Frasiarzianti's Blog

Le frasi più belle tratte dai libri letti

La casa degli spiriti – Isabel Allende

“Barrabas arrivò in famiglia per via mare, annotò la piccola Clara con la sua delicata calligrafia. Già allora aveva l’abitudine le cose importanti e più tardi, quando rimase muta, scriveva anche le banalità, senza sospettare che, cinquant’anni dopo, i suoi quaderni mi sarebbero serviti per riscattare la memoria del passato e per sopravvivere al mio stesso terrore.”

“Appena nata Rosa era bianca, liscia, senza grinze, come una bambola di porcellana, con i capelli verdi e gli occhi gialli, la creatura più bella che fosse nata sulla terra dai tempi del peccato originale, come aveva detto la levatrice facendosi il segno della croce.”

“Fu una lunga notte, forse la più lunga della mia vita. La trascorsi seduto accanto alla tomba di Rosa, parlando con lei, accompagnandola nella prima parte del suo viaggio verso l’Aldilà, quando è più difficile staccarsi dalla terra e si ha bisogno dell’amore di chi rimane vivo, per andarsene almeno con la consolazione di avere seminato qualcosa nel cuore altrui.”

“Le parlai delle carezze che le avevo riserbato, i regali con i quali l’avrei sorpresa, il modo in cui l’avevo fatta innamorare e resa felice. Le dissi, insomma, tutte le follie che non le avrei mai detto se avesse potuto udirmi e che non ho mai ripetuto a nessun’altra donna.”

“Però mai più è molto tempo. E l’ho potuto sperimentare in questa lunga vita.”

“Non bisogna mai vendere la terra. E’ l’unica cosa che rimane quando il resto si esaurisce.”

“Era stata un’infanzia di privazioni, di disagi, di asprezze, di interminabili rosari notturni, di paure e di colpe. Di tutto questo gli erano rimasti solo la rabbia e un orgoglio smisurato.”

“Quando il cattivo umore cominciava a darmi fastidio e mi sentivo a disagio nella mia stessa pelle, andavo a caccia. Mi alzavo molto prima dell’alba e partivo con un fucile in spalla, il mio tascapane e il mio bracco. Mi piacevano le cavalcate al buio, il freddo dell’alba, i lunghi appostamenti nell’ombra, il silenzio, l’odore della polvere da sparo e del sangue, sentire l’arma rinculare con un colpo secco contro l’omero e vedere la preda cadere scuotendo le zampe, tutto questo mi tranquillizzava e quando tornavo da una partita di caccia, con quattro miserabili conigli nel tascapane e qualche pernice così sforacchiata che non serviva per essere cucinata, mezzo morto di fatica e pieno di fango, mi sentivo sollevato e felice.”

“Pancha Garcia non si difese, non si lamentò, non chiuse gli occhi. Rimase di spalle, guardando il cielo con espressione spaventata, finché non sentì l’uomo crollare con un gemito al suo fianco. Allora cominciò a piangere debolmente. Prima di lei sua madre, e prima di sua madre sua nonna, avevano subìto lo stesso destino di cagna.”

“La guerra in Europa era finita e i vagoni pieni di morti erano un clamore lontano, ma che ancora non si spegneva. Di là stavano arrivando le idee sovversive portate dai venti incontrollabili della radio, del telegrafo e delle navi cariche di emigranti che arrivavano come una frotta attonita, sfuggendo alla fame della loro terra, inariditi dal ruggito delle bombe e dai morti che marcivano nei solchi dei campi.”

“Sui tavoli da gioco si puntavano le eredità e le facili ricchezze del dopoguerra, si stappava lo champagne ed era arrivata la novità della cocaina per i più raffinati e viziosi. la follia collettiva sembrava non avere fine.”

“..a furia di vedere l’ambizione nello specchio quando mi facevo la barba alla mattina, avevo finito per imparare a riconoscerla quando la vedevo negli altri.”

“Quell’estate la trascorsero tra l’infanzia, che ancora li possedeva, e il risveglio dell’uomo e della donna.”

“Blanca poteva condurre la vita indolente per la quale si sentiva portata, mentre suo marito si dedicava a quei piccoli piaceri che solo il denaro può consentire e ai quali aveva dovuto rinunciare per così lungo tempo.”

“Al termine della sua vita, quando i novant’anni l’avevano trasformato in un vecchio albero contorto e fragile, Esteban Trueba avrebbe ricordato quei momenti con sua nipote come i migliori della sua esistenza, e pure lei conservò sempre nella memoria la complicità di quei viaggi in campagna per mano a suo nonno, le passeggiate sul dorso del cavallo, l’imbrunire nell’immensità dei seminati, le lunghe serate vicino al caminetto a raccontare storie di fantasmi e a disegnare.”

“L’uomo e la bambina si guardarono ed entrambi si riconobbero negli occhi dell’altro.”

“Alba sapeva che sua nonna era l’anima della grande casa dell’angolo. Gli altri lo seppero più tardi, quando Clara morì e la casa perse i fiori, gli amici di passaggio e gli spiriti giocherelloni ed entrò in pieno nell’epoca dello sfacelo.”

“Mi congratulo che tu abbia scelto questa professione. Se quanto chiedi è di girare armato, tra essere delinquente o essere poliziotto, è meglio essere poliziotto, perché hai l’impunità.”

“Così come quando si viene al mondo, morendo abbiamo paura dell’ignoto. Ma la paura è qualcosa d’interiore che non ha nulla a che vedere con la realtà. Morire è come nascere: solo un cambiamento.”

“La notte che morì mi chiusi dentro con lei. Dopo tanti anni senza parlarci dividemmo quelle ultime ore riposando nell’acqua quieta della seta azzurra, come le piaceva chiamare il suo letto, e ne approfittai per dirle tutto quello che non avevo potuto dirle prima, tutto quello che mi ero trattenuto dal dirle dopo la terribile notte in cui l’avevo picchiata.”

“La morte di Clara trasformò completamente la vita nella grande casa dell’angolo. i tempi erano mutati. Con lei se n’erano andati gli spiriti, gli ospiti e quella luminosa allegria che era sempre presente, perché lei non credeva che il mondo fosse una Valle di lacrime, ma al contrario una burla di Dio, sicché era stupido prenderlo sul serio, se Lui stesso non lo faceva.”

“…si spazzolava cento volte i suoi lunghi capelli castani…”

“Ma all’università la politica era inevitabile. Come tutti i giovani che erano entrati in quell’anno, scoprì l’attrazione di una notte insonne in un caffè, a parlare dei cambiamenti di cui il mondo aveva bisogno e a contagiarsi l’un l’altro con la passione delle idee.”

“Era nato quando non esisteva la luce elettrica in città e si era ritrovato a vedere alla televisione un uomo che passeggiava sulla luna, ma nessun trambusto della sua lunga vita l’aveva preparato ad affrontare la rivoluzione che si stava organizzando nel suo paese, sotto i suoi occhi, e che metteva tutti in agitazione.”

“Così trascorsero i mesi e divenne chiaro per tutti, anche per il senatore Trueba, che i militari si erano presi il potere per tenerselo e non per consegnare il governo ai politici di destra che avevano favorito il golpe. Erano una razza a parte, fratelli tra di loro, che parlavano un linguaggio diverso da quello dei civili e con i quali il dialogo era come una conversazione tra sordi, perché il minimo dissenso era considerato tradimento secondo il loro rigido codice d’onore.”

“Cercò nella memoria una passeggiata con Miguel sulla costa, d’autunno, molto prima che l’uragano degli eventi capovolgesse il mondo, nell’epoca in cui le cose si chiamavano ancora con nomi noti e le parole avevano un unico significato, quando popolo, libertà e compagno erano solo quello, popolo, libertà e compagno, e non erano ancora contrassegni.”

“Cercò di ricordare il freddo, il silenzio e quella preziosa sensazione di essere i padroni della terra, di avere vent’anni e la vita davanti, di amarsi tranquilli, ebbri dell’odore di bosco e di amore, privi di passato, senza pensare al futuro, con l’unica, incredibile ricchezza di quell’istante presente in cui si guardavano, si odoravano, si baciavano, si esploravano, avvolti nel mormorio del vento tra gli alberi e del rumore vicino delle onde che si frangevano contro le rocce a picco della scogliera, esplodendo in un fragore di schiuma profumata, e loro due, abbracciati sotto la stessa coperta, come fratelli siamesi in una stessa pelle, ridendo e giurando che sarebbe stato per sempre, convinti di essere gli unici in tutto l’universo ad avere scoperto l’amore.”

“…pur essendo consapevole che la grazia non era morire, dato che succede comunque, bensì sopravvivere, che era un miracolo…”

“Le suggerì, inoltre, di scrivere una testimonianza che un giorno potesse servire per portare alla luce il terribile segreto che stava vivendo, affinché il mondo venisse al corrente dell’orrore che avveniva parallelamente all’esistenza pacifica e ordinata di quelli che non volevano sapere, di quelli che non potevano restare ancorati all’illusione di una vita normale, di quelli che non potevano negare, di quelli che stavano a galla sopra un mare di gemiti, ignorando, contro ogni evidenza, che a pochi isolati dal loro mondo felice c’erano gli altri, quelli che sopravvivono o muoiono dalla parte buia.”

“Scrivo, lei scrive, che la memoria è fragile e il corso di una vita è molto breve e tutto avviene così in fretta, che non riusciamo a vedere il rapporto tra gli eventi, non possiamo misurare le conseguenze delle azioni, crediamo nella finzione del tempo, nel presente, nel passato, nel futuro, ma può anche darsi che tutto succeda simultaneamente…”

“Ma sarebbe molto difficile vendicare tutti quelli che devono essere vendicati, perché la mia vendetta sarebbe solo l’altra parte dello stesso rito inesorabile. Voglio limitarmi a pensare che il mio mestiere è la vita e che la mia missione non è protrarre l’odio..”

Gli zii di Sicilia – Leonardo Sciascia

“A me pareva fosse bello che anche l’avvocato Dagnino stesse a gridare contento, che urlasse “Viva la repubblica stellata” come altra volta, dal terrazzo della stazione, aveva gridato “duce, per te la vita.”

“Si – disse – ritorno, quando non ho voglia di lavorare ritorno, è bello qui quando non si lavora.”

“Sapevo che la quarantanovesima stella sarebbe stata la Sicilia, la bandiera americana ne ha quarantotto, con la Sicilia quarantanove, verso di diventare americani c’era.”

“L’America ci veste – diceva mia madre. Veramente tutto il paese era vestito di roba americana, tutto il paese viveva con i soccorsi dei parenti d’America, non c’era famiglia nel paese che non contasse su un parente in America. In un angolo della piazza era persino fiorita la bancarella di un cambiavalute, per un dollaro arrivava a pagare novecento lire, mio padre non cambiava aspettando che andasse più su.”

“Chi prima non pensa in ultimo sospira.”

“Ma se i comunisti vincessero, i soldi del popolo americano non verrebbero più in Italia.”

“A me pesa dare il voto a De Gasperi, ma che mi metto a disperdere il voto? tanto, partito d’ordine è.”

“Solo le voci dei cocchieri che incontrandosi si gridavano saluti e insulti, lo schiocco della frusta e il rotolio delle carrozze: il velo dell’alba, l’alba di una città pigra in cui l’odore di frittura che di giorno la circonda come un’aureola ancora stringe nella brezza del mattino, il velo dell’alba era sulle case di Palermo silenziose. La via Maqueda, poi il corso Vittorio Emanuele; entrammo nel porto già pieno di voci.”

“Così per Palermo girammo cinque o sei giorni, vedo il nostro gruppo per le strade di Palermo come fissato in una fotografia per troppo sole offuscata: mia zia che taglia la strada come la prora di un motoscafo, mia madre stanca e silenziosa, mio padre un pò animato da quella vacanza; e il marito di mia zia che cammina come un sonnambulo, il ragazzo sempre ingrugnato, mia cugina che cominciava a fare amicizia con me e continuamente andava facendomi confronti tra quello che vedeva e quello che c’era in America.”

“Mia zia pareva ci si divertisse, ad ogni visitatore offriva come un’istantanea del parente d’America: un gruppo familiare in florida salute s’inquadrava su uno sfondo in cui facevano spicco simbolici elementi del benessere economico di cui godeva.”

“La delusione di mia zia aveva due facce; noi parenti non eravamo morti di fame come dall’America ci immaginava; il paese non era migliorato come sperava.”

“Lupi vecchi sentono il vento da dove mena e mettono vela: sempre dritti in piedi vogliono cascare.”

“Calogero giudicò gli americani di prima informativa, gente che dava ragione al primo venuto.”

“Chiamavano zii tutti gli uomini che portavano giustizia o vendetta, l’eroe e il capomafia, l’idea di giustizia sempre splende nella decantazione di vendicativi pensieri.”

“Più indietro i miei ricordi non vanno; forse attraverso sensazioni, un profumo un sapore un motivo di canto, riesco a cogliere ricordi più lontani, ma capace di fermarli non sono”

“La spina che non ti punge  morbida come seta.”

“Pepè tacque e restò appoggiato al parapetto con gli persi che squagliavano di lacrime.
Così ancora, dopo tanti anni, lo vedo.”

“Sento rimorso per essermi sottratto all’arresto: ma la galera mi fa paura, sono vecchio e stanco. E scrivere mi pare un modo di trovare consolazione e riposo; un modo di ritrovarmi, al di fuori delle contraddizioni della vita, finalmente in un destino di verità.”

“Voglio aggiungere, in merito all’amministrazione della giustizia, che il cittadino su cui il braccio della polizia si abbatteva, aveva ben poche probabilità di poter dimostrare la propria innocenza; e se davanti al giudice ci riusciva, se il giudice (cui l’imputato era affidato per un giudizio che doveva scaturire da coscienza più che da legge) lo mandava assolto, doveva ancora e sempre fare i conti con la polizia, che a discrezione poteva trattenerlo in carcere, anche per molti anni; perciò l’arresto era temuto più della morte e così, in strofe di lamento, ne canta il popolo contadino.”

“Il paese pareva deserto, vibrava dell’affannoso suono del mare come una cassa di chitarra, di notte quel suono mi svegliava portandomi paurosi pensieri.”

“…mi ha insegnato a trar compagnia e fede dalla natura dai libri e dai miei pensieri stessi.”

“E’ questo il danno, che la Chiesa resta.”

“Datemi il vino, come Dio comanda: ché il vino è la bevanda degli angeli.”

“Leggevo tanti libri allora, negli angoli più remoti del giardino mi rifugiavo a leggere; e per la passione che avevo a leggere libri e a ripensarli, diventavo distratto e stranito; e mio padre cominciò a credere che le letture mi intossicassero, mi faceva prediche piene di sentenze e proverbi – meglio un asino vivo che un dottore morto; l’asino zoppo gode la sua via, la meglio gioventù alla Vicaria – e quest’ultimo proverbio, di conio recente, alludeva ai sentimenti di odio che in me nascevano contro il Borbone: ché la meglio gioventù siciliana di quei sentimenti viveva, e le palermitane carceri della Vicaria buona parte di quella gioventù ingoiavano.”

“I tempi impercettibilmente mutavano, allora non me ne accorgevo, ché il tempo me lo vedevo davanti come un macigno e avrei voluto spingerlo a spallate e precipitarmici dietro: ma ora, guardando al passato, vedo come il tempo, nei dieci anni dal 50 al 60, operasse a mutare il sentimento degli uomini, il volto stesso delle cose.”

“…da parte degli amici di Marsala a noi di Castro portava la notizia dell’avvenuto sbarco di Garibaldi. Già era calata la sera quando la notizia ci giunse, in piazza gridammo “viva Garibaldi, viva la libertà” raccogliemmo gente e facemmo discorsi. Sentivo di amare tutto il mondo, la gioia mi invadeva fino al pianto.”

“…avevo creduto le battaglie si facessero così come i soldati marciano per le strade, col comandante in testa: e invece una battaglia non era che confusa morte, uomini in disordine lanciati contro altri uomini che in eguale disordine resistono e poi cedono.
La sera scese gelida, fitta di stelle, sui morti di Calatafimi.”

“Vedete – continuò Nievo – questo è un popolo che conosce solo gli estremi: ci sono i siciliani come Carini, e ci sono i siciliani come… come questo barone, insomma.”

“Perché – disse Nievo – io credo nei siciliani che parlano poco, nei siciliani che non si agitano, nei siciliani che si rodono dentro e soffrono; i poveri che ci salutano con un gesto stanco, come da una lontananza di secoli; e il colonnello Carini sempre così silenzioso e lontano, impastato di malinconia e di noia ma ad ogni momento pronto all’azione: un uomo che pare non abbia molte speranze, eppure è il cuore stesso della speranza, la silenziosa fragile speranza dei siciliani migliori… una speranza, vorrei dire, che teme se stessa, che ha paura delle parole ed ha invece vicina e familiare la morte… Questo popolo ha bisogno di essere conosciuto ed amato in ciò che tace, nelle parole che nutre nel cuore e non dice…”

“Per me, ne ero certo, l’ora di salire al cielo non era ancora venuta; e se mai, meglio sarebbe stato scendere nella terra, dove umida si attacca alle barbe delle radici.”

“Credo che il vino gli avesse messo gran voglia di parlare, di confidarsi per sfogo…”

“Ora, seduti sui gradini di quella chiesa che era in tutto uguale a quella del mio paese, avvitando tra le dita sigarette sgorbie, sentivo un gran bisogno di parlare e parlare, come un ubriaco: di me del mio paese di mia moglie, e della zolfara in cui avevo lavorato, e della fuga, dalla zolfara, nel fuoco della Spagna.”

“Seduto sulla scalinata di quella chiesa, ho capito tante cose della Spagna e dell’Italia, del mondo intero e degli uomini nel mondo.”

“Credevo in Dio andavo a messa e rispettavo il fascio.”

“Io partii col cuore in pace: la zolfara mi faceva paura, al confronto la guerra in Spagna mi pareva una scampagnata.”

“E che idea andare a piantare una città capitale nel bel mezzo della Castiglia. Che in mezzo a quel deserto ci fosse una grande e bella città sembrava incredibile, era solo un allucinato pensiero, sorgeva come nell’assetato l’immagine dell’acqua che sgorga. Ma c’era, Madrid: di notte riverberava rosso nel cielo per gli incendi che i nostri aeroplani andavano ad attaccare; solo a momenti pensavo che in quella città c’erano bambini e vecchi, donne che urlavano pena, e case in cui migliaia e migliaia di persone abitavano.”

“…la campagna mi fiatava malinconia: così era quando uscivo dalla bocca della zolfara e mi veniva incontro odore di terra e di sole, e mi cresceva voglia di mettermi a fare il contadino.”

“L’amore dovrebbe invece nascere dalla serena scoperta che insieme, un uomo e una donna, stanno bene per affrontare la pena, soprattutto la pena, della vita: insieme per la vita, e nella conoscenza del dolore, e per aiutarci in questa conoscenza; e insieme nel piacere, che è un momento,m e ci lascia col nostro cuore nudo, ad intenderci meglio nel cuore.”

“Io credo nel mistero delle parole, e che le parole possano diventare vita, destino; così come diventano bellezza.”

“Tante persone studiano, fanno l’università, diventano buoni medici ingegneri avvocati, diventano funzionari deputati ministri, a queste persone io vorrei chiedere – sapete che cosa è stata la guerra di Spagna? Che cosa è stata veramente? Se non lo sapete, non capirete mai quel che sotto i vostri occhi oggi accade, non capirete mai niente del fascismo del comunismo della religione dell’uomo, niente di niente capirete mai: perché tutti gli errori e le speranze del mondo si sono concentrati in quella guerra; come una lente concentra i raggi del sole e dà il fuoco, così la Spagna di tutte le speranze e gli errori del mondo si accese: e di quel fuoco oggi crepita il mondo.”

“…e poi c’era il vino, quel momento di verità che dà il vino prima del bicchiere che ci ubriaca.”

“E’ bella la campagna in autunno, il frullo delle pernici che s’alza improvviso, la leggera nebbia da cui traspare bruna ed azzurra la terra. L’Aragona è terra di colline, la nebbia vi si impiglia, tra nebbia e sole diventano più belle; ma non che sia una terra davvero bella, che subito e a tutti appare bella: è bella in un modo particolare, bisogna esser nati in una terra come quella per riconoscerne la bellezza ed amarla.”

“Quando per mesi una guerra ristagna negli stessi luoghi, anche se il rischio si riduce alle pallottole sperse e agli scontri di pattuglie, la nausea della guerra, di quel che nella guerra c’è di veramente nauseante, te la senti in gola come quando il medico ti caccia in bocca uno strumento e ti provoca il vomito: la terra sembra andare in decomposizione, con un suo odore di uova marce e di urina; come se trincee e camminamenti l’uomo li incidesse nella carne ammalata della terra, in un putrescente tumore. In realtà, quell’odore di morte non è della terra: e dell’uomo che vi fa la sua tana, dell’uomo che torna ad essere selvatico animale e scava la sua tana; e come ogni altro selvaggio animale vi stinge il suo odore. In questo senso, credo per l’uomo non ci sia niente di più degradante della guerra di trincea: costretto a vivere nel proprio selvaggio odore, a ingoiare il cibo mentre la terra esala fiato di vomito e di feci, a bere avaramente acqua che pare raccolta goccia a goccia da uno scolo bavoso di abbeveratoio.”

“I borghesi spagnuoli, i buoni borghesi che vanno a messa, ammazzavano a migliaia i contadini per il fatto che erano contadini, soltanto per questo: e il mondo chiudeva gli occhi per non vedere; ma il primo prete che cadde sotto i colpi degli anarchici, la prima chiesa data alle fiamme, fecero balzare di orrore il mondo e segnarono il destino della Repubblica. In fondo, ammazzare un prete perché è un prete è cosa più giusta che ammazzare un contadino perché è un contadino; un prete è soldato della sua fede, un contadino è soltanto contadino. Ma il mondo non vuol saperne.”

“Una guerra civile non è stupida come una guerra fra nazioni, gli italiani in guerra contro gli inglesi o i tedeschi contro i russi, ed io zolfataro siciliano ammazzo il minatore inglese e il contadino russo spara sul contadino tedesco; una guerra civile è un fatto più logico, un uomo si mette a sparare per le persone e per le cose che ama, e per le cose che vuole, e contro le persone che odia: e nessuno sbaglia a scegliere da quale parte stare, solo quelli che si mettono a gridare pace sbagliano. E credo che Mussolini, tra tutte le sue colpe, quella di aver portato migliaia di italiani poveri a combattere contro gli spagnuoli poveri non gli sarà perdonata.”

“Gesù Cristo – diceva – nasce in una stalla come questa: vengono i furbi e intorno alla stalla mettono colonne d’oro, e un tetto d’oro sopra, fanno una chiesa; e poi a lato alla chiesa costruiscono i loro palazzi, una città fanno, la città dei furbi.”

“La guerra di Spagna mi ha insegnato a non credere ai giornalisti, è un mestiere che somiglia a quello dei sensali, una pietraia te la fanno diventare giardino e un cavallo da macello come fosse quello di Astolfo.”

“La guerra di Spagna per me era finita: la neve il vento e il sole della Spagna, i giorni della trincea e gli assalti alle trincee alle masserie ai villini, le battaglie della carretera di Francia e quelle dell’Ebro, l’angosciosa visione dei prigionieri, le donne dei fucilati, nere di vesti e con gli occhi appassiti, e quelle dei grandi alberghi e le prostitute: tutte queste cose erano finite per me.”

“La guerra mi aveva segnato di condanna nel corpo. Ma quando un uomo ha capito di essere immagine di dignità, potete anche ridurlo come un ceppo, straziarlo da ogni parte: e sarà sempre la più grande cosa di Dio. Quando truppe nuove arrivano su un fronte e vengono gettate nella battaglia, generali e giornalisti dicono “hanno avuto il loro battesimo del fuoco” una delle tante frasi solenni e stupide che è d’uso gettare sulla bestialità delle guerre: ma dalla guerra di Spagna, dal fuoco di quella guerra, a me pare di avere avuto davvero un battesimo: un segno di liberazione nel cuore; di conoscenza; di giustizia.”

“…e io venivo da un mondo in cui il cuore dell’uomo era come la pietra della montagna, e la luce mangiava la faccia dei morti: e scoprivo che l’uomo, col suo cuore vivo, per la pace del suo cuore, può legare in armonia pietra e luce, ogni cosa alzare ed ordinare al di sopra di se stesso.”

“Non riesco a capire perché il quel momento, il piacere di uccidere sia sorto in me con tanta violenza e lucidità insieme; la guerra è terribile soprattutto per questo: ché ad un momento a noi stessi ci rivela assassini, il piacere di uccidere violento come il desiderio di possedere una donna.”

“Questo della religione mi dà fastidio: che la gente vi porti la sua coscienza come una coltre sporca al lavatoio, e pulita di nuovo se la stenda sul proprio sonno.”

“E mi sentivo come un acrobata che si libra sul filo, guarda il mondo in una gioia di volo e poi lo rovescia, si rovescia, e vede sotto di sé la morte, un filo lo sospende su un vortice di teste umane e luci, il tamburo che rulla la morte.

“anche il libro è una cosa, lo si può mettere su un tavolo e guardarlo soltanto, magari per tener su un tavolino zoppo lo si può usare o per sbatterlo in testa a qualcuno: ma se lo apri e leggi diventa un mondo; e perché ogni cosa non si dovrebbe aprire e leggere ed essere un mondo?”

“Forse è di tutti i reduci scottarsi all’indifferenza degli altri e chiudersi in sé…”

Emilio – Jean-Jacques Rousseau

“Tutto  è bene quando esce dalle mani dell’Autore delle cose, tutto degenera fra le mani dell’uomo.”

“Mi rivolgo a te, madre tenera e previdente che ti sapesti allontanare dalla via comune, e preservare l’arboscello nascente dall’urto delle opinioni umane!
Coltiva, annaffia la giovane pianta prima che muoia: i suoi frutti faranno un giorno la tua delizia. Costruisci per tempo un recinto intorno all’anima del tuo bambino; altri può tracciarne il circuito, ma tu sola devi innalzarvi la barriera.”

“Ci si lamenta dello stato d’infanzia e non si capisce che la razza umana sarebbe perita se l’uomo non avesse cominciato con l’esser bambino.”

“Chi può sperare di dirigere interamente i discorsi e le azioni di tutti coloro che circondano un bambino?
In quanto dunque l’educazione è un’arte, è quasi impossibile che essa riesca, perché il concorso necessario al suo successo non dipende da alcuno al mondo.”

“Per essere qualcosa, per essere se stesso e sempre uno, bisogna agire come si parla.”

“Se volete avere un’idea dell’educazione pubblica, leggete la Repubblica di Platone. Non è un’opera di politica, come pensano coloro che non giudicano i libri che attraverso i loro titoli; è il più bel trattato di educazione che sia mai stato scritto.”

“Che si destini il mio allievo alla spada, alla Chiesa, o alla toga, poco m’importa. Prima che la vocazione sceltagli dai genitori, la natura lo chiama alla vita umana. Il mestiere di vivere è quello che voglio insegnargli. E uscendo dalle mie mani egli non sarà, ne convengo, né magistrato, né soldato, né prete; sarà prima di tutto uomo.”

“Quello fra noi che sa meglio sopportare i beni e i mali di questa vita è, a parer mio, il meglio educato.”

“Data però la mobilità delle cose umane, dato lo spirito inquieto e volubile di questo secolo che tutto sconvolge ad ogni generazione, si può concepire un metodo più insensato che di educare un fanciullo come se mai dovesse uscire dalla sua camera, come se dovesse essere incessantemente circondato dai suoi?”

“Vivere non è respirare, è agire, è fare uso dei nostri organi, dei nostri sensi, delle nostre facoltà, di tutte le parti di noi stessi che ci danno il sentimento della nostra esistenza.”

“C’è chi è morto a cent’anni, ed è come fosse morto alla nascita.”

“L’uomo civile nasce, vive e muore nella schiavitù: alla nascita lo si stringe nelle fasce, alla morte lo si inchioda nella bara; finché conserva la figura umana, è prigioniero delle nostre istituzioni.”

“Esercitateli dunque agli urti che dovranno sostenere un giorno. Abituate i loro corpi alle intemperie delle stagioni, dei climi, degli elementi, alla fame, alla sete, alle fatiche; temprateli nell’acqua dello Stige.”

“Nascendo un fanciullo grida; la sua prima infanzia trascorre tra i pianti. Ora lo si dondola, lo si accarezza per acquietarlo, ora lo si minaccia, lo si picchia per farlo tacere. O facciamo ciò che gli piace, o esigiamo ciò che piace a noi; o ci sottomettiamo alle sue fantasie, o lo sottomettiamo alle nostre: niente vie di mezzo, bisogna che dia degli ordini o che ne riceva. Così le sue prime idee sono quelle di comando e di servitù.”

“Appena nato impadronitevi di lui e non lasciatelo più che uomo fatto: altrimenti non vi riuscirete. Come la vera nutrice è la madre, così il vero precettore è il padre.”

“Non v’è quadro più bello di quello della famiglia, ma un solo tratto mancato sfigura tutti gli altri.”

“Un padre, quando genera ed alimenta i figli, non fa che un terzo del suo compito. Egli deve dare degli uomini alla propria specie, deve dare alla società degli esseri socievoli, deve dare dei cittadini allo Stato.”

“Io predico a chiunque abbia viscere e trascuri così santi doveri, ch’egli verserà a lungo lagrime amare sulla sua colpa e mai riuscirà a consolare.”

“Più il corpo è debole, più comanda; più è forte, più obbedisce.”

“L’educazione dell’uomo comincia alla nascita; prima di parlare, prima ancora d’intendere, egli si istruisce già.”

“La sola abitudine che si deve lasciar prendere al fanciullo è quella di non contrarne nessuna.”

“Non bisogna irritarsi contro il bambino che piange senza una causa apparente, giacché una causa c’è sempre e il bambino soffre acutamente quando è represso in tali prime spontanee manifestazioni.”

“Se cade, se si fa un gonfio alla testa, se gli esce il sangue dal naso, se si taglia le dita, anziché darmi da fare attorno a lui con aria allarmata, resterò tranquillo, almeno per un certo tempo. Il male è fatto, è forza maggiore che lo sopporti; tutta la mia premura non servirebbe che a spaventarlo di più e ad aumentare la sua sensibilità.”

“Soffrire è la prima cosa che deve imparare, e quella che avrà il maggior bisogno di sapere.”

“Invece di lasciarlo marcire nell’aria viziata di una camera lo si porti ogni giorno in mezzo ad un prato. Là che corra, che ruzzi, che cada cento volte al giorno, tanto meglio: imparerà più presto a rialzarsi.”

“Ricordatevi che prima di osar l’intrapresa di formare un uomo bisogna esserci fatti uomini noi stessi, bisogna trovare in noi l’esempio che dobbiamo proporre. Mentre il fanciullo è ancora senza cognizioni, si ha il tempo di preparare tutto ciò che gli è d’intorno in modo che i suoi primi sguardi non siano colpiti che da oggetti che conviene vedere.”

“Rispettate l’infanzia e non affrettatevi a giudicarla, sia in bene che in male.”

“Donde viene la debolezza dell’uomo? Dalla disparità che esiste fra la sua forza e i suoi desideri.”

“Lo spettacolo del mondo, diceva Pitagora, assomiglia a quello dei giochi olimpici: gli uni vi tengono bottega e non se ne curano che per loro profitto; gli altri vi pagano di persona e cercano la gloria; altri ancora si contentano di vedere i giuochi e non sono i peggiori.”

“Per conoscere gli uomini, bisogna agire.”

“Ma è dannoso, quando vi sia caduto egualmente, prendersi la rivincita del “Te l’avevo detto”. Nessuno ama di sentirsi umiliato.”

“L’uomo non comincia facilmente a pensare, ma non appena comincia non cessa più.”

“Guardiamoci bene dall’annunziare la verità a quelli che non sono in grado di intenderla, perché è volervi sostituire l’errore.”

“Io credo dunque che una volontà muove l’universo e anima la natura.”

“Addio dunque, Parigi, città celebre, città di frastuono, di fumo e fango, dove le donne non credono più all’onore né gli uomini alla virtù. Addio, Parigi: noi cerchiamo l’amore, la felicità, l’innocenza; non saremo mai abbastanza lontani da te.”

“L’esempio! L’esempio! Senza di quello non si riesce mai a niente con i bambini.”

Cose che nessuno sa – Alessandro D’Avenia

“Compie quattordici anni e sta seduta a prua. Gli occhi verdi, ridenti e malinconici, sono calamitati dall’orizzonte: una linea troppo netta per non averne paura. Il mondo è una conchiglia. Fa eco alla luce, dà tutta quella che riceve, anche sotto forma di ombre. E la luce è l’unico comandamento dell’alba. Un comandamento ruvido, perché quando si viene alla luce viene anche da piangere.”

“A vita è nu filu, dice sempre nonna Teresa, nella lingua carnale della sua terra.
E a quattordici anni sei un funambolo a piedi nudi sul tuo filo e l’equilibrio è un miracolo.”

“Persino il mare sembra senza limiti, eppure canta solo quando li trova: infrangendosi sulla chiglia diventa schiuma; spezzandosi sugli scoglio, vapore; sfinendosi sulle spiagge, risacca. la bellezza nasce dai limiti, sempre.”

“Quando hai paura, è segno che la vita sta cominciando a darti del tu.”

“Sono cose che nessuno sa.”

“Chi conosce il dolore ne riproduce l’eco per tutta la vita, come le conchiglie fanno con il mare.”

“Dove è finito il mondo che mi avevi promesso? fu l’unica cosa che Eleonora sentì dire a sua figlia, con un tono di voce che apparteneva a una Margherita sconosciuta.”

“Credeva ai libri con la fede di una religione, trovava più realtà tra le righe che per le strade, o forse aveva paura di toccare la realtà direttamente, senza lo scudo di un libro.”

“Le graduatorie per entrare di ruolo erano lo stillicidio burocratico dell’infelicità. La scuola era intasata da spenti professori senza passione, che rendevano impossibile un ingresso stabile a giovani che ormai non erano più giovani.”

“Le cose rimangono invisibili senza le parole adatte.”

“La gente prende l’autobus convinta di avere un percorso da compiere, sale, scende, parla, legge, mangia, dorme. Così ogni giorno. Un modo come un altro di rimandare il capolinea. Ultima fermata, si scende. la morte. Non c’è altro. Per questo amava così tanto i cimiteri.”

“Rimase in silenzio a fissarla: negli occhi viola in cui si era perso tante volte scorgeva i riflessi di un vino impregnato di sole e un mare da attraversare con la promessa di un porto lontano.”

“Di questo parliamo quando parliamo d’amore: di lacrime.”

“La nonna manifestava l’affetto in calorie, come tutti i siciliani.”

“Se non ci metti u sangu e u cori nelle cose che hai di fronte, la vita non riesce. Devi amare quello che fai. Ogni dolce ha la sua storia: la persona per cui lo prepari, i sentimenti che provi mentre lo prepari… ogni cosa entra nelle mani e mentre impasti pensi con le mani, ami con le mani e crei con le mani. I dolci più buoni mi sono venuti quando pensavo di prepararli per tuo nonno. Anche adesso che non c’è…”

“Giulio voleva giocare, come un bambino. Ma non c’era una madre disposta a guardarlo giocare. provava a giocare lo stesso, ma il suo era un gioco pieno di tristezza e rabbia. Giocava con quella ragazza, con la scuola, con il rischio, con la vita e persino con la morte.”

“La vita è così: nasce in silenzio, in un nascondiglio, e pian piano si ingrossa nel suo trascorrere e canta proprio dove incontra un ostacolo.”

“La vita non è mai in rima, al massimo concede un’assonanza, di norma fa solo rumore.”

“Niente macchia gli occhi come le lacrime.”

“Per lei cucinare non era questione di necessità, ma di vita, non rispondeva alla natura ma alla civiltà, e che civiltà è quella che non ha il tempo di cucinare, ma compra il cibo da riscaldare in un microonde?”

“Quando è stata l’ultima volta, ragazzi, che avete perso il sonno pensando al viaggio della vita che vi attende? Quando?”

“Quattordicianni è volere tutto e niente nello stesso momento. Avere segreti inconfessabili e domande senza risposta. Odiare sé per odiare tutti. Avere tutte le paure e nasconderle tutte, pur volendole dire tutte insieme, con mille bocche. Avere centomila maschere senza cambiare mai la faccia che ti ritrovi. Avere un milione di sensi di colpa e dover scegliere a chi addossarli per non doverli portare tutti da sola. Vuoi amare e non sai come si fa. Vuoi essere amata e non sai come si fa. Vuoi stare da sola e non sai come si fa. Vuoi un corpo di donna e non ce l’hai, e se il corpo diventa di donna non lo vuoi più. Quattordicianni è fragilità e non sapere come si fa. Ci sono cose che nessuno spiega. Ci sono cose che nessuno sa.”

“Ci sono dolori in cui nessuno può entrare. Ci sono cose che bisogna fare da soli.”

“Ci sono parole come le conchiglie, semplici ma con il mare intero dentro.”

“Le persone sono fatte di luci e ombre. Finché non conosci le ombre non sai niente di una persona. Cerca di vedere le ombre prima delle luci, altrimenti resti delusa.”

“Il mare aspetta e ci sarà sempre. Anche se cela i suoi relitti, come ogni uomo le sue ombre. Il mare.”

“Solo un’altra donna sa aiutare una donna disperata, solo chi ha un marito sa cosa vuol dire essere abbandonata, solo ci ha portato in grembo un figlio sa cosa vuol dire saperlo in pericolo.”

“Tante volte si era chiesto quale sarebbe stato il suo epitaffio, per cosa sarebbe stato ricordato, qual era l’essenza della sua vita.”

“Quando tutti hanno ragione non si parla: si discute, si litiga, ma non si parla.”

“Non bastava fregarsene delle regole, quando sei in due non puoi più farlo.”

“Non si ricorda una vita felice a cuor leggero.”

 

L’esclusa – Luigi Pirandello

“Antonio Pentàgora s’era già seduto a tavola tranquillamente per cenare, come se non fosse accaduto nulla.
Illuminato dalla lampada che pendeva dal soffitto basso, il suo volto tarmato pareva quasi una maschera sotto il bianco roseo della cotenna rasa, ridondante sulla nuca.”

“Fece con una mano le corna e le agitò in aria.
Caro mio, vedi queste? Per noi, stemma di famiglia!”

“La gente pigliamo moglie, come si piglia in mano la fisarmonica, che pare chiunque debba saperla suonare. Si, a stendere e a stringere il mantice, non ci vuol molto; ma a muover le dita di quella maniera per pigiare su i tasti, lì ti voglio!”

“Ci sono però di questi tali, che quando possono dir male di uno, pare che ingrassino.”

“Chi vuol morire, muoja. Io m’ingegno di campare.”

“Si sa, per altro, che le mogli è il loro mestiere d’ingannare i mariti.”

“Ognuno vuol farne esperienza da sé.”

“Ora la casa paterna, lasciata da circa due anni, lo riprendeva, con tutte le reminiscenze, con l’oppressione antica.”

“E domani? Che sarebbe stato domani, quando tutto il paese avrebbe saputo ch’egli aveva scacciato di casa la moglie infedele.”

“La vita, eh? che miseria…”

“In tanti anni di matrimonio, ella era riuscita con le dolci maniere ad ammansarlo un po’, perdonandogli anche, spesso, torti non lievi, senza mai venir meno tuttavia alla propria dignità e pur senza fargli pesare il perdono.”

“Così passavano lentissimamente i giorni della triste attesa.”

“La chiesa, deserta, aveva un silenzio misterioso, assorbente, nella cruda immobile frescura insaporata d’incenso. La solenne vacuità dell’interno sacro, quasi sospeso agli immani pilastri, alle ampie arcate, dava all’anima, in quella penombra, un senso d’oppressione.”

“Vedeva addensarsi, concretarsi intorno a lei una sorte iniqua, ch’era ombra prima, vana ombra, nebbia che con un soffio si sarebbe potuta disperdere: diventava macigno e la schiacciava, schiacciava la casa, tutto; e lei non poteva più far nulla contro di essa. Il fatto. C’era un fatto. Qualcosa ch’ella non poteva più rimuovere; enorme per tutti, per lei stessa enorme, che pur lo sentiva nella propria coscienza inconsistente, ombra, nebbia, divenuta macigno: e il padre che avrebbe potuto scrollarlo con fiero disprezzo, se n’era lasciato invece schiacciare per primo. Era forse un’altra, lei, dopo quel fatto?”

“Non è affar mio, lo sai. Noialtri, di corna negoziamo.”

“La Giustizia comanda, noi portiamo il gamellino.”

“L’invidia da un canto, dall’altro gl’intrighi spezzati, le aspirazioni deluse trassero agevolmente dalla calunnia una scusa alla loro sconfitta.”

“Ora, ora intendeva lo stupore doloroso della madre e della sorella all’annunzio della sua animosa determinazione. E ancora non le era arrivata agli orecchi la calunnia di cui la gente onesta si armava per osteggiarla, per ricacciarla bene addentro nel fango da cui smaniava d’uscire!”

“E pur nondimeno ritengo che, se la gente sparla, non ha tutti i torti… Che vuole che si capisca d’esami fatti più o meno bene” Si pensa all’intrigo, si pensa!”

“Io ho tentato di alzare la testa, è vero? ebbene, e lui, giù! vorrebbe farmela riabbassare, giù! giù! nel fango in cui m’ha gettata! Questo vuole! Io non debbo più respirare; non debbo cancellarmi dalla fronte, qua, il marchio, il marchio con cui ha creduto di bollarmi.”

“Tu m’intendi! Abbiamo la disgrazia di vivere in un piccola città, dove certe cose non si sanno perdonare, ne dimenticare….”

“Meglio, meglio chiudersi in un sogno continuo, sopra le volgarità e le comuni miserie dell’esistenza quotidiana, sopra il giogo livellatore delle leggi a un palmo dal fango, rete protettrice dei nani, ostacolo e pastoja a ogni ascensione verso un’idealità!”

“Ma sa, signora mia, la maldicenza com’è? dove non può mettere i piedi, mette le scale…”

“Una profonda malinconia le stringeva la gola. Non pensava a nulla, e piangeva. Perché? Vago, ignoto dolore, pena d’indefiniti desiderii… Si sentiva un po’ stanca, non di ispirito, ma nnel corpo: stanca…”

“Le opinioni sono false? Le credere ingiuste e dannose? Ribellatevi, perdio, invece di scherzarci su, di farvi su sgambetti e smorfie, camuffando l’anima da pagliaccio! No: voi da un canto piegate il collo al giogo, e deridete dall’altro la vostra supinità. E’ arte da tristi buffoni.”

“Un altro pugno di fango. La persecuzione ancora, da lontano. Calunnie ancora e villanie.”

“Innocente, per essersi difesa con inesperienza da una tentazione non onostante la prova della sua fedeltà: in compenso l’infamia; in compenso, la condanna cieca del padre! e tutte le conseguenze di essa aggiudicate poi come colpe a lei: il dissesto la rovina, la miseria, l’avvenire spezzato della sorella; e poi l’infamia ancora, il pubblico oltraggio d’una folla intera senza pietà ad una donna sola, malata, vestita di nero.”

“Da umile, oltraggiata; da altera, lapidata di calunnie.”

“Non era venuto anche per lei il tempo di rivivere?”

“Un’ora breve di dolore c’impressiona lungamente; un giorno sereno passa e non lascia traccia.”

“Quanto imminente e fosco era dalla parte dei monti lo spettacolo, tanto vasto e lucente si spalancava dalla parte opposta. Tutta la città, distesa immensa di tetti, di cupole, di campanili, tra cui, gigantesca, la mole del Teatro Massimo, si offerse a gli occhi di Marta, e il mare sterminato in fondo, riscintillante al sole, sotto i cui raggi Monte Pellegrino rossigno pareva sdrajato beatamente.”

“Oh, mia cara, quando io dico: La coscienza non me lo permette – io dico: Gli altri non me lo permettono, il mondo non me lo permette. La mia coscienza! Che cosa credi che sia questa coscienza? E’ la gente in me, mia cara! Essa mi ripete ciò che gli altri le dicono.”

“Se tu amassi più, penseresti meno.”

“Ah! Non bisogna trattenersi mai tanto nel sogno, caro mio, che l’urto della realtà sopravvenga! Quante volte non me lo sono ripetuto…”

“Pensaci! Innocente, ti hanno punita, scacciata, infamata; e ora che tu, spinta da tutti, perseguitata, non per tua passione, non per tua volontà, hai commesso il fallo – per te è tale! – il fallo di cui t’accusarono innocente, ora ti riprendono, ora ti rivogliono! Vacci! Li avrai punti tutti quanti, come si meritavano!”

“il compianto… poi, con l’andar dei giorni, la calma desolata in cui il cordoglio s’assopisce; e man mano le strane piccole sorprese nel vedere, nel sentire che la vita ha seguito e segue tuttavia il suo corso, e noi… noi con essa. I morti? I morti sono lontani…”

Todo Modo – Leonardo Sciascia

“Credevo di aver ripercorso, a rebours, tutta una catena di causalità; e di essere riapprodato, uomo solo, all’infinità possibilità musicale di certi momenti dell’infanzia, dell’adolescenza: quando nell’estate, in campagna, lungamente mi appartavo in un luogo, che mi fingevo remoto e inaccessibile, di alberi e d’acqua; e tutta la vita, il breve passato e il lunghissimo avvenire, musicalmente si fondevano, e infinitamente, alla libertà del presente.”

“…ed ero solo. Nessuna inquietudine, nessuna apprensione. Tranne quelle, oscure e irreprimibili, che ho sempre avute, del vivere e per il vivere; e vi si innestavano e diramavano l’inquietudine e l’apprensione per l’atto di libertà che dovevo pur fare…”

“L’eremo è luogo di solitudine; e non di quella solitudine oggettiva, di natura, che meglio di scopre e più si apprezza quando si è in compagnia: un bel posto solitario, come si suol dire; ma di quella solitudine che ne ha specchiato altra umana e si è intrisa di sentimento, di meditazione, magari di follia.”

“Guardo troppo spesso la televisione, perchè possa dirmi completamente immune della lebbra dell’imbecillità… Troppo spesso: e finirò, se già non ci sono finito, col contagiarmene… Perché, me ne confesso, la contemplazione dell’imbecillità è il mio vizio, il mio peccato…”

“Don Gaetano si risedette e, cominciando da me, versò il vino a tutti, lodandolo da intenditore, ma con quelle parole francesi che ora usano i non intenditori.”

“…ognuno a dire la sua senza minimamente far conto di quella degli altri…”

“Ma ad esser sincero, non mi importa poi molto della fama oltre la morte.”

“Ma le cose, dentro di noi, sono sempre maledettamente complicate; e tanto più inganniamo noi stessi, o tentiamo, quanto più evidente e immediato si prospetta il disinganno.”

“Non assistevo a una messa da almeno un quarto di secolo (e scrivere un quarto di secolo invece che venticinque anni s’appartiene alla mia civetteria d’invecchiare). E poichè era la prima volta che la sentivo in italiano, mi abbandonai a riflessioni sulla Chiesa, la sua storia, il suo destino. E cioè il suo passato splendore, il suo squallido presente, la sua inevitabile fine.”

“Non vivevo che ingannandomi, e facendomi ingannare.”

“…poichè quel che da valore a un quadro è la firma, appunto come ad un assegno.”

“A questo nome, Buttafuoco, si collega sempre, nella realtà come nella fantasia, qualcosa che ha ache fare col male, o almeno con l’imbroglio…”

“Già – io dissi – non si è mai dato il caso di un papa che per età, per arteriosclerosi, cominci a sragionare. Voglio dire: non si è mai saputo.
Non si è mai dato, appunto – disse il cardinale.
Non si è mai saputo – ribadii.
Le cose che non si sanno, non sono – disse don Gaetano.”

“E veniva facile pensare alla dantesca bolgia dei ladri.”

“Cominciai a sentirmi in disagio. Ho sempre evitato, accuratamente, l’incontro sia coi vecchi compagni di scuola sia con le donne amate nella giovinezza. L’incontro, dico, a distanza di anni.”

“Anche lui, dico, come: ha fatto un certo effetto anche a me, questo vino… E si sa: dove c’è prete c’è buona cantina.”

“Ecco che lei torna alle parole che decidono, alle parole che dividono: migliore, peggiore; giusto, ingiusto; bianco, nero. E tutto invece non  che una caduta, una lunga caduta, come nei sogni.”

“Come disse Orazio, promissio boni viri est obligatio…”

“Una volpe: e si è finalmente imbattuto in un lupo.”

“Era sì un ladro, uno che, in altri tempi, avrei rubricato mille volte per malversazione e peculato, per corruzione, per tutti quei reati che i legislatori hanno constatato o previsto in rapporto all’amministrazione del denaro pubblico; ma per la morale corrente, per la prassi oggi in uso, era considerato strenuamente onesto: e soltanto perchè pochissimo, o addirittura nulla, rubava per sè.”

“Il corrotto non può provocare rovina sul corruttore senza restare sepolto dalle stesse macerie.”

“Nessuno – disse don Gaetano con esasperata fermezza. E fissò Scalambri d’uno sguardo che lentamente, come un obiettivo, si restringeva a diventare, da spento che sembrava, acuto e rapido; e al mutamento dello sguardo si accompagnava un movimento della mano destra, a somiglianza della zampa di un gatto nel giuoco di tirar fuori le unghie e di ritrarle.”

“Ho pensato, ecco: siamo a tavola a spezzare lo stesso pane e a bere lo stesso vino; ma lui non dimentica di essere inquisitore e giudice come io non dimentico di essere prete… Che terribili missioni, le nostre! Terribili e necessarie: e direi che sono terribili nella misura in cui sono necessarie, e necessarie nella misura in cui sono terribili… Siamo i morti che seppelliamo altri morti… Dio mio!”

“Ma come mi spaventa l’essere prete, di più mi spaventerebbe l’essere giudice… le parole di Cristo sono tremende: “Non giudicate, affinché non siate giudicati”. Non proibisce il giudicare, ma lo pone in diretto e inevitabile rapporto con l’essere giudicati.”

“E possiamo anche fare a meno dell’adolescenza e della giovinezza: ma un uomo è quale i primi dieci anni di vita lo hanno fatto;: e nulla sappiamo di lui se nulla sappiamo di questi suoi dieci anni… naturalmente, la vita di Gesù non ha niente a che fare con la nostra: di lui ci bastano gli anni folgoranti, gli anni testimoniati; ma io sono stato sempre affascinato dai suoi anni oscuri, e sempre mi hanno dato alla fantasia.”

“C’è una netta demarcazione, per costoro, tra le donne da sposare e far prolificare e le donne con cui peccare: queste bisogna che emanino il senso del peccato a prima vista, a primo odore…”

“Nessuno merita di essere lodato per la sua bontà se non ha la forza di essere cattivo.”

“Pensi: la scienza… L’abbiamo combattuta tanto! E infine, che scruti la cellula, l’atomo, il cielo stellato; che ne carpisca qualche segreto; che divida, che faccia esplodere, che mandi l’uomo a passeggiare sulla luna: che fa se non moltiplicare lo spavento che Pascal sentiva di fronte all’universo?”

“Non c’è fuga, da Dio; non è possibile. L’esodo da Dio è una marcia verso Dio.”

“…il volto gli prese un’espressione di fragilità e lontananza da farmi pensare ad uno che fosse invecchiato in prigione e ricordasse che una volta aveva tentato di evadere.

“E forse si possono oggi riscrivere tutti i libri che sono stati scritti; e altro anzi non si fa, riaprendoli con chiavi false, grimaldelli e, mi consenta un doppio senso banale ma pertinente, piedi di porco. Tutti, tranne Candide.”

“Lei, mi scusi, non sa di che cosa è capace la gente casa e chiesa, la gente col libro da messa in mano, la gente che dice di amare il prossimo suo come se stessa.”

“Si fece silenzio: come tra gente educata che scopre nella compagnia un maleducato.”

“E sentivo quelli davanti a me chiedersi a respiro mozzo se don Gaetano era stato ucciso o era morto di morte naturale. Come se la morte, e don Gaetano avrebbe dovuto insegnarglielo, non fosse sempre e comunque naturale.”

“Io lo dico sempre, caro commissario, sempre: il movente, bisogna trovare, il movente…”

L’uomo duplicato – José Saramago

“L’uomo che è appena entrato nel negozio per noleggiare una videocassetta ha nella sua carta d’identità un nome tutt’altro che comune, di un sapore classico che il tempo ha reso stantio, niente di meno che Terutliano Maximo Afonso.”

“In verità Tertuliano Maximo Afonso ha un gran bisogno di stimoli che lo distraggano, vive da solo e si annoia, o, per dirla con la precisione clinica che l’attualità richiede, si è arreso alla temporale debolezza d’animo comunemente nota come depressione.”

“…è stato sposato e non si ricorda di cosa lo abbia portato al matrimoni, ha divorziato e ora non vuole neanche ricordarsi dei motivi per cui si è separato.”

“…è gente che subisce con pazienza il pignolo scrutinio della solitudine…”

“…della mania che ha certa gente di dare consigli senza che nessuno glieli abbia chiesti.”

“Non giocarti mai le pere col destino, ché si mangia le mature e a te da le verdi.”

“Quanto al padre, non avrà altra soluzione se non quella di andare a trovarlo al cimitero, questa merda di vita è così, ci fa sempre fuori.”

“Sarò davvero un errore, si domandò, e, supponendo che io lo sia effettivamente, quale significato, quali conseguenze avrà per un essere umano sapersi errato.”

“La notte era ancora lì, aggrappata ai tetti della città, i lampioni della strada erano accesi, ma il primo e impercettibile acquerello del mattino aveva già cominciato a tingere di trasparenze l’atmosfera lassù.”

“Sappiamo tutti che ogni giorno che nasce è il primo per alcuni e sarà l’ultimo per altri, e che, per la maggioranza, è solo un giorno in più.”

“…sorge l’impeto cieco e devastante dell’ira dei miti.”

“Per molta gente, perciò, la preghiera più fervida al momento di andare a letto, non è l’arcinoto padrenostro o la sempiterna avemaria, bensì questa, Liberaci, Signore, da tutto il male, e in particolare dall’ira dei miti.”

“Dopo pranzo, Tertuliano Maximo Afonso partecipò, con la maggior parte dei colleghi, a una riunione che era stata convocata dal preside al fine di analizzare l’ultima proposta di aggiornamento pedagogico emanata dal Ministero, fra le mille e tante che fanno della vita degli infelici docenti un tormentato viaggio a Marte attraverso un’interminabile pioggia di minacciosi asteroidi che, con troppa frequenza, colpiscono in pieno il bersaglio.”

“Il vino è stato servito e a suo tempo assaporato, ora bisogna bere il resto dell’aceto rimasto in fondo al bicchiere.”

“..questo professore Tertuliano Maximo Afonso è uno dei cinque milioni e passa di esseri umani che, con differenze considerevoli di benessere e altre al di fuori della possibilità di reciproche comparazioni, vivono nella gigantesca metropoli che si estende là dove anticamente c’erano monti, valli e pianure, e ora è una successiva duplicazione orizzontale e verticale di un labirinto, all’inizio aggravata da componenti che designeremo come diagonali, ma che, tuttavia, con il trascorrere del tempo, si sono rivelate fino a un certo punto fattori di equilibrio nella caotica trama urbana, poiché hanno stabilito delle linee di frontiera che, paradossalmente, invece di separare, hanno avvicinato.”

“Probabilmente, anche leggere era una maniera di esserci.”

“La vita, caro Maximo, mi ha insegnato che nessuna cosa è semplice, che a volte lo sembra soltanto, e che tanto più ci converrà dubitare quanto più lo sembri.”

“E’ naturale, una delle forme secondarie della cecità di spirito è proprio la stupidaggine.”

“Dar tempo al tempo è sempre stato il miglior rimedio per tutto da che mondo è mondo.”

“Le capiterà la stessa cosa che capita a me, ogni volta che si guarderà in uno specchio non avrà mai la certezza se ciò che sta vedendo è la sua immagine virtuale, o la mia immagine reale.”

“Non mancano i motivi per pensare che quanto più sia nostra intenzione respingere le immaginazioni, tanto più quelle si divertiranno a cercare e ad attaccare i punti dell’armatura che consapevolmente o meno avevamo lasciato sguarniti.”

“Troverai ciò che ti serve se hai conservato ciò che non serviva.”

“Sa come sono le città, ci vuole tempo per uscirne, quando finiscono le strade iniziano le fabbriche, e quando le fabbriche finiscono iniziano le baracche, per non parlare di quei paesucoli che sono ormai dentro la città e ancora non lo sanno…”

“Come insegnavano gli antichi, non dire mai che di quest’acqua non berrai, soprattutto, aggiungiamo noi, se altra non ne hai…”

“Tertuliano Maximo Afonso non appartiene a quel numero di persone straordinarie che sono capaci di sorridere anche quando sono sole, la sua indole è piuttosto incline alla malinconia, al raccoglimento, a un’esagerata consapevolezza della transitorietà della vita, a un’inguaribile perplessità dinanzi a quegli autentici labirinti cretesi che sono i rapporti umani.”

“Noi non sappiamo tutto di quello che ci aspetta al di là di ogni nostra azione…”

“La morte viene sempre a proposito.”

“…certe persone sono fatte così, è gente che un perfetto senso della responsabilità mantiene perennemente inquiete, come se stessero continuamente venendo meno a un dovere e se ne accusassero.”

“Purtroppo, il senso comune non sempre compare quando è necessario, e non poche sono le volte in cui da una sua assenza momentanea sono derivate le più grandi tragedie e le catastrofi più terrificanti.”

“A volte mi metto a immaginare quanto sarebbe meraviglioso se mi telefonassi solo perché si, semplicemente come uno che ha avuto sete ed è andato a bere un bicchiere d’acqua, ma so già che sarebbe chiederti troppo, con me non dovrai fingere mai una sete che non senti…”

“Speriamo che lei ci sia ancora quando ti sveglierai…”

“…a volte ci domandiamo perché la felicità abbia tardato tanto ad arrivare, perché non sia venuta prima, ma se ci spunta davanti all’improvviso, come in questo caso, quando ormai non l’aspettavamo, allora è molto probabile che non sappiamo cosa farcene, e non è tanto questione di scelta fra il ridere e il piangere, è la segreta angoscia di pensare che forse non riusciamo a esserne all’altezza.”

“Al contrario di quanto in genere si pensa, prendere una decisione è una delle decisioni più facili di questo mondo, com’è pienamente dimostrato dal fatto che non facciamo nient’altro che moltiplicarle durante tutto il santissimo giorno, però, e qui ci scontriamo con il busillis della questione, loro, le decisioni, ci tornano sempre a posteriori coi loro problemucci privati, o, per intenderci, con le loro gatte da pelare, la prima delle quali è il nostro grado di volontà per attuarle.”

“Che lo si voglia o no, l’abito è quanto vi sia di meglio per fare il monaco.”

“Si suole dire, Diamo tempo al tempo, ma quello che ci dimentichiamo sempre di domandare è se ci sarà tempo da dare.”

“Di te non esiste un duplicato che possa sostituirti accanto a tua madre, tu sì, eri unica, come qualsiasi persona comune è unica, veramente unica.”

“Abbia pazienza, con il tempo il suo dispiacere passerà, è vero, con il tempo tutto passa, ma ci sono casi in cui il tempo si attarda a dar tempo al dolore di stancarsi, e altri casi ci sono stati e ci saranno, fortunatamente più rari, in cui il dolore non si è stancato e il tempo non è passato.”

La scomparsa di Majorana – Leonardo Sciascia

“La scienza, come la poesia, si sa che sta ad un passo dalla follia: e il giovane professore quel passo lo aveva fatto, buttandosi in mare o nel Vesuvio o scegliendo un più elucubrato genere di morte.”

“Il colloquio trovò, sotto la penna del segretario di Sua Eccellenza, sintesi ed esito. Sintesi mirabile, come in tutti i carteggi della nostra polizia: dove quel che a noi può sembrare – a filo di grammatica, di sintassi, di logica – fuori di regola o di coerenza, è invece linguaggio che allude o indica o prescrive.”

“Il cittadino che nulla ha mai fatto contro le leggi né da altri ha subito dei torti per cui invocarle; il cittadino che vive come se la polizia soltanto esistesse per degli atti amministrativi come il rilascio del passaporto o del portodarme (per la caccia), se i casi della vita improvvisamente lo portano ad avervi a che fare, ad averne bisogno per quel che istituzionalmente è, un senso di sgomento lo prende, di impazienza, di furore in cui la convinzione si radica che la sicurezza pubblica, per quel tanto che se ne gode, più poggia sulla poca e sporadica tendenza a delinquere degli uomini che sull’impegno l’efficienza e l’acume di essa polizia.”

“Mi ci riesce impossibile immaginare che il dramma di un uomo intelligente, la sua volontà di scomparire, le sue ragioni, possano aver avuto altro riflesso, negli occhiali di un commissario di polizia, negli occhiali dello stesso Bocchini, che quello del dissenno, della pazzia.”

“Si sente in queste poche righe come una costrizione, una forzatura: il dover rispondere alle premure e sollecitazioni degli amici, il dover fare quel che gli altri facevano o quel che gli altri da lui si aspettavano, e insomma il dover adattarsi di un uomo inadatto.”

“Come tutti i siciliani “buoni”, come tutti i siciliani migliori, Majorana non era portato a far gruppo, a stabilire solidarietà e a stabilirvisi (sono i siciliani peggiori quelli che hanno il genio del gruppo, della cosca).”

“In quanto agli scacchi, Majorana ne era, fin da bambino, campione: a sette anni scacchista lo troviamo nella cronaca di un giornale catanese.”

“Heisenberg viveva il problema della fisica, la sua ricerca di fisico, dentro un vasto e drammatico contesto di pensiero. Era, per dirla banalmente, un filosofo.”

“Chi, sia pure sommariamente (come noi: tanto per mettere le mani avanti), conosce la storia dell’atomica, della bomba atomica, è in grado di fare questa semplice e penosa constatazione: che si comportarono liberamente, cioè da uomini liberi, gli scienziati che per condizioni oggettive non lo erano; e si comportarono da schiavi, e furono schiavi, coloro che invece godevano di una oggettiva condizione di libertà. Furono liberi coloro che la fecero. Schiavi coloro che la fecero.”

“…gli schiavi ne ebbero preoccupazione, paura, angoscia; mentre i liberi senza alcuna remora, e persino con punte di allegria, la proposero, vi lavorarono, la misero a punto e, senza porre condizioni o chiedere impegni, la consegnarono ai politici e ai militari. E che gli schiavi l’avrebbero consegnata a Hitler, a un dittatore di fredda e atroce follia, mentre i liberi la consegnarono a Truman, uomo di “senso comune” che rappresentava il “senso comune” della democrazia americana, non fa differenza: dal momento che Hitler avrebbe deciso esattamente come Truman decise, e cioè di fare esplodere le bombe disponibili su città accuratamente, scientificamente scelte fra quelle raggiungibili di un paese nemico; città della cui totale distruzione si era potuto fare calcolo.”

“Ma Heisenberg non solo non aveva avviato il progetto della bomba atomica (lasciamo stare se poteva o no arrivare a farla: progettarla sicuramente poteva), ma aveva passato gli anni della guerra nella dolorosa apprensione che gli altri, dall’altra parte, stessero per farla. Non infondata apprensione, purtroppo.”

“Comunque, in un mondo più umano, più attento e più giusto nella scelta dei suoi valori, dei suoi miti, la figura di Heisenberg più dovrebbe e nobilmente aver spicco di altre che nel campo della fisica nucleare operarono negli stessi suoi anni – più di coloro che la bomba la fecero, la consegnarono, con esultanza accolsero la notizia degli effetti e soltanto dopo (ma non tutti) ne ebbero smarrimento e rimorso.”

“Quando si lascia andare a un giudizio, è di generica ammirazione per la Germania, per la sua efficienza.”

“Ettore Majorana era religioso. Il suo è stato un dramma religioso, e diremmo pascaliano. E che abbia precorso lo sgomento religioso cui vedremo arrivare la scienza, se già non c’è arrivata, è la ragione per cui stiamo scrivendo queste pagine sulla sua vita.”

“Preparandosi a “una” morte o “alla” morte, preparandosi a una condizione in cui dimenticare, dimenticarsi ed essere dimenticato, preparando dunque la propria scomparsa, organizzandola, calcolandola, crediamo baluginasse in Majorana – in contraddizione, in controparte, in contrappunto – la coscienza che i dati della sua breve vita, messi in relazione al mistero della sua scomparsa, potessero costituirsi in mito.”

“Nato in questa Sicilia che per più di due millenni non aveva dato uno scienziato, in cui l’assenza se non il rifiuto della scienza era diventata forma di vita, il suo essere scienziato era già come una dissonanza.”

Buskashì – Gino Strada

“Devo aver dormito profondamente, perchè Koko Jalil mi scuote nel letto per svegliarmi, alle cinque e un quarto del mattino.
Maris ast, ci sono feriti.”

“Gafur. Un civile? Un talebano? Un terrorista? Un mujaheddin?
Soltanto un uomo.
Che probabilmente morirà oggi, 13 novembre, prima vittima nella Kabul “liberata”, una delle tante vittime di questa storia cominciata il 9 settembre 2001.”

“Il fumo, le fiamme, la polvere che ricopre la città, il panico sui volti dei sopravvissuti, il crollo. Il World Trade Center non c’è più, migliaia di persone spariscono tra le macerie, mescolate ai mobili degli uffici, ai documenti bancari, alle macchine fotografiche dei turisti.”

“Quanti innocenti sono morti a Sarajevo e a Belgrado, a Mogadiscio e a Baghdad, a Tel Aviv e a Gaza e in tutti gli altri luoghi di guerra del pianeta?”

“La pietà per le vittime si mescola alla rabbia quando iniziano i commenti televisivi.
Non sopporto le chiacchiere di molti politici che hanno già capito tutto, individuato buoni e cattivi, e pontificano sul da farsi. So benissimo, tra l’altro, che per molti di loro Osama fino a stamattina poteva essere indifferentemente una città del Giappone o una marca di preservativi.”

“Non c’è tempo per rivedere Peshawar, che resta per me una delle più straordinarie città del pianeta. Ci ho vissuto troppo poco, solo alcuni mesi, in diverse occasioni. A Peshawar non c’è mai sosta, c’è troppo da vedere.”

“Molto meglio non aprire la discussione sulle missioni di peacekeeping dell’Onu, meno che mai su quella in Somalia.”

“Il passo di Dorah è in cima a uno stretto pianoro, le cime dell’Hindukush sono tutt’intorno a noi.
Altitudine 4825 metri, è come essere a cavallo in cima al Monte Bianco, anche se non se ne ha l’impressione, a guardare le vette lì a fianco che salgono altissime.
E in faccia a noi, e sotto gli zoccoli, la terra degli afgani.
E’ il confine, ce l’abbiamo fatta. Ci guardiamo felici, senza dire una parola. E’ il confine tra il Pakistan e l’Afganistan.”

“E viverla?
Come si sta a viverla? Che cosa si pensa, quando la si vive? Che cosa si prova, dentro la guerra? Quali miserie, quali angosce, come si trema durante la guerra?”

“Questo è il vero confine, quello più difficile da attraversare. Fare propria, rispettare l’esperienza degli altri, quello che stanno provando, non ignorarla solo perché riguarda altri anziché noi stessi.”

“Odio la guerra, che sia fatta dai russi o dagli americani, da Osama o da chicchessia.”

“In Afganistan molti esseri umani sono morti, perchè a molti è stato utile, e perchè molti si sono sentiti nel giusto.”

“Razzi talebani o bombe americane: il risultato non cambia, Idriss o Ahmad Froh, otto anni in due.
E’ questa in fondo – mi dico – la maledetta realtà della guerra, la sua mostruosità.
E’ tutto qui. Scorro il registro dei ricoveri: ventiquattro feriti a Charikar, otto ragazzi, sette feriti a Kapisa, quattro bambini. Tutti e trentuno civili. Come fa qualcuno a non capire che questa è la guerra, nient’altro.”

“Davanti a noi la piana dello Shomali, uno dei giardini abbandonati dell’Afganistan, migliaia di alberi da frutta nei campi pieni di mine, tra case contadine devastate, bombardate e bruciate che si perdono in una lontana nebbia in direzione di Kabul.”

“Cucinare resta per me tra le attività più rilassanti, in certi situazioni, Forse perché sento di fare una cosa positiva, preparare il cibo, e cerco anche di farlo in modo gentile, che faccia piacere a chi lo dividerà con me.”

“In Kurdistan avevo imparato – e lo avevo detto a Marco – a non dare retta alle mille notizie di attacchi imminenti. La mia ricetta era quella di osservare le scarpe dei peshmerga, i guerriglieri curdi.
Quando se ne vedevano in giro a frotte con le scarpe da tennis nuove fiammanti, era ora di preparare fleboclisi e barelle.”

“Jalil vuole conoscere il mondo, ed è stanco di guerra.”

“Nella macchina della guerra, c’è posto anche per il mondo umanitario. Anzi, un posto importante, una specie di nuovo reparto Cosmesi della guerra.
Far vedere quanti aiuti arrivano con la guerra, quante belle cose si possono fare per questa povera gente. Per i sopravvissuti, naturalmente.”

“E’ normale che qualcuno si arrabbi, stiamo disturbando la televendita della favoletta della guerra bella e giusta.
Opinionisti, politologi, studiosi hanno sfilato nei salotti televisivi per l’omaggio di rito alla guerra, abbiamo persino visto generali in pensione e qualche esperto militare lanciarsi in previsioni di tattica e strategia, i Bernacca dei botti.”

“Davvero strana l’informazione, in tempo di guerra.”

“Ci hanno raccontato la favola della guerra e le sue virtù, mentendo deliberatamente su tutto, sulle sue ragioni e sulla sua realtà.”

“Tutti i giornalisti presenti in Afganistan durante questa guerra sanno delle chiare direttive del Pentagono ai mezzi di informazione perchè non si parlasse di certi argomenti, primo fra tutti le vittime civili.
Se il mondo umanitario si è trasformato nel reparto Cosmesi della guerra, l’informazione, salvo rarissime eccezioni, ne è diventata l’ufficio pubblicità e pubbliche relazioni.”

“Sono quindici anni che vedo atrocità e carneficine compiute da vari signori della guerra, chi si diceva di destra e chi di sinistra, e non ci ho mai trovato grandi differenze. Ho visto, ovunque, la stessa schifezza, il macello di esseri umani. Ho visto la brutalità e la violenza, il godimento nell’uccidere un nemico indifeso.”

“Non credere una parola, quando diranno che hanno sconfitto il terrorismo. Sono bugie, enormi bugie che difenderanno con i denti per coprire i propri crimini e i propri interessi.”

Uno, nessuno e centomila – Luigi Pirandello

“Che fai? – mia moglie mi domandò, vedendomi insolitamente indugiare davanti allo specchio.
Niente, – le risposi, – mi guardo qua, dentro il naso, in questa narice. Premendo, avverto un certo dolorino.
Mia moglie sorrise e disse:
Credevo ti guardassi da che parte ti pende.
Mi voltai come un cane a cui qualcuno avesse pestato la coda:
Mi pende? A me? Il naso?
E mia moglie, placidamente:
Ma sì, caro. Guardatelo bene: ti pende verso destra.”

“Sfido a non irritarsi, ricevendo come generosa concessione ciò che come diritto ci è stato prima negato.”

“E non si sa, le mogli? Fatte apposta per scoprire i difetti del marito.”

“Ero rimasto così, fermo ai primi passi di tante vie, con lo spirito pieno di mondi, o di sassolini, che fa lo stesso. Ma non mi pareva affatto che quelli che m’erano passati avanti e avevano percorso tutta la via, ne sapessero in sostanza più di me. M’erano passati avanti, non si mette in dubbio, e tutti braveggiando come tanti cavallini; ma poi, in fondo alla via, avevano trovato un carro: il loro carro; vi erano stati attaccati con molta pazienza, e ora se lo tiravano dietro. Non tiravo nessun carro, io; e non avevo perciò né briglie né paraocchi; vedevo certamente più di loro; ma andare, non sapevo dove andare.”

“Cominciò da questo il mio male. Quel male che doveva ridurmi in breve in condizioni di spirito e di corpo così misere e disperate che certo ne sarei morto o impazzito, ove in esso medesimo non avessi trovato (come dirò) il rimedio che doveva guarirmene.”

“Già subito mi figurai che tutti, avendone fatta mia moglie la scoperta, dovessero accorgersi di quei miei difetti corporali e altro non notare in me.”

“Mi si fissò invece il pensiero ch’io non ero per gli altri quel che finora, dentro di me, m’ero figurato di essere.”

“Per voi, esser soli, che vuol dire?”

“La solitudine non è mai con voi; è sempre senza di voi, e soltanto possibile con un estraneo attorno: luogo o persona che sia, che del tutto vi ignorino, che del tutto voi ignoriate, così che la vostra volontà e il vostro sentimento restino sospesi e smarriti in un’incertezza angosciosa e, cessando ogni affermazione di voi, cessi l’intimità stessa della vostra coscienza. La vera solitudine è in un luogo che vive per sè e che per voi non ha traccia nè voce, e dove dunque l’estraneo siete voi.
Così io volevo esser solo. Senza me.”

“Se per gli altri non ero quel che finora avevo creduto d’essere per me, chi ero io?”

“Per gli altri le mie idee e il mio naso hanno tanta relazione, che se quelle, poniamo, fossero molto serie e questo per la sua forma molto buffo, si metterebbero a ridere.”

“Quando mi ponevo davanti a uno specchio, avveniva come un arresto in me; ogni spontaneità era finita, ogni mio gesto appariva a me stesso fittizio o rifatto.
Io non potevo vedermi vivere.”

“Ripeto, credevo ancora che fosse uno solo questo estraneo: uno solo per tutti, come uno solo credevo d’esser io per me. Ma presto l’atroce mio dramma si complicò: con la scoperta dei centomila Moscarda ch’io ero non solo per gli altri ma anche per me, tutti con questo solo nome di Moscarda, brutto fino alla crudeltà, tutti dentro questo mio povero corpo ch’era uno anch’esso, uno e nessuno ahimè, se me lo mettevo davanti allo specchio e me lo guardavo fisso e immobile negli occhi, abolendo in esso ogni sentimento e ogni volontà.
Quando così il mio dramma si complicò, cominciarono le mie incredibili pazzie.”

“L’idea che gli altri vedevano in me uno che non ero io quale mi conoscevo; uno che essi soltanto potevano conoscere guardandomi da fuori con occhi che non erano i miei e che mi davano un aspetto destinato a restarmi sempre estraneo, pur essendo in me, pur essendo il mio per loro (un mio dunque che non era per me!); una vita nella quale, pur essendo la mia per loro, io non potevo penetrare, quest’idea non mi diede più requie.”

“Quando voi non volete assolutamente una cosa, che fa vostra moglie?”

“Siate sinceri: a voi non è mai passato per il capo di volervi veder vivere. Attendete a vivere per voi, e fate bene, senza darvi pensiero di ciò che intanto possiate essere per gli altri; non già perché dell’altrui giudizio non v’importi nulla, ché anzi ve ne importa moltissimo; ma perchè siete nella beata illusione che gli altri, da fuori, vi debbano rappresentare in sé come voi a voi stessi vi rappresentate.”

“Purtroppo, ci sono io, e ci siete voi. Purtroppo.”

“Sapete invece su che poggia tutto? Ve lo dico io. Su una presunzione che Dio vi conservi sempre. La presunzione che la realtà, qual’è per voi, debba essere e sia ugualmente per tutti gli altri.”

“Non poter sopportare la zanzariera, ch’io avrei seguitato sempre a usare anche se tutte le zanzare fossero sparite da Richieri, per la delizia che mi dava, tenuta alta di cielo com’io la tenevo e drizzata tutt’intorno al letto senza una piega. La camera che si vede e non si vede traverso a quella miriade di forellini del tulle lieve; il letto isolato; l’impressione d’esser come avvolto in una bianca nuvola.”

“C’è in me e per me una realtà mia: quella che io mi dò; una realtà vostra in voi e per voi; quella che voi vi date; le quali non saranno mai le stesse nè per voi nè per me.
E allora?
Allora, amico mio, bisogna consolarci con questo: che non è più vera la mia che la vostra, e che durano un momento così la vostra come la mia.”

“Forse s’intendono, con quel canto e con questo scricchiolio, l’uccello imprigionato e il noce ridotto seggiola.”

“Diciamo dunque che è in noi ciò che chiamiamo pace. Non vi pare? E sapete da che proviene? Dal semplicissimo fatto che siamo usciti or ora dalla città; cioè, sì, da un mondo costruito: case, vie, chiese, piazze; non per questo soltanto, però, costruito, ma anche perchè non ci si vive più così per vivere, come queste piante, senza saper di vivere; bensì per qualche cosa che non c’è e che vi mettiamo noi; per qualche cosa che dia senso e valore alla vita: un senso, un valore che qua, almeno in parte, riuscite a perdere, o di cui riconoscete l’affliggente vanità. E vi vien languore, ecco, e malinconia. Capisco,l capisco, Rilascio di nervi. Accorato bisogno d’abbandonarvi. Vi sentite sciogliere, vi abbandonate.”

“Qui, cari miei, avete veduto l’uccellino vero, che vola davvero, e avete smarrito il senso e il valore delle ali finte e del volo meccanico. Lo riacquisterete subito là, dove tutto è finto e meccanico, riduzione e costruzione: un altro mondo nel mondo: mondo manifatturato, combinato, congegnato; mondo d’artificio, di stortura, d’adattamento, di finzione, di vanità; mondo che ha senso e valore soltanto per l’uomo che ne è l’artefice.”

“Beati loro che hanno le ali e possono scappare!”

“Ci vorrebbe un pò più d’intesa tra l’uomo e la natura. Troppo spesso la natura si diverte a buttare all’aria tutte le nostre ingegnose costruzioni. Cicloni, terremoti… Ma l’uomo non si dà per vinto. Ricostruisce, ricostruisce, bestiolina pervicace. E tutto è per lui materia di ricostruzione. Perché ha in sè quella tal cosa che non si sa che sia, per cui deve per forza costruire, trasformare a suo modo la materia che gli offre la natura ignara, forse e, almeno quando vuole, paziente.”

“L’uomo piglia a materia anche se stesso, e si costruisce, sissignori, come una casa.
Voi credete di conoscervi se non vi costruite in qualche modo?
E ch’io possa conoscervi, se non vi costruisco a modo mio?”

“Ah che scoperta! Mio padre… La vita di mio padre..”

“Fu un attimo, ma l’eternità. Vi sentii dentro tutto lo sgomento delle necessità cieche, delle cose che non si possono mutare: la prigione del tempo; il nascere ora, e non prima e non poi; il nome e il corpo che ci è dato; la catena delle cause; il seme gettato da quell’uomo: mio padre senza volerlo; il mio venire al mondo, da quel seme; involontario frutto di quell’uomo; legato a quel ramo; espresso da quelle radici.”

“A tutti i figli forse sarà avvenuto. Notare com’alcunché d’osceno che ci mortifica, laddove è il padre per noi che si rispetta. Notare, dico, che gli altri non dànno e non possono dare a questo padre quella stessa realtà che noi gli diamo.”

“Quando un atto è compiuto, è quello; non si cangia più. Quando uno, comunque, abbia agito, anche senza che poi si senta e si ritrovi negli atti compiuti, ciò che ha fatto, resta: come una prigione per lui.”

“…l’essere agisce necessariamente per forme, che sono le apparenze ch’esso si crea, e a cui noi diamo valore di realtà. Un valore che cangia, naturalmente, secondo l’essere in quella forma e in quell’atto ci appare.”

“Perché avevo voluto dimostrare, che potevo, anche per gli altri, non essere quello che mi si credeva.”

“Perché, quand’uno pensa d’uccidersi, s’immagina morto, non più per sé, ma per gli altri?”

“Sempre che ci avvenga di scoprire qualcosa che gli altri supponiamo non abbiano mai veduta, non corriamo a chiamare qualcuno perché subito la veda con noi?”

“Ma che altro avevo io dentro, se non questo tormento che mi scopriva nessuno e centomila?”

“Ho la parola facile: potrei anche, volendo, far l’avvocato.”

“Il dolore ti salva, figliuolo.”

“Nella penombra della cameretta rosea in disordine, il silenzio pareva consapevole dell’attesa vana d’una vita che i desideriii momentanei di quella bizzarra creatura non avrebbero potuto mai far nascere né consistere in qualche modo.”

“Perché bisogna che lei fermi un attimo in sé la vita, per vedersi. Come davanti a una macchina fotografica. Lei s’atteggia. E atteggiarsi è come diventare statua per un momento. La vita si muove di continuo, e non può mai veramente vedere se stessa.”

“Lei non può conoscersi che atteggiata: statua: non viva. Quando uno vive, vive e non si vede. Conoscersi è morire. Lei sta tanto a mirarsi in codesto specchio, in tutti gli specchi, perché non vive; non sa, non può o non vuol vivere. Vuole troppo conoscersi, e non vive.”

“Ah, perdersi là, distendersi e abbandonarsi, così tra l’erba, al silenzio dei cieli; empirsi l’anima di tutta quella vana azzurrità facendovi naufragare ogni pensiero, ogni memoria!”

“Non è altro che questo, epigrafe funeraria, un nome. Conviene ai morti. A chi ha concluso. Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita. Quest’albero, respiro tremùlo di foglie nuove. Sono quest’albero. Albero, nuvola; domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo. Tutto fuori, vagabondo.”

“Pensare alla morte, pregare. C’è pure chi ha ancora questo bisogno, perché muojo ogni attimo, io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori.”

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