita da una recente sofferenza concede, quel riposo sereno e quieto da cui fa male risvegliarsi. Chi, se questa fosse la morte, vorrebbe ridestarsi a tutte le lotte e i tumulti della vita, a tutte le preoccupazioni per il presente, alle ansie per il futuro; e, più di ogni altra cosa, alle logoranti memorie del passato.”

“C’è qualcosa in una donna infuriata – specialmente se aggiunge alle sue altre forti passioni gli impulsi spietati della temerarietà e della disperazione – qualcosa che a pochi uomini piace risvegliare.”

“In breve, lo scaltro vecchio ebreo aveva in pugno il ragazzo; e avendo con la solitudine e la cupezza preparato la sua mente a preferire qualsiasi compagnia a quella dei propri tristi pensieri, e in un luogo così deprimente, ora stava goccia a goccia instillando nella sua anima il veleno con cui contava di annerirla, cambiandone per sempre il colorito.”

“Mentre avanzava furtivo rasentando muri e androni, l’orribile vecchio sembrava un rettile repellente che, nato dalla fanghiglia e dal buio in cui si muoveva, strisciava nottetempo in cerca di qualche ricco resto di carcassa con cui banchettare.”

“Fino a che punto un’inezia può disturbare la serenità delle nostre fragili menti.”

“Oh, se quando opprimiamo e schiacciamo i nostri simili dedicassimo un solo pensiero alle oscure prove dell’errare umano che, come nuvole dense e pesanti, salgono, lente sì, ma non meno inarrestabili, al cielo, per scaricare sul nostro capo la vendetta; se udissimo per un solo istante, nell’immaginazione, la profonda testimonianza delle voci dei defunti, che nessun potere può soffocare e nessuna arroganza zittire, dove finirebbero il male e l’ingiustizia, la sofferenza, il patimento, la crudeltà e i torti, che la vita quotidiana porta con sé.”

“Quelli che guardando la natura e i loro simili dichiarano che tutto è buio e cupo, potranno anche dire il vero; però quelle tinte scure sono il riflesso dei loro occhi e dei loro cuori maldisposti.”

“C’è un genere di sonno che si insinua talvolta dentro di noi, un sonno che pur tenendo il corpo prigioniero non libera la mente dal senso delle cose che la circondano, e le consente di vagare a suo piacimento.”

“Togliete la veste al vescovo o il cappello e i galloni al messo: che cosa diventano? Uomini. Semplici uomini. L’autorità, persino la santità, talvolta, sono questione di giacca e panciotto più di quanto qualcuno immagini.”

“Aveva una decisa propensione per la prepotenza; ricavava un piacere non indifferente dall’esercizio della piccola crudeltà; e di conseguenza era (inutile dirlo) afferro da codardia.”

“Tutta la pioggia che è mai caduta o che mai cadrà non potrà mai spegnere il fuoco dell’inferno che un uomo è capace di portarsi dentro.”

“Maledizione, sono sfinito come un avvocato…”

“Ringraziate il cielo in ginocchio, cara signorina – esclamò la ragazza – perché avete avuto persone care che vi hanno seguito e curato quando eravate bambina, e perché non vi siete mai trovata preda del freddo e della fame, in mezzo alle risse e all’ubriachezza – e a qualcosa di ancora peggio – come è accaduto a me fin dalla culla: posso usare questa parola perché tale sono stati per me vicoli e bassifondi, così come saranno il mio letto di morte.”

“la forca – continuò Fagin – la forca, mio caro, è un gran brutto cartello indicatore, perché mostra una svolta molto rapida e brusca che sulla via maestra ha interrotto tante carriere di gente di fegato.”

“Si trovò in mezzo a una folla, soprattutto donne, stipata in uno stanzone sudicio che puzzava di chiuso, in fondo al quale c’era una piattaforma rialzata cinta da una ringhiera che la separava dal resto, con la gabbia per gli imputati a sinistra contro il muro, un banco per i testimoni nel mezzo, e lo scranno dei magistrati sulla destra: q quest’ultimo terribile sito era schermato da un tramezzo che nascondeva il seggio alla vista comune, lasciando al volgo il compito di raffigurarsi con l’immaginazione (qualora ne fosse capace) la piena maestà della giustizia.”

“La mezzanotte era giunta sopra la moltitudine della città. Il palazzo, la bettola notturna, la galera, il manicomio – le sedi della vita e della morte, della salute e della malattia – il volto irrigidito della salma e il sonno quieto del bambino – la mezzanotte era su tutti loro.”

“Un turco volge il viso a Oriente, dopo esserselo ben lavato, quando recita le sue preghiere; queste persone perbene, dopo essersi strofinate la faccia contro il mondo per cancellarne il sorriso, si rivolgono, non meno regolarmente, verso il lato più oscuro del cielo. Tra il musulmano e il fariseo, sto col primo.”

“In quell’ora immobile e muta l’ebreo vegliava in attesa nella sua vecchia tana, con un volto così stravolto e pallido, e due occhi così arrossati e iniettati di sangue, che più che un uomo sembrava un orribile spettro, ancora umido della fossa e tormentato da uno spirito maligno.”

“E’ una storia vera di dolore e tribolazioni e pena, giovanotto – rispose il signor Brownlow, – e lunghe sono di solito le storie di questo genere; se fosse di letizia e felicità incontaminate, sarebbe brevissima.”

“Di tutte le urla spaventose che mai caddero su orecchio mortale, nessuna poté superare la collera della folla furibonda.”

“Il grido del cancelliere impose il silenzio, e con il fiat sospeso tutti volsero lo sguardo alla porta. La giuria rientrò, passandogli vicino. Non riuscì a ricavare nulla da quelle facce; sembravano fatte di pietra. Seguì un silenzio assoluto – non un fruscio – non un respiro – Colpevole.”

“Appeso per il collo fino a che morte non sopraggiunga – finiva così. Appeso per il collo fino a che morte non sopraggiunga.”

“Con quale schianto sferragliante si apriva la botola; e quanto repentinamente si mutavano da uomini forti e vigorosi in penzolanti mucchietti di indumenti!”

“Quando uscirono albeggiava. Una grande moltitudine s’era già radunata; le finestre erano gremite di gente che fumava e giocava a carte per ingannare il tempo; la folla spingeva, litigava, scherzava. Ogni cosa parlava di vita e di animazione, tranne un solo gruppo di oggetti nel centro stesso di tutto ciò – il nero palco, le travi incrociate, la corda, tutto l’orrendo apparato di morte.”

Il sergente nella neve – Mario Rigoni Stern

“Ho ancora nel naso l’odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato. Ho ancora nelle orecchie e sin dentro il cervello il rumore della neve che crocchiava sotto le scarpe, gli sternuti e i colpi di tosse delle vedette russe, il suono delle erbe secche battute dal vento sulle rive del Don.”

“I topi non facevano parte del villaggio ma facevano parte della Russia, della terra, della steppa: erano dappertutto.”

“Alto, taciturno, cupo. Quando lo guardavo in viso non mi sentivo di fissarlo a lungo e quando, molto di rado, sorrideva, faceva male al cuore. Sembrava facesse parte di un altro mondo e sapesse delle cose che a noi non poteva dire.”

“Ricordai allora com’era sempre stato taciturno e il senso di soggezione che mi dava la sua presenza. pareva che la morte fosse già in lui.”

“C’era un odore forte lì dentro: odore di caffè, di maglie e mutande sporche che bollivano con i pidocchi, e di tante altre cose.”

“Era un ex conducente e odorava ancora di mulo: la sua barba era pelo di mulo, la su forza era di mulo, la guerra la faceva come un mulo, la polenta che mescolava era mangime di mulo. Aveva il colore della terra e noi eravamo come lui.”

“E’ morto Sarpi – rispose. Guardai nuovamente il buio e ascoltai di nuovo il silenzio. Il tenente si curvò nella trincea, accese due sigarette e ne passò una a me. Mi sentivo allo stomaco come un calcio di fucile e la gola chiusa come se avessi da vomitare qualcosa e non potessi. Tenente Sarpi. Attorno a me non c’era nulla, nemmeno le cose, nemmeno Cassiopea, nemmeno il freddo. Solo quel dolore allo stomaco.”

“Tutto era silenzio. Il sole batteva sulla neve, il tenente Sarpi era morto nella notte con una raffica al petto. Ora maturano gli aranci nel suo giardino, ma lui è morto nel camminamento buio. La sua vecchia riceverà una lettera con gli auguri. Stamattina i suoi alpini lo porteranno giù con la barella verso gli imboscati e lo poseranno nel cimitero, lui siciliano, assieme ai bresciani e bergamaschi.”

“Questa notte il pattuglione russo è passato di là e lui era già morto, con la neve che gli entrava nella bocca e il sangue che gli usciva sempre più piano finché si gelò sulla neve.”

“Camminavo pensando al pescatore dell’isba: ove sarà adesso? Lo immaginavo vecchio, grande, con la barba bianca come lo zio Jeroska dei Cosacchi di Tolstoj. Da quanto tempo avevo letto quel libro? Ero ragazzo al mio pare. E il tenente Sarpi è morto stanotte.”

“Marangoni mi guardava, capiva tutto e taceva. E ora anche Marangoni è morto, un alpino come tanti. Un ragazzo era, anzi un bambino. Rideva sempre, e quando riceveva posta mi mostrava la lettera agitandola in alto: E’ la morosa – diceva. E ora anche lui è morto.”

“Così passavano le giornate: nella tana a scrivere o a pensare guardando i pali di sostegno, oppure a buttar pidocchi sulla piastra arroventata della stufa: diventavano allora tutti bianchi e poi scoppiavano. Di notte si era fuori ad ascoltare il silenzio e a guardare le stelle, a preparar postazioni, a piantare reticolati, a passare da una vedetta all’altra.”

“Una sera che ero nella tana del tenente a fumare una sigaretta ed eravamo soli, – Rigoni, – mi disse – ho avuto disposizioni in caso di ripiegamento -. Non risposi nulla. Capivo che ormai era finita, veramente finita, ma non volevo ammetterlo. Sentivo il mio solito dolore allo stomaco. Capivo che cosa eravamo noi e che cosa volessero i russi.”

“L’altro caporale della squadra era Gennaro. Chissà di che paese era. Meridionale certamente. (…) Non aveva certamente un cuor di leone ma la sua personalità, senza farsi notare, si comunicava a chiunque gli vivesse vicino.”

“Tentavo di scherzare ma il sorriso si spegneva presto tra le barbe lunghe e sporche. Nessuno pensava: “se muoio”; ma tutti sentivano un’angoscia che opprimeva e tutti pensavamo: “quanti chilometri ci saranno per arrivare a casa?”

“Quel senso di apprensione e tensione che era in noi non ci aveva lasciato. Era come se un gran peso ci gravasse sulle spalle. Lo leggevo anche negli occhi degli alpini e vedevo la loro incertezza e il dubbio di essere abbandonati nella steppa: non sentivamo più i comandi, i collegamenti, i magazzini, le retrovie, ma soltanto l’immensa distanza che ci separava da casa, e la sola realtà, in quel deserto di neve, erano i russi che stavano lì davanti a noi, pronti ad attaccarci.”

“Rimanevo poco ora nella tana; ero sempre nelle trincee sulla scarpata del fiume con le bombe e il moschetto. Pensavo a tante cose, rivivevo infinite cose e mi è caro il ricordo di quelle ore. C’era la guerra, proprio la guerra più vera dove ero io, ma non vivevo la guerra, vivevo intensamente cose che sognavo, che ricordavo e che erano più vere della guerra. Il fiume era gelato, le stelle erano fredde, la neve era vetro che si rompeva sotto le scarpe, la morte fredda e verde aspettava sul fiume, ma io avevo dentro di me un calore che scioglieva tutte queste cose.”

“La luna correva fra le nubi; non c’erano più le cose, non c’erano più gli uomini, ma solo il lamento degli uomini. – Mama! Mama! – chiamava il ragazzo sul fiume e si trascinava lentamente, sempre più lentamente, sulla neve.”

“Diavolo! Piantiamo qui tutto, ci sono tante belle ragazze e vino buono, no, Baroni? Loro hanno le Katiusce e le Maruscke e la vodka e campi di girasole; e noi le Marie e le Terese, vino e boschi d’abeti. Ridevo, ma gli angoli della bocca mi facevano male e impugnavo il mitragliatore.”

“Vi era un bel sole: tutto era chiaro e trasparente, solo nel cuore degli uomini era buio. Buio come una notte di tempesta su un oceano di pece. Allora sentii un gran boato e tremare la terra sotto i piedi.”

“Poi sentii e vidi gli scoppi levarsi dietro il caposaldo di Cenci; tanti, uno vicino all’altro e nel medesimo istante. Questa, riuscii a pensare, è la Katiuscia a settantadue coli. Diavolo che accidente d’ordigno!”

“Incominciava a nevicare. Piangevo senza sapere che piangevo e nella notte nera sentivo solo i miei passi nel camminamento buio. Nella mia tana, inchiodato a un palo, rimaneva il presepio in rilievo che mi aveva mandato la ragazza per il giorno di Natale.”

“Quando passai la passerella e fui di là mi pareva di essere in un altro mondo. Capivo che non sarei più ritornato in quel villaggio sul Don; che stavo per staccarmi dalla Russia e dalla terra di quel villaggio. Ora sarà ricostruito, i girasoli saranno ritornati a fiorire negli orti attorno alle isbe e il vecchio con la barba bianca come lo zio Jeroska, avrà ripreso a pescare nel suo fiume.”

“Un pezzo da 75/13 sparò qualche colpo. Si andava con la testa bassa, uno dietro l’altro, muti come ombre. Era freddo, molto freddo, ma, sotto il peso dello zaino pieno di munizioni, si sudava. Ogni tanto qualcuno cadeva sulla neve e si rialzava a fatica. Si levò il vento. Dapprima quasi insensibile, poi forte sino a diventare tormenta. Veniva libero, immenso, dalla steppa senza limiti. Nel buio freddo trovava noi, povere piccole cose sperdute nella guerra, ci scuoteva, ci faceva barcollare.”

“Ora mi butto sulla neve e non mi alzo più, è finita. Ancora cento passi e poi butto via le munizioni. Ma non finisce mai questa notte e questa tormenta? Ma si camminava. Un passo dietro l’altro, un passo dietro l’altro, un passo dietro l’altro. Pareva di dover sprofondare con la faccia dentro la neve e soffocare con due coltelli piantati sotto le ascelle. Ma quando finisce? Alpi, Albania, Russia. Quanti chilometri? Quanta neve? quanto sonno? Quanta sete? E’ stato sempre così? Sarà sempre così? Chiudevo gli occhi ma camminavo. Un passo. Ancora un passo.”

“”Dove abbiamo camminato quella notte? Su una cometa o sull’oceano? Niente finiva più. Abbandonato sulla neve, a ridosso d’una scarpata al lato della pista, stava un portaordini del comando di compagnia. Si era lasciato andare sulla neve e ci guardava passare. Non ci disse nulla. Era desolato, e noi come lui.”

“Noi non sapevamo nemmeno il nome del paese dove era il nostro caposaldo; ed è per questo che qui trovate soltanto nomi di alpini e di cose. Sapevamo solo che il fiume davanti al nostro caposaldo era il Don e che per arrivare a casa c’erano tanti e tanti chilometri e potevano essere mille o diecimila. E, quando era sereno, dove l’est e l’ovest. Di più niente.”

“Ma la tormenta non smetteva e c’erano sempre i coltelli piantati sotto le ascelle e si era schiacciati dal peso dello zaino e delle armi.”

“Ma dopo essermi levato i guanti sentii un dolore impensabile straziarmi le mani e non fui capace di tagliarlo. Le mani non seguivano il cervello e le guardavo come cose non mie e mi venne da piangere per queste povere mani che non volevano più essere mie. Mi misi a sbatterle forte una contro l’altra, sulle ginocchia, sulla neve; e non sentivo la carne e non le ossa; erano come pezzi di corteccia d’un albero, come suole di scarpe; finché me le sentii come se tanti aghi le perforassero, e me le sentii a poco a poco tornare mie queste mani che adesso scrivono. Quante cose può ricordarmi il mio corpo.”

“Il fiato mi si gelava sulla barba e sui baffi e con la neve portata dal vento vi formava dei ghiaccioli. Con la lingua mi tiravo quei ghiaccioli in bocca e succhiavo. E venne l’alba. E la tormenta aumentò. E il freddo aumentò. Ma ora mi domando: se non vi fosse stata la tormenta saremmo sfuggiti ai russi?”

“La tormenta è cessata, però tutto è grigio: la neve, le isbe, noi, i muli, il cielo, il fumo che esce dai camini, gli occhi dei muli e i nostri. Tutto di uno stesso colore. E gli occhi non vogliono più stare aperti, la gola è piena di sassi che vi ballano dentro. Siamo senza gambe, senza testa, siamo solo stanchezza e sonno, e gola piena di sassi.”

“Attraverso la steppa si snodava la colonna che poi spariva dietro una collina, lontano. Era una striscia come una S nera sulla neve bianca. Mi sembrava impossibile che ci fossero tanti uomini in Russia, una colonna così lunga. Quanti caposaldi come il nostro eravamo? Una colonna lunga che per tanti giorni doveva restarmi negli occhi e sempre nella memoria.”

“Cerco in un’isba e non lo trovo, busso alle altre. Mi rispondono in tedesco: – Raus! – o in bresciano: – Inculet!”

“Come desidererei dormire, dormire ancora un poco, un poco solo; non ne posso più; o impazzisco o mi sparo.”

“Era tanto freddo, freddo; il fuoco faceva più fumo che fiamma e gli occhi mi bruciavano per il fumo, il freddo, il sonno. Mi sentivo triste, infinitamente solo senza capire la causa della mia tristezza. Forse era il gran silenzio attorno, la neve, il cielo pieno di stelle che si perdeva con la neve.”

“Era come se io fossi due e non uno e uno di questi due stava a guardare cosa faceva l’altro e gli diceva cosa dovesse fare e non fare. Lo strano era che uno esisteva come esisteva l’altro, proprio fisicamente, come uno che l’altro potesse toccare.”

“Di tratto in tratto si vede sulla neve un alpino disteso: sono i nostri compagni del Verona rimasti ieri con le scarpe al sole.”

“Il tenente, che non vuole sentire bestemmiare, rimprovera Antonelli. Antonelli bestemmia più forte e lo manda al diavolo. Come ho vivo questo ricordo!”

“Vedo una massa scura sulla neve e mi avvicino: è un alpino dell’Edolo, ha la nappina verde. Sembra placidamente addormentato, all’ultimo momento avrà visto i pascoli verdi della Val Camonica e sentiti i campanacci delle vacche.”

“Tre panzer tedeschi vengono con noi. Accovacciati sopra vi sono i soldati tedeschi vestiti di bianco. Immobili impugnano le pistole mitragliatrici, fumano in silenzio e ci guardano.”

“I tedeschi passano ridendo. Appena entrano nel paese, quelli che sono sui carri saltano agilmente a terra, e io osservo il modo che hanno di occupare le isbe. Danno un calcio alla porta, balzano da un lato, spianano la pistola mitragliatrice e poi pian piano guardano dentro. Dove vedono mucchi di paglia sparano dentro qualche colpo. E scrutano con le pile negli angoli bui e nei sotterranei.
(…) I soldati nostri che entrano nelle isbe non fanno come i tedeschi. Aprono le porte e varcano le soglie senza sospetto.”

“Trattengo il fiato. Su ogni carro vi sono dei soldati russi con armi automatiche in pugno. E’ la prima volta che ne vedo in combattimento così da vicino. Sono giovani e non hanno la faccia cattiva, ma solo seria e pallida, e compunta, guardinga. Indossano pantaloni e giubboni imbottiti. In testa hanno il solito berrettone a punta con la stella rossa.”

“Il sole nel cielo limpido ci riscalda le membra indolenzite e si continua a camminare. Che giorno è oggi? E dove siamo? Non esistono né date né nomi. Solo noi che si cammina.”

“Si cammina e viene ancora notte. E’ freddo: più freddo di sempre, forse quaranta gradi. Il fiato si gela sulla barba e sui baffi; con la coperta tirata sulla testa si cammina in silenzio. Ci si ferma, non c’è niente. Non alberi, non case, neve e stelle e noi. Mi butto sulla neve; e sembra che non ci sia neanche la neve. Chiudo gli occhi sul niente. Forse sarà così la morte, o forse dormo. Sono in una nuvola bianca. Ma chi mi chiama? Chi mi dà questi scossoni? Lasciatemi stare. – Rigoni. Rigoni. Rigoni! In piedi.”

“Ma quanti che si sono buttati sulla neve non si alzeranno più?”

“I tedeschi si prendono tutti i prigionieri russi che abbiamo fatto, si allontanano e poi sentiamo numerose raffiche e qualche colpo. Nevica.”

“Sono innumerevoli giorni che non mi tolgo le scarpe e ora me le tolgo per farne sciogliere il ghiaccio e asciugarle. Subito i piedi mi si gonfiano. Le calze non le levo per paura di vedermi i piedi bluastri con la pelle che si stacca. Mi addormento. Un bagliore improvviso e scoppi di bombe a mano ci svegliano di soprassalto.”

“Cammina cammina, ogni passo che facciamo è uno di meno che dovremo fare per arrivare a baita. Attraversiamo un villaggio più grande dei soliti e con qualche casa in muratura. Si vede che ormai siamo usciti dalle steppe. Ci stiamo addentrando nell’Ucraina.”

“Viene il 26 gennaio 1943, questo giorno di cui si è già tanto parlato. E’ l’aurora. Il sole che sta sorgendo dal basso orizzonte ci manda i suoi primi raggi. Il biancore della neve e il sole abbagliano gli occhi. Abbiamo con noi dei panzer tedeschi.”

“Era una cosa molto semplice. Anche i russi erano come me, lo sentivo. In quell’isba si era creata un’armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di molto più del rispetto che gli animali della foresta hanno l’uno per l’altro. Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini.”

“Non ricordo le parole che mi disse; ricordo solo il suono della sua voce, l’affanno cagionato dalla ferita e lui sulla neve. Qualcosa di grande era nel suo aspetto e io mi sentivo timido e stupito. Intanto i carri dei tedeschi sono tornati ad avanzare.”

“Ora è guarito dalla ferita ma non dalle altre cose. Oh no, non si può guarire.”

“E tanti e tanti altri dormono nei campi di grano e di papaveri e tra le erbe fiorite della steppa assieme ai vecchi delle leggende di Gogol e di Gorky. E quei pochi che siamo rimasti dove siamo ora?”

“Capita ogni tanto di sentire delle brevi discussioni tra artiglieri alpini e tedeschi. Dei tedeschi, chissà come, erano riusciti a impossessarsi dei nostri muli che ora certamente valevano più delle loro macchine. Soltanto noi avevamo muli. Ma gli alpini e gli artiglieri discutono poco; fermano i muli e fanno scendere i tedeschi. Si riprendono le brave bestie e vanno via. Hanno i loro paesani feriti da caricarci sopra. Di fronte alla pacatezza degli alpini l’ira dei tedeschi era ridicola.”

“Siamo fuori, tento di pensare. Ma non provo nessuna emozione nemmeno quando troviamo delle tabelle segnavia scritte in tedesco.
Al lato della pista si è fermato un generale. E’ Nasci, il comandante del corpo d’armata alpino. Si, è proprio lui che con la mano alla tesa del cappello ci saluta mentre passiamo. Noi, banda di straccioni. Passiamo davanti a quel vecchio dai baffi grigi. Stracciati, sporchi, barbe lunghe, molti senza scarpe, congelati, feriti. Quel vecchio col cappello d’alpino ci saluta. E mi sembra di rivedere mio nonno.”

“Sono camion italiani quelli laggiù, sono i nostri Fiat e i nostri Bianchi. Siamo fuori, è finita. Ci sono venuti incontro per caricare i feriti e i congelati o chiunque voglia saltarci sopra. Guardo i camion e passo oltre. La mia piaga puzza, le ginocchia mi dolgono, ma continuo a camminare sulla neve.”

“Qualcuno mi mette in mano un rasoio di sicurezza e un piccolo specchio. Guardo queste cose nelle mie mani e poi mi guardo nello specchio. E questo sarei io: Rigoni Mario di GioBatta, n.15454 di matricola, sergente maggiore del 6° reggimento alpini, battaglione Vestone, cinquantacinquesima compagnia, plotone mitraglieri. Una crosta di terra sul viso, la barba come fili di paglia, i baffi sporchi di muco, gli occhi gialli, i capelli incollati sulla testa dal passamontagna, un pidocchio che cammina sul collo. Mi sorrido.”

“Uno di quei giorni morì il nostro colonnello Signorini. Dissero che dopo aver tenuto rapporto ai comandanti di battaglione e udito quel che rimaneva del suo reggimento si sia ritirato in una stanza dell’isba dove alloggiava e sia morto di crepacuore.”

“Ecco, ora è finita la storia della sacca, ma della sacca soltanto. Tanti giorni poi abbiamo ancora camminato. Dall’Ucraina ai confini della Polonia in Russia Bianca. I russi continuavano ad avanzare.”

“Un giorno mi accorsi che era arrivata la primavera. Si camminava da tanti giorni; era il nostro destino camminare. E mi accorsi che la neve sgelava, che nei paesi attraverso i quali si passava c’erano delle pozzanghere. Il sole scaldava e sentii cantare una calandra. Una calandrella che cantava primavera. Desiderai l’erba verde, sdraiarmi sull’erba verde e sentire il vento tra i remi degli abeti. E l’acqua tra i sassi.”

“Il bambino dormiva nella culla di lego, che dondolava leggermente sospesa al soffitto; il sole entrava dalla finestra e rendeva la canapa come oro; la ruota del mulinello mandava mille bagliori; il suo rumore sembrava quello di una cascata; e la voce della ragazza era piana e dolce in mezzo a quel rumore.”

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