Frasiarzianti's Blog

Le frasi più belle tratte dai libri letti

Oliver Twist – Charles Dickens

“Tra gli edifici pubblici in una certa cittadina che per svariati motivi sarà il caso di non menzionare, e alla quale non verrà neppure attribuito un nome fittizio, ne esiste uno di un tipo un tempo comune alla maggior parte delle città, grandi e piccole: un ospizio; in questo ospizio nacque – in un giorno mese e anno che non vedo l’a necessità di specificare in quanto l’informazione, almeno a questo stadio degli eventi, non sarebbe di alcuna utilità per il lettore – l’esemplare di umanità il cui nome compare nel titolo di questo capitolo.”

“Il medico glielo depose tra le braccia. Lei gli premette appassionatamente sulla fronte le labbra fredde ed esangui; gli sfiorò il viso con le mani; rivolse intorno a sé uno sguardo allucinato; rabbrividì; ricadde all’indietro – e spirò.”

“Ma ora che era avviluppato nelle vecchie fasce di tela che nel corso della loro sempre uguale funzione erano diventate giallastre, era ormai catalogato ed etichettato, e rientrò di colpo nel suo posto – il trovatello del Comune – l’orfano dell’ospizio – l’umile bestia da soma mezzo morta di fame – destinato a transitare per il mondo a sberle e scapaccioni – disprezzato da tutti, compatito da nessuno.”

“Vorrei tanto che uno di quei filosofi bel pasciuti, nel cui corpo carne e bevande si trasformano in bile, che hanno sangue di ghiaccio e cuore di ferro, avesse potuto vedere Oliver Twist trangugiare quelle fini vivande che in cane aveva disdegnato. Mi piacerebbe che avesse potuto assistere alla spaventosa avidità con cui Oliver sbranò quei bocconi con tutta la ferocia della fame. C’è una sola cosa che mi piacerebbe più di questo: vedere il filosofo consumare lui stesso lo stesso genere di pasto, con il medesimo godimento.”

“Al primo raggio di luce che si insinuò tra le fenditure delle imposte, Oliver si alzò e aprì nuovamente la porta. Un timido sguardo in giro – la pausa di un’esitazione – e la rinchiuse dietro di sé, ritrovandosi sulla via.”

“La pietra presso la quale s’era seduto recava scritta a grandi lettere l’informazione che la distanza tra quel punto e Londra era esattamente di settanta miglia. Quel nome suscitò una nuova catena di pensieri nella mente del ragazzo. Londra! Grande immenso luogo! Lì nessuno, neppure il signor Bumble, sarebbe mai riuscito a scovarlo!”

“In un tegame che stava sul fuoco ed era assicurato alla mensola con un pezzo di spago, cuocevano alcune salsicce; davanti a queste, con un forchettone in mano, c’era un ebreo raggrinzito molto vecchio, la cui faccia perfida e repellente era seminascosta da un’arruffata capigliatura rossa. Indossava un’unta palandrana di flanella, che gli lasciava scoperta la gola, e sembrava stesse dividendo l’attenzione tra il tegame e uno stendibiancheria dal quale pendevano un gran numero di fazzoletti di seta.”

“Al ladro! Al ladro! Il grido venne raccolto da cento voci, e la folla si infoltisce a ogni cantone svoltato. Volano via, sguazzando nel fango, martellando con i tacchi i marciapiedi; su vanno le finestre, fuori sciama la gente; avanti procede la calca; un’intera platea abbandona lo spiazzo antistante la baracca dei burattini nel più fitto della trama e, mescolandosi alla massa impetuosa, gonfia il clamore e dà nuovo vigore al grido. Al ladro! Al ladro!
Al ladro! Al ladro! C’è una smania di dar la caccia a qualcosa profondamente radicata nel cuore umano.”

“A poco a poco cadde in quel profondo sonno tranquillo che solo la sortita da una recente sofferenza concede, quel riposo sereno e quieto da cui fa male risvegliarsi. Chi, se questa fosse la morte, vorrebbe ridestarsi a tutte le lotte e i tumulti della vita, a tutte le preoccupazioni per il presente, alle ansie per il futuro; e, più di ogni altra cosa, alle logoranti memorie del passato.”

“C’è qualcosa in una donna infuriata – specialmente se aggiunge alle sue altre forti passioni gli impulsi spietati della temerarietà e della disperazione – qualcosa che a pochi uomini piace risvegliare.”

“In breve, lo scaltro vecchio ebreo aveva in pugno il ragazzo; e avendo con la solitudine e la cupezza preparato la sua mente a preferire qualsiasi compagnia a quella dei propri tristi pensieri, e in un luogo così deprimente, ora stava goccia a goccia instillando nella sua anima il veleno con cui contava di annerirla, cambiandone per sempre il colorito.”

“Mentre avanzava furtivo rasentando muri e androni, l’orribile vecchio sembrava un rettile repellente che, nato dalla fanghiglia e dal buio in cui si muoveva, strisciava nottetempo in cerca di qualche ricco resto di carcassa con cui banchettare.”

“Fino a che punto un’inezia può disturbare la serenità delle nostre fragili menti.”

“Oh, se quando opprimiamo e schiacciamo i nostri simili dedicassimo un solo pensiero alle oscure prove dell’errare umano che, come nuvole dense e pesanti, salgono, lente sì, ma non meno inarrestabili, al cielo, per scaricare sul nostro capo la vendetta; se udissimo per un solo istante, nell’immaginazione, la profonda testimonianza delle voci dei defunti, che nessun potere può soffocare e nessuna arroganza zittire, dove finirebbero il male e l’ingiustizia, la sofferenza, il patimento, la crudeltà e i torti, che la vita quotidiana porta con sé.”

“Quelli che guardando la natura e i loro simili dichiarano che tutto è buio e cupo, potranno anche dire il vero; però quelle tinte scure sono il riflesso dei loro occhi e dei loro cuori maldisposti.”

“C’è un genere di sonno che si insinua talvolta dentro di noi, un sonno che pur tenendo il corpo prigioniero non libera la mente dal senso delle cose che la circondano, e le consente di vagare a suo piacimento.”

“Togliete la veste al vescovo o il cappello e i galloni al messo: che cosa diventano? Uomini. Semplici uomini. L’autorità, persino la santità, talvolta, sono questione di giacca e panciotto più di quanto qualcuno immagini.”

“Aveva una decisa propensione per la prepotenza; ricavava un piacere non indifferente dall’esercizio della piccola crudeltà; e di conseguenza era (inutile dirlo) afferro da codardia.”

“Tutta la pioggia che è mai caduta o che mai cadrà non potrà mai spegnere il fuoco dell’inferno che un uomo è capace di portarsi dentro.”

“Maledizione, sono sfinito come un avvocato…”

“Ringraziate il cielo in ginocchio, cara signorina – esclamò la ragazza – perché avete avuto persone care che vi hanno seguito e curato quando eravate bambina, e perché non vi siete mai trovata preda del freddo e della fame, in mezzo alle risse e all’ubriachezza – e a qualcosa di ancora peggio – come è accaduto a me fin dalla culla: posso usare questa parola perché tale sono stati per me vicoli e bassifondi, così come saranno il mio letto di morte.”

“la forca – continuò Fagin – la forca, mio caro, è un gran brutto cartello indicatore, perché mostra una svolta molto rapida e brusca che sulla via maestra ha interrotto tante carriere di gente di fegato.”

“Si trovò in mezzo a una folla, soprattutto donne, stipata in uno stanzone sudicio che puzzava di chiuso, in fondo al quale c’era una piattaforma rialzata cinta da una ringhiera che la separava dal resto, con la gabbia per gli imputati a sinistra contro il muro, un banco per i testimoni nel mezzo, e lo scranno dei magistrati sulla destra: q quest’ultimo terribile sito era schermato da un tramezzo che nascondeva il seggio alla vista comune, lasciando al volgo il compito di raffigurarsi con l’immaginazione (qualora ne fosse capace) la piena maestà della giustizia.”

“La mezzanotte era giunta sopra la moltitudine della città. Il palazzo, la bettola notturna, la galera, il manicomio – le sedi della vita e della morte, della salute e della malattia – il volto irrigidito della salma e il sonno quieto del bambino – la mezzanotte era su tutti loro.”

“Un turco volge il viso a Oriente, dopo esserselo ben lavato, quando recita le sue preghiere; queste persone perbene, dopo essersi strofinate la faccia contro il mondo per cancellarne il sorriso, si rivolgono, non meno regolarmente, verso il lato più oscuro del cielo. Tra il musulmano e il fariseo, sto col primo.”

“In quell’ora immobile e muta l’ebreo vegliava in attesa nella sua vecchia tana, con un volto così stravolto e pallido, e due occhi così arrossati e iniettati di sangue, che più che un uomo sembrava un orribile spettro, ancora umido della fossa e tormentato da uno spirito maligno.”

“E’ una storia vera di dolore e tribolazioni e pena, giovanotto – rispose il signor Brownlow, – e lunghe sono di solito le storie di questo genere; se fosse di letizia e felicità incontaminate, sarebbe brevissima.”

“Di tutte le urla spaventose che mai caddero su orecchio mortale, nessuna poté superare la collera della folla furibonda.”

“Il grido del cancelliere impose il silenzio, e con il fiat sospeso tutti volsero lo sguardo alla porta. La giuria rientrò, passandogli vicino. Non riuscì a ricavare nulla da quelle facce; sembravano fatte di pietra. Seguì un silenzio assoluto – non un fruscio – non un respiro – Colpevole.”

“Appeso per il collo fino a che morte non sopraggiunga – finiva così. Appeso per il collo fino a che morte non sopraggiunga.”

“Con quale schianto sferragliante si apriva la botola; e quanto repentinamente si mutavano da uomini forti e vigorosi in penzolanti mucchietti di indumenti!”

“Quando uscirono albeggiava. Una grande moltitudine s’era già radunata; le finestre erano gremite di gente che fumava e giocava a carte per ingannare il tempo; la folla spingeva, litigava, scherzava. Ogni cosa parlava di vita e di animazione, tranne un solo gruppo di oggetti nel centro stesso di tutto ciò – il nero palco, le travi incrociate, la corda, tutto l’orrendo apparato di morte.”

Il sergente nella neve – Mario Rigoni Stern

“Ho ancora nel naso l’odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato. Ho ancora nelle orecchie e sin dentro il cervello il rumore della neve che crocchiava sotto le scarpe, gli sternuti e i colpi di tosse delle vedette russe, il suono delle erbe secche battute dal vento sulle rive del Don.”

“I topi non facevano parte del villaggio ma facevano parte della Russia, della terra, della steppa: erano dappertutto.”

“Alto, taciturno, cupo. Quando lo guardavo in viso non mi sentivo di fissarlo a lungo e quando, molto di rado, sorrideva, faceva male al cuore. Sembrava facesse parte di un altro mondo e sapesse delle cose che a noi non poteva dire.”

“Ricordai allora com’era sempre stato taciturno e il senso di soggezione che mi dava la sua presenza. pareva che la morte fosse già in lui.”

“C’era un odore forte lì dentro: odore di caffè, di maglie e mutande sporche che bollivano con i pidocchi, e di tante altre cose.”

“Era un ex conducente e odorava ancora di mulo: la sua barba era pelo di mulo, la su forza era di mulo, la guerra la faceva come un mulo, la polenta che mescolava era mangime di mulo. Aveva il colore della terra e noi eravamo come lui.”

“E’ morto Sarpi – rispose. Guardai nuovamente il buio e ascoltai di nuovo il silenzio. Il tenente si curvò nella trincea, accese due sigarette e ne passò una a me. Mi sentivo allo stomaco come un calcio di fucile e la gola chiusa come se avessi da vomitare qualcosa e non potessi. Tenente Sarpi. Attorno a me non c’era nulla, nemmeno le cose, nemmeno Cassiopea, nemmeno il freddo. Solo quel dolore allo stomaco.”

“Tutto era silenzio. Il sole batteva sulla neve, il tenente Sarpi era morto nella notte con una raffica al petto. Ora maturano gli aranci nel suo giardino, ma lui è morto nel camminamento buio. La sua vecchia riceverà una lettera con gli auguri. Stamattina i suoi alpini lo porteranno giù con la barella verso gli imboscati e lo poseranno nel cimitero, lui siciliano, assieme ai bresciani e bergamaschi.”

“Questa notte il pattuglione russo è passato di là e lui era già morto, con la neve che gli entrava nella bocca e il sangue che gli usciva sempre più piano finché si gelò sulla neve.”

“Camminavo pensando al pescatore dell’isba: ove sarà adesso? Lo immaginavo vecchio, grande, con la barba bianca come lo zio Jeroska dei Cosacchi di Tolstoj. Da quanto tempo avevo letto quel libro? Ero ragazzo al mio pare. E il tenente Sarpi è morto stanotte.”

“Marangoni mi guardava, capiva tutto e taceva. E ora anche Marangoni è morto, un alpino come tanti. Un ragazzo era, anzi un bambino. Rideva sempre, e quando riceveva posta mi mostrava la lettera agitandola in alto: E’ la morosa – diceva. E ora anche lui è morto.”

“Così passavano le giornate: nella tana a scrivere o a pensare guardando i pali di sostegno, oppure a buttar pidocchi sulla piastra arroventata della stufa: diventavano allora tutti bianchi e poi scoppiavano. Di notte si era fuori ad ascoltare il silenzio e a guardare le stelle, a preparar postazioni, a piantare reticolati, a passare da una vedetta all’altra.”

“Una sera che ero nella tana del tenente a fumare una sigaretta ed eravamo soli, – Rigoni, – mi disse – ho avuto disposizioni in caso di ripiegamento -. Non risposi nulla. Capivo che ormai era finita, veramente finita, ma non volevo ammetterlo. Sentivo il mio solito dolore allo stomaco. Capivo che cosa eravamo noi e che cosa volessero i russi.”

“L’altro caporale della squadra era Gennaro. Chissà di che paese era. Meridionale certamente. (…) Non aveva certamente un cuor di leone ma la sua personalità, senza farsi notare, si comunicava a chiunque gli vivesse vicino.”

“Tentavo di scherzare ma il sorriso si spegneva presto tra le barbe lunghe e sporche. Nessuno pensava: “se muoio”; ma tutti sentivano un’angoscia che opprimeva e tutti pensavamo: “quanti chilometri ci saranno per arrivare a casa?”

“Quel senso di apprensione e tensione che era in noi non ci aveva lasciato. Era come se un gran peso ci gravasse sulle spalle. Lo leggevo anche negli occhi degli alpini e vedevo la loro incertezza e il dubbio di essere abbandonati nella steppa: non sentivamo più i comandi, i collegamenti, i magazzini, le retrovie, ma soltanto l’immensa distanza che ci separava da casa, e la sola realtà, in quel deserto di neve, erano i russi che stavano lì davanti a noi, pronti ad attaccarci.”

“Rimanevo poco ora nella tana; ero sempre nelle trincee sulla scarpata del fiume con le bombe e il moschetto. Pensavo a tante cose, rivivevo infinite cose e mi è caro il ricordo di quelle ore. C’era la guerra, proprio la guerra più vera dove ero io, ma non vivevo la guerra, vivevo intensamente cose che sognavo, che ricordavo e che erano più vere della guerra. Il fiume era gelato, le stelle erano fredde, la neve era vetro che si rompeva sotto le scarpe, la morte fredda e verde aspettava sul fiume, ma io avevo dentro di me un calore che scioglieva tutte queste cose.”

“La luna correva fra le nubi; non c’erano più le cose, non c’erano più gli uomini, ma solo il lamento degli uomini. – Mama! Mama! – chiamava il ragazzo sul fiume e si trascinava lentamente, sempre più lentamente, sulla neve.”

“Diavolo! Piantiamo qui tutto, ci sono tante belle ragazze e vino buono, no, Baroni? Loro hanno le Katiusce e le Maruscke e la vodka e campi di girasole; e noi le Marie e le Terese, vino e boschi d’abeti. Ridevo, ma gli angoli della bocca mi facevano male e impugnavo il mitragliatore.”

“Vi era un bel sole: tutto era chiaro e trasparente, solo nel cuore degli uomini era buio. Buio come una notte di tempesta su un oceano di pece. Allora sentii un gran boato e tremare la terra sotto i piedi.”

“Poi sentii e vidi gli scoppi levarsi dietro il caposaldo di Cenci; tanti, uno vicino all’altro e nel medesimo istante. Questa, riuscii a pensare, è la Katiuscia a settantadue coli. Diavolo che accidente d’ordigno!”

“Incominciava a nevicare. Piangevo senza sapere che piangevo e nella notte nera sentivo solo i miei passi nel camminamento buio. Nella mia tana, inchiodato a un palo, rimaneva il presepio in rilievo che mi aveva mandato la ragazza per il giorno di Natale.”

“Quando passai la passerella e fui di là mi pareva di essere in un altro mondo. Capivo che non sarei più ritornato in quel villaggio sul Don; che stavo per staccarmi dalla Russia e dalla terra di quel villaggio. Ora sarà ricostruito, i girasoli saranno ritornati a fiorire negli orti attorno alle isbe e il vecchio con la barba bianca come lo zio Jeroska, avrà ripreso a pescare nel suo fiume.”

“Un pezzo da 75/13 sparò qualche colpo. Si andava con la testa bassa, uno dietro l’altro, muti come ombre. Era freddo, molto freddo, ma, sotto il peso dello zaino pieno di munizioni, si sudava. Ogni tanto qualcuno cadeva sulla neve e si rialzava a fatica. Si levò il vento. Dapprima quasi insensibile, poi forte sino a diventare tormenta. Veniva libero, immenso, dalla steppa senza limiti. Nel buio freddo trovava noi, povere piccole cose sperdute nella guerra, ci scuoteva, ci faceva barcollare.”

“Ora mi butto sulla neve e non mi alzo più, è finita. Ancora cento passi e poi butto via le munizioni. Ma non finisce mai questa notte e questa tormenta? Ma si camminava. Un passo dietro l’altro, un passo dietro l’altro, un passo dietro l’altro. Pareva di dover sprofondare con la faccia dentro la neve e soffocare con due coltelli piantati sotto le ascelle. Ma quando finisce? Alpi, Albania, Russia. Quanti chilometri? Quanta neve? quanto sonno? Quanta sete? E’ stato sempre così? Sarà sempre così? Chiudevo gli occhi ma camminavo. Un passo. Ancora un passo.”

“”Dove abbiamo camminato quella notte? Su una cometa o sull’oceano? Niente finiva più. Abbandonato sulla neve, a ridosso d’una scarpata al lato della pista, stava un portaordini del comando di compagnia. Si era lasciato andare sulla neve e ci guardava passare. Non ci disse nulla. Era desolato, e noi come lui.”

“Noi non sapevamo nemmeno il nome del paese dove era il nostro caposaldo; ed è per questo che qui trovate soltanto nomi di alpini e di cose. Sapevamo solo che il fiume davanti al nostro caposaldo era il Don e che per arrivare a casa c’erano tanti e tanti chilometri e potevano essere mille o diecimila. E, quando era sereno, dove l’est e l’ovest. Di più niente.”

“Ma la tormenta non smetteva e c’erano sempre i coltelli piantati sotto le ascelle e si era schiacciati dal peso dello zaino e delle armi.”

“Ma dopo essermi levato i guanti sentii un dolore impensabile straziarmi le mani e non fui capace di tagliarlo. Le mani non seguivano il cervello e le guardavo come cose non mie e mi venne da piangere per queste povere mani che non volevano più essere mie. Mi misi a sbatterle forte una contro l’altra, sulle ginocchia, sulla neve; e non sentivo la carne e non le ossa; erano come pezzi di corteccia d’un albero, come suole di scarpe; finché me le sentii come se tanti aghi le perforassero, e me le sentii a poco a poco tornare mie queste mani che adesso scrivono. Quante cose può ricordarmi il mio corpo.”

“Il fiato mi si gelava sulla barba e sui baffi e con la neve portata dal vento vi formava dei ghiaccioli. Con la lingua mi tiravo quei ghiaccioli in bocca e succhiavo. E venne l’alba. E la tormenta aumentò. E il freddo aumentò. Ma ora mi domando: se non vi fosse stata la tormenta saremmo sfuggiti ai russi?”

“La tormenta è cessata, però tutto è grigio: la neve, le isbe, noi, i muli, il cielo, il fumo che esce dai camini, gli occhi dei muli e i nostri. Tutto di uno stesso colore. E gli occhi non vogliono più stare aperti, la gola è piena di sassi che vi ballano dentro. Siamo senza gambe, senza testa, siamo solo stanchezza e sonno, e gola piena di sassi.”

“Attraverso la steppa si snodava la colonna che poi spariva dietro una collina, lontano. Era una striscia come una S nera sulla neve bianca. Mi sembrava impossibile che ci fossero tanti uomini in Russia, una colonna così lunga. Quanti caposaldi come il nostro eravamo? Una colonna lunga che per tanti giorni doveva restarmi negli occhi e sempre nella memoria.”

“Cerco in un’isba e non lo trovo, busso alle altre. Mi rispondono in tedesco: – Raus! – o in bresciano: – Inculet!”

“Come desidererei dormire, dormire ancora un poco, un poco solo; non ne posso più; o impazzisco o mi sparo.”

“Era tanto freddo, freddo; il fuoco faceva più fumo che fiamma e gli occhi mi bruciavano per il fumo, il freddo, il sonno. Mi sentivo triste, infinitamente solo senza capire la causa della mia tristezza. Forse era il gran silenzio attorno, la neve, il cielo pieno di stelle che si perdeva con la neve.”

“Era come se io fossi due e non uno e uno di questi due stava a guardare cosa faceva l’altro e gli diceva cosa dovesse fare e non fare. Lo strano era che uno esisteva come esisteva l’altro, proprio fisicamente, come uno che l’altro potesse toccare.”

“Di tratto in tratto si vede sulla neve un alpino disteso: sono i nostri compagni del Verona rimasti ieri con le scarpe al sole.”

“Il tenente, che non vuole sentire bestemmiare, rimprovera Antonelli. Antonelli bestemmia più forte e lo manda al diavolo. Come ho vivo questo ricordo!”

“Vedo una massa scura sulla neve e mi avvicino: è un alpino dell’Edolo, ha la nappina verde. Sembra placidamente addormentato, all’ultimo momento avrà visto i pascoli verdi della Val Camonica e sentiti i campanacci delle vacche.”

“Tre panzer tedeschi vengono con noi. Accovacciati sopra vi sono i soldati tedeschi vestiti di bianco. Immobili impugnano le pistole mitragliatrici, fumano in silenzio e ci guardano.”

“I tedeschi passano ridendo. Appena entrano nel paese, quelli che sono sui carri saltano agilmente a terra, e io osservo il modo che hanno di occupare le isbe. Danno un calcio alla porta, balzano da un lato, spianano la pistola mitragliatrice e poi pian piano guardano dentro. Dove vedono mucchi di paglia sparano dentro qualche colpo. E scrutano con le pile negli angoli bui e nei sotterranei.
(…) I soldati nostri che entrano nelle isbe non fanno come i tedeschi. Aprono le porte e varcano le soglie senza sospetto.”

“Trattengo il fiato. Su ogni carro vi sono dei soldati russi con armi automatiche in pugno. E’ la prima volta che ne vedo in combattimento così da vicino. Sono giovani e non hanno la faccia cattiva, ma solo seria e pallida, e compunta, guardinga. Indossano pantaloni e giubboni imbottiti. In testa hanno il solito berrettone a punta con la stella rossa.”

“Il sole nel cielo limpido ci riscalda le membra indolenzite e si continua a camminare. Che giorno è oggi? E dove siamo? Non esistono né date né nomi. Solo noi che si cammina.”

“Si cammina e viene ancora notte. E’ freddo: più freddo di sempre, forse quaranta gradi. Il fiato si gela sulla barba e sui baffi; con la coperta tirata sulla testa si cammina in silenzio. Ci si ferma, non c’è niente. Non alberi, non case, neve e stelle e noi. Mi butto sulla neve; e sembra che non ci sia neanche la neve. Chiudo gli occhi sul niente. Forse sarà così la morte, o forse dormo. Sono in una nuvola bianca. Ma chi mi chiama? Chi mi dà questi scossoni? Lasciatemi stare. – Rigoni. Rigoni. Rigoni! In piedi.”

“Ma quanti che si sono buttati sulla neve non si alzeranno più?”

“I tedeschi si prendono tutti i prigionieri russi che abbiamo fatto, si allontanano e poi sentiamo numerose raffiche e qualche colpo. Nevica.”

“Sono innumerevoli giorni che non mi tolgo le scarpe e ora me le tolgo per farne sciogliere il ghiaccio e asciugarle. Subito i piedi mi si gonfiano. Le calze non le levo per paura di vedermi i piedi bluastri con la pelle che si stacca. Mi addormento. Un bagliore improvviso e scoppi di bombe a mano ci svegliano di soprassalto.”

“Cammina cammina, ogni passo che facciamo è uno di meno che dovremo fare per arrivare a baita. Attraversiamo un villaggio più grande dei soliti e con qualche casa in muratura. Si vede che ormai siamo usciti dalle steppe. Ci stiamo addentrando nell’Ucraina.”

“Viene il 26 gennaio 1943, questo giorno di cui si è già tanto parlato. E’ l’aurora. Il sole che sta sorgendo dal basso orizzonte ci manda i suoi primi raggi. Il biancore della neve e il sole abbagliano gli occhi. Abbiamo con noi dei panzer tedeschi.”

“Era una cosa molto semplice. Anche i russi erano come me, lo sentivo. In quell’isba si era creata un’armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di molto più del rispetto che gli animali della foresta hanno l’uno per l’altro. Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini.”

“Non ricordo le parole che mi disse; ricordo solo il suono della sua voce, l’affanno cagionato dalla ferita e lui sulla neve. Qualcosa di grande era nel suo aspetto e io mi sentivo timido e stupito. Intanto i carri dei tedeschi sono tornati ad avanzare.”

“Ora è guarito dalla ferita ma non dalle altre cose. Oh no, non si può guarire.”

“E tanti e tanti altri dormono nei campi di grano e di papaveri e tra le erbe fiorite della steppa assieme ai vecchi delle leggende di Gogol e di Gorky. E quei pochi che siamo rimasti dove siamo ora?”

“Capita ogni tanto di sentire delle brevi discussioni tra artiglieri alpini e tedeschi. Dei tedeschi, chissà come, erano riusciti a impossessarsi dei nostri muli che ora certamente valevano più delle loro macchine. Soltanto noi avevamo muli. Ma gli alpini e gli artiglieri discutono poco; fermano i muli e fanno scendere i tedeschi. Si riprendono le brave bestie e vanno via. Hanno i loro paesani feriti da caricarci sopra. Di fronte alla pacatezza degli alpini l’ira dei tedeschi era ridicola.”

“Siamo fuori, tento di pensare. Ma non provo nessuna emozione nemmeno quando troviamo delle tabelle segnavia scritte in tedesco.
Al lato della pista si è fermato un generale. E’ Nasci, il comandante del corpo d’armata alpino. Si, è proprio lui che con la mano alla tesa del cappello ci saluta mentre passiamo. Noi, banda di straccioni. Passiamo davanti a quel vecchio dai baffi grigi. Stracciati, sporchi, barbe lunghe, molti senza scarpe, congelati, feriti. Quel vecchio col cappello d’alpino ci saluta. E mi sembra di rivedere mio nonno.”

“Sono camion italiani quelli laggiù, sono i nostri Fiat e i nostri Bianchi. Siamo fuori, è finita. Ci sono venuti incontro per caricare i feriti e i congelati o chiunque voglia saltarci sopra. Guardo i camion e passo oltre. La mia piaga puzza, le ginocchia mi dolgono, ma continuo a camminare sulla neve.”

“Qualcuno mi mette in mano un rasoio di sicurezza e un piccolo specchio. Guardo queste cose nelle mie mani e poi mi guardo nello specchio. E questo sarei io: Rigoni Mario di GioBatta, n.15454 di matricola, sergente maggiore del 6° reggimento alpini, battaglione Vestone, cinquantacinquesima compagnia, plotone mitraglieri. Una crosta di terra sul viso, la barba come fili di paglia, i baffi sporchi di muco, gli occhi gialli, i capelli incollati sulla testa dal passamontagna, un pidocchio che cammina sul collo. Mi sorrido.”

“Uno di quei giorni morì il nostro colonnello Signorini. Dissero che dopo aver tenuto rapporto ai comandanti di battaglione e udito quel che rimaneva del suo reggimento si sia ritirato in una stanza dell’isba dove alloggiava e sia morto di crepacuore.”

“Ecco, ora è finita la storia della sacca, ma della sacca soltanto. Tanti giorni poi abbiamo ancora camminato. Dall’Ucraina ai confini della Polonia in Russia Bianca. I russi continuavano ad avanzare.”

“Un giorno mi accorsi che era arrivata la primavera. Si camminava da tanti giorni; era il nostro destino camminare. E mi accorsi che la neve sgelava, che nei paesi attraverso i quali si passava c’erano delle pozzanghere. Il sole scaldava e sentii cantare una calandra. Una calandrella che cantava primavera. Desiderai l’erba verde, sdraiarmi sull’erba verde e sentire il vento tra i remi degli abeti. E l’acqua tra i sassi.”

“Il bambino dormiva nella culla di lego, che dondolava leggermente sospesa al soffitto; il sole entrava dalla finestra e rendeva la canapa come oro; la ruota del mulinello mandava mille bagliori; il suo rumore sembrava quello di una cascata; e la voce della ragazza era piana e dolce in mezzo a quel rumore.”

Il sogno del celta – Mario Vargas Llosa

“Quando aprirono la porta della cella, insieme al fiotto di luce e a un colpo di vento, entrò anche il rumore della strada che i muri di pietra attutivano del tutto, e Roger si ridestò, spaventato.”

“Ma qualche volta lei non prova rimorsi, cattiva coscienza, per quello che facciamo?”

“Ciò di cui invece si accorse per bene fu l’apparire e l’imperare in quegli infiniti domini del simbolo della colonizzazione: la chicote.”

“L’avventura europea dell’Africa era forse quel che si diceva, quel che si scriveva, quel che si credeva?”

“La verità, la verità era che negli anni in cui era stato lì, di europei che non trattassero i negri come animali senz’anima, che si potevano ingannare, sfruttare, frustrare, addirittura ammazzare senza il minimo rimorso, ne aveva incontrato soltanto un numero per cui bastavano le dita d’una mano.”

“Appariva ozioso domandarsi se la colonizzazione fosse buona o cattiva, se, abbandonati al loro destino, per i congolesi sarebbe andata meglio che con gli europei.”

“Non era ateo, né agnostico, ma qualcosa di più incerto, un indifferente che non negava l’esistenza di Dio – il principio primo – ma incapace di sentirsi a proprio agio nel seno di una chiesa, in solidarietà e fratellanza con altri fedeli, parte di un denominatore comune.”

“Tornò agli scacchi e alle partite di bridge.”

“La piaga che aveva fatto volatilizzare buona parte dei congolesi del Medio e Alto Congo erano la cupidigia, la crudeltà, il caucciù, la disumanità di un sistema, l’implacabile sfruttamento degli africani da parte dei coloni europei.”

“Che fosse così l’inferno che Dante aveva descritto nella Divina Commedia?”

“Se c’è una cosa che ho appreso nel Congo, è che non c’è belva più sanguinaria dell’essere umano.”

“Sono molto cattolico. Là, in Europa, ho sempre cercato di essere coerente con i miei principi. Qui, nel Congo, questo non è possibile, signor console. Questa è la triste verità.”

“Non era anche l’Irlanda una colonia, come il Congo?”

“Pregare così era un balsamo meraviglioso, lo riportava a quell’infanzia in cui, grazie alla presenza di sua madre, tutto era bello e felice nella vita.”

“Era un uomo piuttosto basso e malfatto. Quello che qui chiamano un cholo, un cholito. Cioè un meticcio.”

“…l’incredulità. Così l’essere umano si difendeva da tutto ciò che dimostrava le indicibili crudeltà alle quali poteva giungere aizzato dalla cupidigia e dai suoi perfidi istinti in un mondo senza leggi.”

“Roger rientrò a casa camminando molto lentamente, senza guardare quello che avveniva nei bar e nei postriboli da dove uscivano le voci, i canti, il suono delle chitarre. Pensava a quei bambini strappati dalle loro tribù, separati dalle famiglie, impacchettati nella sentina di una lancia, portati a Iquitos, venduti per venti o trenta soles a una famiglia dove avrebbero passato una vita spazzando, sfregando, cucinando, pulendo gabinetti, lavando panni sporchi, insultati, battuti e a volte stuprati dal padrone o dai figli del padrone. La storia di sempre. La storia che mai finirà.”

“La malvagità che ci intossica sta dovunque ci siano esseri umani, con le radici ben sprofondate nei nostri cuori.”

“..avevano toccato con mano che la vera ragione per la quale gli europei si trovavano in Africa non era aiutare l’africano a uscire dal paganesimo e dalla barbarie, bensì sfruttarlo con una cupidigia senza limiti per l’abuso e per la crudeltà.”

“Niente è soltanto bianco o soltanto nero, mio caro. Neppure in una causa così giusta. Anche qui ci sono dei grigiori torbidi che offuscano tutto.”

“Qualche volta, poche in verità, mi sembra di riuscirci. Allora, finalmente, sento un pò di pace, un incredibile sollievo. Come certe notti, là in Africa, con la luna piena, con il cielo pieno di stelle, senza un filo di vento, gli alberi immobili, soltanto il brusio degli insetti. Tutto era così bello e tranquillo che quanto mi veniva alla mente era sempre: Dio esiste. Vedendo tutto questo come potrei pensare che non esista?”

Come non odiare tuo marito dopo i figli – Jancee Dunn

“Quando ero al sesto mese di gravidanza, uscii a pranzo con un gruppo di amiche, tutte desiderose di elargire le loro perle di saggezza parentale duramente conquistate.”

“Ah, e preparati a odiare tuo marito – disse la mia amica Lauren.”

“Diventare genitori era un’esperienza così totalizzante da impedirti di sederti sul divano a guardare un film? Veramente?”

“Non dà nessuna soddisfazione urlare contro un giocatore di scacchi gentile e educato che nel tempo libero ama leggere e osservare gli uccelli.”

“In alcuni casi le mamme non si rendono neppure conto di quello che fanno, ma persino una dimostrazione non verbale di disapprovazione, come alzare gli occhi al cielo o sospirare sonoramente, può scoraggiare un padre.”

“La cura dei figli e la pulizia della casa, che ci piaccia o no, sono ancora più fondamentali per l’identità femminile che per quella maschile; se la casa è sporca, sono le donne a temere maggiormente di essere criticate.”

“Tom, quel che tu e la maggior parte dei maschi con cui ho a che fare non volete capire è che è nel vostro interesse superare l’instintivo egoismo per prendervi cura delle vostre mogli ed evitare che si trasformino in pazze scatenate.”

“Dare di più è nel tuo interesse! Impara a essere un uomo di famiglia! Perchè tua moglie è incazzata.”

“I bambini imparano quello che vivono”

“Insomma, il modo migliore per far sì che tua moglie si senta ascoltata è affrontare le questioni e disarmarla, piuttosto che barricarsi dietro a un muro di mutismo e litigare per tre ore di fila.”

“La gente vuole essere capita, soprattutto se è particolarmente agitata.”

“Spiego che le mamme hanno il vizio di sentirsi giudicate e inadeguate, soprattutto quando le cento cose che fanno con assoluta efficienza passano inosservate.”

“Ma fare tutto da sole non è un gesto eroico, bensì dannoso.”

“I bambini non sono mai stati bravi ad ascoltare i genitori, ma non hanno mai fallito nell’imitarli.”

“La relazione di coppia è una terza entità. Perciò non bisogna chiedersi che cosa farebbe bene a lei o a lui, ma piuttosto che cosa farebbe bene al matrimonio stesso.”

“Dire grazie è il compenso più a buon mercato che ci sia.”

“Il paradosso crudele dei weekend con i bambini può essere riassunto come segue: i genitori vogliono rilassarsi. I figli no.”

“Quei dolci momenti di libertà in cui posso fare colazione con calma mi cambiano enormemente la giornata.”

“A volte, dice persino: Hai bisogno di una mano? Questa frase meravigliosa mi riscalda il cuore; in realtà, lui dice: Se fosse per me, non laverei mai i piatti e non avrei nessun problema a mangiare direttamente da un sacchetto, ma so che invece tu tieni a queste cose, perciò ci tengo anch’io.”

“Il “tempo libero” non è quel che rimane dopo aver fatto tutto il resto.”

“Lasciare che le cose rimangano non dette è corrosivo.”

“Il matrimonio è un’istituzione che richiede l’espletamento di numerose attività quotidiane, e le istituzioni funzionano meglio se sono bene organizzate.”

“Uno dei più bei dono che puoi fare a tuo figlio è avere un rapporto di coppia amorevole, che infonde un senso di pace, sicurezza e continuità.”

La noia – Alberto Moravia

“Ricordo benissimo come fu che cessai di dipingere.”

“…la noia aveva lentamente ma sicuramente accompagnato il mio lavoro durante gli ultimi sei mesi, fino a farlo cessare del tutto in quel pomeriggio in cui avevo lacerato la tela; un pò come il deposito calcareo di certe sorgenti finisce per ostruire un tubo e far cessare completamente il flusso d’acqua.”

“Per me, invece, la noia non è il contrario del divertimento; potrei dire, anzi, addirittura, che per certi aspetti essa rassomiglia al divertimento in quanto, appunto, provoca distrazione e dimenticanza, sia pure di un genere molto particolare. La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà.”

“La realtà, quando mi annoio, mi ha sempre fatto l’effetto sconcertante che fa una coperta troppo corta, ad un dormiente, in una notte d’inverno: la tira sui piedi e ha freddo al petto, la tira sul petto e ha freddo ai piedi; e così non riesce mai a prender sonno veramente.”

“…la noia, la quale, in fin dei conti, è giunto il momento di dirlo, non è che incomunicabilità e incapacità di uscirne.”

“Dunque la noia, oltre alla incapacità di uscire da me stesso, è la consapevolezza teorica che potrei forse uscirne, grazie a non so quale miracolo.”

“Così il problema della noia si ripresentava immutato; e io allora presi a domandarmi quali ne potessero essere i motivi, e per via di esclusione, arrivai a concludere che forse mi annoiavo perché ero ricco e che se fossi stato povero non mi sarei annoiato.”

“…la sua noia, in altri termini, era la noia volgare, come la si intende normalmente, che non chiedeva di meglio che essere alleviata da sensazioni nuove.”

“Qualche volta pensavo al detto evangelico: E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago piuttosto che un ricco entri nel regno di Dio; e mi domandavo che cosa volesse dire essere ricco.”

“…io fui per me stesso qualche cosa di molto simile ad un individuo per varie ragioni insopportabile, che un viaggiatore trovi nel suo scompartimento all’inizio di un lungo viaggio.”

“Ciò che mi colpiva, soprattutto, era che non volevo fare assolutamente niente, pur desiderando ardentemente fare qualche cosa.”

“Mia madre, come sapevo, non credeva a niente, salvo che al denaro. Ma credeva, tuttavia, come ho già detto, a quello che lei chiamava: “la forma”; la quale, tra l’altro, imponeva di essere “praticante” e, comunque, di rispettare le cose della religione.”

“La noi, per me, era simile a una specie di nebbia nella quale il mio pensiero si smarriva continuamente, intravedendo soltanto a intervalli qualche particolare della realtà; proprio come chi si trovi in un denso nebbione e intraveda ora un angolo di casa, ora la figura di un passante, ora qualche altro oggetto, ma solo per un istante e l’istante dopo sono già scomparsi.”

“…potevo sempre fare quel che fanno molti quando si trovano in una situazione insostenibile: accettarla e adattarmi.”

“In realtà ciò che mi faceva soffrire non era tanto la noia quanto l’idea che io potessi o dovessi non annoiarmi.”

“Mi stava adesso molto vicina, quasi incombente, con il busto piegato in avanti e gli occhi fissi su di me, dandomi un senso di squilibrio, per cui pensai di nuovo che era un recipiente, un bel vaso a due anse, snello e pettoruto, colmo di desiderio, che stesse per traboccarmi addosso e sommergermi.”

“E insomma: era possibile sottrarsi al proprio destino? E se no, a che cosa serviva sapere quello che si faceva? Possibile che non ci fosse alcuna differenza fra un destino accettato in stato di incoscienza e un altro vissuto con lucida consapevolezza?”

“Era un disordine donnesco e bellicoso; il quale discordava curiosamente con l’innocenza infantile e inespressiva del volto. Veramente, Cecilia pareva sempre duplice, ossia donna e bambina nello stesso tempo; e non soltanto nel corpo ma anche nell’espressione e nei gesti.”

“E capivo pure che con Cecilia non potevo che annoiarmi o soffrire: finora mi ero annoiato e avevo desiderato, di conseguenza, di lasciarla; adesso soffrivo e sentivo che non avrei potuto lasciarla finché non mi fossi di nuovo annoiato.”

“Mi accorsi che la guardavo con desiderio; e capii che la desideravo non già perché era nuda, bensì perché mentiva.”

“Pensai che lei “era tuta lì”, in quell’atto di abbassare la chiusura lampo, senza margini di autonomia e di mistero, tutta lì e per questo, appunto, inesistente; posseduta in anticipo prima ancora che il rapporto sessuale desse una conferma superflua a questo possesso del sentimento; posseduta e perciò noiosa.”

“Ma a partire dal momento che ebbi il sospetto d’essere tradito e questo sospetto mi ebbe improvvisamente trasformato Cecilia da irreale e noiosa in reale e desiderabile, fui preso dalla curiosità di sapere di più sulla sua vita familiare, quasi sperando, attraverso una conoscenza più approfondita, di giungere a quel possesso che il rapporto amoroso mi negava.”

“La malattia gli aveva stravolto il viso, qua gonfiandolo e là svuotandolo, qua arrossandolo e là sbiancandolo. E la morte, pensai, era già nei capelli neri, che, piatti ed esanimi, parevano incollati come da un sudore malsano sulle tempie e sulla fronte; nel colore violaceo delle labbra; e, soprattutto, negli occhi rotondi, dall’espressione intensamente sbigottita.”

“Cecilia stava nella sua famiglia allo stesso modo che una sonnambula tra i mobili della propria casa, ossia escludendola dalla propria coscienza.”

“Cecilia, nel caso fosse costretta a mentire, lo faceva costruendo l’edificio della menzogna con il materiale della verità.”

“Indiretto e astratto per sua natura, il telefono mi sembrava anzi, ormai, il simbolo stesso della mia situazione: un mezzo di comunicazione che mi impediva di comunicare; uno strumento di controllo che non permetteva di sapere niente di preciso; una macchina automatica e di uso facilissimo che, però, si rivelava quasi sempre infida e capricciosa.”

“Ma poiché cominciai a spiare anch’io, scoprii un fatto molto semplice che non avevo preveduto; ed era che un conto è spiare per mestiere come gli agenti, o per oziosa curiosità come le donnicciole e i monelli e un altro spiare, com’era il mio caso, per uno scopo preciso che ci riguardi direttamente.”

“Il tempo di Cecilia e del suo amante non era il mio. Il loro era il tempo calmo, sicuro, regolare dell’amore; il mio quello rabbioso e ineguale della gelosia.”

“Comunque, non ricordo di avere mai amato Cecilia con tanta violenza come in quei giorni in cui la spiavo e sospettavo che mi tradisse.”

“Naturalmente, subito dopo l’amplesso, mi accorgevo di non averla posseduta. Ma era troppo tardi: Cecilia se ne andava e io sapevo che il giorno dopo tutto sarebbe ricominciato: l’inutile sorveglianza, il possesso impossibile, la finale delusione.”

“…sorvegliare non è una cosa che vada fatta da chi è direttamente interessato ai risultati della sorveglianza.”

“…era un poco quello che è uno specchio per un malato: una testimonianza irrefragabile dei progressi della malattia.”

“Tutto si può prevedere, fuorché il sentimento che ci potrà ispirare ciò che prevediamo. Si può, per esempio, certamente prevedere che da sotto una roccia sbuchi un serpente; ma sarà difficile prevedere la qualità e intensità della paura che ci ispirerà la vista del rettile.”

“Ricordavo tutte le volte che avevo dato del denaro a delle prostitute e mi dicevo che se Cecilia era davvero venale, alla fine avrei provato per lei lo stesso sentimento che provavo per quelle donne dopo che le avevo pagate: un senso di possesso scontato e sovrabbondante, di riduzione della persona che aveva ricevuto il denaro ad oggetto inanimato, di svalutazione completa dovuta, appunto, alla valutazione mercenaria.”

“Sì, preferivo sapere Cecilia mercenaria piuttosto che misteriosa; poiché saperla mercenaria mi avrebbe dato un senso di possesso che il mistero mi negava.”

“…passato e futuro per lei non esistevano; soltanto il presente più immediato, anzi, addirittura il momento che fuggiva, le pareva degno di considerazione.”

“…la contraddizione costituisce il fondo mobile e imprevedibile dell’animo umano.”

“Mi venne in mente, ad un tratto, che quel prete indiscreto aveva voluto fare, in fondo, la stessa cosa che io avevo tentato tante volte: afferrare Cecilia, chiuderla in un peccato, inchiodarla ad un giudizio.”

“Sì, pensai, il denaro si era fatto, in questa folla, sangue e carne; guadagnato col lavoro onesto e fortunato oppure rubato con la furberia e la prepotenza, esso produceva sempre lo stesso risultato: una volgarità disumana riconoscibile così nelle più pasciute grassezze come nelle magrezze più rinsecchite.”

“E come per tutti i personaggi che gremivano i salotti della villa, anche per mia madre si poteva giurare che dietro lo scintillio di vetro dei suoi occhi azzurri, la vistosità dei suoi massicci gioielli, la nevrosità della sua magrezza, l’artificio eccessivo del suo belletto e la sgradevolezza della sua voce, ci fosse il conformismo del denaro proprio alla società di cui lei faceva parte piuttosto che l’originalità di una esperienza solitaria.”

“L’umanità si divide in due grandi categorie: coloro che di fronte ad una difficoltà insormontabile provano l’impulso di uccidere e coloro che invece provano l’impulso di uccidersi.”

 

L’arte della gioia – Goliarda Sapienza

“Ed eccovi me a quattro, cinque anni in uno spazio fangoso che trascino un pezzo di legno immenso. Non ci sono né alberi né case intorno, solo il sudore per lo sforzo di trascinare quel corpo duro e il bruciore acuto delle palme ferite dal legno.”

“Mi trovo ora nel buio della stanza dove si dormiva, si mangiava pane e olive, pane e cipolla. Si cucinava solo la domenica. Mia madre con gli occhi dilatati dal silenzio cuce in un cantone. Non parla mai, mia madre. O urla, o tace.”

“E dai cu stu mari! Cocciuta sei! Cento volte te lo spiegai, cento volte! Il mare è una distesa d’acqua fonda come l’acqua del pozzo che sta fra il nostro podere e quella catapecchia che è la vostra casa. Solo che è blu, e che per quanto giri l’occhi non puoi vedere dove finisce.”

“Che belli i nomi dei fiori: gerani, ortensie, gelsomino, che suoni meravigliosi!”

“Eh, la giovinezza, che cosa bella e raggiante che è!”

“Ieri sera, al tramonto, mi venga un colpo se non dico la verità, sembrava una rosa pallida indorata dal sole. E se fossi un’ape non avrei altro desiderio che di posarmi sul bocciolo di rosa che sono le tue labbruzze.”

“Una volta fui a Catania, una grande città che sta lontano, molto lontano da qui, giù vicino al mare. In questa città c’era – chissà se c’è ancora, io parlo di tanti anni fa – un giardino sterminato che chiamavano Villa Bellini.”

“Come si dice a Catania, sant’Agata prima l’hanno rubata e poi l’hanno incancellata…”

“La farsa, se si ride troppo, finisce sempre in grande amarezza.”

“Aprile lusinga col suo falso calore. T’accarezza con mani sicure, ma è pronto ad abbandonarti al veleno dell’umido appena l’ombra cala.”

“Allora il dolore, l’umiliazione, la paura non erano, come dicevano, una fonte di purificazione e beatitudine. Erano ladri viscidi che di notte, approfittando del sonno, scivolavano al capezzale per rubarti la gioia di essere viva.”

“Stanca la vista della giovinezza.”

“Lei era di Palermo, e ne era molto orgogliosa. Odiava Catania: catanisi soldu fausu, diceva sempre. E io mi divertivo a sfruculiarla.”

“Noi siamo di Catania. Là il Monte dà la vita con la neve e la morte con la lava.”

“Così, per la prima volta in vita mia, fui amata amando, come dice la romanza. Cosa così rara che ancora adesso ricordo la sensazione di leggerezza che mi faceva aprire gli occhi al mattino, sicura della nuova avventura che sarebbe nata da lei e me abbracciate.”

“Se vuoi saperlo: qua a Dio ci crediamo, ma ai preti e alle monache poco, molto poco.”

“Io le insegnerò a trattare con quei ladri di avvocati e notai…”

“C’era sempre qualche causa in corso. Il codice civile, la principessa me lo aveva dato dicendomi: – Guardatelo, è l’unico modo per non farsi rubare troppo da avvocati, sensali e notai.”

“Io povera sono, vero Mimmo? Povera, e devo farmi forte col leggere e studiare, cercando in me e negli altri la chiave per non soccombere. Ce ne erano stati tanti che, nati poveri, si erano salvati con l’ingegno e la forza che dà il sapere… Lì, davanti a me, in fila nell’immensa libreria, mostravano il loro nome luccicante sul dorso bruno e oro di quei volumi.”

“Col tempo scoprii che non solo quando cantavo o gli raccontavo le fiabe Ippolito era felice, ma anche quando leggevo ad alta voce (forse perchè sillabavo le parole). Lui ascoltava incantato e io imparavo di più.”

“Beatrice cara, perchè non cerchi di pensare anche ai lati positivi di quello che accade? Niente è completamente negativo nella vita.”

“Mai rifiutarsi di vedere i lati sgradevoli della vita; non conoscendoli la realtà li ingigantisce nella fantasia trasformandoli in incubi incontrollabili.”

“La paura e l’umiliazione sono il seme dell’odio e dell’inimicizia. E anche l’invidia, così era scritto.”

“Scusami, picciridda, di sta fretta, è che da tanto ti volevo e tu proprio niente sai fare. Piano piano, col tempo, t’insegno a venire anche a te. Niente vi insegnano le vostre madri, e tocca all’uomo poi…”

“…e non solo il mare Modesta: i negozi, il mercato, guarda quanto è grande Catania bella…”

“Ormai cominciavo a conoscere la belva-uomo e sapevo che a noi appare pazzia ogni volontà negli altri a noi contraria, e ragionevolezza quello che ci è favorevole e ci lascia comodi nel nostro modo di pensare.”

“Sì, doveva spingerlo a uscire quell’estraneo già forte di una sua volontà di vita autonoma. Lo sentiva che era deciso a vivere a costo di uccidere. E con un’ultima spinta, che dalle spalle la percosse fino a tagliare con un colpo secco il bassoventre, le cosce lo sentì cadere da sè con un tonfo muto, nel vuoto.
No. L’avevano afferrato. Mani lo alzavano, lo sbattevano contro il chiarore lattiginoso della finestra. Doveva essere l’alba, gli uccelli urlavano. Sempre all’alba urlano gli uccelli. E anche lì, sbattuto tra quelle mani, grida uscivano da quella parte mutilata del suo corpo affaticato.
Perché gridava così? Piangeva per la sua vita conquistata, o perché nel segreto di quell’atto carnale, quell’essere sapeva di aver quasi ucciso per la sua vita? Solo il mio corpo e il suo sapevano il significato segreto di quella lotta mortale e senza ostilità: ognuno per la propria vita.”

“Non ero vecchia. Ero solo uscita dalla primwa giovinezza e avevo già un passato. Quella stanchezza non era che la nostalgia per qualcosa che s’è avuto e si pensa che non tornerà più.”

“Catania! Catania! Guarda quanto è bella Modesta, guarda! E anche tu, Ediprando, guarda la tua città.”

“A che cosa si era sacrificata? Al dovere di un nome da tenere alto nella considerazione degli altri o ai propri occhi?”

“Avevano spalancato i battenti del Banco di Sicilia, ed ecco il primo impiegato attraversare la strada. Non era un piccolo impiegato, lo si vedeva dal taglio perfetto del vestito scuro e dal bastone agile e lucido. Quell’uomo aveva sicuramente lo stesso sguardo fisso e duro dell’avvocato Santangelo e si preparava alla sua giornata di superiore, lieto di dare ordini e umiliare. No, non sarei diventata l’impiegata del mio patrimonio.”

“Imparai a leggere i libri in un altro modo. man mano che incontravo una certa parola, un certo aggettivo, li tiravo fuori dal loro contesto e li analizzavo per vedere se si potevano usare nel mio contesto.”

“Ma perché non si può essere felici sempre? Perché c’è sempre qualcosa che intralcia la nostra felicità?”

“Bisogna rapidamente allontanarsi da qualsiasi luogo dove la consuetudine ha ucciso l’obiettività.”

“L’amore non è un miracolo, Carlo, è un’arte, un mestiere, un esercizio della mente e dei sensi come un altro.”

“E ora che la sua vita in onde sale fra la mia lingua e il palato, non lo posso lasciare e vengo con lui succhiando quel seme sconosciuto che dal profondo del suo essere viene a dissetare la bocca bruciata dall’arsura. Sapore aspro e dolce, resina d’albero, o quagliato latte d’uomo nato anche lui per allattare.”

“Soldi s’hanno a dare, certo, perché questo Mussolini è l’unico che l’ordine ci può assicurare – un vero Crispi è, giuraddio! – ma non l’anima… Ai giovani con arte fina s’è rivolto, e le loro fantasie ha infiammato contro i vecchi. Astuto è stato, perché da quando mondo è mondo i giovani fanno presto a prendere fuoco. Eh! date a un caruso un Orlando e un Rinaldo, fatelo sognare con parole nuove e divise nuove, fategli credere che sarà padrone, e schiavo ti diventa senza saperlo.”

“Facile è prendersi il lusso di fare l’agnello, quando la natura t’ha accordato il favore di nascere lupo.”

“Eh, tante cose si possono insegnare: andare a cavallo, fare all’amore, ma la propria esperienza a nessuno si può dare. Ognuno la propria, con gli anni, si deve fare, sbagliando e fermandosi, tornando indietro e ricominciando il cammino.”

“L’amore suca, come vetro fa diventare!”

“Chi muore ha torto, solo chi vive ha ragione.”

“Grida Mattia levandosi in piedi. Il suo corpo nudo nello specchio dell’alba stupisce le mie pupille. Non devo fissare la bellezza di quelle membra. Nei moti della sua schiena compatta, scorza d’albero giovane, scruto un futuro a me estraneo. E anche se il desiderio di chiamarlo e stringerlo a me è forte, chiudo gli occhi: non devo lasciare che la sua immagine si insinui nel mio essere.”

“Ho voglia di uscire, correre in quel sole gioioso che ripete: sei libera. Dolcezza di non aspettare più, di non dipendere più da un’altra volontà. Nessuno mi toglierà più questa dolcezza.”

“Le cose non dette marciscono dentro di noi.”

“Mi perdo nei tuoi occhi, non mi cacciare… hai nello sguardo come un vento che trascina.”

“Cancia la vita quannu u padri mori.”

“Forse non eravamo che pesci smorti in un acquario.”

“La guerra si sposta lenta, ma tutto cancella, tutto fa deserto: case, colture, sentimenti.”

“A volte sta vita mi pare tutta un’attesa in una trincea melmosa.”

“Si dice che se una femmina per prima ti nasce, altri due o tre ne chiama. E per avere un maschio s’ha da penare.”

“Capisco il tuo sorriso, Carlo, i morti non vogliono che si muoia con loro, ma che li si tenga in vita, nei pensieri, nella voce, nei gesti.”

“Chiunque abbia avuto l’avventura di doppiare il capo dei trent’anni, sa quanto sia stato fativoso, aspro ed eccitante scalare il monte che dalle pendici dell’infanzia sale sino alla cima della giovinezza, e quanto rapido, una cascata d’acqua, un volo geometrico d’ali nella luce, pochi attimi e… ieri avevo le guance integre dei vent’anni, oggi – in una notte? – le tre dita del tempi mi hanno sfiorato, preavviso del breve spazio che resta e del traguardo ultimo che inesorabile attende… Primo, menzognero terrore dei trent’anni.”

“I tempi cambiano e s’ha da essere cauti: osservarli e vedere come s’ha da agire.”

“Ci sono città ricche di ogni ben di Dio, porti grandi dove piroscafi vanno e vengono carichi di tesori. Ma dietro la facciata ben pitturata di palazzi sontuosi, le stesse strade contorte in spasimi di fame, la stessa misera litania di povertà e costrizione, solo appena appena più nascosta e più rassegnata.”

“Quannu dai gioia ai bambini, loro subito te la ridanno centuplicata.”

“E’ l’ambiente che fa l’uomo.”

“Oh, Modesta, mi insegni ad essere felice! Perchè lei ha scelto di essere felice.”

“I morti hanno torto se dopo la loro morte non c’è qualcuno che li difenda.”

“Non c’è niente da fare, come diceva mia madre, ogni dieci anni bisogna rileggere i libri che ci hanno formato se si vuol venire a capo di qualcosa.”

“Ritenersi indispensabili a degli esseri umani giovani, senza difesa, solo perché li nutri è il paternalismo più atroce.”

“Quando si ama è sempre la prima volta.”

“La corda dell’amore oscilla sempre legata fra l’albero dell’ansia e l’albero della paura. Come la vita, ha in sé il ricordo costante della morte da sconfiggere, e non questo vuoto verso di te che m’ha preso ora.”

“Le parole nutrono, e come il cibo vanno scelte bene prima di ingoiarle.”

“Perché non si può essere felici sempre?”

“Un buon avvocato sa quando la causa è perduta.”

“A volte, a me mediterraneo d’origine, è sembrato scorgere la fonte di questa nostalgia nell’assenza del mare: il mare come liberà, giovinezza, possibilità d’avventura.”

“C’è un limite preciso nell’aiutare gli altri. Oltre quel limite, a molti invisibile, non c’è che volontà di imporre il proprio modo d’essere.”

“La bontà, la non cattiveria è un lusso. I poveri, io sono stata povera e lo so, i poveri non hanno il tempo per essere buoni.”

“Ma per chi vive, ieri è solo servito come concime per questo oggi nuovo, tangibile, pieno di sole.”

“Stella mia, nella nostra epoca si parlava piano a tavola, le candele non facevano rumore, era come una mite luce rispettosa del pasto… Le lampadine scricchiolano nel cervello, la radio suona dall’altra parte del salone, dimenticata, il telefono squilla: forse altri invitati… Un aereo romba basso, da qualche notte quell’aereo fantasma puntuale gira intorno alla casa e loro non lo sentono. O sto invecchiando? Come comincia la vecchiaia? Con graffiature di punti acuminati nella testa?”

“Saltare o lasciarsi andare e dimenticare? Ecco il senso nascosto della parola vecchiaia: un disertare la vita che dà conforto, un lasciare il campo spazzato, mitragliato dal fuoco di voci giovani, di giovani emozioni. Il giovane ti ricorda che devi invecchiare, forse desidera la tua vecchiaia e forse anche la tua morte, e tu ti trovi a dirti: stancano, parola sciocca che nasconde invidia e paura. E la paura ti spinge a farti vecchia, incutere loro soggezione col fuoco della saggezza. E con la soggezione ricacciarli indietro: fuoco contro fuoco come in guerra.”

“Teorie di uccelli di ferro stanno solcando il cielo ignorando il misero quadrato di terra in mezzo al mare. Dove vanno a vomitare il loro fiato di morte? Certo in posti più attraenti, pieni di gente e di vita.”

“Può una gioia trapassarti come un fulmine e squarciarti il corpo? Inchiodata da quella gioia non faccio in tempo a vederlo e svengo fra le sue braccia.”

“Lo vedete come fa la mia mamma bambina? Manco le parlo ca già gira l’occhi scappannu pi banni e banni. Ma unni va? Ccà vicinu a mia hai a stari: madre mi sei e miniera mia!”

“…all’usciere che soddisfatto del suo misero potere mi fa entrare con inchini borbonici…”

“Il caffè, si sa, per noi che ne siamo stati privati per tanti anni è ancora un prodigio e colma il vuoto di smarrimento.”

“E’ incredibile ma non finirò mai di stupirmi davanti a un piccolo rubinetto che giri senza sforzo con due dita e puoi avere fiumi d’acqua calda a disposizione. Lo sai che un tempo si doveva scaldare l’acqua e riempire delle vasche piccole piccole? Sempre che l’acqua ci fosse! Che tempi orrendi, Prando! Puzza di sudore, cimici e pruriti.”

“Ora qui nell’isola grande con questi americani siamo pieni di sigarette… fa sognare la sigaretta e tiene compagnia.”

“Farsi e disfarsi delle abitudini, così si deve campare.”

“Il giovane serve, produce, sgrava i figli, fa la guerra prima di avere coscienza di se stesso. Ma a quarant’anni, a cinquanta, l’essere umano – se non è perito nella guerra sociale continua – diventa pericoloso, si pone dubbi, richiede libertà, riposo, gioia. Anche la parola vecchiaia mente, Modesta, è stata rimpinzata di fantasmi paurosi come la parola morte per farti stare calma, ossequiosa di tutte le leggi costituite. Chi sa cos’è la vecchiaia? Quando comincia? Al tempo di Stendhal una donna a trent’anni era vecchia. Io a trent’anni ho appena cominciato a capire e a vivere. Chi ha osato varcare la soglia di quella parola senza ascoltare pregiudizi, luoghi comuni? Forse più di quanti immagini se puoi incontrare nei cantoni visi sereni, sguardi calmi e sapienti. Ma nessuno ha osato mai parlare per timore – sempre l’eterno timore – di rovesciare i falsi equilibri stabiliti.”

“E’ ora di muoversi, di lottare con tutti i muscoli e i pensieri in quella partita a scacchi con la Certa che attende. E ogni anno rubato, vinto, ogni ora strappata alla maschera del tempo, si fa eterna in quella partita finale.”

“Come ridire quel pomeriggio d’estate sdraiata sullo scoglio, sfiorata dalle ultime carezze del sole che cala? come ridire la gioia di quella scoperta? come raccontarla agli altri? come comunicare la felicità di ogni atto semplice, di ogni passo, di ogni incontro nuovo… di visi, libri, tramonti e albe e pomeriggi domenicali sulle spiagge assolate?”

“Vecchio, mi chiami, e hai ragione. Perché mi hai messo al mondo se sapevi che dovevo diventare vecchio?”

“Dovevo scegliere te e cacciare la vita?”

“Sempre quando finisce una festa, uno spettacolo, ci si sente soli, qualcosa se ne va lasciando dentro tante piccole morti, piccole perle gelide e rosate come queste che porti al collo, Bambù.”

“Che vale fare esperienze se non si torna poi a raccontarle nella piazza del tuo paese, al bar, agli amici?”

“La lontananza insegna. Solo quello che s’è perduto si comprende fino in fondo.”

“Hitler fu tradito ma il suo sogno si avvererà: un’Europa unita con a capo il genio germanico.”

“La scoperta della poesia! Ecco cosa doveva fare: tornare nella sua stanza e riprendere a leggere. Voci nuove la chiamavano dalle copertine: Kerouac, Burroughs e quell’altro…”

“No, non rimpiango niente del passato, ma da tempo ho capito anche la menzogna che si maschera sotto la parola progresso, e mi consolo andando in giro a fotografare le cose che presto spariranno…. Le ultime trattorie di Roma, le ultime bettole… ho centinaia di fotografie della Civita… Hanno demolito vicolo per vicolo, casa per casa.”

“Tu sei uomo, Marco, e non sai nel tuo corpo, o sapevi e poi nella fretta di agire hai dimenticato, le metamorfosi della materia e tremi un pò a questa parola. Ma se ti stringi a me, io, donna, ti aiuterò a ricordare e a non temere quel che deve mutare per continuare a essere vivo.”

“…il silenzio bianco delle tonnare abbandonate, esiliate dal mare e dagli uomini ma sempre percorse dai fantasmi dei tonni che lì sostano a ricercare il perché della loro vita e della loro morte, le correnti eterne dei mari che intorno all’isola s’incontrano e ora la serrano, ora la liberano, mutando sempre d’intensità e colore…”

“No, non si può comunicare a nessuno questa gioia piena dell’eccitazione vitale di sfidare il tempo in due, d’essere compagni nel dilatarlo, vivendolo il più intensamente possibile prima che scatti l’ora dell’ultima avventura.”

“Racconta, Modesta, racconta.”

La fabbrica del consenso – Noam Chomsky

“In questo libro ci proponiamo di delineare un “modello di propaganda” e di applicarlo all’attività dei mass media operanti negli Stati Uniti. Questo proposito rispecchia la nostra convinzione, frutto di molti anni di studio del funzionamento dei media, che da un lato essi servono a mobilitare l’appoggio della gente agli interessi particolari che dominano lo stato e l’attività privata, e dall’altro che spesso il modo migliore per comprendere, a volte con chiarezza cristallina e in profondità, le loro scelte, le loro enfasi e le loro omissioni è quello di analizzarli in questi termini.”

“I mass media come sistema assolvono la funzione di comunicare messaggi e simboli alla popolazione. Il loro compito è di divertire, intrattenere e informare, ma nel contempo di inculcare negli individui valori, credenze e codici di comportamento atti a integrarli nelle strutture istituzionali della società di cui fanno. In un mondo caratterizzato dalla concentrazione della ricchezza e da forti conflitti di classe, per conseguire questo obiettivo occorre una propaganda sistematica.”

“Con la pubblicità, il libero mercato non produce più un sistema neutrale in cui a decidere sia la scelta dell’acquirente finale. Sono le scelte degli inserzionisti a incidere sulla sopravvivenza e sulla prosperità dei media.”

“Un movimento di massa che non possa contare sul sostegno di nessuna testata di rilievo e che, anzi, venga fatto oggetto di veri e propri atti di ostilità da parte della stampa, vedrà per ciò stesso largamente compromesse le proprie capacità di azione e si troverà a combattere in condizioni di palese inferiorità.”

“Un sistema di propaganda, in coerenza con le proprie finalità, presenterà le persone perseguitate dai propri nemici come meritevoli di considerazione e quelle trattate con crudeltà uguale o superiore dal proprio governo o dai suoi alleati come vittime non meritevoli di considerazione.”

“Mentre i servizi concernenti la vittima meritevole sono ricchi di dettagli cruenti e danno voce all’indignazione e all’invocazione della giustizia, quelli relativi a vittime non considerate meritevoli di particolare attenzione hanno un tono pacato e sembrano fatti apposta per spegnere le emozioni ed evocare amare considerazioni filosofiche sull’onnipresenza della brutalità e sul carattere intrinsecamente tragico della vita umana.”

“Il modello della propaganda prevede che i mass media sostengano e favoriscano il punto di vista e il programma dello Stato. Comunque stiano effettivamente le cose, quindi, le elezioni favorite verranno presentate come uno strumento di legittimazione, mentre quelle osteggiate saranno giudicate insignificanti, farsesche e prive di legittimità.”

“Quando i fatti sono troppo schiaccianti per poter essere contestati, la strategia migliore è di ignorarli.”

“Noi non accettiamo la tesi che la libertà di stampa debba essere tutelata per la sua utilità, ossia in quanto strumento per conseguire scopi superiori; al contrario, essa è un valore in sé.”

“Nei media, come in altre istituzioni importanti, coloro che non mostrano di condividere i valori e i punti di vista richiesti saranno considerati irresponsabili, ideologici o comunque persone devianti e tenderanno a esserne esclusi.”

Mi è nato un papà – Alessandro Volta

“Che cos’è la paternità? Non è facile rispondere. E’ senz’altro più semplice definire la maternità, perché una donna con il pancione è qualcosa di speciale, e ancora più speciale è una mamma che abbraccia il suo piccolino e gli offre il seno.”

“Ha un sorriso nuovo, più intimo e soddisfatto del solito, la luce degli occhi è come quella dell’alba di questa mattina.”

“Questa giornata è davvero speciale e la luce dell’alba non ha smentito le mie aspettative, però non pensavo a qualcosa di così grande. Da oggi la nostra vita prende una strada nuova.”

“Nascere e venire al mondo è esperienza di ogni essere vivente ed è nell’ordine naturale delle cose, eppure percepiamo questo evento come straordinario e unico, come se al mondo non fosse ancora mai avvenuto.”

“Uscendo da casa, guardo verso le colline e penso: Sarò padre.”

“Sicuramente chi possiede un carattere triste e insoddisfatto non può sostenere una mamma in gravidanza né aiutare un bambino a nascere.”

“Ancora non possiamo dare un nome al nostro piccolino, ma lo sentiamo già parte della famiglia: nonostante sia lungo soltanto pochi millimetri, riesce già a concentrare su di sé tutte le nostre attenzioni e tutte le nostre speranze.”

“L’ecografia rischia di violare questo segreto, lasciamola ai tecnici e non mostriamola ai quattro venti.”

“Il nome è già un segno d’identità. Il nome è il primo elemento simbolico che ti viene attribuito all’arrivo in questo mondo. Il nome ti rende una persona e tu acquisti già un significato.”

“L’unico dubbio è: ne sarò capace? Basteranno un pò di intuito e di buon senso? Sono cose da femmine o anche un maschio può cimentarsi ad accudire un frugoletto di pochi giorni? Tengo per me queste domande, consapevole che fra poche settimane le risposte arriveranno da sole…”

“E’ così: si nasce quando si è pronti. Come sopra a un trampolino ci si concentra per il tuffo e si scatta quando il momento è quello giusto.”

“E’ una forza misteriosa e inusuale quella che vedo nel suo viso; non posso prendere su di me questo suo dolore, ma posso trasmetterle coraggio e determinazione. la sua mano che stringe la mia mi comunica che lei ha bisogno di me, che ha bisogno di non sentirsi sola per non perdersi.”

“Non lo sapevo ma la nascita è un suono, la vita stessa è musica; forse è il rumore del Big Bang della creazione del mondo che continua a farsi sentire a ogni nascita o forse è proprio la voce di Dio che Lisa produce insieme con i suoi primi respiri in questo mondo.”

“Non lo sapevo ma la nascita è un suono, la vita stessa è musica; forse è il rumore del Big Bang della creazione del mondo che continua a farsi sentire a ogni nascita o forse è proprio la voce di Dio che Lisa produce insieme con i suoi primi respiri in questo mondo.”

“Io invece mi sono sentito padre in un attimo, nel momento in cui ho tenuto in braccio Lisa ancora tutta bagnata, pochi minuti dopo il parto; senz’altro in quel momento non ero ancora un padre e ancora non stavo facendo nulla da padre, però è allora che mi sono sentito tale.”

Il quaderno di Maya – Isabel Allende

“Una settimana fa all’aeroporto di San Francisco la nonna mi abbracciò senza piangere e mi ripetè che, se avevo minimamente a cuore la mia esistenza, non dovevo mettermi in contatto con nessuno finché non avessimo avuto la certezza che i miei nemici non mi cercavano più.”

“Mi consegnò un quaderno con cento pagine perché tenessi un diario della mia vita, come avevo fatto dagli otto ai quindici anni, quando ancora il destino non mi aveva girato le spalle.”

“Scrivere è come andare in bicicletta: non lo dimentichi, per quanto passino gli anni senza fare pratica.”

“…alle pareti la mia Nini aveva appeso fotografie di bambini africani denutriti, affinché io vedessi come quelle sfortunate creature morivano di fame mentre facevo la schizzinosa con il cibo.”

“La nonna direbbe che sto dando tempo alla mia anima di arrivare a Chiloé. Ritiene che i viaggi in aereo abbiano degli inconvenienti perché l’anima viaggia più lentamente del corpo e a volte si perde per strada; è questa la ragione per cui i piloti, come mio padre, non sono mai del tutto presenti: stanno aspettando l’anima che vaga tra le nuvole.”

“E’ impossibile dimostrare un’assenza…”

“Alla mia Nini ha sempre dato fastidio l’artificio del finale felice nelle favole; è convinta che nella vita non ci siano finali, ma confini, si gironzola di qua e di là, s’inciampa e ci si perde.”

“Un astronomo ha più bisogno di immaginazione poetica che di buon senso, perché la magnifica complessità dell’universo non può essere misurata e spiegata, ma solo intuita.”

“E’ da un mese che sono su quest’isola. Non so se arriverò ad abituarmi al passo da tartaruga di Chiloé, a questa pigrizia, a questa perenne minaccia di pioggia, a questo paesaggio immutabile di acqua, nuvole e prati verdi. Tutto è uguale, tutto è pace.”

“Senza Ipod posso sentire la voce dell’isola: uccelli, vento, pioggia, crepitio di legna, ruote di carro e a volte i violini lontani del Caleuche.”

“E’ assurdo credere solamente in ciò che si può dimostrare.”

“La sofferenza ci chiama, stringiamo i denti – diceva. Un dolore così, dolore dell’anima, non si elimina con medicine, terapie o vacanze; un dolore così lo si soffre, semplicemente, fino in fondo, senza attenuanti, come è giusto che sia.”

“Passa per tonto perché parla il minimo indispensabile, ma è molto sveglio: si è reso conto in fretta che a nessuno importa quello che dicono gli altri, e per questo non dice niente.”

“Prima di andare a letto prendo un bicchiere di latte tiepido con miele e cannella, la pozione magica che mi dava il mio Popo quando ero bambina, e l’infusione tranquillizzante di Eduvigis: tiglio, sambuco, menta e violetta, ma qualsiasi cosa faccia, anche se vado a letto il più tardi possibile e leggo fino a quando mi cadono le palpebre, non riesco a ingannare l’insonnia, è implacabile.”

“Come diceva il mio Popo, la vita è un arazzo e si ricama giorno dopo giorno con fili di molti colori, alcuni grossi e scuri, altri sottili e luminosi, tutti i fili servono. Le cretinate che ho fatto sono già nell’arazzo, sono incancellabili, ma non devono essere un peso per tutta la mia vita. Quel che è fatto è fatto; devo guardare avanti. A Chiloè non c’è combustibile per il falò della disperazione. In questa casa di cipresso, il cuore si tranquillizza.”

“Libertà, finalmente. Mi sarei potuta reintegrare nel mondo degli esseri normali, saziarmi di musica, film e libri proibiti, aprire un profilo su Facebook, l’ultima moda nelle reti sociali, come tutti  nel collegio desideravamo.”

“Lasciammo i piatti quasi intatti, ma ci bevemmo due bottiglie di Quintessa, riserva 2005, che costarono una fortuna ed ebbero il merito di ammorbidire le asperità.”

“Mi attiravano il rumore, le luci, i colori, lo sperpero degli hotel e dei casinò, al tensione dei giocatori alle slot machine e ai tavoli verdi, il rumore delle fiches, i cocktail coronati da orchidee e ombrellini di carta.”

“Ha viaggiato con l’obiettivo di imparare e ciò lo salva dall’essere un turista qualunque.”

“C’è grandezza e dignità nella tragedia, per questo è fonte d’ispirazione, ma io non voglio una tragedia, per quanto immortale possa essere, voglio una felicità senza clamore, intima e molto discreta, per non provocare la gelosia delle divinità, sempre così vendicative.”

“Il mio Popo diceva che l’amore ci fa diventare buoni. Non importa chi amiamo e non importa nemmeno essere corrisposti o che la relazione sia stabile. E’ sufficiente l’esperienza di amare: è questa che ci trasforma.”

“Credo che dovrò stare lontana dall’alcol per sempre; è più difficile resistere all’alcol che alle droghe, perché è legale, è disponibile e te lo offrono da tutte la parti.”

“Qualcuno lasciava cadere delle monete ma nessuno mi parlava; la povertà di oggi è come la lebbra di una volta: è ripugnante e fa paura.”

“La persona che sono ora è il risultato delle mie esperienze precedenti, compresi gli errori più estremi.”

“Come mi spiegava, veniamo al mondo con in mano certe carte e facciamo il nostro gioco; con carte simili c’è chi può sprofondare e chi riesce a superare sè stesso. E’ la legge della compensazione, Maya. Se il tuo destino è di nascere cieca, non sei obbligata a sederti sotto il metrò a suonare il flauto; puoi sviluppare l’olfatto e diventare sommelier.”

“Le cose negative del passato sono lezioni per il futuro e la cosa peggiore che mi è capitata, la morte del mio Popo, voglio ricordarla per sempre.”

“In cielo ormai sono tutti su Facebook, figlia mia.”

“I cileni sono prudenti, hanno paura di offendere o di esprimere un’opinione schietta, il linguaggio è una danza di eufemismi, l’abitudine alla cautela è radicata e sotto la superficie cova molto risentimento ce nessuno vuole riportare alla luce; sembra quasi che tutti condividano una sorta di imbarazzo collettivo, alcuni perché patirono la situazione, altri perchè rimasero, alcuni perché persero i propri familiari, altri perché fecero finta di non vedere.”

“E’ meglio chiedere scusa che chiedere permesso.”

“Si chiama mal d’amore, che secondo manuel Arias è la tragedia più banale della storia dell’umanità, ma quando la vivi capisci quanto faccia soffrire.”

Il veleno dell’oleandro – Simonetta Agnello Hornby

“Il doppio corteo funebre si snoda lungo le strade di Pezzino e rallenta davanti alla chiesa del Purgatorio. Lì, quarant’anni fa, sono state celebrate le tue nozze con Tommaso, nella stessa chiesa in cui lui aveva sposato tua sorella Mariangela.”

“Ecco come mi è finita. I miei parenti pensano agli affari loro. Le mie cose. Tu le conosci, come conosci me. Scelte con cura, conservate con amore. Che faranno delle mie cose? Non lo sanno. Non ci pensano. Invece i tuoi parenti ci hanno pensato eccome, si sono già divisi quello che era tuo, ognuno ha indicato cosa voleva. Ma non ne sono soddisfatti: già rimpiangono di non aver preso altro, e di più… Si scanneranno tra loro.”

“Guardo a sinistra l’immenso cono schiacciato della Muntagna, come nonna Mara, nata a Zafferana, chiamava l’Etna: genio benefico degli abitanti della zona, la Muntagna è attenta a deviare la colata di lava dai paesi a lei devoti, premurosa nell’avvertire con i brontolii delle budella e prodiga di raccolti abbondanti.”

“Il velivolo si stacca da terra. Un sospiro. Bagnata da un mare blu cobalto, Catania è bella e nera, dall’alto. La costa rigogliosa è ricca di agrumeti in fiore. Il fogliame verde brilla sotto i raggi impietosi del sole; presto vi si poserà la patina di polvere portata dalla calura estiva.”

“La terribile solitudine di una madre che non osa chiamare.”

“I figli si creano per piacere e con egoismo; si allevano per necessità.”

“I bambini non amati avvizziscono nell’animo e nella carne.”

“La grande beffa della vita è proprio questa: i genitori continuano a essere il sostegno dei figli, ma alla fine muoiono soli come sono nati.”

“Mi ero svegliata presto, dopo un sonno di piombo ma senza ristoro. Era come se le preoccupazioni della sera precedente avessero attinto al riposo notturno per rinvigorirsi.”

“Eravamo lì come in una fotografia sfocata, in attesa che gli eventi ci dicessero chi eravamo veramente.”

“Non ci si abitua mai ad avere i figli lontani, anzi, con il passare degli anni diventa peggio.”

“I piccoli gesti dell’amore. Dovunque li ho cercati, quei gesti, dovunque ho aspettato di vedere il lume acceso di mia madre, ad accogliermi.”

“Può essere di grande conforto, la vanità.”

“Mia madre mi insegnò a crearmi una felicità che nessuno potesse distruggere: i pensieri del cassetto del cuore, pronti a essere tirati fuori per confortarmi: pensa alle cose belle e interessanti che hai visto ieri e avant’ieri, e ricorda. Se non te ne vengono, guardati intorno e cerca una cosa che ti fa sorridere.”

“Lei possedeva delle cusuzze che le davano felicità.”

“Sapere, conoscere, condividere, questo mancava a tutti noi.”

“Era l’imbrunire. Bevevamo un passito freddo in giardino. C’era già la luna, pallidissima. Faceva caldo. (…) Gustavamo il passito di Pantelleria.”

“Tu sola mi portavi la felicità. L’amore quotidiano, semplice, completo.”

“Io imparavo da lei, e lei da me. Avevamo gli stessi gusti, ridevamo delle stesse cose, leggevamo gli stessi libri, mangiavamo, cucinavamo. E lavoravamo insieme nel nostro adorato giardino.”

“Passavamo le ore in cucina. Ci divertivamo a preparare la salsa di pomodoro, le marmellate e la cotognata – bottiglie di vetro, vasi da sterilizzare, le formine decorate in terracotta smaltata.
Ci si ama bene, cucinando.”

“Non si capisce mai come si arriva a essere ciò che si è.”

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